La fabbrica del falso

Dalle bugie degli antichi imperi agli algoritmi che modellano il presente, un saggio che esplora perché continuiamo a credere al falso e come la sovra informazione abbia trasformato la verità in un territorio instabile.

NOTA AL LETTORE

Questo saggio è lungo. E prima ancora di chiederti tempo e attenzione, sento il dovere di chiederti scusa.

Non per l’ambizione, ma per la forma che l’ambizione ha preso: pagine, digressioni, esempi, deviazioni storiche, ritorni. Avrei potuto comprimere, “andare dritto al punto”. Ho provato. Poi mi sono accorto che, in un tema come questo, il punto non è mai solo un punto: è una rete.

Parlare di propaganda, disinformazione e costruzione del falso significa inseguire un fenomeno che cambia volto a ogni secolo e, allo stesso tempo, resta identico nel suo meccanismo profondo: la conquista della percezione. Se avessi tagliato troppo, avrei ottenuto una sintesi comoda, ma fragile: sembrerebbe chiara solo perché lascia fuori ciò che complica davvero le cose: continuità, contraddizioni, zone grigie.

La lunghezza, quindi, non è un vezzo. È una scelta di onestà: ho preferito mostrarti i passaggi e le trasformazioni, piuttosto che offrirti una tesi elegante e rapida. Perché il falso, oggi, non si combatte con una frase brillante: si riconosce imparando a vedere come nasce, come si ripete, come si traveste.

Se vorrai leggere tutto, ti ringrazio. Se vorrai leggere a tappe, è il modo giusto. E se a un certo punto ti fermerai, lo capisco: questo testo non chiede devozione, chiede solo attenzione finché ne avrai.

Sul destino fragile della verità

Qualche tempo fa, una sera qualunque, stavo parlando con Sara delle notizie che circolano in rete. Non era un discorso programmato, ma uno di quei momenti che nascono per caso, mentre si sistema la cucina o si finisce di bere un tè. Stavamo commentando quanto facilmente le persone prendano per vero ciò che leggono online. Per spiegarmi, le feci un esempio che mi venne spontaneo: il colore del cavallo di Napoleone.

“Pensa a questo,” le dissi. “Una persona si chiede di che colore fosse. Va su internet, trova la prima risposta e quella risposta diventa verità. Bianco. Oppure nero. Oppure marrone. Non importa quale. Da quel momento, per lui, il cavallo di Napoleone è solo quello.” E non solo: lo difende. Diventa quasi un paladino, un cavaliere di una Camelot immaginaria. Entra nei social con la stessa convinzione con cui si sosteneva un partito politico nell’Ottocento. E dall’altra parte c’è qualcuno che difende un altro colore con la medesima sicurezza.

Quello che mi colpisce è la semplicità con cui si accetta una risposta immediata. Nessuno si ferma a pensare che Napoleone governò per anni, e che possedette numerosi cavalli: bianchi, neri, baio scuro, grigi. Basterebbe questa osservazione per sciogliere l’intera discussione. E invece no. La prima risposta trova uno spazio dentro di noi e si radica. Diventa identità, appartenenza, una piccola verità personale da difendere.

Fu in quel momento che mi resi conto di quanto la questione non riguardasse solo l’ignoranza o la superficialità. È qualcosa di più profondo. È un modo di abitare il mondo.

Se ci penso, questo comportamento è antichissimo. Le persone hanno sempre scelto una storia e l’hanno protetta. Gli abitanti di un villaggio etrusco potevano convincersi che un’eclissi fosse il presagio della morte di un re perché così aveva detto un anziano del posto. Nel XII secolo, Orderico Vitale annota casi in cui un mercante di passaggio seminava il panico raccontando di un esercito in arrivo, e il villaggio reagiva come se la cosa fosse certa. Nel 1522, a Norimberga, circolò la notizia che un uomo avesse visto in cielo un drago grande come una cattedrale. Non c’erano prove, ma la voce divenne così forte che il Consiglio cittadino ne discusse in seduta pubblica.

La credulità non nasce con Internet. Ma Internet cambia tutto.

La differenza non è solo nella velocità o nella quantità delle informazioni. È nel modo in cui arrivano. Prima c’era un filtro: un’autorità religiosa, un cronista, un maestro del villaggio, un giornalista. Non sempre affidabili, certo, ma erano comunque filtri. Oggi no. Oggi la prima risposta è un algoritmo. E l’algoritmo non ha memoria né responsabilità. Non conosce il contesto. Non sa distinguere un frammento da una verità.

Discutendo con Sara, mi resi conto che questo meccanismo, scegliere la prima storia disponibile e costruirci sopra una certezza, è diventato una postura mentale collettiva. Non per cattiva volontà. Ma perché il ritmo dell’informazione non concede più pause. Non permette il dubbio, non favorisce la distanza. Ci spinge a prendere posizione prima ancora di capire su cosa ci stiamo schierando.

Il paradosso è che questo accade anche quando l’informazione sarebbe facilmente verificabile. L’esempio del cavallo di Napoleone è ridicolo, quasi infantile, e proprio per questo perfetto: mostra quanto sia fragile il nostro rapporto con le “verità minori”, quelle che non hanno conseguenze politiche ma modellano la nostra percezione del mondo. Quelle che scegliamo d’istinto e difendiamo con passione.

Ripensando a tutto questo, ho capito che la questione non riguardava solo il presente. Mi venne naturale chiedermi come avessero reagito le persone in epoche di informazione scarsa, quando una storia poteva nascere in un mercato a Damasco e arrivare deformata fino a Venezia mesi dopo. Mi chiesi cosa accadeva quando un’intera città veniva convinta che in un quartiere spirasse un vento pestilenziale perché così diceva un medico senza prove. O quando nel 1897 il giornale americano The Sun pubblicò l’ormai celebre (e falsa) “scoperta della vita su Marte”, e migliaia di lettori ci credettero senza esitazioni.

Guardando la nostra epoca, la somiglianza è evidente. Ma c’è una differenza enorme. Prima il falso aveva bisogno di tempo per diffondersi. Oggi ha bisogno di un secondo.

La verità, invece, richiede ancora pazienza, contesto, confronto. Ed è qui che nasce la frattura.

Quel dialogo con Sara mi ha accompagnato nei giorni successivi. Continuavo a pensare a come una domanda così banale potesse trasformarsi in una piccola guerra di opinioni. E a come quel meccanismo, innocuo in apparenza, sia lo stesso che alimenta teorie complottiste, paure collettive, polarizzazioni politiche. Non è la gravità del tema a determinare la forza della credenza, ma la rapidità con cui una storia si adatta a ciò che vogliamo sentire.

È da quel momento che ho sentito la necessità di scrivere questo saggio. Per capire come siamo arrivati qui. Per comprendere perché il falso ci trova sempre pronti, e perché il vero sembra richiedere ogni giorno uno sforzo più grande. Per guardare indietro, molto indietro, e vedere come la storia dell’umanità sia, in fondo, la storia delle storie in cui abbiamo creduto.

Perché, se è vero che oggi la rete amplifica tutto, è anche vero che noi non siamo nuovi a questo gioco. L’abbiamo sempre fatto. Cambiano gli strumenti, cambiano i ritmi, ma la radice rimane. E forse, riconoscerla, è l’unico modo per iniziare a difenderci non dalle fake news, ma da noi stessi.



CAPITOLO 1 – Quando la notizia era un mito

1.1 – La nascita della notizia, una scena antica

Il ragazzo arriva di corsa nella piazza, con il fiato spezzato e la veste impolverata.
Non porta rotoli di pergamena, non esibisce sigilli, non cita fonti. Porta qualcosa di più potente: una storia.

«Hanno visto una luce nel cielo, sopra l’altura. Dicono che non somigliava a nessuna stella conosciuta.»

Le conversazioni si interrompono, i venditori rallentano i gesti, chi sta discutendo il prezzo di una stoffa si volta appena. Per un istante tutto è sospeso, come se la piazza trattenesse il respiro. Basterebbe che nessuno ascoltasse, che nessuno ripetesse, che nessuno si sentisse toccato. Ma una donna domanda:

«E che significa una luce simile?»

In quel momento la storia smette di essere del ragazzo, e diventa della comunità.
Nessuno sa con certezza cosa sia accaduto, ma non importa. Una voce ha trovato terreno fertile e ha cominciato a trasformarsi.

In una scena come questa, che potremmo collocare in una polis greca, in un insediamento romano, in un villaggio etrusco o in un borgo medievale, si consuma il gesto originario della notizia: un evento incerto viene trasformato in parola condivisa.

Prima delle prove, prima delle cronache, prima della scrittura, la notizia non è un fatto, è un racconto.

La notizia nasce così, come una vibrazione collettiva, come un moto della fantasia comune. È meno vicina alla verità che alla speranza, meno figlia dell’osservazione che del bisogno umano di interpretare ciò che accade.

In questo mondo la notizia non descrive il reale, lo crea.

1.2 – Un mondo senza fatti, l’interpretazione come regola

Prima dell’avvento di criteri stabili di verifica, il confine tra evento e interpretazione era praticamente inesistente.
La realtà non era qualcosa da osservare, ma qualcosa da decifrare. Ogni fenomeno naturale portava con sé un messaggio implicito. Non esisteva il concetto di casualità come lo intendiamo noi. Esisteva una rete di significati che occorreva riconoscere.

Un’eclissi non era un fenomeno astronomico, ma un segnale.
Una cometa non era una cometa, ma un avvertimento.
Una nascita complicata, un animale nato con malformazioni, una malattia improvvisa, tutto alimentava una catena di interpretazioni.

L’uomo antico viveva in un mondo pieno di agenti, intenzioni, presenze invisibili.
La notizia era un tentativo di nominare ciò che si temeva o ciò che si desiderava.

La precisione non era richiesta, la coerenza nemmeno. Ciò che contava era che un racconto desse forma all’incomprensibile.
Il mito non era qualcosa che si affiancava alla verità, era il modo stesso in cui la verità si manifestava.

Per questo le prime notizie non sono cronache, ma racconti simbolici: la storia di un prodigio, la descrizione di un presagio, il ricordo di una voce giunta da lontano. L’importante non era verificare, ma interpretare.

1.3 – La voce come primo sistema informativo

La voce è il primo mezzo di comunicazione collettiva che l’umanità conosca.
In una società senza scrittura, senza archivi, senza possibilità di confronto immediato, la voce è tutto: mezzo, messaggio e archivio.

Una voce nasce in un punto preciso, ma non rimane mai uguale a se stessa.
Si trasforma, si adatta al contesto, incorpora emozioni, intenzioni, paure, omissioni.
Ogni volta che viene ripetuta, diventa qualcos’altro.

Questo rende la voce un sistema informativo potentissimo, ma anche estremamente vulnerabile.
La sua forza non sta nell’accuratezza, ma nella sua capacità di circolare.

Una voce che attraversa un mercato è già una mezza verità.
Una voce che attraversa un intero villaggio è già una tradizione.
Una voce che attraversa generazioni diventa mito.

In questo ambiente, la distinzione tra vero e falso perde importanza.
La verità è ciò che riesce a viaggiare.

Quando molte persone ripetono la stessa cosa, essa acquisisce un’autorevolezza che non dipende dai fatti, ma dal numero. La comunità trasforma la voce in certezza. Una certezza flessibile, ma pur sempre una certezza.

La voce è democratica, nel senso più ambiguo del termine: dà potere a chi la diffonde e, allo stesso tempo, può distruggere la reputazione di chi ne è bersaglio.

Non era raro che un prodigio inventato diventasse motivo di pellegrinaggi, o che un sospetto infondato portasse a decisioni politiche. La voce non era semplice comunicazione, era una forza sociale.

1.4 – Il potere che definisce il vero

Se la voce è il mezzo, il potere è il filtro che decide quali voci debbano essere ascoltate e quali debbano essere silenziate.
Nelle società antiche il potere non garantisce la verità, la stabilisce.

I sacerdoti possono dichiarare autentica una reliquia o un segno nel cielo, e così facendo trasformano un fenomeno casuale in un messaggio divino.
I sovrani possono proclamare vittorie che non ci sono state, guerre giustificate da presagi inventati, prodigi utili per consolidare la propria autorità.

Nel mondo antico la verità non è una categoria morale, ma una categoria politica.
Ciò che è utile è vero.
Ciò che rafforza l’ordine è vero.
Ciò che preserva la stabilità è vero.

E il resto, che sia falso o non verificabile, può essere ignorato.

Questo non significa che gli antichi fossero ingenui. Significa che la verità non era un valore assoluto. Era uno strumento di governo.
La menzogna non era necessariamente una colpa, era una tecnica. Una tecnica condivisa e accettata.

In questo ambiente, la falsa notizia non appare come una deviazione, ma come una componente naturale della comunicazione ufficiale.
Non è una crepa nel sistema, è uno dei suoi pilastri.

1.5 – Meraviglie e mostri, la geografia dell’incredibile

Le cronache dell’antichità sono popolate da creature meravigliose che oggi considereremmo simboliche, allegoriche o semplicemente fantastiche.
Per i contemporanei erano notizie.
Spesso notizie degne di essere trascritte nei resoconti ufficiali.

Si parlava di uomini con la testa di cane, di popoli che si nutrivano solo di vapore, di mostri nati ai margini del mondo conosciuto. Queste meraviglie non erano soltanto storie per intrattenere, ma tentativi di descrivere un universo più vasto di quanto chiunque potesse verificare personalmente.

I mercanti amavano raccontare ciò che rendeva i loro viaggi più avventurosi. I pellegrini riportavano storie già deformate da decine di passaggi. I monaci annotavano ogni evento che potesse avere un valore simbolico o moralizzante.

A volte le meraviglie nascevano da un inganno, altre volte da un’illusione, altre ancora da un semplice errore di percezione. Ma la loro funzione rimaneva invariata: ampliare l’orizzonte del possibile.

In mezzo a questo proliferare di straordinario, esisteva anche la dimensione goliardica.
Non mancavano racconti volutamente esagerati, reliquie improbabili, visioni forse indotte da stanchezza o desiderio di attenzione.
Erano storie che nascevano ai bordi del serio, senza mai dichiararsi completamente come scherzo o come inganno.

Il confine tra il creduto e il credibile era sottile, e spesso irrilevante.

1.6 – Perché il mito era più forte della realtà

Per comprendere la forza delle prime notizie occorre accettare che, per gli antichi, il mito non era un racconto alternativo alla verità, ma la forma stessa della verità.
Il mito era il modo in cui il mondo diventava intelligibile.

La realtà, da sola, era troppo frammentaria per costituire un sapere stabile.
Serviva un filo narrativo, un ordine, una cornice simbolica.

Un prodigio spiegava un evento inatteso.
Un segno degli dei dava significato a una calamità.
Una storia meravigliosa rendeva sopportabile un viaggio in un territorio ignoto.

Il mito era più forte della realtà perché offriva una coerenza che il reale non era in grado di garantire.
Era più forte perché rispondeva alle paure collettive, alle domande senza risposta, alle attese di senso.
Era più forte perché parlava alla parte più antica della mente, quella che preferisce un ordine falso a un caos vero.

Il mito non era il nemico della verità. Era un modo diverso di abitare il mondo.

1.7 – Le condizioni perfette per il falso

Guardando indietro, possiamo riconoscere che il mondo premoderno offriva condizioni ideali per la nascita e la diffusione del falso.

  • Pochi fatti osservabili in prima persona.
  • Scarsità di strumenti per verificare.
  • Forte dipendenza dalla voce.
  • Autorità che selezionavano o manipolavano le interpretazioni.
  • Una cultura simbolica che cercava significati ovunque.
  • Una società che preferiva l’ordine narrativo alla complessità del reale.

In questo ambiente, la falsa notizia non è un incidente.
È una risposta ai limiti cognitivi, alle paure collettive, ai bisogni interpretativi.

È la prima forma di conoscenza che l’umanità produce per orientarsi.
E, in un certo senso, rimarrà sempre con noi.

CAPITOLO 2 – Propaganda imperiale e bugie di Stato

2.1 – Il potere e la nascita della verità politica

Immaginiamo la scena, senza troppo abbellirla. Una grande corte interna, un portico in ombra, il popolo ammassato nello spazio aperto tra colonne e gradini. La voce dei mercanti si è spenta, gli scribi si sono fermati con il calamo sospeso, i soldati hanno irrigidito la postura. La guerra ai confini non è andata come il sovrano sperava: le notizie arrivate al palazzo parlano di scontri incerti, di alleati esitanti, di nemici più tenaci del previsto. Ma tutto questo, per chi riempie la corte, non esiste ancora. Esiste solo un vuoto narrativo, una domanda senza risposta: «Che cosa è successo?».

Il sovrano avanza, si ferma in un punto in cui tutti possano vederlo, solleva appena il braccio. Il silenzio si compatta, diventa quasi una sostanza. E a quel punto parla. Dice che la vittoria è stata grande, che gli dèi hanno accompagnato l’esercito, che i nemici sono stati ricacciati, che le perdite sono state minime e che l’ordine del mondo è salvo. La realtà materiale del conflitto, con la sua confusione di fughe, errori, ferite, timori, viene esclusa dalla scena come se non fosse mai esistita. Da quel momento, per tutti quelli che ascoltano, la guerra è stata vinta. Non perché lo sia stata, ma perché è stato detto.

In questo istante, che si può collocare in decine di luoghi e di epoche diverse, nasce ciò che possiamo chiamare verità politica: un tipo di verità che non dipende dalla corrispondenza ai fatti, ma dalla posizione di chi la pronuncia. La notizia non è più il racconto incerto di chi ha visto o creduto di vedere. È la versione definitiva di chi ha il potere di imporla. Il sovrano non è un semplice testimone privilegiato degli eventi, è il loro editor. Taglia, riscrive, organizza, attribuisce ruoli. Decide che cosa sarà ricordato e come.

Se nel capitolo precedente abbiamo visto la notizia nascere dal basso, dalla voce di piazza, dal bisogno spontaneo di interpretare fenomeni enigmatici, ora la scena si sposta verso l’alto. Le voci non scompaiono, continuano a circolare, ma vengono sovrastate da un’altra voce, più lenta, più solenne, che si presenta come definitiva. Il potere scopre che non basta esercitare la forza: occorre anche governare il racconto. Una vittoria non è tale finché non viene proclamata, una sconfitta può essere dissolta se non viene riconosciuta, un prodigio diventa segno solo quando qualcuno lo interpreta in pubblico.

In questo passaggio si consuma una trasformazione profonda della menzogna. La falsa notizia, che nella fase precedente era un sottoprodotto della fantasia collettiva o della paura, diventa uno strumento deliberato. Il potere comprende che può intervenire sulla trama della realtà percepita non solo censurando, ma producendo narrazioni alternative, più rassicuranti o più utili. La linea tra ciò che è accaduto e ciò che viene raccontato si allontana sempre di più, ma la distanza non è visibile a chi ascolta. La verità politica non si presenta come una versione tra le altre, si presenta come la sola versione accessibile.

Questa dinamica non riguarda solo le monarchie teocratiche o gli imperi più accentratrici. Riguarda ogni forma di potere che si estende oltre il raggio dell’esperienza diretta. Quando i governati non possono verificare da sé ciò che avviene ai confini, nelle capitali lontane, nei consigli segreti, devono fidarsi di chi racconta. E chi racconta, se coincide con chi decide, si trova in una posizione privilegiata per trasformare il falso in ordine, l’omissione in stabilità, l’esagerazione in legittimazione.

La propaganda nasce da questa asimmetria: pochi vedono, molti ascoltano. Chi vede poco e deve governare molto non può permettersi ambiguità. La narrazione deve essere compatta, coerente, priva di incrinature. Non perché il sovrano sia necessariamente cinico, ma perché la fragilità del racconto si traduce in fragilità del potere. Una versione troppo esitante degli eventi alimenta il sospetto, la paura, il caos simbolico. È più semplice, e spesso più efficace, produrre una verità solida che inseguire un reale confuso.

Non è un caso che in molte tradizioni politiche antiche la parola del sovrano abbia un valore quasi magico. Quando un re giura, giura non solo di dire il vero, ma di creare un ordine nel quale il vero e il detto coincidono. Il falso non appare come una violazione di un codice morale astratto, ma come un rischio di disgregazione del cosmo. Per questo l’inganno di Stato non viene quasi mai percepito come tale dai contemporanei: è inglobato in una visione del mondo in cui il potere deve mantenere la forma delle cose, anche a costo di alterarne la sostanza.

Da questo momento in avanti, la storia delle false notizie non potrà più essere separata dalla storia del potere. Le voci di piazza continueranno a esistere, i racconti spontanei continueranno a correre, le meraviglie e i prodigi continueranno ad affiorare. Ma sopra questo strato poroso di narrazioni sorgono strutture più rigide: iscrizioni su pietra, annali ufficiali, monumenti, decreti, monete, cerimonie pubbliche. È la nascita di una comunicazione verticale, che non si limita a trasmettere, ma modella, seleziona, riscrive.

Per capire il funzionamento di questa nuova forma di falsificazione, dobbiamo entrare nei laboratori della verità politica dell’antichità: i templi egizi, i palazzi assiri, le rocce scolpite della Persia, gli editti dell’India Maurya, gli annali cinesi, le agorà greche, i fori romani. Ogni impero dispone di una lingua del potere e di una specifica maniera di trasformare l’interpretazione in dogma. In ciascuno di essi il falso non è più un accidente, ma una variabile di progetto.

2.2 – Egitto faraonico, la sacralità come propaganda

La civiltà egizia è, forse più di ogni altra, il luogo in cui la propaganda nasce come teologia. Il faraone non è semplicemente un re, è il punto di contatto tra il mondo umano e l’ordine cosmico. Governa le piene del Nilo, la fertilità dei campi, l’equilibrio tra vita e morte, non perché abbia poteri concreti su questi fenomeni, ma perché li incarna simbolicamente. In questo contesto il racconto degli eventi non è mai neutro. Ogni battaglia, ogni carestia, ogni prodigio celeste deve essere integrato in una narrazione che confermi la stabilità di Maat, il principio di verità e giustizia che sostiene l’universo.

Quando Ramses II fa decorare i templi con il resoconto della battaglia di Qadesh, non sta semplicemente abbellendo la propria immagine. Sta assicurando che una guerra ambigua non si trasformi in una crepa nell’ordine del mondo. La battaglia, storicamente, non è una vittoria schiacciante, ma un confronto duro, che si conclude con un trattato di pace. Eppure i rilievi e i testi geroglifici la presentano come un trionfo personale del faraone, che respinge da solo un nemico soverchiante, protetto dagli dèi.

Non è un gesto di vanità individuale. È un dovere cosmico. Se il re ammettesse una sconfitta, dovrebbe ammettere che gli dèi hanno abbandonato il loro rappresentante, che Maat è stata incrinata, che il caos, incarnato nella figura di Isfet, ha fatto un passo avanti. La propaganda, qui, non è un lusso politico, è una necessità teologica. Il falso non è un trucco, è una riparazione simbolica.

Immaginiamo una di quelle scene di laboratorio narrativo: un gruppo di scribi radunati nel recinto di un tempio, circondati da rotoli, tavole di legno, pigmenti. Hanno ricevuto istruzioni dal sacerdote principale, che a sua volta interpreta la volontà del faraone. Devono trasformare una campagna militare complessa in un racconto lineare. Devono scegliere cosa mostrare e cosa tacere, quali momenti ingrandire e quali scomparire. Sanno che la loro penna non descrive soltanto, ma agisce. Una riga in più o in meno può decidere la memoria di un intero regno.

I grandi complessi templari sono, in questa luce, enormi archivi di verità ufficiale. Le pareti non raccontano la storia, la scolpiscono. Ogni vittoria, ogni costruzione, ogni offerta agli dei viene ripetuta, ribadita, amplificata. L’insistenza stessa fa parte del dispositivo propagandistico: un fatto ribadito in decine di copie incise nella pietra diventa incontestabile, perché nessuno possiede una contro-memoria abbastanza forte per sfidarlo. La pietra non discute, impone.

Ancora più rivelatrice è la pratica della cancellazione. Quando un faraone viene giudicato indegno dai successori, il suo nome viene raschiato via dalle iscrizioni, le sue statue decapitate o sepolte, la sua immagine rimossa dai rilievi. Non si tratta solo di punire un individuo. Si tratta di eliminarne la traccia dal tessuto del tempo. Se nessuno vedrà più il suo nome, se nessuno lo leggerà sulle pareti dei templi, quella figura diventerà un’ombra senza contorni, destinata a perdersi nella nebbia dell’indistinto. La damnatio memoriae egizia è, in questo senso, un atto di ingegneria storica: il passato viene ritagliato e ricucito per produrre una sequenza più armoniosa.

La propaganda egizia non si limita alle guerre e ai sovrani. Penetra anche nel modo in cui vengono raccontati i segni celesti, le piene del fiume, gli eventi naturali eccezionali. Un’eclissi non può essere una semplice curiosità astronomica, deve essere un messaggio. Un raccolto scarso non è solo una fluttuazione climatica, è un sintomo morale. Il linguaggio religioso e politico si fondono in una macchina di interpretazione continua che trasforma la realtà in allegoria. In questo mondo, la distinzione tra falso e vero perde gran parte del suo significato moderno. Ciò che importa è la coerenza con l’ordine simbolico.

C’è, tuttavia, una dimensione più sottile di questa propaganda sacralizzata. Il popolo egizio non è stupido, non è cieco, non è privo di esperienza diretta. I contadini sanno quando la piena è stata buona o cattiva, i soldati sanno se una campagna è stata disastrosa, gli artigiani sanno quanto lavoro è stato davvero compiuto in un cantiere reale. Ma la distanza tra la percezione individuale e la narrazione cosmica è colmata da un patto implicito: la versione ufficiale non serve a descrivere, serve a tenere insieme. Che il faraone sia o meno invincibile sul piano militare è meno importante del fatto che debba esserlo sul piano simbolico.

In questa prima grande civiltà centralizzata, la propaganda assume dunque una forma che segnerà profondamente la storia: è un muro contro il caos. Qualunque cosa accada, la narrazione ufficiale deve garantire che nulla di essenziale sia cambiato. Le sconfitte vengono trasformate in prove, le crisi in passaggi necessari verso una restaurazione dell’ordine, le anomalie in conferme indirette del sistema. L’inganno, se vogliamo chiamarlo così, non ha ancora il sapore cinico che avrà in epoche successive. È quasi un dovere rituale, un servizio reso alla collettività.

Questa concezione avrà una lunga eredità. Quando gli Assiri scolpiscono le proprie imprese in palazzi di terrore, o quando i Romani costruiscono archi trionfali per celebrare campagne ambigue, stanno in qualche modo riprendendo una lezione egizia: non conta solo ciò che è avvenuto, conta ciò che deve essere impresso nella memoria comune. La propaganda come sacralità dell’ordine è il primo strato di una storia più lunga, in cui il falso smetterà progressivamente di presentarsi come difesa del cosmo e si mostrerà sempre più come tecnica di dominio.


2.3 – Mesopotamia, gli Assiri e la ferocia come narrazione

Se l’Egitto costruisce una propaganda orientata alla stabilità, la Mesopotamia, in particolare con l’Assiria, sviluppa una propaganda orientata all’intimidazione. Non più solo difendere un ordine cosmico, ma piegare le volontà con uno spettacolo di violenza. Gli Assiri, che regnano su una regione attraversata da città rivali, rotte commerciali, popoli restii a sottomettersi, comprendono che il terrore può essere gestito non soltanto con le armi, ma con le immagini.

I rilievi che decorano i palazzi di Ninive, di Nimrud, di altri centri imperiali, non sono semplici cronache illustrate. Sono programmi politici scolpiti nella pietra. Vi compaiono assedi, decapitazioni, corpi impalati, città date alle fiamme, fiumi riempiti di cadaveri, re ribelli trascinati in catene. È probabile che una parte di queste scene descriva eventi avvenuti in qualche forma. Ma è altrettanto probabile che molta di quella violenza sia stata amplificata, standardizzata, ritualizzata. Non interessa più che la cifra delle vittime sia precisa; interessa che l’idea della punizione sia assoluta.

La propaganda assira introduce una categoria nuova nella storia del falso: l’esagerazione sistematica come strumento di governo. È come se il potere dicesse: «Forse non abbiamo fatto esattamente tutte queste cose, ma siamo pronti a farle, e voi fareste bene a crederci». Il confine tra minaccia e resoconto svanisce. I rilievi non sono “dopo la battaglia”, sono parte della battaglia stessa. L’esercito combatte sui campi, la pietra combatte nelle menti.

Immaginiamo un emissario di una città ancora indipendente che visita il palazzo assiro. Cammina lungo corridoi fiancheggiati da queste scene, legge (o si fa leggere) le iscrizioni che enumerano le vittorie del re, ascolta i racconti dei funzionari che sottolineano la crudeltà inflitta ai ribelli. Quando torna nella sua città, porta con sé non solo informazioni, ma immagini. Quelle immagini lavorano nei consigli dei notabili, nelle case dei mercanti, nelle conversazioni degli anziani. L’idea di una resistenza armata non si confronta con dati concreti, si confronta con una fantasia di annientamento totale.

In questa prospettiva, la propaganda assira è più moderna di quanto non sembri. Anticipa una logica che ritroveremo nella guerra psicologica contemporanea: colpire il morale prima di colpire il corpo. Il falso non serve solo a coprire una realtà scomoda, serve a modellare una realtà ancora inesistente. È un dispositivo preventivo, una proiezione. La città che si arrende senza combattere lo fa anche perché ha creduto a un racconto.

Rispetto all’Egitto, qui il rapporto tra verità e menzogna è più scoperto. Non c’è una teologia cosmica a giustificare la manipolazione. C’è un calcolo politico. Il re assiro non ha bisogno di apparire moralmente perfetto; deve apparire inarrestabile. Se una campagna militare è stata costosa, la si rappresenta come facile. Se un popolo ha opposto resistenza, la si descrive come irrilevante. Se i nemici hanno avuto motivazioni complesse, vengono ridotti a ribelli senza volto, degni solo di punizione.

Questo modo di raccontare non è un semplice abbellimento. È la struttura stessa della memoria imperiale. Gli annali assiri sono redatti per anno, elencano le campagne e le conquiste con un linguaggio costruito per impressionare. La formula è spesso rituale: il re parte, vince, devasta, ritorna vittorioso. Non c’è spazio per l’incertezza, per il compromesso, per l’accordo diplomatico. E quando l’accordo esiste, viene tradotto in termini unilaterali: il nemico «si sottomette», «offre tributi», «riconosce la superiorità del re».

Sul piano psicologico collettivo, questo produce un effetto doppio. All’interno, rafforza l’idea che il sovrano sia costantemente vittorioso, che il destino dell’impero sia quello di espandersi. All’esterno, alimenta la leggenda della ferocia assira, anche oltre la realtà dei fatti. L’Assiria diventa sinonimo di brutalità non solo perché pratica forme di punizione efferate, ma perché le rappresenta con compiacimento. La rappresentazione moltiplica l’effetto della pratica.

È interessante notare come questo modello di propaganda basato sulla paura emerga in un contesto geopolitico frammentato, dove il potere deve continuamente riaffermarsi contro rivali specifici. In un certo senso, l’impero assiro non gode della stessa aura di eternità dell’Egitto. Deve conquistare e riconquistare. La verità politica, qui, non è un ordine cosmico immutabile, è un’onda d’urto che va continuamente rinnovata. E ogni rilievo, ogni iscrizione, ogni lista di vittorie serve a generare la prossima onda.

In questa prospettiva, le false notizie non sono solo dichiarazioni, sono immagini. Primeggia non ciò che viene detto, ma ciò che viene mostrato. La violenza organizzata in sequenze visive consente una ricezione emotiva immediata, anche presso popolazioni in gran parte analfabete. La propaganda assira è già, in questo senso, una propaganda visiva di massa ante litteram.

Se mettiamo a confronto l’Egitto e l’Assiria, vediamo delinearsi due poli complementari della nascente propaganda imperiale. Da un lato, la bugia sacra, che protegge l’ordine e sana le crepe della storia. Dall’altro, la bugia feroce, che amplifica la minaccia e spinge alla sottomissione. Entrambe funzionano perché colmano un vuoto: il vuoto di informazione diretta della popolazione sui grandi eventi. In entrambi i casi, la verità politica riempie lo spazio dove la verità fattuale non può arrivare.

Nei capitoli successivi vedremo altri imperi adottare varianti di queste strategie: la Persia che fa della legittimità morale il perno del racconto, l’India Maurya che trasforma la pietà in strumento narrativo, la Cina che riscrive la storia per legittimare il Mandato celeste, il mondo greco che affida alla retorica la costruzione del consenso, Roma che sistematizza tutto questo in un apparato quasi industriale della verità ufficiale. Ma le matrici egizia e assira, la sacralità e il terrore, rimarranno come due poli fra i quali oscillerà la relazione tra potere e falso per secoli.

2.4 – Persia achemenide, la legittimità come propaganda

La Persia achemenide eredita dal mondo mesopotamico la consapevolezza che il racconto può piegare la volontà dei popoli, ma aggiunge a questa consapevolezza una dimensione più complessa e più sottile: la verità politica non deve solo incutere timore, deve apparire giusta. Nel vastissimo impero costruito da Ciro e consolidato da Dario, l’autorità non può poggiare unicamente sulla forza. Governa un mosaico di culture, lingue, religioni, città con tradizioni differenti. Il potere deve essere presentato come legittimo, come manifestazione di un ordine morale superiore. Qui, la propaganda non è tanto un grido quanto un argomento. Non vuole solo piegare, vuole convincere.

La grande iscrizione di Behistun, scolpita sulla faccia di una montagna a centinaia di metri di altezza, non è solo il racconto del consolidamento del potere di Dario. È un trattato di filosofia politica in forma monumentale. Le parole, ripetute in tre lingue, narrano di ribelli che si fingono re, che mentono sulla loro identità, che ingannano il popolo. Dario si presenta come colui che smaschera questi impostori e ristabilisce l’ordine. La categoria centrale non è più il caos cosmico degli egizi, né la punizione feroce degli assiri, ma la falsità morale del nemico. La menzogna diventa un peccato politico.

Per capire l'impatto di questa narrazione, immaginiamo un gruppo di funzionari persiani in viaggio verso una satrapia lontana. Al passaggio accanto a Behistun, si fermano per osservare l’iscrizione. La luce obliqua del mattino illumina i rilievi. Le figure degli impostori, incatenate e prostrate, appaiono minuscole rispetto al re che li sovrasta. Un funzionario legge ad alta voce la dichiarazione: Dario ha vinto perché dice la verità; i ribelli hanno perso perché hanno mentito. Il paesaggio circostante, grandioso e silenzioso, amplifica il senso di ordine morale. Chiunque ascolti comprende che la ribellione non è solo un crimine, è una menzogna contro l’universo.

In questa scena prende forma un’intuizione achemenide fondamentale: la propaganda non deve solo descrivere la vittoria, deve spiegare perché quella vittoria è giusta. Non basta intimidire, bisogna convincere. La forza senza legittimità può generare ribellioni; la legittimità senza forza può risultare fragile. La propaganda persiana prova a unire entrambe, presentando il re come punto d’incontro tra giustizia e potere. La menzogna non è solo attribuita al nemico, è definita come la sua essenza. In questo modo tutto ciò che contraddice la narrazione ufficiale può essere classificato come inganno. La verità diventa monopolio del sovrano.

Questo modello propagandistico avrà una lunga eredità nella storia politica. Si ritrova nelle monarchie europee che giustificano la loro autorità con il diritto divino, nelle teocrazie che eliminano le versioni alternative come eresie, negli stati moderni che presentano l’opposizione come manipolazione del nemico straniero. L’idea è sempre la stessa: chi critica non sbaglia, mente. E chi mente non è solo colpevole, è pericoloso. La propaganda persiana costruisce così una connessione profonda tra verità, moralità e autorità. Una connessione che resiste nei secoli perché risponde a un desiderio radicato: vivere in un mondo in cui la giustizia sia evidente.

Ma questa è solo una parte della storia. Se osserviamo il funzionamento interno dell’impero, scopriamo che la propaganda non è un apparato isolato, è un sistema. Gli achemenidi usano una rete efficiente di strade e corrieri, un’amministrazione avanzata, una serie di lingue ufficiali per diffondere il racconto unificato del potere. Le satrapie, pur godendo di una certa autonomia, devono riconoscere la centralità del re attraverso cerimonie e tributi. L’immagine del re come garante dell’ordine serve a rendere naturale il pagamento delle tasse, l’obbedienza ai decreti, l’accettazione dell’autorità imperiale.

Il falso, in questo contesto, non è un ornamento della politica, è uno strumento di coesione. L’impero è troppo grande per essere governato solo con eserciti. Ha bisogno di un racconto che lo attraversi da un’estremità all’altra, un racconto che dica ai sudditi che la loro sottomissione è la condizione del benessere collettivo. Questo racconto non punta alla crudeltà e alla paura, come negli Assiri, ma alla stabilità e alla giustizia. È una propaganda più sofisticata, più moraleggiante, più vicina a ciò che diventeranno le grandi ideologie politiche.

Eppure, come sempre, dietro la facciata della giustizia si nasconde un uso calcolato della menzogna. Non perché i persiani fossero più falsi di altri, ma perché ogni potere che si estende oltre la visibilità diretta dei sudditi deve scegliere come mostrarsi. L’impero achemenide sceglie la via della narrativa morale. E lo fa con tale efficacia che ancora oggi, leggendo Behistun, si ha la sensazione di ascoltare un discorso politico molto moderno, in cui il re difende un ordine superiore contro una minaccia interna definita come disonesta. Il falso si traveste da etica, e l’etica diventa arma del potere.

2.5 – India Maurya, Ashoka e la pietà come potere

In India, sotto il regno di Ashoka, la propaganda assume una forma sorprendentemente diversa. Non si fonda sulla sacralità inviolabile del sovrano, come in Egitto, né sulla ferocia spettacolare degli Assiri, né sulla legittimità morale degli Achemenidi. Si fonda sulla pietà. Sulla compassione. Sull’idea che il potere possa essere giusto proprio perché rinuncia alla violenza inutile. Ma questa apparente rinuncia è, in sé, un dispositivo di propaganda tanto efficace quanto gli altri. Ashoka, dopo aver combattuto la sanguinosa guerra di Kalinga, vive un momento di trasformazione morale. Ne rimane sconvolto. Decide che l’impero deve essere governato secondo i principi del dharma, la legge universale dell’ordine e della giustizia.

I suoi editti, scolpiti su rocce disseminate in tutto il subcontinente, non descrivono battaglie, non celebrano massacri, non incutono terrore. Parlano invece di compassione, di rispetto per tutte le creature, di moderazione, di generosità. Invitano i sudditi a vivere in armonia, a evitare la crudeltà, a seguire il sentiero etico che il re stesso dichiara di aver abbracciato. È una forma radicalmente nuova di narrazione politica: il sovrano non si presenta come guerriero invincibile o come divinità incarnata, ma come guida morale.

Eppure questa novità non deve ingannarci. L’apparente rifiuto della propaganda guerriera è esso stesso propaganda. Ashoka capisce che l’unico modo per governare un territorio vasto e complesso è trasformare il potere in un’autorità morale. I suoi editti parlano a un popolo che non può verificare le intenzioni profonde del re, ma può credere alle sue parole scolpite nella pietra. I messaggi sono brevi, chiari, accessibili. La loro forza deriva dalla ripetizione e dalla loro presenza fisica nello spazio pubblico.

Immaginiamo un villaggio nella pianura del Gange. Un funzionario locale legge l’editto a un gruppo di contadini riuniti sotto un albero sacro. Le parole parlano di tolleranza religiosa, di rispetto reciproco, di cura per gli animali. I contadini ascoltano. Non sanno nulla della politica imperiale, delle lotte interne alla corte, delle tensioni tra satrapi. Ma sentono che il re vuole pace. La sua immagine morale diventa parte dell’immaginario collettivo.

La propaganda di Ashoka, pur avendo contenuti nobili, funziona come le altre: trasforma la percezione del potere. Presenta l’impero come luogo di armonia, governa attraverso l’etica e non solo attraverso la forza. Il falso, qui, non è la menzogna diretta, ma la selezione delle parti della realtà che il sovrano decide di mostrare. La guerra di Kalinga è descritta solo come tragedia morale, non come evento politico. Le esigenze amministrative vengono spiritualizzate. La centralizzazione del potere viene presentata come cura per il benessere dei sudditi. La realtà diventa parabola.

La propaganda di Ashoka introduce una categoria nuova nella storia delle false notizie: il falso benevolo. È una forma di inganno che si presenta come cura, una narrazione che non domina attraverso la paura ma attraverso la promessa di un futuro migliore. Ma è pur sempre narrazione. Pur sempre selezione. Pur sempre un modo di organizzare la percezione collettiva. E come tutte le narrazioni politiche, ha un costo: permette al sovrano di nascondere le contraddizioni del proprio regno sotto la coltre della moralità.

In questo senso, l’impero Maurya anticipa la forma moderna di propaganda etica. Non più solo punire o intimidire, ma convincere attraverso il bene. L’autorità si presenta come pedagogica, come guida spirituale, come esempio. I sudditi vengono invitati a credere non per timore, ma per aspirazione. Ma la dinamica è la stessa: la verità politica è ciò che il potere propone come vero, e il popolo è incoraggiato a interiorizzarla.

2.6 – Cina imperiale, la riscrittura della storia come dominio

Se l’Egitto fonda la propaganda nel sacro, gli Assiri nella paura, i Persiani nella legittimità morale e gli Indiani nella pietà, la Cina imperiale introduce una quarta via, destinata a una lunga e complessa eredità: la propaganda come riscrittura sistematica della storia. La civiltà cinese, soprattutto a partire dall’epoca degli Zhou e poi sotto le dinastie Qin e Han, sviluppa una concezione del potere strettamente legata al Mandato celeste. Governare significa incarnare una continuità cosmica. Perdere il potere significa perdere il favore del cielo. Ma il favore del cielo non è un fenomeno misurabile. Deve essere raccontato.

Gli annali cinesi non sono semplici cronache. Sono atti politici. Ogni dinastia riscrive quella precedente, enfatizzando i difetti dei governanti passati per spiegare perché il Mandato celeste sia stato ritirato e concesso ai nuovi sovrani. Un regno decaduto non è mai descritto come una vittima delle circostanze, ma come colpevole. Un regno stabile non è descritto come energico e fortunato, ma come conforme alla volontà celeste. La storia non è un sequenziamento di fatti, ma una diagnosi morale.

Immaginiamo la scena. Uno storiografo della dinastia Han siede alla sua scrivania con alle spalle scaffali pieni di registri. Sta scrivendo la storia della dinastia precedente. Ha a disposizione documenti, testimonianze, resoconti. Ma il suo compito non è registrare la verità fattuale. È costruire una narrazione che renda inevitabile l’ascesa della dinastia corrente. Deve mostrare che gli ultimi sovrani della dinastia precedente erano corrotti, incapaci, moralmente disordinati. Se alcuni di loro erano stati in realtà riformatori, se avevano tentato di stabilizzare i confini o di alleviare la pressione fiscale, questo non può comparire nella versione finale. La storia deve essere coerente con l’ordine politico presente.

La propaganda cinese è raffinata perché non si presenta come propaganda. È struttura del sapere. Gli storiografi, pur essendo intellettuali colti, lavorano dentro un sistema che impone un legame inscindibile tra potere e memoria. Non vengono chiamati a mentire apertamente. Vengono chiamati a interpretare. Ma l’interpretazione è già orientata. L’ordine morale è il criterio che filtra i fatti. Se un evento non si accorda con la morale richiesta, viene trascurato o reinterpretato.

La Cina imperiale utilizza anche un altro strumento potente: la standardizzazione. Qin Shi Huang, il primo imperatore, unifica pesi, misure, scrittura, monete e reti stradali. Questa unificazione è una forma di propaganda quotidiana. Non serve a raccontare la vittoria, serve a mostrarla in ogni transazione, in ogni lettera, in ogni oggetto del mondo materiale. La propaganda non è solo nei testi monumentali, è nelle piccole abitudini della vita quotidiana. Ogni volta che un suddito usa una moneta standardizzata, sente che appartiene a un ordine più grande.

La Cina introduce anche qualcosa che le altre civiltà non hanno: il controllo delle scuole filosofiche. Il rogo dei libri, un atto drammatico voluto da Qin Shi Huang, non è solo censura. È un tentativo estremo di uniformare la memoria. Distruggere i testi non conformi significa impedire la nascita di narrazioni alternative. Impedire la nascita di narrazioni alternative significa impedire la frammentazione dell’autorità. La propaganda non elimina il passato, elimina il potenziale conflitto interpretativo.

In questo sistema, la falsa notizia assume una forma nuova. Non è più solo esagerazione o omissione, è selezione storica programmata. Non racconta solo ciò che è utile nel presente, ma costruisce un passato compatibile con quel presente. Il falso penetra nella memoria profonda dell’impero. I sudditi non credono solo a ciò che viene detto, credono a ciò che non viene detto, perché non possono immaginare che la storia possa essere diversa.

Questo modello cinese è forse il più duraturo nella storia della propaganda, perché non dipende da una persona, ma da un’istituzione. Mentre gli Assiri o gli Egizi legano la propaganda alla figura del sovrano, la Cina la lega alla burocrazia, ai testi, agli archivi. Il falso diventa un’abitudine, non un evento eccezionale. Un elemento costante del modo in cui una civiltà pensa se stessa.

Gli imperatori del mondo moderno che tentano di controllare l’informazione, di riscrivere i libri di scuola, di eliminare interi periodi storici dalla memoria collettiva, ereditano molto più dalla Cina antica di quanto non ereditino dagli imperi mediterranei. L’idea che il potere debba definire il passato, e non solo il presente, nasce nei palazzi cinesi. E questa idea è una delle forme più sottili e pervasive del falso politico.

Se la propaganda egizia aveva un tono teologico, quella assira uno spettacolo di terrore, quella persiana un linguaggio di legittimità morale, quella maurya un’intonazione etica, la propaganda cinese introduce una qualità nuova: la permanenza. La capacità di creare una memoria unificata che supera i secoli, che normalizza la versione ufficiale, che rende invisibile la falsificazione. In questo contesto, la menzogna non è un’invenzione. È un equilibrio.

E proprio questo equilibrio sarà uno dei poli della riflessione moderna sulle fake news: non solo ciò che viene detto, ma ciò che viene fatto sparire.

2.7 – Grecia ed Ellenismo, il racconto come potere

La Grecia, a differenza degli imperi finora analizzati, non possiede un centro unico da cui la verità discende. La sua storia politica è frammentata, fatta di poleis autonome, ciascuna con valori, istituzioni e forme di comunicazione proprie. E proprio questa frammentazione rende la propaganda più sottile, più dinamica, più legata alla parola che alla pietra. Se l’Egitto incide la verità nei templi e gli Assiri la scolpiscono sulle pareti dei palazzi, i Greci la affidano alla voce, alla retorica, alla capacità di parlare bene in pubblico. In Grecia, la propaganda è il discorso.

Nell’agorà, tra colonne e statue, gli oratori imparano a modellare l’opinione. Lo fanno non per imposizione, ma attraverso la persuasione. La verità non è un dogma imposto dall’alto, è il risultato di una competizione narrativa. Questo rende la vita politica greca un laboratorio straordinario per comprendere la dimensione retorica del falso. Se gli Egizi avevano bisogno di proteggere l’ordine cosmico e gli Assiri di intimidire i nemici, i Greci devono convincere i concittadini. E convincere implica selezionare, omettere, enfatizzare. Non mentire apertamente, ma orientare.

Immaginiamo un’assemblea ateniese. La folla è vasta, le voci si sovrappongono, i cittadini discutono vivacemente del da farsi. È una democrazia imperfetta, certo, ma è un luogo in cui le parole possono decidere una guerra. Un oratore sale sul podio. Deve convincere l’assemblea che la città deve inviare una flotta in aiuto di un alleato in difficoltà. Il suo discorso non è un resoconto neutro dei fatti. È un esercizio di potere. Ricorda episodi gloriosi del passato, minimizza i rischi della spedizione, presenta l’intervento come necessario per la reputazione della polis. Il contenuto può essere vero, ma la forma lo trasforma.

La propaganda greca è fatta anche di miti genealogici, di racconti sulle origini delle città, di leggende che collegano eroi e famiglie aristocratiche. Atene si presenta come figlia di Atena, Sparta come figlia di Eracle. Questi miti non sono semplici ornamenti culturali. Sono strumenti di legittimazione. Ogni polis costruisce una narrazione su se stessa, un racconto che dice perché quella città è diversa, perché è superiore, perché merita di guidare o di resistere. Il falso si intreccia con l’identità.

Con Alessandro Magno e i regni ellenistici, la propaganda greca si amplifica. Il giovane re macedone capisce che la conquista non può reggersi solo sulle armi. Occorre costruire un’immagine. Alessandro si presenta come erede degli eroi omerici, come figlio di Zeus, come incarnazione vivente del destino. Non è importante se queste affermazioni siano letteralmente vere. Funzionano perché rispondono a un immaginario radicato. Le imprese di Alessandro vengono raccontate da biografi che ne esaltano il coraggio, la generosità, l’intelligenza strategica. Ogni episodio diventa parabola. Ogni vittoria, anche la più incerta, diventa segno di grandezza.

La propaganda ellenistica, soprattutto nei regni nati dopo la morte di Alessandro, assume un carattere cerimoniale. I re si presentano come benefattori, come protettori delle arti, come costruttori di città, come incarnazioni di stabilità in un mondo attraversato da conflitti. Le cerimonie pubbliche diventano spettacoli. Il re si mostra in processioni fastose, circondato da simboli che evocano la potenza divina. La popolazione partecipa non per costrizione, ma per fascinazione. Il falso qui non è inganno. È teatro politico.

Rispetto agli imperi precedenti, la Grecia introduce un'altra dimensione fondamentale: la competizione narrativa. Poiché non c’è un’unica autorità che controlla il discorso, la propaganda diventa un’arte raffinata. L’oratore deve essere abile. Il re deve essere spettacolare. Il mito deve essere credibile. Questo crea una forma di falsificazione più complessa, perché non esiste una fonte incontestabile. Si gioca sulla capacità di convincere, non sull’obbligo di obbedire.

Ma questa libertà apparente ha un costo. La propaganda greca, essendo legata alla parola, può cambiare rapidamente, trasformarsi, essere ribaltata. La contro-narrazione è sempre possibile. Una decisione presa in assemblea può essere rovesciata nella successiva. Un mito celebrato può essere ridicolizzato da un commediografo. La fragile verità democratica è esposta alla retorica, che diventa così un’arma potentissima. Senza un centro stabile, la propaganda diventa instabile, ma anche più incisiva.

In Grecia nasce un fenomeno che sarà centrale nella storia del falso: la capacità della parola di creare la realtà politica. Non perché la parola sia sacra, non perché sia minacciosa, non perché sia moralmente superiore, ma perché è efficace. Chi parla bene, governa. Chi sa manipolare il linguaggio, manipola il comportamento. Qui, l’elemento filosofico è evidente. La propaganda greca anticipa tutte le forme moderne di politica discorsiva, di manipolazione retorica, di gestione delle opinioni.

2.8 – Roma, la propaganda come sistema

Se gli Egizi scolpiscono la verità per renderla eterna, se gli Assiri la urlano attraverso il terrore, se i Persiani la rivestono di moralità, se gli Indiani la illuminano con la pietà e se i Cinesi la fissano nella memoria degli annali, Roma fa qualcosa di diverso: la organizza. Nessuna civiltà del mondo antico costruisce un apparato propagandistico così vasto, così efficiente, così articolato. A Roma, la propaganda non è uno strumento. È un sistema. Un’infrastruttura del potere tanto importante quanto l’esercito, il senato, le leggi, le strade e l’economia. È una macchina complessa che lavora su più livelli contemporaneamente.

Nella Repubblica, la propaganda è ancora competizione tra individui. I generali che tornano da una campagna militare devono convincere il senato a concedere loro il trionfo. Per ottenere questo onore, presentano resoconti delle proprie imprese, spesso esagerando il numero dei nemici uccisi, la difficoltà del terreno, la grandezza della vittoria. Il trionfo stesso è un atto propagandistico: una parata che percorre la città, in cui il generale mostra i prigionieri, gli oggetti saccheggiati, le rappresentazioni delle battaglie. La città non verifica. Guarda e crede.

Con Augusto, la propaganda diventa un apparato stabile. Unisce i modelli precedenti e li supera. Ogni strumento diventa un canale di comunicazione. Le monete diffondono messaggi politici in tutte le province. Le statue dell’imperatore mostrano un volto giovane, sereno, perfetto, anche quando l’uomo reale è invecchiato. Gli Acta Diurna riportano solo le notizie selezionate e approvate. I monumenti celebrano le vittorie, le riforme, la pace. Le Res Gestae, la grande autobiografia politica di Augusto, sono un capolavoro di narrazione selettiva: tutto è vero, ma niente è completo. È un ritratto di sé concepito per la memoria futura.

Immaginiamo un cittadino romano della provincia di Hispania che riceve una moneta con il volto dell’imperatore. Non conosce Augusto, non ha mai visto Roma, non ha partecipato alla guerra civile. Ma quella moneta gli parla. Dice che Roma è forte, che l’imperatore è potente, che l’ordine è stato restaurato. È un messaggio politico integrato nella vita quotidiana. È il vero volto della propaganda romana: non più solo grandi dichiarazioni, ma piccole presenze costanti.

La propaganda romana, come quella cinese, opera su lungo periodo. Non serve solo a governare il presente. Serve a costruire la memoria. Per questo è così potente nel caso della guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio. Ottaviano realizza una delle campagne di disinformazione più raffinate della storia antica. Costruisce l’immagine di Marco Antonio come uomo decaduto, manipolato da Cleopatra, traditore di Roma. Trasforma un conflitto politico interno in una guerra di civiltà contro un Oriente corrotto. E vince. Non solo militarmente, ma narrativamente. La sua versione dei fatti diventa canonica.

La propaganda romana utilizza due strategie fondamentali: la saturazione e la selezione. La saturazione consiste nel riempire lo spazio pubblico di versioni ufficiali, di messaggi coerenti, di immagini rassicuranti. La selezione consiste nel decidere quali fatti mostrare e quali omettere. Tra queste due tecniche, la realtà politica si plasma. Il popolo romano non ha bisogno di credere che tutto ciò che viene detto sia vero. Ha bisogno di sentire che la voce dell’imperatore è la più stabile.

Roma introduce anche una dimensione amministrativa della propaganda. Gli architetti, gli scultori, gli scribi, gli storici ufficiali, persino i magistrati contribuiscono alla costruzione del racconto. Non si tratta più di un intervento occasionale, come nel caso di Ramses o degli Assiri. È un sistema complesso che integra arte, architettura, diritto, religione, cerimonie, monete, iscrizioni, storiografia. Per questo la propaganda romana ha un impatto maggiore e più duraturo di tutte le altre.

Roma non crea solo una narrazione. Crea il prototipo della propaganda di Stato moderna.

2.9 – La memoria falsificata, quando la propaganda diventa storia

A questo punto emerge una domanda fondamentale: che cosa resta della propaganda quando gli imperi crollano? In apparenza, ci aspetteremmo che la verità sopravviva, e che la propaganda scompaia con le istituzioni che l'hanno prodotta. Ma la storia ci mostra il contrario. Ciò che sopravvive, in molti casi, è proprio il racconto ufficiale. La propaganda diventa fonte primaria. La menzogna diventa verità storica. Le falsificazioni si stratificano negli archivi e diventano materia per gli storici futuri.

Ogni volta che un impero impone la propria versione dei fatti, crea un deposito di memoria. Quando l’impero crolla, quel deposito rimane. Le iscrizioni dei faraoni che celebrano vittorie in realtà ambigue diventano testimonianze storiche. I rilievi assiri che esagerano massacri diventano documenti iconografici. Le iscrizioni persiane che presentano Dario come restauratore dell’ordine diventano testi fondativi. Gli editti di Ashoka diventano testimonianza della sua compassione, anche se non ci mostrano le contraddizioni del suo regno. Gli annali cinesi diventano la versione accettata del passato, cancellando alternative. Le Res Gestae di Augusto diventano la base dello studio del suo regno.

La propaganda, fissata nella pietra, nella scrittura o nella memoria istituzionale, sopravvive molto più a lungo della percezione critica che l'ha generata. Il falso diventa un punto di partenza per la ricostruzione storica. E qui sta la tragedia: ciò che era stato progettato per essere utile nel presente diventa vero nel futuro. La menzogna non prova solo a governare gli uomini del proprio tempo, ma condiziona anche la comprensione che gli uomini futuri avranno del passato.

La memoria falsificata, perciò, non è un residuo. È una parte integrante della storia. Gli storici moderni lo sanno bene. Per ogni documento ufficiale, per ogni iscrizione, per ogni annale, occorre chiedersi che cosa è stato nascosto, che cosa è stato trasformato, che cosa è stato distrutto. Dietro ogni narrazione imperiale c'è un contro-racconto mai scritto. Dietro ogni vittoria celebrata c'è un costo non menzionato. Dietro ogni genealogia gloriosa c'è un conflitto omesso.

Se mettessimo accanto le narrazioni ufficiali di tutti gli imperi antichi, vedremmo una struttura comune: l'autorità come filtro di selezione. Non importa quale sia il contesto culturale, linguistico o religioso. Ogni civiltà sceglie che cosa deve essere ricordato e che cosa deve essere dimenticato. La propaganda non è un'aggiunta alla storia. È la storia stessa, vista dal punto di vista del potere.

Ed è proprio questo, più di qualunque altra cosa, che rende la propaganda antica così importante per comprendere le fake news contemporanee. Lungi dall'essere un fenomeno nuovo, le false notizie sono un’eredità millenaria. La differenza è che oggi circolano in uno spazio più ampio, più rapido, più incontrollabile. Ma la loro struttura mentale, la loro funzione, la loro efficacia, sono le stesse. Come gli antichi imperatori, anche oggi chi controlla la narrazione controlla la percezione del reale. E chi controlla la percezione del reale controlla il mondo.

2.10 – Il falso utile e il vero funzionale

A questo punto, osservando il percorso compiuto dalle civiltà dell’antichità, possiamo riconoscere un filo conduttore che non è un semplice motivo narrativo, ma un principio antropologico. Dall’Egitto dei faraoni alla Mesopotamia assira, dalla Persia moralizzatrice all’India pietosa di Ashoka, dalla Cina degli annali che riscrivono il tempo alla Grecia che trasforma la retorica in decisione politica, fino a Roma che organizza la propaganda come apparato, emerge una costante: il falso non nasce come negazione del vero, ma come sua funzione. È uno strumento operativo, un mezzo attraverso il quale il potere struttura il mondo e lo rende governabile. Non si tratta di un accidente o di una deviazione dall’ordine naturale. È una caratteristica intrinseca della vita collettiva.

Le società antiche, come tutte le società, vivono immerse in una quantità di fenomeni che non possono controllare. Guerre, carestie, epidemie, successioni politiche, rivolte, cataclismi naturali, alleanze incerte. Ogni evento può incrinare l’equilibrio, mettere in discussione l’autorità, aprire la possibilità del caos. Il potere deve rispondere non solo con strumenti materiali, ma con strumenti simbolici. Deve trasformare l’incertezza in un ordine narrativo. Il falso utile è esattamente questo: la capacità di modellare il senso di ciò che accade in modo da rendere la realtà sopportabile, prevedibile, governabile.

Questa funzione del falso non è soltanto politica. È antropologica. Gli esseri umani hanno bisogno di storie che diano significato a ciò che vivono. Le storie ufficiali degli imperi sono solo una versione più articolata del bisogno umano di far coincidere l’esperienza con un racconto coerente. La differenza è che il potere dispone di strumenti per imporre la propria versione del racconto. E questi strumenti, nelle civiltà antiche, sono straordinariamente pervasivi: i templi egizi con le loro pareti scolpite, i palazzi assiri con i loro rilievi di terrore, le montagne persiane che portano iscrizioni monumentali, le rocce dell’India che diffondono messaggi etici, gli archivi cinesi che custodiscono memorabili revisioni del passato, le agorà greche dove la parola costruisce consenso, le monete e i monumenti romani che ripetono all’infinito l’immagine del potere.

Ciò che appare più sorprendente, vista da vicino questa storia, non è che la propaganda esista, ma che sia stata così efficace. E lo è stata non solo perché il potere controllava gli strumenti di comunicazione, ma perché gli individui, immersi in quella narrazione, avevano bisogno che la narrazione funzionasse. Il popolo egizio aveva bisogno che Ramses fosse invincibile, perché un mondo in cui il faraone perde è un mondo senza ordine. I sudditi assiri avevano bisogno di credere che il loro re fosse terribile, perché solo un re temuto poteva mantenere l’unità. I cittadini persiani avevano bisogno di credere che il loro sovrano fosse giusto, perché senza giustizia non si poteva governare un impero multiculturale. I sudditi maurya avevano bisogno della pietà, i cinesi dell’ordine morale, i greci della retorica efficace, i romani della stabilità.

Il falso utile nasce quindi da un patto implicito tra potere e popolo. Non è solo imposto dall’alto, è anche accettato dal basso. È una forma di cooperazione simbolica, che permette alla vita collettiva di scorrere senza crollare nella frammentazione delle versioni. Questo non significa che gli individui fossero ingenui. Significa che il bisogno di ordine prevale spesso sul bisogno di precisione. Quando le informazioni scarseggiano, quando la distanza tra governanti e governati è grande, quando il mondo appare minaccioso, il racconto ufficiale diventa un porto sicuro. La sua funzione è più psicologica che cognitiva: stabilizza, rassicura, protegge.

Ma qui si apre la questione più profonda di tutto il capitolo. Se il falso è così utile, che cosa resta del vero? Se la verità politica non coincide con la verità dei fatti, come possiamo distinguere l’una dall’altra? La risposta non è semplice, perché il concetto stesso di verità, nelle società antiche, non ha ancora la forma moderna di corrispondenza oggettiva. Il vero non è ciò che descrive fedelmente la realtà, ma ciò che mantiene l’ordine del mondo. Il falso non è ciò che distorce i fatti, ma ciò che minaccia la stabilità collettiva.

La distinzione moderna tra vero e falso, tra informazione e disinformazione, tra fatto e propaganda, è frutto di un percorso storico lungo, che inizia davvero solo nel mondo tardo-antico e medievale, quando la scrittura si diffonde maggiormente, quando nascono nuove forme di autorità religiose e politiche, quando il conflitto tra interpretazioni diventa più visibile. Ma nelle società che abbiamo analizzato, il criterio di valutazione non è la corrispondenza ai fatti. È la funzionalità. È l’efficacia simbolica. È la capacità di sostenere la coesione del gruppo.

Le false notizie degli antichi imperi non sono solo errori o manipolazioni. Sono forme di sopravvivenza politica. Sono dispositivi culturali che permettono a civiltà complesse di mantenere un’identità, di superare crisi, di legittimare trasformazioni. Non sono alternative alla verità. Sono la verità possibile in un mondo in cui l’accesso diretto ai fatti è limitatissimo, e in cui la narrazione è l’unico mezzo per creare un senso condiviso.

Eppure, proprio questa efficacia del falso pone le basi del problema che esploderà nei secoli successivi: quando la propaganda funziona troppo bene, la società dimentica che si tratta di propaganda. Il racconto ufficiale diventa naturale, evidente, scontato. Le sue omissioni diventano invisibili. Le sue esagerazioni diventano normali. Le sue distorsioni diventano parte dell’identità. La memoria falsificata finisce per confondersi con la storia stessa. E a quel punto, la possibilità di distinguere tra vero e falso si riduce drasticamente.

Questo fenomeno non scomparirà mai del tutto, neppure con la diffusione della scrittura alfabetica, della filosofia, della storiografia critica. Ma nel mondo medievale e cristiano assumerà una nuova forma, più complessa e più paradossale. Da un lato, si sviluppa una nuova idea di verità, più razionale, più astratta, più legata alla testimonianza e alla coerenza logica. Dall’altro, la religione introduce un nuovo tipo di verità rivelata, che diventa immediatamente oggetto di contesa, interpretazione, distorsione. La propaganda antica, basata sulla figura del sovrano, lascia il posto a una propaganda teologica basata sulla figura del testo sacro. E il falso non scompare. Cambia soltanto veste.

Lo vedremo nel prossimo capitolo. Ma una cosa deve essere chiara sin da ora: la storia delle false notizie non è la storia delle illusioni di un popolo ingenuo. È la storia della costruzione sociale del senso. È la storia dei modi in cui le società decidono che cosa è vero quando non possono permettersi di attendere la verifica dei fatti. È la storia del rapporto tra autorità e immaginazione, tra potere e racconto, tra necessità politica e psicologia collettiva. È la storia di noi stessi, perché nulla di ciò che accade oggi, nell’epoca dell’abbondanza informativa, può essere compreso senza riconoscere che le fondamenta della disinformazione sono state gettate molto prima. Nello splendore dei templi egizi, nelle ombre dei palazzi assiri, sulle rocce della Persia, nelle piazze greche, nei fori romani, nelle sale di archivio cinesi. È lì che la verità politica prende forma. È lì che il falso impara a vestirsi da ordine, da giustizia, da pietà, da logica, da stabilità. È lì che comincia tutta la storia che ora, finalmente, possiamo raccontare.

CAPITOLO 3 – Il Medioevo e la nascita della verità rivelata

3.1 – Un mondo che cambia, un nuovo tipo di verità

Con il crollo dell’Impero romano d’Occidente, la struttura della propaganda antica non scompare, ma si dissolve e si trasforma. La pietra su cui gli imperatori incidevano le proprie imprese diventa materiale di riuso per nuove costruzioni; i monumenti trionfali perdono il loro significato originario e vengono reinterpretati in chiave cristiana; le monete continuano a circolare, ma il loro potere narrativo svanisce con l’indebolirsi del centro politico che le produceva. Il mondo antico, con le sue verità scolpite, con le sue cerimonie, con le sue narrazioni ufficiali, lascia spazio a un mondo fratturato, in cui le informazioni circolano lentamente, in cui l’autorità è dispersa in mille centri e in cui la paura del caos diventa nuovamente un elemento dominante della vita collettiva.

In questo nuovo contesto, non è più possibile per un sovrano imporre la propria voce attraverso un apparato centralizzato come quello romano. Le strutture amministrative crollano, le strade diventano insicure, i rapporti epistolari si riducono, la possibilità stessa di costruire un racconto unificato del reale scompare quasi del tutto. Eppure, proprio in questa dispersione, nasce una forma di verità molto più potente, perché non si fonda sulla visibilità del sovrano, ma sulla sacralità del testo.

Il cristianesimo introduce nella storia un cambiamento radicale: la verità non è più ciò che il potere dichiara, ma ciò che Dio rivela. Questa trasformazione non è soltanto religiosa. È epistemologica. Trasforma il modo in cui gli uomini comprendono il mondo, il modo in cui interpretano gli eventi, il modo in cui distinguono tra vero e falso. La verità non appartiene più alla parola del sovrano, appartiene alla Scrittura. E la Scrittura, proprio perché rivelata, non può essere contraddetta. La propaganda politica cede il passo alla propaganda teologica. Gli imperi antichi dicevano: è vero ciò che il re afferma. Il Medioevo cristiano dice: è vero ciò che Dio ha scritto.

Ma chi interpreta la Scrittura? Chi decide che cosa essa significa? Chi stabilisce quando una dottrina è corretta e quando è falsa? Qui si innesta l’elemento più potente e più delicato della propaganda medievale: la mediazione ecclesiastica. Il clero diventa il nuovo custode della verità. Non è un caso che i primi secoli medievali siano attraversati da dispute teologiche, da concìli che discutono ogni parola dei testi sacri, da scomuniche inflitte non per motivi politici, ma per motivi dottrinali. La verità rivelata deve essere difesa. La sua definizione diventa un campo di battaglia.

Immaginiamo un villaggio dell’Europa del VI secolo. La popolazione è analfabeta. Conosce la Scrittura solo attraverso le omelie del prete. La sua comprensione del mondo dipende dalla voce di chi parla a nome di Dio. In questo contesto, la propaganda assume una forma completamente diversa da quella degli imperi antichi. Non è più scolpita nella pietra. È incarnata nella parola del sacerdote. Le false notizie, se possiamo ancora chiamarle così, non sono racconti spontanei di prodigi, né proclamazioni ufficiali di sovrani. Sono interpretazioni teologiche. Sono ammonimenti morali. Sono narrazioni che collegano ogni evento naturale a un disegno divino.

Un raccolto scarso non è più soltanto un problema economico. È un segno. Una pestilenza non è più solo un fenomeno biologico. È una punizione. Una cometa non è più un corpo celeste. È un monito. La propaganda medievale non cerca di rassicurare. Cerca di spiegare. E la spiegazione passa attraverso il linguaggio della colpa e della redenzione. A differenza dei faraoni che dichiaravano la propria invincibilità, o dei re persiani che si presentavano come garanti dell’ordine morale, il clero medievale si rivolge alla popolazione dicendo: il mondo è fragile, peccatore, instabile. E la soluzione non è credere al potere umano, ma sottomettersi al potere divino.

Questa trasformazione produce un cambiamento radicale nel modo in cui si diffondono le false notizie. Gli antichi imperi avevano un interesse evidente a presentarsi come forti. Il Medioevo cristiano ha un interesse altrettanto evidente a presentare il mondo come bisognoso di redenzione. Il falso non ha più la forma della vittoria, ma quella della minaccia. Il male è ovunque: negli eretici, nelle superstizioni, nei culti pagani, nei segni celesti, nelle malattie. La propaganda medievale costruisce una cosmogonia morale. Ogni evento ha un significato. Ogni anomalia è un segno.

Nel tempo, questa nuova forma di verità dà vita a fenomeni che segneranno profondamente l’immaginario occidentale: persecuzioni contro eretici e streghe, demonizzazione di minoranze religiose, interpretazioni apocalittiche di disastri naturali, credenze in interventi angelici o demoniaci. Ma ciò che importa, per il nostro tema, è comprendere il meccanismo. Se nell’antichità la propaganda organizzava il mondo per preservare l’ordine esteriore, nel Medioevo la propaganda organizza il mondo per preservare l’ordine interiore. Il potere non si presenta come garante della stabilità politica, ma come guida morale. Le false notizie assumono allora la forma di ammonimenti, di visioni, di interpretazioni religiose. Il falso non rassicura. Spaventa. E proprio nella paura trova la sua forza.

Questo passaggio è fondamentale per comprendere lo sviluppo successivo della disinformazione. Laddove gli antichi imperi cercavano di consolidare il potere attraverso la gloria, il Medioevo lo consolida attraverso la colpa. L’uomo antico temeva la sconfitta politica. L’uomo medievale teme la dannazione eterna. E questo spostamento dalla dimensione esterna a quella interiore apre la via a un nuovo tipo di manipolazione del vero: la manipolazione della coscienza.

La propaganda non deve più convincere che un sovrano è forte, o che un impero è giusto. Deve convincere che la vita terrena è solo una prova. Che gli eventi non possono essere compresi senza riferimento a un piano superiore. Che ogni difficoltà è un invito alla fede. In questo orizzonte, la falsa notizia non è un’invenzione, ma una lettura. Non dice ciò che non è accaduto, ma ciò che un evento significa. Il Medioevo non falsifica i fatti, falsifica il senso dei fatti. E lo fa con una forza tale da modellare secoli di immaginario collettivo.


3.2 – La Chiesa come custode della verità e produttrice di narrazioni

Quando la Chiesa emerge come istituzione dominante, essa assume progressivamente il ruolo che nell’antichità apparteneva agli imperi. Ma a differenza di questi ultimi, la sua autorità non dipende dal controllo territoriale, bensì dal controllo simbolico. La Chiesa non governa con gli eserciti, governa con le categorie del bene e del male. In questo contesto, la propaganda assume un carattere più raffinato. Non si limita a proporre una versione degli eventi, ma propone una versione del mondo.

Il riferimento costante alla Scrittura permette alla Chiesa di presentare le proprie narrazioni come verità assolute, non contestabili. Se il sovrano antico diceva: è vero perché lo dico io, il clero medievale dice: è vero perché è scritto. La differenza è enorme. Il testo diventa un oggetto sacro. La sua interpretazione diventa un compito esclusivo. E chiunque proponga una versione alternativa non è solo un dissidente politico, ma un eretico. L’eresia diventa la nuova forma di menzogna. E come tale, deve essere repressa.

Le prime dispute cristologiche, le controversie sulla natura di Cristo, sull’autorità del vescovo di Roma, sulla validità di alcuni testi apocrifi, mostrano già questa dinamica. Ogni interpretazione diversa è vista come minaccia alla comunità. Il falso non è più solo affermazione errata, è pericolo spirituale. Da questo punto di vista, la propaganda medievale è più rigida di quella antica, perché pretende un’adesione totale. Non chiede solo fedeltà politica, chiede fedeltà ontologica. Chiede di credere a un mondo ordinato secondo leggi divine.

Immaginiamo un predicatore itinerante in un villaggio alpino dell’XI secolo. La popolazione ascolta la sua omelia sulla punizione del peccato. Racconta di città distrutte perché gli abitanti erano caduti nella dissolutezza, parla di spiriti maligni che infestano le case dei superbi, narra di miracoli che confermano la verità della fede. La sua intenzione non è ingannare nel senso moderno del termine. È guidare. È mostrare che la realtà ha una struttura morale. Ma nella misura in cui questi racconti mescolano elementi veri e leggende, fatti e interpretazioni, diventano essi stessi terreno per la diffusione di false notizie.

Il Medioevo cristiano crea così una forma di propaganda che non si basa sull’invenzione, ma sull’interpretazione totale del reale. Non c’è fatto che non sia segno. Non c’è evento che non sia messaggio. Non c’è disastro che non sia ammonimento. Questo modo di vedere non elimina le vecchie forme di disinformazione spontanea. Le amplifica. Le incanala. Le rende parte di un sistema più ampio. Le meraviglie, gli annunci prodigiosi, le apparizioni, i miracoli, diventano strumenti pedagogici. Sono verità utili, anche quando non sono verità fattuali.

Questo spostamento epistemologico prepara il terreno per fenomeni sempre più complessi e più oscuri: crociate motivate da interpretazioni divine, demonizzazione degli ebrei come portatori di mali collettivi, movimenti ereticali repressi con una retorica del contagio spirituale, epidemie lette come punizioni, comete come annunci dell’Apocalisse. In tutte queste narrazioni c’è un elemento comune: la verità non è questione di verifica. È questione di interpretazione. E l’interpretazione appartiene all’autorità religiosa.

Ma il Medioevo non è solo Chiesa. È anche signori locali, monarchie emergenti, ordini monastici, movimenti popolari. Ognuno di questi soggetti produce la propria narrazione. La verità medievale è polifonica, ma non democratica. È una verità fatta di molte voci, ma tutte vogliono imporre la propria. E in questo coro di interpretazioni, il falso continua a muoversi come un’ombra.

3.3 – Le eresie come false notizie spirituali

Nel cuore del Medioevo, quando la Chiesa ha ormai consolidato il proprio ruolo di custode della verità rivelata, emerge un fenomeno che rivela con chiarezza la natura dinamica e conflittuale della propagazione del vero. L’eresia non è semplicemente un’opinione diversa o una dottrina minoritaria. È una minaccia. Non perché contraddica un’affermazione specifica, ma perché mette in discussione la struttura stessa dell’interpretazione autorizzata. L’eretico è colui che propone un racconto alternativo del mondo, una lettura differente della Scrittura, una visione che rompe l’unità simbolica della comunità cristiana. E proprio per questo, la sua parola diventa una forma di falsa notizia. Non falsa nel senso moderno, ma falsa nel senso medievale: pericolosa, divisiva, destabilizzante.

Il Medioevo non distingue tra errore intellettuale e colpa morale. Chi si sbaglia sulla natura di Cristo, sulla transustanziazione o sulla validità dei sacramenti, non commette un semplice errore speculativo. Compie un peccato, e un peccato pubblico. Propone una narrazione sbagliata che rischia di traviare gli altri. È qui che nasce la logica inquisitoriale: non serve attendere che l’eresia faccia danni. Basta la possibilità. La parola eretica è una scintilla che può incendiare la comunità.

Immaginiamo un predicatore catàro che parla in una casa privata nel sud della Francia. La sua dottrina dualista propone un mondo diviso tra bene assoluto e male assoluto, rifiuta i sacramenti, mette in discussione la struttura della Chiesa. Chi lo ascolta, spesso contadini o mercanti, trova in quella dottrina una spiegazione più semplice e radicale del male nel mondo. In quelle parole c’è un potere narrativo che la Chiesa teme. Non perché il loro contenuto sia più convincente, ma perché sono parole non controllate. Sono parole che non passano attraverso l’autorità.

Ma l’aspetto più significativo, per il nostro tema, non è la dottrina in sé. È il modo in cui la voce eretica viene raccontata. La Chiesa inizia a descrivere gli eretici con un linguaggio sempre più drammatico. Non sono più solo coloro che sbagliano. Sono coloro che seducono, che contagiano, che corrompono, che insinuano il male nelle menti dei fedeli. La retorica dell’eresia come malattia è una delle prime grandi narrazioni di panico morale della storia. L’eretico è presentato come un virus che circola nella comunità. Un pericolo invisibile, perché non parla come un nemico esterno, ma come un fratello.

In questo senso, l’eresia diventa una forma di falsa notizia non perché affermi fatti errati, ma perché offre un senso alternativo della realtà. Il Medioevo non teme l’inaccuratezza. Teme la narrazione alternativa. Teme che il popolo possa accogliere una versione del reale che non passi attraverso la mediazione ecclesiastica. Teme che si possa leggere la Bibbia senza il filtro dei Padri della Chiesa, che si possa interpretare il mondo senza ricorrere ai canoni stabiliti.

È questa paura che alimenta la nascita dell’Inquisizione. I processi inquisitoriali non cercano tanto di stabilire la verità fattuale di un’accusa. Cercano di individuare le fonti del dissenso narrativo. Vogliono sapere chi diffonde la dottrina, dove si incontrano gli adepti, quali testi circolano. Vogliono distruggere la rete di significati che sostiene l’eresia. Il falso non è il contenuto. È la rete.

La propaganda medievale anti-ereticale non si limita a condannare. Crea figure. Il catàro diventa un adoratore del demonio. Il valdéso un sobillatore sociale. L’albigese un distruttore della pace. In queste immagini c’è una dinamica antica: la costruzione del nemico interno. Una strategia che vedremo ripetersi infinite volte nella storia delle fake news. Quando un gruppo sociale viene trasformato in minaccia simbolica, la sua eliminazione diventa un atto di difesa. E la difesa, nel Medioevo, è sempre difesa della verità.

La repressione delle eresie è quindi uno dei primi esempi di uso sistematico della disinformazione per consolidare il potere. Non perché la Chiesa inventi fatti inesistenti, ma perché trasforma interpretazioni in dogmi, dubbi in pericoli, opinioni in flagelli. La falsa notizia non è più un evento, ma un’interpretazione sbagliata. E l’interpretazione sbagliata non può circolare. Deve essere estirpata.


3.4 – Le Crociate, la propaganda come mobilitazione di massa

Se l’eresia rappresenta il nemico interno, le Crociate rappresentano il nemico esterno. Per la prima volta nella storia europea, un movimento militare su scala continentale viene mobilitato quasi esclusivamente attraverso una narrazione. Le Crociate non nascono da un’esigenza strategica immediata, né da un reale pericolo militare. Nascono da un racconto: il racconto della Terra Santa profanata, dei pellegrini offesi, del Santo Sepolcro minacciato, della cristianità lacerata. È una narrazione potente, capace di muovere masse, di trasformare contadini in guerrieri, di spingere famiglie intere a vendere terre e case per imbarcarsi in un viaggio senza ritorno.

Quando nel 1095 papa Urbano II pronuncia il famoso discorso di Clermont, non presenta un’analisi geopolitica. Presenta un quadro narrativo. Racconta di fratelli cristiani in Oriente perseguitati dai musulmani, di chiese profanate, di violenze contro i pellegrini. La veridicità di questi racconti è difficile da verificare, e in molti casi è stata ampiamente esagerata. Ma ciò che importa è il loro potere emotivo. Non si chiede ai fedeli di verificare. Si chiede loro di rispondere. La propaganda qui non è semplice disinformazione. È mobilitazione.

Immaginiamo un contadino francese dell’XI secolo, seduto al margine della piazza durante la predicazione di un legato pontificio. Ascolta parole che parlano di sofferenze lontane, di doveri verso Dio, di una promessa incredibile: la remissione dei peccati. Non ha alcuna conoscenza diretta del Medio Oriente, non sa che i rapporti tra cristiani e musulmani sono spesso più complessi e ambigui di quanto gli venga detto. Ma sente che la sua vita, fino a quel momento immersa nella ripetizione delle stagioni, può acquistare improvvisamente un significato più grande. La narrazione crea uno slancio. La falsa notizia, se vogliamo usare questa espressione, non è un’invenzione precisa. È una interpretazione amplificata che rende irresistibile l’idea del viaggio.

Le Crociate mostrano il potere della propaganda medievale di unire elementi religiosi, morali, emotivi e politici in una narrazione unica. Ogni crociata viene presentata come necessaria, come giusta, come voluta da Dio. Le sconfitte diventano prove della fede, i massacri diventano purificazioni, le razzie diventano atti di redenzione. Perfino la violenza più brutale, come il massacro di Gerusalemme nel 1099, viene raccontata come trionfo della giustizia divina. La propaganda medievale non elimina il sangue. Lo interpreta.

Il falso utile che nel mondo antico serviva a consolidare il potere ora serve a muovere le masse. E il vero funzionale che nell’antichità serviva a dare ordine al mondo ora serve a giustificare la guerra. È un salto qualitativo. La propaganda non mira più solo a legittimare un sovrano o a spiegare un evento. Mira a trasformare la percezione collettiva a tal punto che intere popolazioni siano disposte a sacrificare la propria vita.

Da questo punto di vista, le Crociate sono un momento decisivo nella storia della disinformazione. Per la prima volta, il falso non riguarda un evento specifico, ma una costruzione globale. L’Oriente musulmano diventa un luogo immaginario, pieno di insidie, di violenze, di pericoli morali. I musulmani diventano un popolo monolitico, crudeli, idolatri, nemici della fede. Questa immagine non ha nulla a che fare con la realtà, che era molto più sfumata e complessa. Ma ha un potere narrativo enorme. E quel potere rimarrà per secoli.


3.5 – La costruzione del nemico: ebrei, musulmani, streghe

Al cuore della propaganda medievale c’è un meccanismo che attraversa tutte le epoche della disinformazione: la costruzione del nemico. Quando una società vive nell’incertezza, quando le istituzioni non riescono a garantire stabilità, quando le epidemie devastano la popolazione e le carestie diventano frequenti, è naturale cercare un colpevole. Il Medioevo non fa eccezione. Ma ciò che distingue questa epoca è la sistematicità con cui alcuni gruppi vengono trasformati in nemici simbolici. La propaganda medievale ha bisogno di figure che incarnino il male. E il male, per essere efficace, deve essere riconoscibile.

Gli ebrei diventano uno dei bersagli privilegiati di questa costruzione. La loro fede, diversa da quella cristiana, viene interpretata come rifiuto della verità. La loro presenza nelle città, come minoranza spesso legata al commercio e alla finanza, li rende visibili e vulnerabili. Le accuse che circolano contro di loro sono un catalogo impressionante di false notizie: omicidi rituali di bambini cristiani, profanazioni dell’ostia, alleanze con il demonio, diffusione di epidemie attraverso i pozzi. Nessuna di queste accuse ha fondamento. Ma il loro potere simbolico è enorme. Trasformano una comunità reale in un nemico immaginario.

La stessa dinamica riguarda i musulmani. Nel contesto delle Crociate, la figura del musulmano viene caricata di significati simbolici che non corrispondono alla realtà. È descritto come idolatra, crudele, traditore. La propaganda non ha bisogno di precisione. Ha bisogno di polarizzazione. Ogni caratteristica negativa serve a rendere la guerra più legittima. Il nemico non è un avversario politico. È una minaccia al divino. E questa trasformazione simbolica permette di giustificare qualsiasi violenza.

Ma la forma più inquietante della costruzione del nemico nel Medioevo riguarda le streghe. La stregoneria non è un fenomeno antico come spesso si crede. È un prodotto culturale tardomedievale, nato dall’incrocio tra paure popolari, interpretazioni teologiche e ansie sociali. Le streghe diventano il simbolo di un ordine naturale minacciato. Sono accusate di danneggiare i raccolti, di provocare malattie, di sedurre gli uomini, di allearsi con il demonio. E non importa che la maggior parte delle persone accusate siano donne fragili, vedove, povere, isolate. La propaganda medievale non guarda agli individui. Guarda ai simboli.

Il punto centrale è che in tutti questi casi il nemico non esiste nella forma in cui viene descritto. È un’invenzione narrativa. Una falsa notizia collettiva. Una costruzione ideologica che risponde al bisogno della società di trovare spiegazioni semplici per fenomeni complessi. Se la peste arriva, qualcuno deve averla portata. Se il raccolto è scarso, qualcuno deve averlo maledetto. Se la fede sembra in pericolo, qualcuno deve complottare contro di essa.

In tutte queste narrazioni c’è una dinamica psicologica che anticipa perfettamente la disinformazione moderna: la falsa notizia funziona perché offre un nemico chiaro. Il vero è incerto, complesso, ambiguo. Il falso è semplice. E la semplicità è rassicurante. La propaganda medievale, costruendo nemici che non esistono, offre alle società spaventate una via di fuga dalla complessità. Ma questa via è costruita su un abisso morale.

Le persecuzioni, i roghi, i pogrom, le crociate, le inquisizioni non sono solo eventi storici. Sono il prodotto di narrazioni che hanno trasformato il falso in giustificazione. Sono il segno più evidente che quando la verità si piega al potere o alla paura, il prezzo è sempre pagato dai più deboli.

3.6 – Epidemie, comete e disastri naturali come false notizie cosmiche

Tra le molte forme di disinformazione medievale, nessuna è più rivelatrice della mentalità dell’epoca quanto la lettura simbolica dei fenomeni naturali. Nel Medioevo la natura non è materia neutra. È linguaggio. È un codice attraverso cui il divino parla agli uomini, ammonisce, punisce, avverte. Ogni evento naturale significativo viene interpretato come messaggio. E ogni messaggio, proprio perché interpreta l’intero ordine del mondo, diventa immediatamente terreno fertile per narrative collettive che oggi chiameremmo false notizie cosmiche.

Prendiamo le epidemie. La peste, che ritorna in Europa a più riprese, è un fenomeno biologico devastante che colpisce rapidamente intere comunità. Per gli uomini del tempo, però, la peste non è solo una malattia. È un segno. La sua origine è interrogata non attraverso osservazione empirica, ma attraverso la domanda morale: che cosa abbiamo fatto per meritare questo flagello. Nelle cronache compaiono interpretazioni che collegano la malattia a peccati collettivi, a deviazioni morali, a comportamenti ritenuti disordinati. A volte sono peccati sessuali, altre volte è l’avarizia, altre ancora è la mancanza di fede. La peste diventa un testo da interpretare. E ogni interpretazione genera racconti, voci, sospetti.

Immaginiamo una città italiana colpita dal grande morbo del XIV secolo. Le campane suonano senza sosta, le strade sono quasi vuote, i cadaveri vengono portati fuori dalle case come oggetti pericolosi. La popolazione cerca spiegazioni. Alcuni dicono che l’aria è stata avvelenata da esalazioni nocive provenienti dall’Oriente. Altri dicono che la peste è stata portata dagli ebrei che hanno avvelenato i pozzi. Altri ancora dicono che tutto è iniziato perché qualcuno ha bestemmiato in pubblico. La paura alimenta la fantasia. La fantasia diventa racconto. Il racconto diventa verità condivisa. La vera origine del contagio non è accessibile. Ma il senso morale del contagio appare chiaro a tutti.

Questo tipo di interpretazione non riguarda solo le epidemie. Anche le comete, e in generale gli eventi astronomici, assumono nel Medioevo un significato simbolico. Una cometa che attraversa il cielo non è un corpo celeste che segue un’orbita. È un presagio. Annuncia la morte di un re, la caduta di una città, l’arrivo della carestia. La cometa di Halley del 1066 viene interpretata come segno della sconfitta anglosassone a Hastings. La cometa del 1456 viene letta come presagio di invasioni ottomane. Non importa quale sia la causa astronomica. Importa l’effetto narrativo.

Questa forma di disinformazione non è inganno deliberato. È interpretazione assoluta. Il Medioevo non si limita a osservare i fatti. Cerca il loro significato profondo. Il mondo è un libro scritto da Dio. E se il libro contiene un capitolo oscuro, quel capitolo deve significare qualcosa. Questo meccanismo rende la società vulnerabile a false spiegazioni, ma allo stesso tempo crea una coerenza simbolica che rassicura. Le comete, le eclissi, i terremoti diventano portatori di senso. Sono notizie del cielo.

Le false notizie cosmiche non nascono dal nulla. Nascono dal bisogno di inserire gli eventi naturali in una narrazione morale. Quando un terremoto distrugge una città, i cronisti parlano di peccati che l’hanno preceduto. Quando una carestia colpisce un intero regno, si cercano colpevoli interni o esterni. La natura stessa viene trasformata in protagonista morale della storia. E questo produce una forma di disinformazione che non mira a ingannare, ma a spiegare. Spiega male, certo, ma risponde a un bisogno psicologico.

In questo contesto, il falso non è un errore. È un ponte. Permette di attraversare il caos. Offre significati immediati a fenomeni che, altrimenti, resterebbero incomprensibili. E la comprensione, anche quando è sbagliata, è preferibile al vuoto interpretativo. L’uomo medievale teme più il non capire che l’interpretare male.

3.7 – La lenta nascita della verifica: università, cronisti, scettici

Nonostante questo predominio dell’interpretazione simbolica, il Medioevo non è un’epoca priva di spirito critico. Al contrario, proprio in questo periodo nascono le prime forme di verifica sistematica delle informazioni. Non sono ancora verifiche nel senso moderno del termine. Sono tentativi, a volte ingenui, a volte straordinariamente sofisticati, di distinguere tra ciò che appare plausibile e ciò che appare costruito.

Le università, che sorgono nel XII e XIII secolo, diventano i luoghi in cui la disputa intellettuale assume una forma regolata. Non tutto ciò che viene detto può essere accettato senza discussione. I maestri devono argomentare, dimostrare, rispondere. La logica aristotelica viene riscoperta. La dialettica diventa uno strumento di controllo. Non si tratta ancora di una scienza empirica, ma è il primo passo verso la razionalizzazione del discorso.

Nelle aule dell’Università di Parigi, uno studente ascolta un maestro che spiega la differenza tra argomentazione valida e argomentazione fallace. Non è un semplice esercizio teorico. È una rivoluzione cognitiva. Per la prima volta, la verità non è solo ciò che dicono i testi sacri, ma ciò che può essere difeso con ragionamento. E questo ragionamento, poco a poco, apre un varco nella struttura simbolica del Medioevo. Le false notizie, che prima circolavano senza ostacoli, iniziano a essere interrogate.

La nascita della storiografia medievale contribuisce a questo processo. I cronisti, pur essendo spesso monaci e quindi legati alla visione teologica del mondo, iniziano a raccogliere informazioni con una certa attenzione. Confrontano fonti, annotano date, distinguono tra voci e fatti. Non sono ancora storici critici, ma non sono nemmeno semplici ripetitori di leggende. La loro opera getta le basi per una cultura del controllo narrativo.

C’è poi un altro fenomeno fondamentale: la nascita dello scetticismo. Alcuni intellettuali iniziano a dubitare delle interpretazioni troppo semplici, troppo simboliche. Mettono in discussione i miracoli, interrogano le visioni, chiedono prove. Il loro scetticismo non è ateismo. È prudenza. È un tentativo di evitare che la credulità collettiva generi caos sociale.

Queste nuove forme di verifica non eliminano la disinformazione medievale. Ma ne modificano i contorni. Introducono la possibilità di un dubbio. Non più un dubbio teologico, ma un dubbio metodologico. Un dubbio che prepara la strada alla nascita della scienza moderna, alla rivoluzione dell’osservazione, alla separazione tra ciò che si crede e ciò che si può dimostrare.

Il Medioevo, quindi, non è solo il regno della falsa notizia. È anche il luogo in cui si gettano i semi della sua futura confutazione.

3.8 – Conclusione: verso la modernità della disinformazione

Arrivati alla fine di questo capitolo, possiamo riconoscere una dinamica che percorre in modo continuo tutto il Medioevo: la tensione tra interpretazione e verifica, tra simbolo e testo, tra paura e ragione. Le false notizie medievali non nascono dalla volontà di ingannare. Nascono dalla necessità di comprendere. Sono risposte narrative a un mondo instabile, che appare continuamente minacciato da forze oscure. Sono strutture simboliche che permettono di dare un ordine al caos.

Il Medioevo eredita dalla tarda antichità la convinzione che il mondo sia attraversato da segni. E questa convinzione genera una forma di disinformazione che non riguarda la manipolazione dei fatti, ma la loro interpretazione. La peste non è un fenomeno sanitario, ma un castigo. La cometa non è un corpo celeste, ma un annuncio. L’eretico non è un dissidente, ma un contagio. Il musulmano non è un avversario politico, ma un nemico della fede. L’ebreo non è un vicino, ma un colpevole nascosto. La strega non è una donna marginalizzata, ma una serva del demonio.

Eppure, proprio in questo mondo segnato da simbologie rigide e narrative totalizzanti, nascono le prime forme di verifica. Le università sviluppano strumenti per discutere, i cronisti iniziano a confrontare fonti, gli scettici introducono la domanda fondamentale: che cosa sappiamo davvero. Il Medioevo non elimina il falso, ma prepara il terreno per la sua futura contestazione.

Il passaggio alla modernità sarà segnato da una trasformazione radicale: la diffusione della stampa, la nascita dell’opinione pubblica, l’emergere degli Stati nazionali, l’aumento vertiginoso della circolazione delle informazioni. Il falso non sarà più soltanto un’interpretazione simbolica. Diventerà un prodotto politico. Una strategia. Un’arma. E proprio perché il mondo moderno è più informato, sarà anche più vulnerabile.

Il prossimo capitolo ci condurrà in quel mondo nuovo. Un mondo che crede di aver superato le ingenuità medievali, ma che in realtà ha solo cambiato forma. Un mondo che si prepara a diffondere non più interpretazioni sacre, ma notizie stampate. Non più ammonimenti celesti, ma voci pubbliche. Non più miracoli e segni, ma opinioni e libelli.

Un mondo che scoprirà presto che la verità, quando circola troppo rapidamente, diventa fragile. E che il falso, quando trova strumenti più potenti, diventa pericoloso come non mai.

Intermezzo A – Anatomia della creduloneria (1)

Ci sono momenti nella storia in cui il filo della narrazione si interrompe per lasciare spazio a una domanda più radicale. Non che cosa è stato creduto, ma perché lo è stato. Non quali forme abbiano preso le false notizie nelle diverse epoche, ma da che cosa nasce il desiderio umano di credervi. Dopo aver attraversato i miti dell’antichità, la propaganda degli imperi e le interpretazioni simboliche del Medioevo, dobbiamo fermarci e osservare l’uomo dietro tutta questa trama. Perché senza comprendere la struttura psicologica della creduloneria, ogni capitolo successivo sarebbe una semplice cronologia di tecniche, non una vera storia del falso.

La creduloneria non è un difetto. Non è nemmeno un tratto marginale. È una funzione, un meccanismo profondo, un dispositivo cognitivo che accompagna l’umanità sin dalle origini. Gli esseri umani sono attratti dalle storie non solo perché le storie intrattengono, ma perché organizzano il mondo. Il vero non è mai stato sufficiente a descrivere la complessità della vita. E il falso, più che una distorsione, è spesso un modo di ridurre quella complessità a una forma comprensibile. Per questo, quando una notizia appare chiara, semplice, lineare, ben strutturata, essa conquista. Non importa che sia vera. Importa che funzioni.

La prima radice della creduloneria è il bisogno di senso. L’uomo non tollera il vuoto interpretativo. Ogni fenomeno oscuro, ogni evento improvviso, ogni crisi che interrompe la continuità del vivere quotidiano apre uno spazio doloroso, un silenzio che deve essere riempito. Nel mondo antico il mito colmava questo spazio. Nel Medioevo lo colmava la religione. Oggi lo colmano le narrazioni mediatiche. Ma la logica sottostante è identica. Il falso si insinua dove il vero è fragile. Non perché il falso sia più attraente, ma perché il vero spesso è incompleto, difficile, ambiguo.

La seconda radice è la paura. La paura trasforma l’immaginazione in dispositivo narrativo. Una società impaurita non cerca spiegazioni neutre. Cerca cause. Cerca colpevoli. Cerca ordine. E quando il mondo appare minaccioso, il falso diventa uno strumento per contenere l’angoscia. I mostri medievali che popolavano i margini delle mappe non erano descrizioni zoologiche. Erano proiezioni della paura collettiva. Oggi la stessa struttura mentale si ripresenta nelle teorie complottiste, che non nascono da ignoranza, ma da un disperato bisogno di dare un nome alle forze oscure che si percepiscono ma non si comprendono.

La terza radice è la dissonanza cognitiva. Il vero è spesso in conflitto con ciò che desideriamo credere. Quando un fatto contraddice la nostra visione del mondo, è naturale cercare un modo per attenuare il dolore cognitivo che quella contraddizione produce. Il falso, in questo senso, diventa un balsamo. Una narrativa alternativa che permette di integrare l’incongruo senza rinunciare all’identità. Non è un caso che molti movimenti millenaristi medievali predicassero la fine imminente del mondo proprio nei momenti in cui il mondo sembrava andare avanti normalmente. La catastrofe profetizzata permetteva ai credenti di mantenere un senso di coerenza interna. Il falso proteggeva l’identità.

La quarta radice è l’autorità. Gli esseri umani sono predisposti a fidarsi delle figure che percepiscono come competenti, potenti o sacre. Questo non è un difetto. È un adattamento. In un mondo complesso, nessuno può verificare tutto. La delega è necessaria. Ma la delega apre la porta al falso, perché chiunque occupi la posizione di autorità può trasformare la propria interpretazione in dogma. Nel mondo antico erano i sovrani. Nel Medioevo erano i teologi. Oggi sono i media, i leader politici, gli influencer, gli algoritmi che selezionano per noi ciò che vediamo. La creduloneria non nasce dalla mancanza di intelligenza, ma dalla necessità di affidarsi.

La quinta radice è l’imitazione. Le credenze non si trasmettono solo per logica, ma per contagio sociale. Crediamo a ciò che credono coloro con cui viviamo. La comunità stabilisce il perimetro del plausibile. Ciò che tutti sanno diventa reale per il semplice fatto di essere condiviso. Questo meccanismo è potentissimo e non è affatto antico. Funziona oggi, come ieri. E ogni epoca ha avuto i suoi acceleratori di imitazione. Le prediche medievali lo erano. Le piazze greche lo erano. I giornali dell’età moderna lo saranno. I social network lo sono ora. La velocità non cambia la struttura, ma la amplifica.

La sesta radice è la fascinazione per il meraviglioso. L’uomo desidera credere che esista un oltre. Un piano più grande. Una spiegazione segreta. Che il mondo non sia solo ciò che appare, ma che sia attraversato da correnti nascoste. Questa fascinazione rende vulnerabili alle storie improbabili, ai prodigi, ai miracoli, alle visioni. Molti racconti medievali di santi che camminano sulle acque o di statue che sanguinano non erano percepiti come inganni. Erano risposte a un desiderio di trascendenza. Oggi molte teorie di complotto funzionano allo stesso modo: propongono una realtà parallela che sembra più profonda, più interessante, più rivelatrice della realtà quotidiana.

Infine, la settima radice è il bisogno di semplificazione. Gli esseri umani non sopportano bene la complessità. Quando un fenomeno è composto da molte cause, preferiamo ridurlo a una sola. Quando un evento contiene elementi contraddittori, preferiamo un racconto lineare. Questo bisogno cognitivo è così universale che le false notizie lo sfruttano da sempre. Il Medioevo riduceva la peste a punizione divina. L’età moderna ridurrà le crisi politiche a complotti. Oggi riduciamo fenomeni globali a trame segrete o a manipolazioni di pochi individui. Il falso non vince contro il vero perché è più convincente. Vince perché è più semplice.

Queste radici non appartengono al passato. Appartengono alla struttura mentale dell’essere umano. Ecco perché la creduloneria è ricorrente, persistente, resistente a ogni tentativo di educazione. Non si elimina con la cultura. Non si elimina con la scienza. Non si elimina con l’informazione. Può essere mitigata, ma non cancellata. Perché non nasce dall’ignoranza, ma dal funzionamento stesso della mente. La nostra specie è progettata per riconoscere pattern, per creare narrazioni, per cercare ordine. E ogni volta che il mondo diventa troppo complesso, troppo rapido, troppo imprevedibile, le false notizie tornano come soluzioni simboliche.

L’intermezzo che stiamo attraversando non vuole giudicare questa dinamica. Non vuole ridurre la creduloneria a un difetto morale. Vuole mostrarne la natura funzionale. Se nel mondo antico la narrazione sacra proteggeva dall’angoscia cosmica, e nel Medioevo la narrazione teologica proteggeva dalla paura della dannazione, nell’età moderna la narrazione politica proteggerà dalla perdita di controllo. E nell’età contemporanea la narrazione digitale proteggerà dall’eccesso di informazioni. L’uomo non teme il falso. Teme il vuoto.

Comprendere la creduloneria non significa disprezzarla. Significa riconoscerne la necessità. Ed è proprio questa consapevolezza che ci permette di intravedere il passaggio decisivo che il nostro percorso compirà ora. L’invenzione della stampa cambierà tutto. Non perché eliminerà le false notizie, ma perché offrirà loro un nuovo ambiente di crescita. Non più templi, palazzi o pulpiti, ma fogli. Non più voci lente, ma parole veloci. Non più una narrazione alla volta, ma molte. Non più autorità centralizzate, ma opinioni che competono. La creduloneria resterà, ma troverà nuovi stimoli, nuove forme, nuove strutture.

Il falso diventerà più rapido. Il vero diventerà più fragile. E la mente umana, con le sue radici antiche, si troverà improvvisamente esposta a una quantità di informazioni che nessuna epoca precedente aveva mai conosciuto. È qui, nel cuore dell’età moderna, che la nostra storia cambia ritmo. E il prossimo capitolo racconterà come questa nuova velocità trasformerà la disinformazione da fenomeno locale a fenomeno planetario.

CAPITOLO 4 – La notizia diventa multipla: stampa, opinione e libelli

4.1 – L’invenzione della stampa e la moltiplicazione del vero

L’invenzione della stampa a caratteri mobili non crea la modernità. La accelera. La deforma. La amplifica. E soprattutto, la moltiplica. La moltiplicazione è la chiave di tutto. Prima della stampa, la notizia era una creatura lenta e pesante, trasmessa da bocche che conoscevano i limiti del fiato, da pergamene copiate a mano, da lettere che impiegavano settimane per attraversare un regno. Era difficile creare una narrazione. Era ancora più difficile farla circolare. Ma con la stampa accade qualcosa di radicalmente nuovo: la notizia diventa riproducibile. Diventa replicabile. Diventa produttiva. Non è più un flusso, è una fabbrica.

Immaginiamo la scena, nella bottega di un tipografo della metà del Quattrocento. I caratteri mobili sono allineati su un tavolo. Le mani si muovono rapide, compongono righe di testo, inseriscono spazi, controllano l’allineamento. La matrice è pronta. L’inchiostro scuro viene spalmato sulla superficie con tamponi di pelle. Il torchio viene azionato. Il foglio bianco, premuto contro i caratteri impregnati d’inchiostro, si trasforma. Da foglio vuoto diventa testo. Da testo singolo diventa decine di copie. Da decine diventa centinaia.

Un tempo, copiare un libro richiedeva mesi. Ora bastano giorni. Un tempo, diffondere un resoconto politico richiedeva rotte commerciali, scribi, lettori fidati. Ora basta una bottega. È la prima democratizzazione reale dell’informazione, ma è anche la prima democratizzazione del falso. Perché la stampa non diffonde solo il vero. Diffonde ciò che esiste nella forma scritta. La verità non è favorita in quanto tale. È favorita in quanto testo. E il falso, quando raggiunge la forma testuale, assume una solidità e una dignità che prima non aveva.

Prima della stampa, una falsa notizia poteva spegnersi facilmente. Se non veniva ripetuta, non sopravviveva. Una voce poteva spegnersi da sola. Ora, invece, una volta stampata, sopravvive. Resta negli archivi. Resta nelle biblioteche. Resta nelle case. Una volta stampata, può essere letta da chiunque, senza che il lettore possa valutare la fonte. La stampa dà al falso una condizione di permanenza.

Il secondo effetto rivoluzionario della stampa è che crea una nuova categoria sociale: i lettori. E i lettori, a differenza dei fedeli medievali che ascoltavano la parola del sacerdote, sono potenzialmente autonomi. Possono leggere ciò che vogliono. Possono confrontare diverse versioni. Possono scegliere il proprio autore preferito. Questa autonomia è la radice dell’opinione pubblica. Ma è anche la radice della frammentazione. Perché i lettori non cercano solo la verità. Cercano ciò che li conforta, ciò che li diverte, ciò che li conferma. E la stampa offre, per la prima volta nella storia, la possibilità di scegliere la verità più gradevole.

Questo produce un fenomeno nuovo: la concorrenza del vero. Le versioni degli eventi si moltiplicano. Nascono libelli politici, satire, pamphlet, predizioni astrologiche, cronache sensazionalistiche. La stampa non unifica la verità. La pluralizza. E nella pluralizzazione si apre uno spazio enorme per il falso. Non un falso autoritario come nell’antichità. Non un falso teologico come nel Medioevo. Ma un falso competitivo. Commerciale. Narrativo. Un falso prodotto per essere letto, venduto, imitato.

Immaginiamo il lettore di una città italiana del Cinquecento che entra in una bottega e compra un foglio volante. Il foglio parla di un prodigio avvenuto in una città lontana, di un mostro marino avvistato vicino alla costa, di un segno celeste che annuncia un cambiamento politico. Il lettore non ha strumenti per verificare. Ma nemmeno li desidera. Vuole storie. Vuole senso. Vuole meraviglia. Il foglio volante diventa, in questo contesto, la nuova voce di piazza. Una voce riproducibile.

Il terzo effetto decisivo della stampa è che riduce la distanza tra autore e pubblico. Il pamphlet diventa la forma politica per eccellenza. Non serve più un apparato statale per diffondere una narrazione. Basta una bottega con un torchio. Basta un autore arrabbiato, o brillante, o vendicativo. Il libello anonimo diventa un’arma. Può attaccare un avversario politico, diffamare un personaggio pubblico, insinuare sospetti, costruire un nemico. E tutto ciò avviene senza filtro, senza controllo, senza garanzia di veridicità.

La stampa crea così un paradosso. Diffonde più informazioni e allo stesso tempo più disinformazione. Migliora l’accesso al sapere e allo stesso tempo moltiplica la menzogna. Aumenta la circolazione delle idee e allo stesso tempo favorisce la polarizzazione. Perché l’uomo non cambia nel momento in cui cambia la tecnologia. Porta con sé le radici profonde della creduloneria descritte nell’intermezzo precedente. E quando queste radici entrano in contatto con il nuovo mezzo, si espandono.

Il vero emblematico della stampa non è il libro. È il foglio volante. Il foglio venduto per pochi soldi, letto da molti, diffuso rapidamente, scritto in fretta. Non è un testo eterno come la pietra, né autorevole come la Scrittura. È un testo immediato. È il primo seme del giornalismo. Ed è anche il primo seme della disinformazione moderna.


4.2 – I primi pamphlet, le prime polarizzazioni

Se la stampa moltiplica le voci, i pamphlet danno alle voci un bersaglio. Fin dal Quattrocento, ma soprattutto nel Cinquecento, il pamphlet diventa lo strumento privilegiato della battaglia politica e religiosa. Non richiede grandi mezzi, non richiede grandi investimenti, non richiede approvazioni. È rapido, aggressivo, economico. È perfetto per attaccare. Perfetto per insinuare. Perfetto per manipolare.

Il primo grande campo di battaglia su cui i pamphlet mostrano la loro potenza è la Riforma protestante. Lutero non vince solo perché propone una teologia alternativa. Vince perché i suoi testi circolano rapidamente. Perché possono essere letti da molti, copiati, diffusi. Perché i suoi avversari non riescono a controllare il flusso delle informazioni. Perché la stampa spezza il monopolio interpretativo della Chiesa.

Immaginiamo un mercato tedesco del 1520. Un venditore apre un sacco pieno di fogli. Li distribuisce alla folla. Sono arringhe di Lutero, oppure risposte dei teologi cattolici, oppure satire che ridicolizzano vescovi e papi. La gente legge. Ride. Si indigna. Discute. Per la prima volta nella storia europea, la polemica teologica diventa fenomeno popolare. Non è più una disputa tra dotti. È una guerra narrativa aperta. E in questa guerra, il falso trova spazio.

I pamphlet protestanti dipingono il papato come un sistema corrotto, simoniaco, lussurioso. I pamphlet cattolici dipingono Lutero come un monaco dissoluto, un servo del demonio, un nemico della civiltà cristiana. Entrambi esagerano. Entrambi manipolano. Entrambi costruiscono caricature. Non importa quale parte abbia più ragione. Importa che la discussione si sposta dal terreno della teologia al terreno della narrazione polarizzata. Le versioni diventano armi.

La stampa, rendendo la parola democratica, rende democratica anche la possibilità di falsificare. Non c’è più una verità unica. Ci sono verità concorrenti. E quando le verità competono, ognuna cerca la propria efficacia narrativa. L’argomento solido vale meno della storia efficace. La dimostrazione vale meno dell’immagine. L’interpretazione vale meno dell’indignazione. Per la prima volta, la notizia entra davvero nel mercato.

E dove esiste un mercato, esistono incentivi a esagerare.

4.3 – La nascita dell’opinione pubblica

Con l’espansione della stampa, la società europea entra in un territorio nuovo, non solo dal punto di vista tecnologico, ma dal punto di vista antropologico. Nasce un soggetto collettivo del tutto inedito: l’opinione pubblica. Non è un’entità definita, non è un istituto, non è un organo. È una sensibilità diffusa, un campo di forze, un ambiente mentale in cui la notizia circola e prende forma. Prima della stampa, le opinioni erano locali. Erano legate alla comunità, alla voce, alla piazza, alla predicazione. Con la stampa diventano regionali, poi nazionali. Iniziano a collegare individui che non si conoscono, città che non si frequentano, gruppi che non condividono lo stesso spazio, ma condividono le stesse letture.

Questa nuova condizione modifica in profondità il modo in cui il falso si propaga. La creduloneria medievale era spesso individuale o comunitaria, legata alla paura, all’interpretazione del divino, alla storia sacra. La creduloneria dell’età moderna diventa collettiva e replicabile. Un’idea che nasce in una bottega di stampa può arrivare, in poche settimane, a influenzare intere regioni. Non c’è più bisogno di un’autorità centrale per diffondere una versione degli eventi. La diffusione avviene spontaneamente, per imitazione, per curiosità, per indignazione.

Immaginiamo una città europea del Seicento. Una caffetteria gremita di uomini che discutono, leggono, confrontano libelli politici, proclami di corte, satire anonime, speculazioni astrologiche sull’esito di una guerra imminente. È la nascita dei primi spazi pubblici moderni. Luoghi in cui la notizia non è solo consumata, ma elaborata, diffusa, trasformata. Luoghi in cui le persone iniziano a considerarsi parte di una comunità più ampia, una comunità definita non da un territorio ma da un flusso di informazioni. La caffetteria è la prima antenata della piattaforma digitale. È uno spazio in cui la conversazione produce realtà.

In questo nuovo ambiente, la notizia non è più una struttura autoritativa. È un oggetto conteso. La verità non è più garantita dall’origine. È garantita dalla circolazione. Ciò che viene letto molto diventa plausibile. Ciò che viene discusso diventa reale. Ciò che viene ripetuto diventa vero. La stampa rovescia il rapporto gerarchico tra fonte e pubblico. La fonte non domina più. Il pubblico interpreta. Ma l’interpretazione, proprio perché collettiva, diventa vulnerabile a dinamiche di massa, a contagio emotivo, a polarizzazioni.

Le prime forme di opinione pubblica non sono illuminate, come spesso si immagina. Sono febbrili. Sono eccitate. Sono instabili. Oscillano rapidamente tra entusiasmo e terrore, tra speranza e panico. E proprio per questo, sono terreno fertile per la disinformazione. Una voce che in epoca medievale avrebbe convinto un villaggio, ora convince una nazione. Un sospetto che un tempo sarebbe rimasto locale ora diventa epidemico. Non c’è ancora la stampa quotidiana, ma ci sono fogli volanti che circolano con sorprendente rapidità. E ciascuno di questi fogli è un potenziale veicolo di un falso.

La nascita dell’opinione pubblica è, in questo senso, una conquista della libertà e insieme una nuova vulnerabilità. Gli individui possono scegliere cosa credere. Ma la scelta è condizionata dall’offerta. E l’offerta cresce in modo esponenziale. Non esiste più una sola verità. Esistono molte verità concorrenti. Questo pluralismo è un passo avanti per la conoscenza. Ma è anche il terreno su cui si svilupperà una nuova forma di propaganda: non più verticale, ma orizzontale. Non più imposta dal potere, ma emergente dal flusso stesso della comunicazione.

4.4 – Le prime fake news politiche moderne

Se la nascita dell’opinione pubblica apre il campo, le prime fake news politiche moderne lo occupano con sorprendente velocità. Il Quattrocento e il Cinquecento europei sono secoli attraversati da conflitti dinastici, religiosi, territoriali, economici. In questo scenario, la disinformazione diventa presto un’arma. Non più un’arma sacra, come nei templi egizi. Non più un’arma simbolica, come nelle predicazioni medievali. Non più un’arma morale, come negli editti di Ashoka. Ma un’arma di lotta concreta. Un mezzo per danneggiare un avversario, per screditare un sovrano, per giustificare una guerra.

Uno dei primi esempi emblematici è la propaganda anti–Maria Stuarda. I fogli stampati che circolano in Inghilterra durante il suo regno e contro di lei dopo la sua prigionia la ritraggono come adultera, manipolatrice, complice dell’assassinio del marito, strumento di potenze straniere. Molte di queste accuse sono infondate, altre esagerate, altre incomplete. Ma non importa. Funzionano perché rispondono alla domanda che l’opinione pubblica si pone: chi è il nemico. Ed è qui che la disinformazione moderna ha origine. Non nel mentire, ma nel fornire risposte preconfezionate alla paura.

Anche la Francia del Cinquecento diventa un campo di battaglia informativo. Durante le guerre di religione, i pamphlet cattolici descrivono gli ugonotti come mostri sociali, distruttori dell’ordine, minaccia alla tradizione. I pamphlet protestanti descrivono i cattolici come servi della superstizione, come persecutori, come sanguinari. Ognuno costruisce il proprio nemico. Ognuno presenta la propria parte come vittima. Ognuno manipola fatti, eventi, immagini. Non esiste ancora la fotografia, ma esistono xilografie che rappresentano scene inventate per suscitare indignazione.

Il falso non riguarda solo i personaggi pubblici. Riguarda gli eventi. Battaglie che non sono mai avvenute. Trattati mai firmati. Tradimenti inesistenti. Alleanze immaginarie. Ogni corte europea produce la propria versione della verità. E questa versione non è solo un prodotto politico. È un prodotto commerciale. Il tipografo guadagna più denaro vendendo testi sensazionalistici. La disinformazione diventa un’industria.

Immaginiamo un tipografo olandese del Seicento che, avendo ricevuto una voce secondo cui la Spagna sta preparando un’invasione commerciale, decide di stampare un foglio che denuncia il presunto complotto. I mercanti leggono il foglio, si allarmano, reagiscono. Qualcuno compra tutte le copie per diffonderle in fretta. Qualcun altro inizia a stamparne di proprie, aggiungendo dettagli inventati. La voce, partita da un sospetto, diventa un fatto politico. La notizia non è vera, ma produce effetti reali. Il falso entra nel mondo attraverso la sua efficacia, non attraverso la sua veridicità.

Un caso ancora più emblematico è quello delle stregonerie politiche. Non le stregonerie medievali, legate all'immaginario demonologico, ma stregonerie moderne, usate come strumento di delegittimazione. Nel clima esasperato del Seicento, un politico scomodo può essere accusato non solo di tradimento o di incompetenza, ma di avere contatti con forze oscure. Non importa la plausibilità. Importa l’effetto retorico. La paura è ancora la leva principale. E il falso diventa il modo per trasformare la paura in arma.

L’età moderna vede così la nascita di un tipo di disinformazione che il mondo antico non conosceva e che il Medioevo non aveva ancora pienamente sviluppato: la falsa notizia prodotta strategicamente per ottenere un vantaggio politico immediato. Non più interpretazione cosmica. Non più predicazione morale. Non più narrazione sacra. Ma calcolo.

In questo contesto, la stampa non è un mezzo neutrale. È il moltiplicatore. Amplifica la paura. Amplifica il sospetto. Amplifica il risentimento. E l’opinione pubblica, appena nata, non sa ancora difendersi. Non possiede strumenti critici. Non ha memoria sufficiente di menzogne passate. Non ha ancora imparato che la notizia stampata non è necessariamente vera. La parola scritta possiede ancora un’aura di verità. È questa aura che rende la disinformazione moderna più pericolosa delle false notizie medievali. Perché ora il falso ha l’aspetto del vero.

4.5 – Informazione, paura e ordine sociale nell’età moderna

Se l’antichità aveva costruito il falso come strumento del potere e il Medioevo come interpretazione teologica, l’età moderna lo costruisce come dispositivo sociale. Le false notizie non circolano più solo tra le élite. Non circolano più solo nei villaggi. Circolano ovunque. E questa circolazione crea fenomeni collettivi che trasformano la società in profondità.

Uno dei più importanti è il panico morale. La velocità con cui il falso viaggia attraverso i fogli stampati permette che un sospetto diventi, in poche settimane, una certezza condivisa. Le voci su presunti complotti, su invasioni imminenti, su carestie programmate, su tradimenti interni, si diffondono rapidamente. E il panico collettivo produce effetti politici reali. Corti che si preparano a guerre inesistenti. Popolazioni che assaltano magazzini di grano per paura di carestie immaginarie. Mercati che crollano sulla base di informazioni false.

Immaginiamo una città inglese del Seicento in cui circola la voce che il re abbia segretamente firmato un accordo con potenze straniere per reprimere il Parlamento. La voce si diffonde rapidamente attraverso fogli anonimi. La popolazione si agita. I parlamentari si riuniscono. Le milizie cittadine entrano in allerta. L’evento è inventato, ma gli effetti sono reali. Il falso non è meno vero perché non è accaduto. È vero perché produce conseguenze.

Questo fenomeno segna una trasformazione fondamentale della disinformazione. Non è più solo un dubbio epistemologico. È un fatto sociale. La società reagisce al falso come se fosse vero. E la reazione diventa storia. Il falso contribuisce a modellare l’ordine politico. Le rivoluzioni inglesi del Seicento sono un esempio perfetto di questo meccanismo. La paura del complotto cattolico, alimentata da pamphlet sensazionalistici, gioca un ruolo cruciale nei tumulti che porteranno alla Guerra civile.

C’è poi un secondo fenomeno, ancora più profondo: la nascita della psicologia di massa. Quando la notizia circola così rapidamente, l’individuo perde il controllo del proprio orizzonte informativo. La realtà non è più ciò che si vede. È ciò che si legge. È ciò che si sente dire. È ciò che circola. E ciò che circola dipende non dalla verifica, ma dalla ripetizione. Questo produce un nuovo tipo di vulnerabilità cognitiva. La vulnerabilità alla ridondanza. Una notizia falsa ripetuta cento volte diventa plausibile, perché la mente umana non misura la verità, misura la familiarità.

Infine, l’età moderna introduce un terzo fenomeno decisivo: la professionalizzazione della propaganda. Non siamo ancora nell’epoca delle macchine statali di comunicazione, ma iniziano a esistere autori, tipografi, funzionari, agenti politici che producono disinformazione in modo sistematico. La stampa rende la menzogna un lavoro. Questo cambiamento segna il passaggio dalla falsa notizia come incidente alla falsa notizia come strategia permanente.

Il mondo moderno nasce così: in un vortice di verità incompiute, di narrazioni concorrenti, di voci rapide e spesso incontrollabili. La stampa apre un’epoca di libertà, certo. Ma apre anche un’epoca di vulnerabilità. La disinformazione non è più un’eccezione. Diventa una componente strutturale del paesaggio informativo.

4.6 – Monarchie, spie e intrighi informativi

Con il consolidarsi degli Stati moderni, tra Cinque e Seicento, la disinformazione assume un carattere nuovo. Non è più solo un prodotto dei tipografi, dei pamphlettisti, dei partiti religiosi. Diventa un prodotto delle monarchie stesse. Il potere politico scopre che l’informazione è una risorsa strategica, e che la sua manipolazione può valere quanto un’alleanza militare o un trattato diplomatico. Le corti, soprattutto quelle più ricche e articolate, come la Francia dei Borbone, l’Inghilterra degli Stuart, la Spagna degli Asburgo, diventano centri di produzione di notizie e di falsità, mentre i servizi segreti emergenti iniziano a usare la disinformazione come arma.

L’Europa della prima modernità è un continente attraversato da intrighi, missioni segrete, spie che si muovono da una corte all’altra, ambasciatori che non portano solo lettere ma anche voci. È un mondo in cui la reputazione di un sovrano può determinare il successo o il fallimento di una politica, e in cui il falso può essere usato per destabilizzare un avversario senza muovere un esercito. Le notizie diventano strumenti di pressione. Le dicerie, quando ben orchestrate, possono far crollare un ministro, creare sospetti di tradimento, mettere in discussione la legittimità di un sovrano.

Immaginiamo un consigliere francese del Seicento che, seduto nel suo studio, riceve un rapporto da un agente infiltrato nella corte di Madrid. Il rapporto afferma che il re di Spagna sarebbe gravemente malato. Non importa se la notizia sia vera. Importa come può essere usata. La Francia potrebbe diffonderla per indebolire la posizione spagnola in una trattativa. Potrebbe insinuarla in pamphlet anonimi che circolano tra i mercanti. Potrebbe diffonderla segretamente a corti alleate per minare la fiducia nell’avversario. La notizia, vera o falsa che sia, diventa un vettore politico.

Questa manipolazione delle informazioni non è ancora un sistema organizzato come quello che vedremo negli Stati del Novecento, ma è già una forma embrionale di guerra psicologica. Gli Stati scoprono che la gestione delle percezioni è parte integrante della gestione del potere. E questo produce un’evoluzione: la nascita dei primi archivi di intelligence, dei primi uffici dedicati al controllo delle voci, delle prime reti di informatori pagati. Non siamo più nel mondo delle voci spontanee. Siamo nel mondo delle voci costruite.

L’Inghilterra elisabettiana è uno dei laboratori più avanzati di questa trasformazione. Francis Walsingham, segretario della regina, costruisce un sistema capillare di spie e informatori che non solo raccolgono notizie, ma le diffondono. In un contesto di conflitti religiosi e minacce di invasione cattolica, l’informazione è un’arma. E la falsa informazione lo è ancora di più. Insinuare che un nobile sia in contatto con potenze straniere, insinuare che un consigliere sia segretamente cattolico, insinuare che un ambasciatore complotti contro la corona, può avere effetti devastanti.

Il legame tra monarchie, spie e disinformazione è fondamentale per comprendere lo sviluppo successivo del fenomeno. Il falso non è più solo prodotto di tipografi in cerca di denaro o di fazioni religiose in conflitto. Diventa parte del governo. Diventa strumento strategico. Diventa un mezzo per dirigere gli eventi, orientare l’opinione, anticipare il nemico. Il mondo moderno nasce così anche nelle ombre: nel gioco sottile delle informazioni manipolate.

4.7 – Mostri, prodigi e sensazionalismo come industria

Accanto alla disinformazione politica, l’età moderna vede fiorire un altro tipo di falso, altrettanto significativo: il sensazionalismo commerciale. I tipografi scoprono rapidamente che le notizie straordinarie si vendono meglio delle notizie ordinarie. E ciò che si vende, si produce. Così nascono le prime forme di giornalismo sensazionalistico, basate non sulla politica, ma sulla meraviglia.

Nel Cinquecento e Seicento circolano in Europa centinaia di fogli che raccontano di mostri nati con più teste, di bambini dotati di segni prodigiosi, di animali che parlano, di eserciti fantasma apparsi nel cielo. Questi fogli, spesso illustrati con xilografie, non sono percepiti come satire. Sono presentati come notizie. E i lettori li acquistano perché rispondono a una curiosità antropologica profonda: la fascinazione per ciò che rompe l’ordine naturale.

Immaginiamo un mercante tedesco del Seicento che acquista un foglio raffigurante un bambino nato con la testa di un gatto. La notizia è palesemente inventata, ma il lettore non si interroga sulla veridicità dell’evento. Lo legge come segno, come presagio, come simbolo. È un modo per interpretare un mondo instabile. È una forma di intrattenimento. È un pezzo di immaginario collettivo. E per il tipografo, è soprattutto una fonte di guadagno.

Il sensazionalismo diventa così un’industria. I tipografi iniziano a competere sulla meraviglia. Inventano prodigi sempre più incredibili. Esagerano gli eventi. Trasformano un incendio in un presagio apocalittico, una tempesta in un segno celeste, un parto difficile in un miracolo. Non c’è ancora la distinzione moderna tra giornalismo serio e giornalismo popolare. C’è solo il mercato. E il mercato premia ciò che emoziona.

Questa dinamica produce un effetto culturale di enorme importanza: la confusione tra informazione e intrattenimento. Una confusione che sarà centrale anche nelle epoche successive, fino ai nostri giorni. Quando il pubblico inizia a considerare la notizia come spettacolo, il terreno della disinformazione si amplia. Non importa più se un evento sia reale. Importa che sia credibile. Importa che sia interessante. Importa che sia vendibile.

Nasce così una psicologia della notizia che sopravvivrà nei secoli. Il pubblico non cerca solo il vero. Cerca il sorprendente. Cerca il perturbante. Cerca l’eccezionale. E il falso, da sempre, è più flessibile del vero nel produrre eccezioni. Il falso può essere modellato per rispondere ai desideri del pubblico. Il vero, invece, è limitato dal mondo.

Questo sensazionalismo produce anche un effetto secondario: la saturazione della credulità. Quando i lettori sono bombardati da prodigi, cominciano a perdere la capacità di distinguere tra ciò che è plausibile e ciò che è costruito. Questo indebolimento della soglia critica prepara il terreno per le false notizie politiche più sofisticate. La meraviglia commerciale diventa la premessa della manipolazione politica.

4.8 – Conclusione: il falso come nuovo potere sociale

Alla fine di questo capitolo, possiamo vedere chiaramente la svolta storica operata dalla stampa. L’antichità aveva fatto del falso uno strumento del sacro. Il Medioevo lo aveva fatto diventare interpretazione del divino. L’età moderna lo trasforma in una forza sociale autonoma. Il falso non è più solo un mezzo nelle mani del potere. Diventa una proprietà del sistema informativo stesso.

Con la stampa nasce il vero ambiente naturale della disinformazione moderna. Un ambiente in cui:

  • la notizia è rapida,
  • il pubblico è vasto,
  • l’informazione è merce,
  • la verità è concorrente,
  • la credulità è sfruttabile,
  • la politica è narrativa,
  • la paura è amplificabile,
  • e il falso ha la stessa dignità materiale del vero.

La stampa crea il primo ecosistema in cui la disinformazione può prosperare senza bisogno di un’autorità centrale. È il pubblico stesso a darle vita. È il mercato a sostenerla. È la curiosità a moltiplicarla. È la paura a diffonderla.

In questo senso, il falso diventa un nuovo potere sociale. Non più un potere che discende dall’alto, ma un potere che emerge dal basso. Un potere che nasce dall’incontro tra tecnologia, psicologia e politica. E questo potere, come vedremo nei capitoli successivi, crescerà ancora, fino a trasformarsi in una delle forze dominanti della modernità.

CAPITOLO 5 – L’informazione industriale: giornali, masse e il nuovo potere del falso

5.1 – Quando l’informazione diventa industria

L’età moderna, già scossa dalla stampa, compie un secondo salto che modifica radicalmente la natura del falso. Questo salto non è tecnico, come l’invenzione di Gutenberg, ma economico. Per la prima volta nella storia, l’informazione diventa industria. Non più botteghe che stampano fogli volanti, librai che vendono libretti, tipografi che cercano profitto occasionale con un prodigio o uno scandalo. Ora l’informazione diventa un sistema organizzato, strutturato, reiterato. Nascono i giornali. E con essi nasce una nuova forma di verità: la verità quotidiana.

Un giornale non è solo un testo stampato a intervalli regolari. È un apparato. Richiede investimenti, macchinari, personale, una rete di distribuzione, relazioni politiche, inserzionisti, lettori stabili. Richiede un flusso costante di contenuti. Non può permettersi il silenzio. Deve produrre notizie anche quando le notizie mancano. Deve trovare eventi, creare narrazioni, generare interesse. La periodicità è la sua forza, ma anche la sua condanna.

Immaginiamo un giornale londinese della fine del Settecento. Il direttore attraversa la redazione, dove giovani scrivani copiano dispacci, riscrivono lettere arrivate dai porti, annotano indiscrezioni raccolte nelle taverne. Ogni mattina il giornale deve uscire. Ogni mattina deve contenere qualcosa. Non importa se la notizia è verificata in modo rigoroso. Importa che sia plausibile. Importa che sia leggibile. Importa che venda. L’informazione, da fatto culturale, diventa merce. E come ogni merce, per essere venduta deve essere desiderabile.

Questa trasformazione crea una frattura epistemologica profonda. Nei secoli precedenti, anche quando il falso circolava, la struttura informativa era frammentaria, intermittente, limitata. Ora la società si abitua alla presenza costante di notizie. Si abitua all’idea che il mondo debba essere aggiornato, raccontato, interpretato ogni giorno. La stampa periodica cambia il ritmo mentale delle popolazioni. Il tempo non è più scandito dalle stagioni o dalle festività religiose. È scandito dall’arrivo del giornale.

La conseguenza è duplice. Da un lato, la società diventa più informata. Dall’altro, diventa più dipendente dall’informazione. Una dipendenza che apre un nuovo spazio di vulnerabilità. Il giornale diventa la finestra attraverso cui il cittadino guarda il mondo. E come ogni finestra, può distorcere la vista. Non necessariamente con intenzione. A volte per pressione commerciale. A volte per errori di interpretazione. A volte per inettitudine. Ma soprattutto per necessità: la necessità di produrre contenuti.

Il giornalismo moderno nasce così, in una tensione costante tra esigenza di verità e esigenza di produttività. Non è un campo neutrale. È un campo attraversato da forze economiche, politiche, sociali. L’informazione industriale non è solo ciò che viene scritto. È ciò che deve essere scritto per mantenere in vita il sistema.

Questo non significa che i giornali abbiano introdotto il falso deliberatamente. Significa che hanno introdotto un nuovo tipo di falso: il falso generato dall’obbligo di riempire. Il falso nato dalla pressione della periodicità. Il falso come sottoprodotto strutturale di una macchina che non può fermarsi. Se il Medioevo produceva false notizie come interpretazione sacra, e l’età moderna pre–industriale le produceva per interesse politico, ora il falso può emergere semplicemente perché serve spazio.

In questo ambiente, la notizia non è più un contenuto isolato. È un tassello in un mosaico continuativo. E il lettore, esposto quotidianamente a questa rete di informazioni, sviluppa una nuova forma di credulità: la credulità sistemica. Si crede perché il sistema produce. Si crede perché il sistema non può permettersi di mentire troppo spesso. Si crede perché il sistema sembra stabile. È qui che nasce il mito moderno del giornalismo come garante della verità. Un mito che la storia dimostrerà fragile.

5.2 – Il giornale come nuovo sovrano: credibilità, ripetizione, autorità

Se l’età antica venerava il sovrano e il Medioevo venerava il testo sacro, l’età moderna comincia a venerare il giornale. Non in senso religioso, ma in senso cognitivo. La parola stampata quotidianamente acquisisce un’aura di autorità che nessun foglio volante del Cinquecento aveva mai posseduto. Il giornale diventa il nuovo mediatore del reale. È un’autorità non teologica, non imperiale, ma informativa.

Per la prima volta nella storia, milioni di persone basano la propria percezione del mondo su ciò che leggono e non su ciò che vedono. Questo spostamento è gigantesco. La conoscenza diventa delegata. Si conosce per interposta carta. Il lettore urbano dell’Ottocento non ha modo di verificare ciò che accade nelle colonie, nei parlamenti, nei tribunali, nei porti, nelle campagne. Deve fidarsi. E la fiducia, quando diventa abitudine, diventa vulnerabilità.

Il potere del giornale non deriva solo dal contenuto, ma dalla ripetizione. Una notizia riportata una volta può essere dubbia. Una notizia riportata cinque volte in articoli diversi diventa verosimile. Una notizia riportata per settimane diventa vera. Non perché sia stata verificata, ma perché è stata assimilata. La mente umana non misura la verità. Misura la familiarità. E la familiarità, nell’epoca dei giornali, è prodotta industrialmente.

Immaginiamo un lettore di Parigi nella metà dell’Ottocento. Ogni mattina acquista il giornale al chiosco. Scorre i titoli. Legge una colonna sul mercato del grano, un resoconto parlamentare, una notizia su un delitto misterioso, una voce su un complotto diplomatico. Non verifica nulla. Non può. Ma il giornale possiede la forma della verità. È composto, ordinato, regolare. È parte di una routine. E ciò che entra nella routine entra nella mente con poco sforzo critico.

Il giornale diventa così un nuovo tipo di potere. Un potere diffuso, non concentrato. Un potere che non afferma: questa è la verità perché lo dico io. Ma afferma: questa è la verità perché la trovi ogni mattina sulla tua tavola. La verità quotidiana è più difficile da contestare della verità autoritaria. Perché non si presenta come imposizione. Si presenta come abitudine.

Ma la nuova autorità del giornale porta con sé un paradosso: la credibilità non dipende dalla qualità dell’informazione, ma dalla stabilità del mezzo. Un giornale che esce ogni giorno viene percepito come affidabile per il semplice fatto di essere regolare. La regolarità diventa sinonimo di verità. E questo genera un nuovo tipo di falso: il falso creduto perché pubblicato in un formato credibile. È una forma di inganno involontario. Una forma di fiducia data al contenitore più che al contenuto.

C’è anche un secondo aspetto cruciale. Il giornale non è solo un luogo che raccoglie le notizie. È un luogo che le seleziona. Ciò che non appare sul giornale non esiste per il lettore. La selezione diventa una forma di potere. Non serve inventare per manipolare. Basta omettere. Basta insistere su un lato della realtà e ignorarne un altro. Il falso moderno non è necessariamente la menzogna. È la distorsione. È la focalizzazione. È la scelta sistematica di ciò che merita di esistere nella percezione pubblica.

Ed ecco il terzo elemento che rende il giornale un nuovo sovrano: la sua capacità di costruire opinioni più che di informare. L’informazione industriale non è neutra. Nasce in un sistema commerciale. Ha bisogno di lettori. Ha bisogno di emozione. Ha bisogno di attenzione. Questo produce una tendenza al dramma, al conflitto, al sensazionale. Non necessariamente inventato. Ma enfatizzato. Amplificato. Proposto come chiave per comprendere il mondo.

È in questo punto della storia, tra Settecento e Ottocento, che la disinformazione smette di essere un fenomeno episodico. Diventa un effetto strutturale del sistema informativo. Non perché i giornali siano malintenzionati, ma perché devono sopravvivere. Devono catturare un pubblico. Devono riempire uno spazio. Devono rispondere a una domanda che non smette mai di crescere.

Il giornale è, per molti aspetti, il primo algoritmo umano. Una macchina che seleziona, ordina, amplifica e distribuisce informazioni secondo logiche che rispondono più al funzionamento del mezzo che alla natura della verità. È una forma primitiva, ma già potentissima, di mediazione cognitiva.

L’informazione industriale crea così un nuovo ambiente mentale. Un ambiente in cui il cittadino legge molto, conosce poco, ricorda quello che gli viene ripetuto, interpreta con ciò che gli viene fornito, e costruisce una visione del mondo non sulla base dell’esperienza diretta, ma sulla base di una narrazione che gli giunge filtrata, selezionata e impacchettata. È il preludio della modernità politica. Il preludio delle opinioni di massa. Il preludio delle manipolazioni del Novecento.

5.3 – Il panico morale moderno

Se la nascita del giornale crea un nuovo tipo di autorità, la sua diffusione rapida crea un nuovo tipo di vulnerabilità: il panico morale. Il panico morale esisteva anche nel Medioevo, certo, ma era locale, circoscritto a una città, a un villaggio, a una regione. Nel mondo moderno diventa nazionale. Non è più un fenomeno comunitario. È un fenomeno mediatico. E quando un panico diventa mediatico, acquista una forza che nessuna falsa notizia precedente aveva mai avuto.

Il panico morale moderno nasce da un incontro pericoloso: l’ansia urbana, la complessità sociale, l’anonimato crescente e la capacità del giornale di trasformare un fatto isolato in un racconto collettivo. Le città del Settecento e dell’Ottocento crescono rapidamente. Sono luoghi densi, instabili, pieni di individui sconosciuti gli uni agli altri. Sono luoghi in cui la fiducia è fragile. E quando una società fragile incontra una notizia allarmante, l’allarme si espande come un incendio.

Immaginiamo la Londra vittoriana. Una città immensa, soffocata dal carbone, percorsa da carrozze, affollata di immigrati, lavoratori, mercanti, prostitute. Una città che non dorme mai. In questo ambiente inquieto, un delitto violento può trasformarsi, in poche ore, in un simbolo della degenerazione sociale. Non importa se si tratta di un caso isolato. Il giornale non racconta l’evento. Racconta il suo potenziale significato. Racconta ciò che la società teme. E ciò che la società teme non è mai un fatto. È sempre un’immagine. È sempre un’ombra.

Il panico morale moderno funziona così: prende un fatto reale, lo amplifica, lo generalizza, lo trasforma in un presagio. Se un bambino scompare, il panico suggerisce che esiste un’intera rete di rapitori. Se un uomo assassina una donna, il panico suggerisce che la città è invasa da criminali. Se un gruppo minoritario è coinvolto in un litigio, il panico suggerisce che quella minoranza rappresenta una minaccia alla società intera. Non si tratta di falsità deliberate. Si tratta di amplificazioni narrative che, ripetute giorno dopo giorno, finiscono per creare una realtà parallela.

Il panico morale moderno introduce così una nuova forma di disinformazione: non la menzogna, ma la sovrarappresentazione. La notizia vera, ripetuta e ingigantita, diventa più pericolosa della notizia falsa. Perché non è possibile contestarla sul piano dei fatti. È vera. Ma la sua interpretazione è falsa. E la sua ripetizione crea un senso di emergenza artificiale.

Il giornale scopre rapidamente che il panico è redditizio. Le notizie allarmanti vendono più copie. I lettori vogliono sentirsi informati. Vogliono sentirsi protetti. Vogliono credere che il giornale li avverta dei pericoli. Questo crea un circolo vizioso: più panico, più vendite. Più vendite, più panico. E così la società moderna entra nella sua prima spirale informativa. Una spirale in cui la paura non nasce dai fatti, ma dalla loro narrazione.

5.4 – Cronaca nera e costruzione del nemico urbano

Nessun settore del giornalismo ha contribuito tanto alla nascita della disinformazione moderna quanto la cronaca nera. La cronaca nera nasce come resoconto di fatti criminali, ma si trasforma rapidamente in un genere narrativo a sé. Non si limita a informare. Drammatizza. Allestisce. Interpreta. Trasforma la città in un teatro della paura. Negli articoli di cronaca nera dell’Ottocento, l’assassino non è un individuo. È una tipologia. È una figura ricorrente. È un simbolo.

Il giornalista di cronaca nera non racconta un delitto. Racconta il delitto come manifestazione di una degenerazione più ampia. Racconta la città come luogo in cui ogni vicolo può nascondere un criminale. Racconta la notte come spazio in cui la civiltà si dissolve. La cronaca nera contribuisce così a creare un’invenzione tipica dell’età moderna: il nemico urbano.

Questo nemico urbano ha molte forme. Può essere il ladro, il truffatore, il maniaco, il dissoluto, lo straniero, il povero considerato pericoloso, il lavoratore migrante, la prostituta. Non importa la realtà individuale. Importa la funzione simbolica. La città moderna vive di contraddizioni. Produce ricchezza, ma produce anche miseria. Produce conoscenza, ma produce anche ignoranza. Produce libertà, ma produce anche paura. Il giornale, attraverso la cronaca nera, dà un volto a questa paura.

Immaginiamo un lettore di New York del 1890. Legge un articolo che descrive il Lower East Side come un quartiere infestato da criminali. Legge di bande violente, di accoltellamenti, di lotte notturne. Molti degli episodi sono veri. Altri sono ingigantiti. Alcuni sono interpretazioni fantasiose. Ma ciò che importa è l’effetto cumulativo: la costruzione mentale di una geografia del pericolo. Una mappa emotiva della città.

Questa mappa non è neutra. Ha conseguenze politiche. Giustifica politiche repressive. Giustifica discriminazioni. Giustifica interventi polizieschi. La cronaca nera crea un clima. E il clima modella la società. La disinformazione moderna non agisce solo attraverso la falsità. Agisce attraverso l’atmosfera.

Ed è qui che nasce un altro fenomeno: la tipizzazione dei criminali. Il giornale trasforma alcuni individui in archetipi. Il serial killer, il politico corrotto, il vagabondo pericoloso, lo straniero minaccioso. Sono figure che non descrivono la realtà, ma la reinterpretano. Sono figure che servono a organizzare la complessità. Sono figure che alimentano la creduloneria urbana.

Il falso moderno non è mai completamente falso. È un miscuglio di fatti veri, interpretazioni distorte e narrazioni costruite. Ed è questo miscuglio che lo rende così potente. Il lettore, quando incontra una notizia allarmante, non può respingerla del tutto. Perché contiene elementi veri. Ma quegli elementi veri vengono immersi in una struttura simbolica che li distorce.

La cronaca nera, con la sua drammatizzazione costante, prepara così la strada alle tecniche di manipolazione politica che emergeranno nel Novecento. Non basta informare. Bisogna interpretare. E l’interpretazione, quando viene ripetuta, diventa realtà.

5.5 – Politica, scandalo e manipolazione delle masse

Se l’informazione industriale crea l’ambiente, e la cronaca nera crea l’immaginario, la politica moderna scopre rapidamente come sfruttare entrambi. Il Settecento e l’Ottocento sono secoli di trasformazioni profonde: rivoluzioni, guerre, nascita degli Stati nazionali, espansione coloniale, conflitti sociali. In questo contesto, la disinformazione diventa una tecnica sofisticata, usata non più solo da pamphlettisti o tipografi, ma da partiti, governi, gruppi di interesse.

La politica moderna capisce che il giornale non è solo un mezzo di comunicazione. È un mezzo di formazione delle opinioni. Il potere della pagina stampata non consiste nel convincere, ma nel saturare lo spazio cognitivo del pubblico. Una notizia ripetuta diventa argomento. Un argomento ripetuto diventa posizione. Una posizione ripetuta diventa identità. La politica moderna non chiede più solo il voto. Chiede l’identificazione.

Le tecniche sono molteplici. La prima è lo scandalo. Lo scandalo moderno nasce dall’unione tra cronaca nera e interesse politico. Non si tratta solo di denunciare un fatto illecito. Si tratta di costruire un immaginario in cui un avversario appare pericoloso, corrotto, immorale. Lo scandalo politico non è mai la notizia di un crimine. È la notizia dell’esistenza di un nemico. E ogni scandalo funziona perché il giornale lo ripete.

Immaginiamo la Parigi del 1840. Un politico liberale viene accusato di aver ricevuto denaro da un imprenditore coinvolto in un appalto pubblico. La notizia è vera, ma marginale. Un giornale di orientamento opposto decide di trasformarla in caso nazionale. Pubblica articoli indignati, caricature, testimonianze, insinuazioni. In pochi giorni, il politico diventa simbolo della corruzione. Non importa più la verità dei fatti. Importa la loro funzione. Lo scandalo è diventato un dispositivo retorico. E come ogni dispositivo retorico, può essere usato per ingannare.

La seconda tecnica è il complotto. Il complotto è una forma di falsa notizia che mescola paura, emozione e immaginazione. Non è verificabile, ma è convincente. Offre una spiegazione semplice per fenomeni complessi. Nel Settecento nascono le prime teorie del complotto moderne: presunti piani dei gesuiti per dominare l’Europa, piani massonici per rovesciare le monarchie, piani ebraici per controllare la finanza. Quasi tutte prive di fondamento. Quasi tutte destinate a sopravvivere per secoli. La politica le usa perché il complotto crea identità antagoniste. E l’identità antagonista crea fidelizzazione.

La terza tecnica è l’esagerazione. In un sistema competitivo come quello dei giornali, esagerare un problema può creare consenso rapido. La politica moderna impara presto che una società impaurita è più governabile di una società tranquilla. Il falso diventa strumento di governo. Non un falso totale. Un falso calibrato. Un falso che parte da un fatto reale, ma lo deforma per renderlo utile.

Il risultato finale è che, nell’Ottocento, la società moderna vive immersa in un ambiente informativo in cui il vero e il falso convivono senza distinzione netta. Il giornale crea la realtà. La politica la manipola. L’opinione pubblica la assorbe. La credulità si urbanizza. Il panico morale diventa fenomeno nazionale. La cronaca nera modella l’immaginario. Gli scandali modellano la politica.

È in questo mondo, complesso, rumoroso, sovraccarico, che nasceranno le forme moderne di propaganda statale. Ed è da questo mondo che arriverà, inevitabile, la svolta del Novecento: la propaganda come scienza, la disinformazione come arma di massa, la manipolazione come tecnica industriale.

5.6 – Economia della notizia e nascita della concorrenza informativa

Man mano che il giornalismo si struttura, la notizia smette di essere un resoconto e diventa un prodotto. Non un prodotto culturale, ma un prodotto economico. È un cambiamento decisivo, perché introduce nella circolazione dell’informazione una logica che non ha nulla a che fare con la verità: la logica del mercato. Il giornale, per sopravvivere, deve vendere. Per vendere deve essere letto. Per essere letto deve attirare. E per attirare deve competere. La competizione tra giornali cambia la natura stessa della notizia.

Nell’Ottocento, soprattutto nelle grandi città industriali come Londra, Parigi, New York, la concorrenza tra testate diventa spietata. I giornali popolari costano pochi centesimi. La loro sopravvivenza dipende dalla tiratura. E la tiratura dipende dalla capacità di catturare l’attenzione dei lettori. La notizia non è più ciò che accade, ma ciò che può vendere. Non è più ciò che è importante, ma ciò che è urgente. Non è più ciò che è rilevante, ma ciò che è sensazionale.

Immaginiamo un giovane reporter di New York nel 1885. Corre da un incendio a un omicidio, da un tribunale a un porto, cercando storie da consegnare al suo direttore. Non ha tempo di verificare tutto. Non ha il mandato di controllare in profondità. Ha il mandato di portare materiale. La redazione, sotto pressione, trasforma il materiale in notizia. Se i dettagli mancano, si ricostruiscono. Se i fatti sono incerti, si anticipano. Se la narrazione non è abbastanza drammatica, si amplifica. La concorrenza giustifica tutto ciò. La velocità giustifica ancora di più.

La concorrenza tra giornali introduce un’altra dinamica che sarà fondamentale per la disinformazione moderna: la polarizzazione editoriale. Ogni testata cerca un pubblico specifico. Sceglie un orientamento politico. Sceglie un tono. Sceglie una visione del mondo. Il lettore, di conseguenza, non si informa per conoscere la realtà, ma per confermare la propria identità. Nascono i giornali di partito, i giornali anticlericali, i giornali clericali, i giornali nazionalisti, i giornali operai. Ognuno racconta la realtà attraverso il proprio filtro. Ognuno produce un mondo. Ognuno crea un pubblico fedele.

La concorrenza informativa industrializza anche i meccanismi della disinformazione pre–moderna. Le voci diventano articoli. Gli scandali diventano campagne. I sospetti diventano titoli. Le insinuazioni diventano editoriali. Alcuni giornali iniziano a usare investigatori privati per generare materiale scandaloso. Altri comprano lettere sottratte, testimonianze dubbie, confessioni manipolate. Il confine tra informazione e spettacolo diventa sempre più sottile.

Le redazioni più aggressive scoprono che esiste una categoria di notizie particolarmente redditizia: le storie di minaccia. Non importa se la minaccia è reale. Importa che sembri plausibile. Criminali invisibili, epidemie imminenti, immigrati descritti come invasori, minoranze dipinte come destabilizzatrici. La paura vende. La paura fidelizza. La paura crea dipendenza dal giornale. Perché chi ha paura vuole sapere di più. Vuole aggiornarsi. Vuole sentirsi preparato. E ogni aggiornamento è una copia venduta.

La concorrenza informativa non produce solo più notizie. Produce più vulnerabilità. Il lettore, bombardato ogni giorno da annunci di pericoli, sviluppa una percezione distorta della realtà. Sopravvaluta i rischi. Sottovaluta la complessità. Diventa sensibile alle interpretazioni più semplici e più drammatiche. Questa sensibilità è l’anticipazione della mente mediatica del Novecento. Una mente che non distingue più tra ciò che accade e ciò che viene raccontato.

5.7 – Il sensazionale come prodotto

Se la concorrenza spinge i giornali verso la drammatizzazione, il sensazionale diventa inevitabilmente il loro prodotto principale. Il sensazionale non è solo ciò che colpisce. È ciò che interrompe la routine. È ciò che sorprende. È ciò che crea un picco emotivo. E in un mondo in cui la quotidianità è scandita dal giornale, il sensazionale diventa parte del ritmo stesso della realtà.

La logica del sensazionale non è costruttiva. È estrattiva. Non cerca di comprendere il mondo. Cerca di estrarne frammenti che possano essere trasformati in narrazione. Ogni giorno la redazione deve individuare un evento che possa diventare titolo. Se l’evento è banale, lo si rende interessante. Se è interessante, lo si rende urgente. Se è urgente, lo si rende drammatico. Se è drammatico, lo si rende eccezionale. La scala cresce automaticamente. È incorporata nel sistema.

Il sensazionale costruisce una nuova forma di falsa notizia che non consiste nell’invenzione di fatti, ma nell’invenzione della loro eccezionalità. Un delitto isolato diventa epidemia di violenza. Un caso di corruzione diventa sistema. Un aumento temporaneo dei prezzi diventa carestia imminente. Un incidente diplomatico diventa preludio di guerra. Il sensazionale trasforma il mondo in un luogo sempre sul punto di crollare.

Immaginiamo un giornale parigino del 1895 che deve pubblicare un titolo d’apertura. Ci sono tre notizie disponibili: un dibattito parlamentare, un incidente ferroviario senza morti, una lite familiare degenerata in aggressione. Nessuna di queste notizie è davvero esplosiva. Ma la redazione sceglie la lite familiare. La descrive come segno dell’instabilità urbana, della degenerazione dei costumi, del pericolo delle periferie. Aggiunge dettagli presi da testimoni non verificati. Inserisce un riquadro di commento morale. L’evento diventa narrazione. La narrazione diventa simbolo. Il simbolo diventa verità pubblica.

La mente umana non è progettata per distinguere tra intensità percepita e frequenza reale. Se il giornale racconta un evento come eccezionale, il lettore lo percepisce come tale, anche se statisticamente irrilevante. Questo bias cognitivo diventa l’alleato perfetto del sensazionale. L’informazione industriale sfrutta il meccanismo più antico della credulità: la tendenza a considerare più importanti gli eventi che emozionano.

Il sensazionale non corrompe solo la percezione del lettore. Corrompe anche la percezione del giornalista. Col tempo, il giornalista non cerca più ciò che è vero. Cerca ciò che funziona. Cerca la storia che potrà essere messa in prima pagina. La verità diventa un limite. Il confine tra vero e falso diventa un confine narrativo. Il sensazionale spinge verso la semplificazione estrema, verso la costruzione di personaggi, verso la dicotomia buono contro cattivo, verso la teatralizzazione degli eventi.

Questa teatralizzazione non è molto diversa da quella delle antiche propagande, ma ha una differenza fondamentale: non è orchestrata da un potere centrale. È prodotta dal mercato. È il mercato che costruisce l'immaginario. È il mercato che decide ciò che merita di essere raccontato. È il mercato che determina quanto lungo deve essere un allarme, quanto intensa una indignazione, quanto ripetuto un scandalo. Il sensazionale diventa così un potere impersonale, ma potentissimo.

5.8 – Conclusione del Capitolo 5: la nascita della mente mediatica moderna

Alla fine del Capitolo 5, ciò che emerge non è solo un cambiamento nei mezzi di comunicazione. È un cambiamento nella mente. La società moderna, esposta a un flusso quotidiano di notizie, sviluppa una nuova forma di coscienza, una coscienza abitata da fatti lontani, da drammi di sconosciuti, da crisi percepite attraverso titoli, da emozioni che passano attraverso colonne di inchiostro.

La mente mediatica moderna è una mente che conosce senza vedere. È una mente che crede per saturazione. È una mente che confonde la frequenza della notizia con la frequenza del fenomeno. È una mente che vive in una condizione di allerta costante, perché il giornale deve generare urgenza. È una mente vulnerabile alla paura, alla semplificazione, alla polarizzazione.

L’informazione industriale non ha creato la credulità. L’ha amplificata. Non ha creato la disinformazione. L’ha resa redditizia. Non ha creato la manipolazione. L’ha resa stabile. Il falso moderno non è un incidente. È un effetto collaterale del sistema. Una conseguenza inevitabile della necessità di produrre contenuti, attirare pubblico, mantenere attenzione.

La mente mediatica moderna è anche la mente che entrerà nel Novecento. E il Novecento porterà la disinformazione a livelli mai raggiunti prima. Non più solo giornali. Non più solo concorrenza commerciale. Non più solo panico morale. Ma propaganda organizzata, regimi che usano i media come apparati, guerre combattute con le notizie prima che con le armi, tecniche psicologiche che trasformano popoli interi in masse influenzabili.

Prima di entrare in quel mondo, però, dovremo fermarci. Proprio come dopo il Medioevo, anche dopo l'età dei giornali dobbiamo analizzare il cambiamento nella psicologia del credere. Perché la mente che legge un giornale non è la stessa che ascoltava un predicatore. La sua vulnerabilità è diversa. I suoi bias sono diversi. I suoi punti deboli sono diversi.

Intermezzo B – Anatomia della creduloneria (2)

La creduloneria non scompare con la modernità. Cambia pelle. Non è più la credulità del villaggio medievale, fondata sulla rarefazione delle informazioni e sulla necessità di attribuire significato a ogni fenomeno naturale. È una credulità nuova, nata non dall’assenza, ma dall’eccesso. Non dalla scarsità, ma dalla saturazione. Non dalla lentezza, ma dalla velocità. Il mondo moderno, con le sue città immense, i suoi giornali quotidiani, i suoi scandali ripetuti, i suoi panici collettivi, crea un ambiente mentale completamente diverso da quello che gli uomini avevano conosciuto in tutte le epoche precedenti. E in questo ambiente nasce una forma nuova di vulnerabilità cognitiva: la credulità mediatica.

La credulità mediatica non è ingenua. Non nasce dalla mancanza di strumenti intellettuali. Nasce dalla mancanza di difese contro un flusso continuo di stimoli informativi. L’individuo moderno non è più ignorante come il contadino medievale. È sommerso. È attraversato ogni giorno da decine di notizie, voci, commenti, insinuazioni. Vive in una condizione di esposizione costante. E quando l’esposizione supera la capacità di elaborazione, la mente deve semplificare. È nella semplificazione che il falso trova il suo varco.

La prima radice della credulità mediatica è la familiarità ripetuta. La psicologia moderna ha mostrato che la mente considera più veri i concetti che incontra spesso, indipendentemente dalla loro veridicità. Questa predisposizione ha radici evolutive: ciò che è familiare è percepito come sicuro. Ma nell’età dei giornali la familiarità non deriva più dall’esperienza diretta. Deriva dalla ripetizione mediatica. Una notizia irreale, se ripetuta su più giornali, diventa plausibile. Una teoria priva di fondamento, se citata più volte, diventa credibile. La modernità non ha abolito l’autorità. L’ha trasformata in una conseguenza della frequenza.

La seconda radice è il bisogno di aggiornamento. Il giornale ha trasformato il modo in cui gli uomini percepiscono il tempo. Dove il Medioevo viveva in un tempo ciclico, la modernità vive in un tempo lineare e accelerato. Ogni giorno deve portare qualcosa di nuovo. Ogni giorno deve contenere un cambiamento. Ogni giorno deve offrire un dramma. Questa necessità di novità crea una dipendenza. E la dipendenza rende vulnerabili. Il lettore moderno non cerca la verità. Cerca la notizia. Il valore della notizia non è la sua aderenza al reale, ma la sua capacità di rinnovare il mondo mentale del lettore. In questo processo, il falso ha un vantaggio: è più facilmente rinnovabile del vero.

La terza radice è l’anonimato urbano. Le grandi città moderne sono luoghi in cui la fiducia non deriva più da relazioni personali. Deriva da istituzioni, segnali, reputazioni mediatizzate. In un villaggio medievale si credeva a ciò che diceva il prete perché il prete era parte della comunità. In una città ottocentesca si crede a ciò che dice il giornale perché il giornale è l’unico mediatore stabile. L’anonimato crea una distanza che il giornale colma. Ma quella distanza rende l’individuo incapace di verificare. Lacerato tra la vicinanza emotiva delle notizie e la distanza reale da ciò che esse descrivono, l’uomo moderno si affida alla pagina come surrogato dell’esperienza.

La quarta radice è il bisogno di orientamento. Le città moderne sono caotiche, rumorose, imprevedibili. Generano una sensazione costante di disordine. Il giornale promette di dare ordine. Promette di interpretare. Promette di spiegare. E spesso mantiene questa promessa, ma al prezzo di una semplificazione estrema. L’interpretazione giornalistica non è neutra. È una selezione. È un filtro. È un modo per ridurre la complessità del mondo a un numero limitato di categorie: pericolo, progresso, corruzione, criminalità, scandalo, minaccia. La mente moderna non cerca solo informazioni. Cerca mappe emotive. E il giornale gliele fornisce.

La quinta radice è il bisogno di partecipazione. L’opinione pubblica moderna è un fenomeno nuovo, un’entità collettiva che non ha precedenti nel mondo antico o medievale. Gli individui desiderano farne parte. Desiderano sentirsi partecipi di un discorso più ampio. Il giornale offre questa partecipazione, ma al prezzo di una identificazione narrativa. Il lettore non assorbe solo notizie. Assorbe posizioni. Assorbe antagonismi. Assorbe appartenenze. La credulità moderna nasce spesso dal desiderio di allinearsi a un gruppo politico, culturale o sociale. Si crede non perché l’informazione è convincente, ma perché essere parte della comunità dei lettori richiede un atto di adesione mentale.

La sesta radice è il panico morale urbano. Le grandi città, come abbiamo visto nel capitolo precedente, producono allarmi continui. Ogni deviazione comportamentale diventa simbolo di decadenza. Ogni delitto diventa segno di collasso sociale. Ogni conflitto diventa minaccia radicale. La mente urbana, bombardata da notizie allarmanti, sviluppa una predisposizione alla paura che amplifica la credulità. Non si crede perché si è ingenui. Si crede perché si è stanchi. La paura crea scorciatoie cognitive. Una notizia spaventosa non viene valutata. Viene accolta.

La settima radice è la sovrapposizione tra informazione e spettacolo. Il giornale moderno, per sopravvivere, deve intrattenere. La notizia diventa storia. La storia diventa dramma. Il dramma diventa routine. La mente moderna, abituata a consumare narrazioni, inizia a confondere il mondo con la sua rappresentazione narrativa. Questa confusione è fertile terreno per il falso. Perché il falso sa essere narrativamente più efficace del vero. Il vero è spesso incompleto, privo di coerenza, difficile da raccontare. Il falso, invece, può essere modellato fino a diventare perfetto. E la perfezione narrativa è un potente stimolo cognitivo.

L’ottava radice è la dissonanza cognitiva politicamente orientata. Nell’età dei giornali, le opinioni diventano appartenenze. E le appartenenze diventano identità. Un individuo che si identifica con una fazione politica ha maggiore difficoltà ad accettare informazioni che contraddicono la propria posizione. La credulità moderna è spesso selettiva. Non si crede a tutto. Si crede a ciò che rafforza la propria identità. Il resto viene scartato. Questo crea una polarizzazione informativa che spezza l’opinione pubblica in mondi paralleli. Mondi pieni di notizie vere, ma anche di falsità coerenti con le emozioni dei propri membri.

La nona radice è il bisogno di semplificazione urbana. La città moderna presenta al cittadino una quantità enorme di fenomeni intrecciati: politica, economia, crimine, legislazione, scienza, tecnologia, rivoluzioni industriali, cambiamenti sociali. Di fronte a questa complessità, la mente cerca scorciatoie. Cerca spiegazioni lineari. Cerca responsabili. Cerca un asse interpretativo stabile. Il falso moderno risponde perfettamente a questa necessità. Offrire una spiegazione semplice in un mondo complesso è una delle forme più potenti di manipolazione.

Infine, la decima radice è la cultura dell’urgenza. Il giornale ha introdotto una pressione temporale costante. La notizia deve essere immediata. Il lettore deve reagire rapidamente. Non c’è tempo per riflettere. Non c’è tempo per verificare. La velocità diventa un criterio di verità. Ciò che arriva per primo sembra più affidabile. È una forma di autorità basata sulla tempestività. E il falso, che può essere prodotto senza attendere conferme, spesso arriva prima del vero. Nelle società moderne, la menzogna è più rapida della verifica. E la rapidità produce credulità.

Questo insieme di radici crea una mente nuova. Una mente esposta, fragile, instabile. Una mente che vive in un ambiente informativo in cui la realtà è costantemente filtrata, selezionata, drammatizzata. Una mente che deve fare i conti con una quantità di informazioni che nessuna generazione precedente aveva mai dovuto gestire. La credulità moderna non è un difetto, ma una reazione adattiva a un sovraccarico cognitivo.

Tutto questo ci conduce quindi a una conclusione fondamentale: la modernità non ha ridotto la vulnerabilità al falso. L’ha trasformata. L’ha resa parte integrante della vita quotidiana. L’ha resa una conseguenza inevitabile dell’ambiente mediatico. Il cittadino moderno crede perché deve credere. La verifica richiede tempo, fatica, distanza critica. La credulità richiede solo esposizione. La mente moderna è continuamente esposta.

Ed è questa mente, già provata dall’informazione industriale, che entrerà nel Novecento. Un secolo in cui Stati, partiti, industrie culturali e apparati militari scopriranno come sfruttare ogni radice della credulità per costruire nuove forme di controllo. La propaganda moderna non nasce nel vuoto. Nasce nella mente mediatica. Nasce nella sua fragilità. Nasce nell’abitudine a credere che ciò che si legge sia ciò che è.

CAPITOLO 6 – La propaganda di massa: Stati moderni, ideologie e la nascita del controllo psicologico

6.1 – La nascita della propaganda moderna: nuovi Stati, nuovi mezzi, nuove masse

Il Novecento non è solo il secolo della tecnologia, della scienza, delle guerre mondiali, delle rivoluzioni. È il secolo in cui l’informazione cessa definitivamente di essere un flusso spontaneo e diventa un’infrastruttura manipolabile. Gli Stati, che nei secoli precedenti si erano limitati a intervenire episodicamente nei processi informativi, scoprono che la notizia può essere una risorsa strategica pari alle armi, alle ferrovie, alle industrie. La propaganda moderna non nasce per ingannare. Nasce per governare. Nasce per organizzare masse immense, per orientare emozioni collettive, per creare consenso. La disinformazione non è più un fenomeno che emerge dal mercato o dalle voci. È un prodotto progettato.

Il passaggio avviene in un ambiente completamente nuovo: per la prima volta nella storia l’umanità vive in società in cui milioni di persone ricevono ogni giorno le stesse informazioni. I giornali hanno raggiunto tirature enormi, la fotografia ha reso il mondo visibile in modo immediato, la litografia ha permesso la riproduzione di immagini, la scuola ha diffuso l’alfabetizzazione di base, le città hanno concentrato la popolazione, le ferrovie hanno accelerato la circolazione delle idee. La massa urbana, già descritta nei capitoli precedenti, diventa ora oggetto e strumento della politica.

Gli Stati moderni comprendono rapidamente che governare una massa non significa soltanto imporre leggi, raccogliere tasse, costruire infrastrutture. Significa governare la percezione. Significa costruire narrazioni collettive che permettano a individui sconosciuti tra loro di sentirsi parte di un tutto. È il principio del nazionalismo moderno: non una identità naturale, ma una identità costruita attraverso immagini, inni, festività, manuali scolastici, monumenti, eventi pubblici. La propaganda moderna non crea solo opinioni. Crea appartenenza.

Immaginiamo il cittadino di una grande nazione europea all’inizio del Novecento. Vive in una città industriale, lavora in una fabbrica, legge un giornale che interpreta gli eventi per lui, partecipa a manifestazioni patriottiche organizzate dallo Stato, vede per la prima volta fotografie di eserciti, di re, di fabbriche, di opere pubbliche. La sua percezione del mondo non è più costruita da un singolo mezzo, ma da una rete di stimoli visivi, testuali, rituali. La propaganda moderna nasce nella convergenza di questi stimoli. È il primo sistema di comunicazione integrata della storia.

Il concetto stesso di “opinione pubblica”, nato nei secoli precedenti, cambia natura. Non è più un organismo spontaneo che si forma nei caffè, nei mercati, nelle redazioni. È un organismo coltivato. È un territorio da conquistare. Gli Stati iniziano a creare uffici dedicati alla comunicazione. Le grandi potenze fondano dipartimenti che controllano le notizie in tempo di guerra, producono comunicati, orientano la stampa, diffondono voci nei paesi nemici, censurano informazioni rilevanti. La Guerra russo–giapponese, la guerra boera, la Prima guerra mondiale: ogni conflitto diventa un laboratorio della manipolazione.

Ma la propaganda moderna non nasce solo in tempo di guerra. Nasce anche in tempo di pace, quando gli Stati devono creare consenso interno. I ministeri della pubblica istruzione scrivono libri scolastici che raccontano la storia nazionale come una epica di unità, lotta, progresso. I governi finanziano monumenti, cerimonie, manifestazioni sportive che rafforzano l’identità collettiva. La propaganda non è ancora la macchina totalitaria che diventerà in seguito, ma è già una macchina. Una macchina che produce appartenenza.

Tuttavia, ciò che rende moderna la propaganda non è la sua esistenza. Gli imperi antichi facevano propaganda da millenni. Ciò che la rende nuova è la sua scala. Mai prima d’ora un messaggio aveva potuto raggiungere milioni di persone in poche ore. Mai prima d’ora era stato possibile costruire un immaginario nazionale attraverso immagini riprodotte in massa. Mai prima d’ora il potere aveva potuto contare su una popolazione alfabetizzata, urbanizzata e disciplinata dal lavoro industriale, capace di ricevere e interiorizzare messaggi complessi. La modernità offre alla propaganda il mezzo perfetto: la massa.

La massa non è solo un insieme numerico. È una struttura psicologica. Nella massa, l’individuo perde parte della propria identità e assorbe quella collettiva. Diventa più emotivo, più suggestionabile, più reattivo agli stimoli immediati. La propaganda moderna non inganna la massa. La usa. La orienta verso obiettivi politici che richiedono mobilitazione emotiva. La massa non deve essere convinta razionalmente. Deve essere coinvolta simbolicamente. E per questo servono immagini.

6.2 – Il potere delle immagini: fotografia, illustrazione, poster

La propaganda moderna non nasce con il giornale. Nasce con l’immagine. Il testo può informare, persuadere, argomentare. Ma l’immagine può colpire, emozionare, condizionare. La fotografia, in particolare, introduce nella storia una forma di autorità che nessun altro mezzo aveva mai posseduto. L’immagine fotografica appare come una traccia diretta della realtà. Non come una interpretazione, ma come una impronta. E questa apparenza cambia tutto.

Nel secondo Ottocento, le fotografie iniziano a circolare sui giornali. Non sono ancora integrate come nel Novecento, ma già possiedono un potere psicologico enorme. Il lettore vede, per la prima volta, volti di sovrani, rovine di battaglie, folle radunate, cerimonie, catastrofi. Vede ciò che non avrebbe mai potuto vedere. E ciò che vede diventa reale in modo immediato. La fotografia non discute. Impone.

Per i governi, questo nuovo mezzo è un’opportunità straordinaria. Possono mostrare ciò che vogliono far credere. Possono creare archivi visivi di gloria nazionale. Possono esibire eserciti ben organizzati, scuole luminose, infrastrutture moderne. Possono offrire al cittadino un’immagine di ordine, progresso, potenza. La fotografia non serve solo a documentare. Serve a costruire un’immagine mentale della nazione.

Ma la fotografia non è l’unico mezzo visivo della propaganda moderna. Il poster illustrato, nato nella seconda metà dell’Ottocento, diventa uno strumento potentissimo. Il poster non informa. Suggerisce. Condensa. Esagera. Crea icone. Un poster patriottico può mostrare un soldato eroico, una madre che benedice il figlio che parte per la guerra, un nemico rappresentato come un mostro. Il poster parla alla mente e al corpo. Non chiede interpretazione. Chiede adesione.

Immaginiamo le strade di Vienna nel 1914. I muri sono coperti di manifesti che invitano alla mobilitazione generale. Giovani che sorridono, bandiere che sventolano, simboli nazionali che brillano. La guerra viene trasformata in festa. La propaganda visiva non deve convincere che la guerra è giusta. Deve far sentire che partire è naturale. È un meccanismo emotivo, non argomentativo. E funziona perché bypassa il pensiero critico. L’immagine agisce prima della riflessione.

Nel mondo moderno, la propaganda scopre che l’immagine può fare ciò che il testo non può fare: creare unità emotiva. Quando milioni di persone vedono la stessa fotografia, la stessa illustrazione, lo stesso poster, condividono una esperienza percettiva comune. Questa esperienza diventa emozione comune. L’emozione comune diventa opinione pubblica. L’opinione pubblica diventa forza politica. E la forza politica diventa consenso.

La propaganda moderna non mente sempre attraverso il contenuto delle immagini. Mente attraverso la loro selezione. Mostra ciò che rafforza la narrazione. Nasconde ciò che la contraddice. È un processo di editing del reale. Non si tratta di creare un mondo falso, ma di ridurre il mondo a ciò che serve. Il falso moderno può essere costruito semplicemente attraverso la scelta di cosa mostrare.

La fotografia può suggerire che una guerra è una marcia trionfale. Il poster può suggerire che un popolo è unito. L’illustrazione può trasformare un nemico in un barbaro. La propaganda moderna lavora sul piano simbolico, non fattuale. Perché nel mondo delle masse l’importante non è ciò che è vero. È ciò che appare.

6.3 – La Prima guerra mondiale: nascita della propaganda totale

La Prima guerra mondiale segna una frattura nella storia dell’informazione. Per la prima volta un conflitto non si combatte solo nelle trincee, nelle città, nei mari, ma anche nella mente dei popoli. Gli Stati comprendono che la guerra totale richiede un consenso totale. E il consenso totale richiede un controllo altrettanto totale della percezione. La propaganda, che fino a quel momento era stata uno strumento importante, diventa una struttura permanente. Diventa un apparato. Diventa un’industria parallela a quella bellica.

La Prima guerra mondiale è il primo conflitto in cui la popolazione civile è considerata un bersaglio politico. Non un bersaglio militare, ma psicologico. I governi devono convincere milioni di persone a resistere, a sopportare, a sacrificare risorse, a sostenere lo sforzo bellico. Devono evitare il panico, mantenere il morale, costruire nemici, inventare eroismi, occultare fallimenti. È in questo contesto che nascono i grandi uffici di propaganda statale. In Inghilterra il War Propaganda Bureau, in Francia le sezioni specializzate del Ministero della Guerra, in Germania e in Austria apparati simili. Ogni Stato costruisce un sistema di comunicazione pervasivo.

La propaganda della Grande guerra non si limita a incoraggiare. Costruisce un mondo. Le notizie dal fronte sono selezionate. Le fotografie sono controllate. Le lettere dei soldati sono censurate. Gli articoli dei giornali sono filtrati. Le sconfitte vengono minimizzate. Le vittorie vengono amplificate. Le atrocità nemiche vengono enfatizzate. Le proprie vengono taciute. L’informazione diventa un campo di battaglia a sé.

Un esempio emblematico è la propaganda sugli stupri commessi dall’esercito tedesco in Belgio. Sebbene esistessero episodi reali, la stampa inglese e francese li trasformò in narrazioni sistematiche di barbarie inaudita. Manifesti, articoli, illustrazioni mostrarono soldati tedeschi come animali famelici. Non si trattava solo di denunciare un crimine. Si trattava di creare un immaginario morale. Il nemico non doveva essere sconfitto. Doveva essere odiato. La propaganda moderna comprende che la guerra psicologica richiede una costruzione emotiva del nemico.

Allo stesso tempo, gli Stati diffondono notizie ottimistiche per mantenere la coesione interna. Le offensive vengono presentate come successi inevitabili anche quando si rivelano massacri. Le truppe sono descritte come entusiaste. Le popolazioni civili come unite. La guerra viene narrata come una epopea nazionale. È un divario costante tra ciò che accade e ciò che viene raccontato. E questo divario è deliberato. È il primo grande esperimento di manipolazione di massa della modernità.

La propaganda della Prima guerra mondiale utilizza tutti i mezzi disponibili: giornali, poster, fotografie, cartoline, cinema, conferenze pubbliche, opuscoli scolastici. Le scuole insegnano ai bambini narrazioni patriottiche. Le chiese vengono coinvolte nella costruzione del consenso. Gli intellettuali vengono mobilitati per firmare manifesti a sostegno della guerra. La propaganda non è più un dipartimento. È una cultura. È un modo di percepire il mondo.

Ma il punto cruciale è un altro. Per la prima volta nella storia, la propaganda raggiunge anche i soldati al fronte. Manifesti, volantini, giornali di trincea vengono distribuiti per motivarli, per rassicurarli, per giustificare decisioni spesso incomprensibili. La propaganda diventa un balsamo e un veleno. Tiene uniti i popoli, ma crea una distanza enorme tra la realtà vissuta e la realtà narrata. Questa distanza esploderà nel dopoguerra, creando sfiducia nelle istituzioni e preparando il terreno alle ideologie radicali.

La Prima guerra mondiale non inventa la manipolazione. La scala. La professionalizza. La istituzionalizza. Il mondo non tornerà più indietro. D’ora in avanti, ogni grande conflitto sarà anche una guerra di percezioni.

6.4 – Il dopoguerra e le ideologie: quando il falso modella le identità

Il dopoguerra della Grande guerra crea un vuoto. Un vuoto morale, economico, politico. Gli Stati sono devastati, le economie crollate, le società provate. Milioni di uomini tornano feriti, disillusi, alienati. I giornali, che avevano alimentato illusioni di gloria, vengono ora percepiti con sospetto. Il divario tra realtà e narrazione è enorme. È in questo vuoto che nascono le ideologie del Novecento. E le ideologie non sono semplici sistemi di idee. Sono narrazioni totali. Sistemi di interpretazione del mondo che promettono ordine, identità, appartenenza. Offrono al caos una forma. E spesso questa forma è costruita attraverso il falso.

Nel caos del dopoguerra proliferano teorie del complotto, falsificazioni storiche, narrazioni identitarie costruite ad arte. Il caso più emblematico è la diffusione dei Protocolli dei Savi di Sion, un falso clamoroso, prodotto dalla polizia zarista, che descrive un inesistente complotto ebraico per dominare il mondo. I Protocolli sono una delle disinformazioni più devastanti della storia moderna. Non sono creduti perché plausibili. Sono creduti perché rispondono a un bisogno psicologico profondo: la necessità di spiegare il caos attraverso un nemico.

La propaganda ideologica del dopoguerra funziona esattamente così. Identifica un nemico. Gli attribuisce poteri esagerati. Costruisce una narrazione coerente. E diffonde questa narrazione attraverso giornali, pamphlet, comizi, manifesti. Il falso ideologico non cerca di competere con il vero. Cerca di sostituirlo con un mondo narrativo più semplice e più emotivamente soddisfacente.

In Italia, il fascismo nasce in un clima di violenza politica e di frustrazione nazionale. La propaganda fascista utilizza miti di rinascita, grandezza imperiale, tradizione guerriera, disciplina collettiva. Non importa che molte di queste narrazioni siano inventate o distorte. Importa che funzionino come simboli. L’identità fascista non è un’adesione intellettuale. È una identificazione emotiva con un immaginario.

In Germania, il nazionalsocialismo utilizza la propaganda per trasformare un popolo sconfitto e umiliato in una comunità immaginaria unita da rancore, orgoglio, destino. Le menzogne sulle origini della nazione, sulle presunte cospirazioni ebraiche, sulle grandezze del passato sono strumenti psicologici. Non descrivono il mondo. Lo riscrivono.

Le ideologie del Novecento non si limitano a usare la propaganda. La integrano. La fanno diventare parte essenziale del loro funzionamento. La propaganda non è un mezzo. È l’ambiente. È l’aria che si respira. È un continuo processo di modellazione della percezione. Nessuna ideologia del Novecento può esistere senza manipolare il reale.

Il dopoguerra ci insegna una verità fondamentale: la disinformazione non è più un problema di fatti. È un problema di significati. Non si combatte con dati, ma con narrazioni alternative. E chi controlla la narrazione controlla il senso del mondo.

6.5 – L’avvento dei totalitarismi e la manipolazione organizzata della percezione

I totalitarismi del Novecento rappresentano il culmine della propaganda moderna. Sono il punto di incontro tra le radici della credulità, l’industrializzazione dell’informazione, la capacità tecnica di riprodurre immagini, la mobilitazione emotiva delle masse, la centralizzazione del potere. Sono sistemi in cui la realtà deve essere unificata, purificata, controllata. E per farlo, il potere deve impadronirsi dell’intero spazio informativo. Non può limitarsi a manipolare notizie. Deve controllare il modo stesso di percepire.

La propaganda totalitaria non cerca di convincere. Cerca di occupare. Occupa l’attenzione, il linguaggio, l’immaginario, il tempo. Trasforma la vita quotidiana in una scenografia permanente. Non esistono più notizie neutre. Ogni notizia deve essere interpretata secondo la dottrina. Non esistono più giornali indipendenti. Tutti devono riprodurre la stessa narrazione. Non esistono più immagini neutre. Ogni immagine deve celebrare il potere.

Il totalitarismo usa la menzogna come strumento di dominio, non come eccezione. La verità diventa un concetto elastico, definito esclusivamente dall’autorità. Il potere totalitario non teme la contraddizione. Può sostenere una cosa e il suo contrario, purché la popolazione accetti entrambi come veri a seconda del contesto. La menzogna non deve essere plausibile. Deve essere ripetuta. La ripetizione crea abitudine. L’abitudine crea accettazione. L’accettazione crea consenso.

Il caso del nazismo è emblematico. Goebbels comprende che la propaganda non deve limitarsi a diffondere messaggi. Deve creare un clima. Il clima è fatto di eventi orchestrati, marce, parate, film, radio, simboli, manifesti, celebrazioni. Ogni elemento della vita collettiva diventa un’occasione per rafforzare la narrazione ufficiale. La propaganda totalitaria non invade la vita. La sostituisce.

Anche il fascismo italiano utilizza tecniche simili, seppure con scala e intensità diverse. Il regime costruisce un immaginario di disciplina, modernità, romanità. Organizza raduni, crea cinegiornali, controlla la stampa. Non deve convincere che il regime è perfetto. Deve impedire che si possa immaginare un’alternativa.

Il modello sovietico porta questa logica a un altro livello. La propaganda sovietica non crea solo un nemico esterno. Crea un mondo interno. Un mondo in cui la realtà economica viene costantemente distorta, le difficoltà nascoste, le sconfitte camuffate da vittorie, le repressioni presentate come difesa della rivoluzione. I manifesti sovietici mostrano lavoratori sorridenti, raccolti abbondanti, fabbriche efficienti. Ogni immagine è una promessa. Ogni promessa è una menzogna rituale.

Il punto cruciale è che la propaganda totalitaria non mira alla credulità nel senso tradizionale. Non vuole che la popolazione creda sinceramente. Vuole che la popolazione viva dentro il sistema simbolico del regime. Vuole che le persone si comportino come se credessero. La propaganda totalitaria crea una forma nuova di falso: il falso performativo. Ciò che importa non è che la menzogna sia creduta. È che sia ripetuta. È che sia agita. È che sia incorporata nei rituali sociali.

In questo senso, i totalitarismi del Novecento sono la massima espressione della manipolazione moderna. Non ingannano la percezione. Ingannano il mondo. Ne costruiscono uno parallelo. E costringono la popolazione a viverci dentro. È il punto più estremo dello sviluppo iniziato con l’informazione industriale.

6.6 – La propaganda nelle democrazie: persuasione, pubblicità, manipolazione soft

Il totalitarismo non ha il monopolio della propaganda. La modernità dimostra che anche le democrazie, pur basandosi sulla pluralità dell’informazione, ricorrono a forme di manipolazione. Non possono imporre un’unica narrazione, ma possono guidare il comportamento collettivo attraverso strategie più sottili. La propaganda nelle democrazie non ordina. Suggerisce. Non impone. Orienta. Non costruisce un mondo chiuso. Seleziona ciò che deve emergere. La sua forza non è la coercizione. È l’onnipresenza.

Il punto chiave è che le democrazie moderne sono società di massa. L’opinione pubblica è un attore politico reale. I governi devono conquistarla. I partiti devono sedurla. Le aziende devono persuaderla. Le istituzioni devono gestirla. Nasce così la persuasione organizzata, un sistema che unisce psicologia, marketing, comunicazione politica. La propaganda soft non cerca di creare una realtà alternativa, come fanno i regimi totalitari. Cerca di orientare le scelte attraverso la percezione di ciò che è desiderabile, normale, conveniente.

Il primo laboratorio di questa nuova propaganda è la pubblicità commerciale. Alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, le aziende comprendono che non vendono solo prodotti. Vendono identità, stili di vita, aspirazioni. Il linguaggio della pubblicità diventa un linguaggio di desideri. Non si limita a mostrare un bene. Costruisce un mondo in cui quel bene produce felicità. La pubblicità crea una psicologia collettiva basata su un principio semplice: ripetizione, associazione emotiva, promessa.

Immaginiamo una metropoli americana degli anni Venti. Lungo le strade appaiono cartelloni colorati che mostrano famiglie sorridenti, auto lucenti, saponi miracolosi. Nelle riviste compaiono immagini che rappresentano un ideale di successo, pulizia, progresso. La pubblicità non mente nel senso tradizionale. Ma crea un mondo mentale in cui l’individuo sente il bisogno di aderire a un’identità che non ha scelto. È una forma di propaganda economica. Una propaganda che usa la psicologia come leva e la novità come seduzione.

Il linguaggio pubblicitario influenza rapidamente il linguaggio della politica. Le campagne elettorali diventano simili a campagne commerciali. I candidati vengono presentati come prodotti. Le promesse diventano slogan. La complessità politica viene ridotta a emozioni rapide, comprensibili, immediate. La propaganda democratica non cerca di distruggere il pensiero critico. Cerca di aggirarlo. Lo supera attraverso un sistema di stimoli che colpiscono la decisione prima della riflessione.

Durante le guerre, anche le democrazie adottano forme più rigide di propaganda. La Seconda guerra mondiale sarà un caso emblematico. Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia libera producono film, poster, radio, documentari, comunicati ufficiali. Tutti coordinati. Tutti orientati. Tutti finalizzati a costruire morale, unità, sacrificio. Le democrazie scoprono che, quando la sopravvivenza nazionale è in gioco, la libertà informativa può essere temporaneamente sospesa in nome di una narrazione collettiva.

Ma ciò che distingue la propaganda democratica da quella totalitaria è la sua natura competitiva. Nelle democrazie esistono molte narrazioni, non una sola. La propaganda diventa un’arte di influenzare senza monopolizzare. È il dominio della manipolazione soft. La manipolazione che non si percepisce come tale. La manipolazione che sfrutta la libertà invece di negarla.

È in questo contesto che nasce il concetto moderno di opinione pubblica come risorsa strategica. Partiti, giornali, aziende, sindacati, movimenti culturali iniziano a studiare il pubblico. Nascono i sondaggi, le analisi statistiche, le tecniche di targetizzazione. La propaganda non è più arte intuitiva. È scienza. Una scienza che prepara il terreno alla guerra psicologica della Guerra fredda.

6.7 – Guerra fredda e inganno geopolitico

La Guerra fredda porta la disinformazione a un nuovo livello. Non è un conflitto tradizionale. È un conflitto di percezioni. Una guerra combattuta attraverso la paura, la cultura, i media, la diplomazia, l’intelligence. Le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, competono per il controllo del mondo non solo con armi e alleanze. Ma con narrazioni. Con modelli di società. Con immagini.

È nella Guerra fredda che la disinformazione diventa geopolitica. La CIA e il KGB non si limitano a spiare. Producono notizie false per destabilizzare governi, screditare avversari, alimentare sospetti, creare tensioni. Si diffondono voci su complotti, colpi di Stato, tradimenti, epidemie, piani segreti. Il mondo diventa un campo di battaglia informativo in cui il vero e il falso si mescolano in modo inestricabile.

La propaganda sovietica costruisce l’immagine di un capitalismo decadente, corrotto, disumano. La propaganda americana costruisce l’immagine di un comunismo oppressivo, inefficiente, minaccioso. Entrambe le narrazioni contengono elementi veri e distorsioni. Entrambe servono a rafforzare identità collettive. Entrambe generano fiducia interna e sospetto verso il nemico.

Il cinema, la televisione, la radio, la musica diventano strumenti strategici. La CIA finanzia riviste culturali, traduzioni di testi filosofici, movimenti artistici. L’Unione Sovietica risponde finanziando gruppi intellettuali nei paesi occidentali. Il soft power diventa un’arma. Non si tratta più solo di mentire. Si tratta di creare mondi alternativi in cui la popolazione creda di vivere.

Uno degli esempi più emblematici è la diffusione deliberata di notizie false riguardo a programmi biologici o complotti militari. La disinformazione non mira a convincere tutti. Mira a creare il dubbio. Il dubbio è già destabilizzazione. Se una minoranza significativa di individui crede a una narrazione alternativa, la coesione sociale si indebolisce. È una guerriglia cognitiva.

La Guerra fredda introduce anche la strategia della saturazione informativa. Si diffondono contemporaneamente molte versioni di un evento, per impedire al pubblico di capire quale sia vera. L’obiettivo non è imporre una verità. È dissolvere la possibilità stessa di raggiungerla. È un meccanismo che anticipa la manipolazione digitale contemporanea.

Alla fine della Guerra fredda, il mondo non è più diviso semplicemente tra due blocchi. È diviso tra molte narrazioni. La percezione geopolitica è diventata un campo instabile. La verità non è più un bene pubblico. È una risorsa strategica.

6.8 – Conclusione del Capitolo 6: la realtà come campo di battaglia

Alla fine di questo capitolo, appare evidente che il Novecento ha compiuto una trasformazione radicale. La disinformazione non è più un incidente della storia. Non è più un effetto collaterale dei mezzi di comunicazione. È diventata una infrastruttura. Gli Stati la utilizzano per governare. Le ideologie per mobilitare. Le democrazie per persuadere. Le aziende per vendere. Le intelligence per destabilizzare. I media per competere. La società moderna vive dentro una rete di manipolazioni che non può semplicemente evitare. Può solo imparare a riconoscere.

Il capitolo ci consegna una lezione fondamentale. Il falso non è più un contenuto. È un ambiente. È una condizione. È uno stato del mondo. È un campo di battaglia in cui il vero è solo una delle molte forze in gioco. La percezione è diventata la realtà politica per eccellenza. E chi controlla la percezione controlla il mondo.

L’uomo moderno non è vittima passiva. Ma è immerso in un sistema informativo che supera la sua capacità di elaborazione. I totalitarismi hanno mostrato che il falso può governare. Le democrazie hanno mostrato che il falso può persuadere. La Guerra fredda ha mostrato che il falso può stabilizzare o destabilizzare interi paesi. L’inganno non è più un evento. È una strategia.

Il prossimo capitolo esplorerà l’ingresso nella contemporaneità: un mondo in cui le tecnologie digitali moltiplicheranno la disinformazione fino a livelli inimmaginabili per i secoli precedenti. Un mondo in cui non sarà più lo Stato a controllare il falso. Sarà la rete stessa. Saranno le piattaforme. Saranno le masse. Sarà la velocità.

La storia del falso non finisce qui. Entra nella sua fase più volatile, più rapida, più pervasiva: la fase digitale.

CAPITOLO 7 – Televisione e illusione dell’oggettività

7.1 – La nascita della televisione e l’autorità dello schermo

La televisione segna un cambiamento radicale nella storia del falso. Non perché inventi nuove forme di manipolazione, ma perché applica una forma di autorità mai esistita prima. Fino agli anni cinquanta, la verità, pur già manipolabile, conservava un carattere testuale o fotografico. Il giornale e la radio informavano, ma non costruivano un senso di presenza. La televisione introduce un’illusione diversa: l’illusione che la realtà si stia manifestando direttamente davanti agli occhi dello spettatore. Non come racconto, ma come evento.

Questa illusione visiva è più potente di qualsiasi forma precedente di comunicazione. La televisione unisce immagine e voce, movimento e linguaggio, volto e gesto. Il pubblico non percepisce più di leggere una notizia. Percepisce di assistere a una scena. E la scena, proprio perché visibile, sembra immediatamente vera. La mente umana non è progettata per distinguere tra l’esperienza diretta e la sua simulazione tecnica. La televisione sfrutta questa predisposizione in modo strutturale.

La sua nascita avviene in un periodo storico cruciale. Dopo la Seconda guerra mondiale, le società occidentali sono stanche, desiderose di stabilità, bisognose di informazioni che ricostruiscano un senso di ordine. La radio aveva già portato la voce del potere nelle case. La televisione porta il corpo. Porta il volto dell’autorità. Porta la gestualità, il ritmo, la tonalità emotiva. Il messaggio non è più un insieme di parole. È un’apparizione. È una presenza.

Immaginiamo una famiglia americana nel 1955 seduta davanti a un televisore in bianco e nero. Lo schermo mostra un presentatore fermo, elegante, composto. Legge le notizie con tono sicuro. Dietro di lui un fondale neutro, una scrivania, un microfono. Nulla di scenografico. Ma l’effetto psicologico è immenso. La scena viene percepita come ordine impersonale. L’autorità non è nel contenuto. È nella forma. È nel fatto che qualcuno sta parlando a te, dentro la tua casa, attraverso un mezzo che appare neutro e tecnologico. La televisione crea la più efficace illusione di imparzialità mai esistita: la neutralità dello schermo.

L’autorità della televisione non nasce solo dal dispositivo. Nasce dalla ripetizione. Ogni giorno, alla stessa ora, le notizie vengono presentate nello stesso modo. Il volto del conduttore diventa un’istituzione. La routine crea fiducia. La fiducia crea credulità. Il pubblico non pensa di essere manipolato. Pensa di essere informato. E questa convinzione è la base dell’illusione dell’oggettività.

La televisione non afferma di dire la verità. La mostra. Il problema è che ciò che mostra è sempre il risultato di una selezione, di un montaggio, di un’interpretazione. Ma lo spettatore non vede la selezione. Vede il risultato finale. Non ascolta la discussione interna alla redazione. Non conosce le scelte, le omissioni, le pressioni politiche, le logiche narrative. Vede un prodotto che appare naturale. E ciò che appare naturale è percepito come vero.

Il punto cruciale è questo: la televisione non manipola attraverso la menzogna, ma attraverso la forma stessa del suo linguaggio. La sua forza non è il contenuto. È la presenza. La presenza crea fiducia. La fiducia crea vulnerabilità.

La nascita della televisione coincide anche con un altro fenomeno fondamentale: la costruzione di una cultura visiva globale. Per la prima volta nella storia, milioni di persone in paesi diversi assistono agli stessi eventi contemporaneamente. L’omicidio di Kennedy, lo sbarco sulla Luna, la guerra del Vietnam, le rivolte studentesche. La televisione crea eventi planetari. E un evento planetario non è semplicemente un fatto. È una narrazione condivisa. La narrazione condivisa crea identità emotive collettive. Identità che possono essere orientate.

La televisione non unifica la verità. Unifica lo sguardo. E quando lo sguardo è unificato, la manipolazione non ha bisogno di essere brutale. Basta essere continua.

7.2 – La presenza come verità: il volto che parla al mondo

Se la televisione ha trasformato la notizia in scena, ha anche trasformato la comunicazione politica in performance. Per millenni il potere si era rappresentato attraverso la parola scritta, il discorso pubblico, l’apparizione solenne. Con la televisione si rappresenta attraverso il volto. Il volto televisivo diventa un simbolo, un filtro emotivo, un luogo di identificazione.

Il volto ha una caratteristica psicologica fondamentale: genera fiducia. Fin dall’infanzia l’essere umano impara a riconoscere la verità attraverso espressioni facciali, toni di voce, microgesti. Questi meccanismi evolutivi, progettati per la vita in piccoli gruppi, vengono trasportati artificialmente sulla superficie dello schermo. Lo spettatore percepisce ciò che vede come autentico, perché il suo cervello è programmato per fidarsi del volto umano. Ma il volto televisivo non è il volto reale di una persona. È una costruzione. È un ruolo. È una maschera calibrata.

Il presentatore delle notizie non parla al mondo. Parla a una telecamera. Ma lo spettatore percepisce che parla a lui. È una relazione unilaterale ma profondamente intima. È una relazione che crea autorità. Quando un volto appare ogni giorno per anni nella stessa posizione, con la stessa postura, con lo stesso tono, diventa una figura di riferimento. Non importa chi sia realmente quell’individuo. Importa che sia percepito come affidabile.

Lo stesso accade in politica. I leader che emergono con l’avvento della televisione non sono necessariamente i più competenti. Sono i più telegenici. Sono coloro che possiedono un linguaggio del corpo che comunica sicurezza, calma, forza, carisma. Il dibattito Kennedy contro Nixon del 1960 è il simbolo di questo cambiamento. Chi ascoltò il dibattito alla radio credette che Nixon avesse vinto. Chi lo guardò alla televisione credette che avesse vinto Kennedy. Non per ciò che venne detto. Ma per come venne mostrato.

La televisione crea una nuova categoria di verità: la verità performativa. Ciò che appare convincente è percepito come vero. Ciò che appare debole è percepito come falso. La logica della politica si trasforma. L’oratoria scritta, la complessità argomentativa, la profondità filosofica diventano secondarie rispetto alla capacità di stare davanti a una telecamera.

La televisione introduce anche il montaggio, una tecnica che permette di costruire una sequenza che sembra naturale. Lo spettatore vede un discorso politico accompagnato da immagini simboliche, un reportage accompagnato da musica, una ricostruzione con voce narrante. Ogni elemento visivo suggerisce un’interpretazione. La mente non può evitare di integrarla. Il risultato è una realtà percepita, non una realtà osservata.

Il volto che parla al mondo diventa il centro di una nuova forma di autorità: l’autorità mediatica. Non è un’autorità basata sulla conoscenza, sulla saggezza, sulla tradizione. È un’autorità basata sulla familiarità. Il presentatore diventa più credibile del politico. Il commentatore più credibile dello storico. L’immagine più credibile del testo.

La televisione crea una situazione filosofica paradossale: la verità sembra più vicina proprio perché è più lontana. Lo spettatore crede di vedere il reale, ma vede solo la sua rappresentazione. La rappresentazione è selettiva. È costruita. È filtrata. Ma appare immediata. E ciò che appare immediato viene creduto senza difese.

La presenza come verità è una delle illusioni cognitive più profonde del Novecento. Una illusione che prepara il terreno alla post-verità digitale. Perché se il volto può convincere, può anche mentire. E la televisione, come la storia dimostrerà, può essere usata per entrambi gli scopi

7.3 – Il montaggio come manipolazione invisibile

La televisione non manipula solo attraverso ciò che mostra, ma attraverso come lo mostra. Il montaggio è la tecnica più potente e meno visibile di questa trasformazione. Prima della televisione, l’atto di informare era principalmente lineare: una voce che racconta, un testo che descrive, una fotografia che illustra. La televisione introduce l’idea di sequenza visiva. Una sequenza che costruisce significati senza dichiararlo. Il montaggio non dice: pensa questo. Il montaggio dice: guarda questo, subito dopo guarda quest’altro, e poi questo. La mente fa il resto.

Il principio è semplice e devastante: la televisione non unisce immagini per rappresentare la realtà, ma per costruire un percorso interpretativo. Lo spettatore percepisce questa costruzione come naturale. Non si accorge di essere guidato. Un servizio giornalistico può mostrare una dichiarazione politica, poi immagini di folla indignata, poi un commento in studio. Nessuno di questi elementi mente da solo. È la loro combinazione a creare il giudizio. La televisione non argomenta. Suggerisce. E il suggerimento, quando è visivo, è molto più difficile da contestare.

Immaginiamo un servizio degli anni settanta su un tema delicato come l’immigrazione. Il giornalista parla in tono neutro, ma le immagini mostrano stazioni affollate, volti stanchi, quartieri degradati. Nessuno dice apertamente che l’immigrazione è un problema. Ma la sequenza costruisce questa idea con forza. Lo spettatore non analizza la tecnica. Assorbe l’interpretazione. Il montaggio è diventato la grammatica della percezione.

Ciò che rende il montaggio così potente è il fatto che non viene percepito come intervento umano. Il lettore di un giornale sa che un articolo è scritto. Lo spettatore televisivo crede che la realtà sia mostrata. Il montaggio è invisibile perché appare inevitabile. Nessuno vede le alternative possibili. Nessuno immagina le immagini scartate. Nessuno pensa al processo selettivo. Il risultato è un mondo che sembra naturale, ma è costruito.

Il montaggio permette anche di creare ritmo emotivo. La televisione moderna è scandita da una alternanza di intensità: immagini lente che simboleggiano serietà, immagini rapide che simboleggiano urgenza, primi piani che suggeriscono empatia, campi lunghi che suggeriscono oggettività. Il linguaggio visivo crea atmosfere. E lo spettatore reagisce alle atmosfere prima ancora che ai contenuti.

Il montaggio è anche una forma di protezione psicologica per la televisione stessa. Permette di presentare opinioni politiche senza assumersi pienamente la responsabilità. Basta montare una dichiarazione accanto a immagini che la contraddicono. Bastano pochi secondi per orientare la percezione. La televisione non mente apertamente. Mente attraverso il contesto.

È in questo senso che la televisione introduce una forma nuova di manipolazione: la manipolazione ambientale. Non si costruisce una menzogna. Si costruisce un ambiente percettivo in cui una certa interpretazione sembra inevitabile. Questo è il vero potere del montaggio.

7.4 – Lo spettacolo della notizia: quando l’informazione diventa intrattenimento

La televisione non si limita a rappresentare la realtà. La trasforma in spettacolo. Il processo è graduale ma costante. Alla sua nascita, la televisione è più vicina al giornale che al teatro. Presenta notizie, discorsi ufficiali, programmi educativi. Ma nel corso degli anni sessanta e settanta emerge una tensione strutturale: la televisione è un mezzo costoso. Per sopravvivere, deve attirare pubblico. Per attirare pubblico, deve intrattenere. La notizia diventa un prodotto. E come ogni prodotto, deve essere competitiva.

Il telegiornale non è più una lettura di fatti. È una performance. Il presentatore assume un tono rassicurante, modulato, ritmato. Il servizio non informa, racconta. L’inquadratura non è neutra. Suggerisce emozioni. La grafica enfatizza. La musica sottolinea. La notizia viene confezionata come un piccolo romanzo visivo. Lo spettatore non riceve informazioni. Riceve narrazioni. E le narrazioni non obbediscono alla verità. Obbediscono alla struttura drammatica.

La logica dello spettacolo si manifesta in modo evidente nella scelta dei temi. La televisione privilegia ciò che può essere mostrato: incidenti, incendi, alluvioni, omicidi, scandali, proteste. Non perché siano più importanti, ma perché sono più telegenici. Una riforma fiscale complessa è difficilmente rappresentabile. Un palazzo che brucia lo è. L’informazione spettacolarizzata amplifica la percezione del rischio e minimizza l’importanza dei fenomeni che richiedono comprensione astratta.

Immaginiamo un telegiornale degli anni ottanta. Le prime notizie riguardano un omicidio efferato, un incidente stradale, una disputa politica caricata emotivamente. Seguono servizi su celebrità, su eventi sportivi, su casi giudiziari. I fatti realmente cruciali della vita nazionale, come l’economia, le infrastrutture, la scuola, l’ambiente, appaiono marginali. Il mondo televisivo privilegia ciò che cattura l’attenzione, non ciò che costruisce la conoscenza.

La spettacolarizzazione non produce solo disinformazione indiretta. Produce anche distorsione cognitiva. Lo spettatore inizia a credere che ciò che vede spesso sia ciò che accade spesso. È l’effetto disponibilità. Se la televisione mostra molti crimini, il mondo sembra pieno di criminali. Se mostra molti scandali, la politica sembra interamente corrotta. Se mostra molte catastrofi, la realtà sembra più pericolosa di quanto sia. La mente costruisce la propria mappa del mondo sulla base dell’intensità emotiva, non dei dati.

Lo spettacolo crea inoltre dipendenza narrativa. Il pubblico si abitua a un ritmo alto, a emozioni continue, a conflitti sempre presenti. La televisione deve alimentare questo ritmo. E per farlo, deve drammatizzare eventi normali, enfatizzare dettagli marginali, trasformare conflitti minimi in contese epiche. La realtà diventa materiale grezzo. La televisione la trasforma in forma.

Quando l’informazione diventa spettacolo, il confine tra vero e falso perde rilevanza. Ciò che conta è la coerenza narrativa. La televisione non si limita a mostrare il mondo. Lo riscrive ogni giorno, obbedendo alla logica dello share, dell’emozione e della continuità.

7.5 – La TV come fabbrica di panico morale

La televisione eredita dalla stampa la tradizione del panico morale, ma la porta a un livello infinitamente più potente. La carta stampata poteva spaventare. La televisione può mostrare la paura. Può mostrarla in tempo reale. Può mostrarla attraverso immagini che colpiscono direttamente l’amigdala, il sistema emotivo primario. Può ripetere la stessa scena decine di volte. Può creare la sensazione che il pericolo sia ovunque, immediato, inarrestabile.

Un episodio isolato può diventare una emergenza nazionale. Un fatto statisticamente irrilevante può sembrare epidemico. La televisione non amplifica solo la notizia. Amplifica la percezione del rischio. Lo spettatore non distingue tra ciò che è frequente e ciò che è visibile. La televisione è una macchina che trasforma il visibile in frequente.

Immaginiamo la copertura televisiva di un rapimento, di un omicidio particolarmente crudele, di una violenza urbana. Le telecamere mostrano la casa della vittima, il quartiere sconvolto, i volti di parenti affranti, la polizia che indaga. Il servizio dura tre minuti. Ma viene ripetuto in tutte le edizioni. Viene ripreso nei talk show. Viene discusso negli speciali. L’evento smette di essere un fatto. Diventa un simbolo. Diventa la prova della degenerazione sociale. Diventa la conferma di una percezione già costruita.

Le televisioni commerciali degli anni ottanta e novanta costruiscono interi palinsesti basati sul panico morale. Criminalità, devianza, droga, terrorismo, nuove forme di violenza diventano temi ossessivi. La televisione crea un clima costante di allarme. Un clima che modifica il comportamento sociale: diffidenza, chiusura, polarizzazione, richiesta di ordine.

Il panico televisivo ha una caratteristica unica: non dipende dai fatti, ma dal ritmo. Se il ritmo dell’emergenza è mantenuto, il pubblico percepisce una emergenza permanente. È la logica dello shock continuo. La società televisiva vive in una condizione di allerta cronica. Questa allerta diventa terreno fertile per la manipolazione politica. Chi promette sicurezza diventa automaticamente credibile. Chi promette complessità diventa automaticamente debole.

La televisione non mente quando mostra un fatto. Mente quando trasforma quel fatto in destino. Il panico morale televisivo non nasce dalla falsità. Nasce dalla sproporzione. Nasce dalla ripetizione. Nasce dal montaggio. Nasce dall’illusione che il mondo sia ciò che si vede sullo schermo.

La televisione prepara così il terreno a una trasformazione ancora più profonda. Quando Internet arriverà, porterà con sé un panico morale decentralizzato, iperattivo, imprevedibile. Ma questo panico nascerà da un immaginario già addestrato dalla televisione: un immaginario che confonde visibilità e gravità, rapidità e verità, presenza e autenticità.

7.6 – La politica come spettacolo: leader televisivi e gesti simbolici

Con la maturità della televisione, la politica cambia natura. Non è più un confronto di idee, programmi, visioni del mondo. Diventa una competizione tra immagini. Il leader politico non deve essere persuasivo attraverso la logica, ma attraverso la presenza. La politica, che per millenni era stata un’arena discorsiva, diventa una scena. I suoi protagonisti diventano attori di uno spettacolo continuo.

Il corpo del politico assume una centralità assoluta. Non il corpo in senso fisico, ma in senso simbolico. L’atteggiamento, il sorriso, la postura, il ritmo delle frasi, il modo in cui guarda la telecamera. Tutto diventa messaggio. Tutto diventa interpretato. Il contenuto delle parole conta meno della loro forma. Una frase complessa, detta con esitazione, appare debole. Una frase banale, detta con sicurezza, appare forte. L’immagine prende il posto dell’argomentazione.

La televisione modifica la selezione naturale dei leader. Non emergono più i più competenti, ma i più telegenici. La storia politica dal dopoguerra in poi è piena di figure che devono il proprio successo alla loro capacità di “abitare lo schermo”. Leader che sanno sorridere al momento giusto, enfatizzare con il volto, rassicurare con la voce. La politica diventa arte dell’apparenza. Non un inganno consapevole, ma un adattamento al mezzo.

Questa trasformazione ha conseguenze profonde. La decisione politica diventa comunicazione. La gestione del potere diventa gestione dell’immagine. Le conferenze stampa diventano rituali. Le apparizioni televisive diventano momenti di legittimazione. Il politico deve continuamente mostrarsi. Deve essere presente. Deve apparire attivo, energico, deciso. Non importa cosa stia facendo realmente. Importa ciò che appare.

La televisione crea la figura del leader spettacolare. Un leader che non guida attraverso idee, ma attraverso simboli. Ogni gesto è un messaggio. Ogni frase è una citazione di se stessa. Ogni decisione deve essere immediatamente comprensibile a un pubblico di milioni di persone. La complessità sparisce. La sintesi domina. Il messaggio politico si comprime in pochi secondi. La politica televisiva vive nel tempo breve, nell’immediatezza emotiva.

Immaginiamo un discorso politico degli anni ottanta trasmesso in diretta. Il leader non parla al Parlamento. Parla al pubblico. Ogni pausa è calibrata. Ogni sorriso è controllato. Ogni passaggio difficile è evitato o trasformato in slogan. La politica diventa una coreografia. Lo spettatore non assiste a un discorso. Assiste a una performance che produce un’impressione. L’impressione diventa opinione. L’opinione diventa voto.

La televisione non obbliga a mentire. Ma obbliga a semplificare. E la semplificazione eccessiva è la porta d’ingresso del falso. Il mondo televisivo non tollera l’ambiguità, la complessità, la lentezza. Richiede narrazioni nette, figure chiare, contrasti immediati. Il vero diventa troppo complicato. Il falso diventa troppo efficace. La politica come spettacolo apre la strada alla disinformazione come strategia.

7.7 – Il talk show come dispositivo di deformazione del reale

Se il telegiornale costruisce un’immagine ordinata del mondo, il talk show costruisce un’immagine caotica. Il talk show non informa. Simula il dibattito. Offre al pubblico l’illusione della pluralità, ma la pluralità è controllata. Le voci vengono scelte, i tempi assegnati, i toni amplificati. Il conflitto diventa intrattenimento. E l’intrattenimento diventa interpretazione politica.

Il talk show nasce come spazio di confronto. Diventa rapidamente uno spazio di spettacolarizzazione del dissenso. Gli ospiti non vengono invitati per discutere. Vengono invitati per rappresentare un ruolo. Il politico aggressivo, l’intellettuale indignato, il moralista, il comico provocatore, il tecnocrate impassibile. Ognuno interpreta un personaggio. Ognuno recita una parte. Il dibattito non serve a chiarire. Serve a creare frizione. La frizione produce attenzione. L’attenzione produce ascolti.

Lo spettatore assiste a queste dinamiche come se fossero incontri di boxe verbale. Non valuta gli argomenti. Valuta l’impatto. Chi interrompe di più, chi alza la voce, chi appare più deciso, chi suscita applausi. Il talk show trasforma la discussione in gara. Il valore della parola non è nella sua veridicità, ma nella sua forza teatrale.

La deformazione più insidiosa è la costruzione di false simmetrie. Il talk show presenta spesso due posizioni come equivalenti, anche quando una ha basi scientifiche e l’altra è infondata. Lo fa in nome della pluralità. Ma la pluralità, in questo caso, è una distorsione. Mettere su un piano di parità un esperto e un opinionista significa suggerire che entrambe le posizioni siano valide. Lo spettatore non ha gli strumenti per distinguere. La televisione crea una falsa equivalenza che indebolisce la comprensione del mondo.

Il talk show enfatizza inoltre l’emozione come criterio di verità. Una persona che parla con passione appare sincera. Una persona che parla con calma appare falsa. Il contenuto diventa secondario rispetto alla forma emotiva. Questo bias emotivo è uno dei punti di accesso più pericolosi della disinformazione. Basta un ospite che racconta un episodio personale con voce rotta per influenzare milioni di spettatori più di qualsiasi dato statistico.

Immaginiamo un talk show degli anni novanta in cui si discute di criminalità. I dati mostrano un calo generale, ma il programma invita una vittima di aggressione, un politico allarmista, un opinionista incandescente. Nessuno mente apertamente. Ma l’atmosfera costruita suggerisce che il crimine sia fuori controllo. Lo spettatore percepisce una emergenza inesistente. Il talk show non crea il falso attraverso i fatti. Lo crea attraverso la scenografia emotiva.

Il talk show trasforma il dibattito pubblico in simulacro. Non è più lo spazio in cui si cerca la verità, ma lo spazio in cui si compete per l’attenzione. La verità perde prestigio. L’emozione lo conquista.

7.8 – Conclusione del Capitolo 7: l’illusione dell’oggettività e la nascita dello spettatore passivo

Il quadro ora è chiaro. La televisione non ha solo trasformato l’informazione. Ha trasformato l’atto stesso di percepire la realtà. Ha creato una situazione filosofica inedita: una simulazione del mondo così credibile da apparire più reale del mondo stesso. L’illusione dell’oggettività nasce da qui. Dal fatto che lo schermo sembra una finestra. Dal fatto che il presentatore sembra un mediatore neutrale. Dal fatto che l’immagine sembra prova. E dal fatto che la sequenza visiva sembra inevitabile.

Ma il vero cambiamento non riguarda il mezzo. Riguarda il pubblico. La televisione crea lo spettatore passivo. Non passivo in senso morale, ma in senso cognitivo. Lo spettatore non interagisce. Non sceglie il ritmo. Non controlla l’ordine delle notizie. Non conosce le alternative. Non vede il backstage. Non percepisce la selezione. Riceve la realtà preconfezionata. E la riceve mentre è rilassato, seduto, spesso distratto. La televisione unisce l’autorità dell’immagine alla rilassatezza dell’esperienza. È questo il suo potere.

Lo spettatore passivo non sviluppa necessariamente credulità. Sviluppa dipendenza. Dipendenza da un flusso che costruisce per lui il senso del mondo. Questa dipendenza sarà la base del successivo salto digitale. Internet non nascerà in un vuoto culturale. Nascerà in una civiltà già abituata a ricevere la verità da uno schermo. La differenza è che, con Internet, lo schermo non presenterà più una realtà unificata. Presenterà infinite realtà concorrenti.

La televisione ha inaugurato l’illusione dell’oggettività. Internet inaugurerà la fine dell’oggettività. La televisione crea lo spettatore passivo. Internet creerà lo spettatore attivo, e proprio per questo più vulnerabile. La televisione semplifica. Internet disintegra. Ma senza la televisione, la rivoluzione digitale non sarebbe possibile. Per comprendere la post-verità, bisogna prima comprendere la scena televisiva.

Ora che abbiamo attraversato la nascita della televisione, la sua estetica, la sua retorica e la sua psicologia, siamo pronti a fare un passo ulteriore. Prima però dobbiamo fermarci, come sempre, per analizzare la mente che abita questo nuovo ambiente mediatico.

Intermezzo C – Anatomia della creduloneria (3)

La televisione non crea solo un nuovo modo di informare. Crea un nuovo modo di credere. Non si tratta della credulità delle società premoderne, né della credulità urbana dell’età dei giornali. È una credulità fondata sulla presenza, sulla familiarità visiva, sulla fluidità narrativa. Una credulità che nasce non dall’ignoranza, ma dall’abitudine. E soprattutto dalla trasformazione dell’atto di percepire: la televisione non chiede attenzione, la cattura. Non chiede partecipazione, la sostituisce. Non chiede verifica, la rende superflua. La televisione introduce uno sguardo nuovo, che modifica profondamente la psicologia dell’uomo moderno.

La prima radice della credulità televisiva è la percezione della presenza. Per milioni di anni il cervello umano ha associato la presenza corporea alla realtà. Ciò che si vede davanti a sé è considerato più affidabile di ciò che si immagina. La televisione sfrutta questa predisposizione biologica. Sullo schermo vediamo corpi, volti, gesti. E il nostro cervello li interpreta come presenze, non come rappresentazioni. È una confusione strutturale: sappiamo razionalmente che la televisione è un dispositivo tecnico, ma reagiamo emotivamente come se fosse un incontro. La credulità nasce da questo paradosso tra conoscenza e percezione.

La seconda radice è il ritmo narrativo televisivo. La televisione organizza il mondo in sequenze brevi, coerenti, emotivamente connesse. Ogni servizio del telegiornale è un piccolo racconto. Ha un inizio, uno svolgimento, una conclusione implicita. Il cervello, che ama le narrazioni più dei dati, assorbe questi micro-racconti come se fossero verità ordinate. Le lacune vengono colmate automaticamente. Le contraddizioni vengono eliminate dal montaggio. La complessità viene risolta attraverso un percorso narrativo lineare. La televisione non offre la realtà. Offre una versione della realtà che il cervello può gestire senza sforzo.

La terza radice è il ruolo del volto. Il volto umano è il più antico organo di comunicazione. Riconoscerlo, interpretarne le espressioni, reagire ai micro-segnali è un compito profondamente radicato nella nostra evoluzione. La televisione trasforma il volto in un dispositivo psicologico. Il presentatore diventa un mediatore di fiducia. Il suo tono, la sua postura, la sua costanza quotidiana trasformano la notizia in un atto quasi rituale. La ripetizione crea autorità. Lo spettatore non verifica ciò che ascolta. Accetta ciò che riceve da un volto familiare.

La quarta radice è la passività cognitiva indotta dal mezzo. Il giornale richiede sforzo. La radio richiede immaginazione. La televisione non richiede nulla. Offre un flusso continuo di immagini e parole che scorrono senza bisogno di essere interpretate attivamente. Lo spettatore si adagia. Non deve costruire connessioni. Non deve cercare il contesto. La televisione pensa al posto suo. Questa passività non è un difetto morale, ma un effetto fisiologico: la percezione visiva continua attiva sistemi cognitivi diversi da quelli che usiamo per la lettura. La televisione non stimola il dubbio. Stimola l’assorbimento.

La quinta radice è la continuità emotiva. La televisione non separa informazione e intrattenimento. Li mescola in un flusso costante. Una tragedia segue un servizio sportivo, che segue un reportage politico, che segue una pubblicità. Il cervello reagisce a ogni segmento, ma non ha il tempo di elaborare. Questa alternanza crea un terreno emotivo instabile. L’emozione non si stabilizza su un contenuto. Scorre. E ciò che scorre non si analizza. Si accetta.

La sesta radice è l’autorità atmosferica. La televisione crea ambienti. Studi perfetti, illuminazione uniforme, grafica pulita, voce sicura. L’ambiente comunica ordine, professionalità, competenza. La credulità nasce dall’estetica, non dal contenuto. Lo spettatore non è ingannato dalle notizie false. È sedotto dall’idea che chi parla lo faccia da un luogo di verità. L’atmosfera sostituisce l’argomentazione.

La settima radice è la ripetizione rituale. Ogni giorno, alla stessa ora, lo spettatore assiste allo stesso format, alla stessa postura, allo stesso ritmo. La ripetizione crea fiducia. La fiducia crea convinzione. La convinzione crea assuefazione. L’informazione non è più un evento. È un’abitudine. E ciò che diventa abitudine perde il suo carattere critico.

L’ottava radice è la simbologia televisiva del pericolo. Sirene, immagini notturne, primi piani angoscianti, musica drammatica, linguaggio urgente. La televisione costruisce una grammatica emotiva che associa certe immagini a certi significati. Lo spettatore reagisce a questa grammatica senza rendersene conto. Il pericolo non è solo descritto. È evocato. E ciò che viene evocato attiva risposte primarie. La credulità nasce quando la paura sostituisce l’analisi.

La nona radice è la coincidenza tra conforto e informazione. La televisione viene guardata in un contesto di relax: divani, pasti, serate familiari. L’informazione entra in un momento psicologico protetto. Non viene accolta con difese cognitive. L’emozione è bassa, il corpo è rilassato. La mente, in questa condizione, è più permeabile. La televisione diventa una fonte di verità proprio perché arriva quando non siamo pronti a contestarla.

La decima radice è la simulazione della pluralità. Talk show, dibattiti, ospiti, opinioni contrapposte sembrano offrire una visione ampia. Ma la pluralità è controllata. Le posizioni vengono scelte per generare tensione. Le voci moderate vengono marginalizzate. Le posizioni estreme diventano spettacolo. Lo spettatore crede di assistere a un confronto reale. Assiste invece a una coreografia del dissenso. Una coreografia che crea l’impressione di complessità ma produce solo confusione.

L’undicesima radice è la sostituzione dell’esperienza diretta. Lo spettatore vede luoghi in cui non è mai stato, persone che non incontrerà mai, eventi che non vivrà mai. La televisione diventa l’organo sensoriale del mondo. La realtà viene filtrata attraverso una lente che seleziona ciò che è visibile, non ciò che è rilevante. La credulità nasce dal fatto che lo spettatore crede di conoscere ciò che vede. Ma conoscere non significa vedere. Significa comprendere. E la televisione non chiede comprensione. Offre immagini.

La dodicesima radice è la progressiva erosione della distanza critica. La televisione parla in modo diretto. Non usa linguaggio erudito. Non richiede vocabolario complesso. Questa semplicità apparente è ingannevole. Lo spettatore confonde comprensibilità e verità. Ciò che è facile da capire sembra più vero. Ciò che è difficile da capire sembra sospetto. La televisione educa alla diffidenza verso la complessità.

La tredicesima radice è la personalizzazione del sapere. Gli esperti televisivi non sono scelti solo per la loro competenza, ma per la loro capacità di comunicare. L’autorità scientifica viene tradotta in autorità televisiva. Il pubblico inizia a credere alle persone, non alle teorie. Alla familiarità, non alla metodologia. L’esperto diventa personaggio. Il personaggio diventa fonte. La fonte diventa verità.

La quattordicesima radice è la linearità temporale. Il mondo non è lineare. Gli eventi non accadono secondo un ordine narrativo. La televisione impone una linea temporale artificiale. Ogni giorno ha un inizio e una fine. Ogni notizia ha un posto. Questa linearità produce un effetto tranquillizzante. Il caos viene trasformato in sequenza. La sequenza diventa senso. Il senso diventa verità percepita.

La quindicesima radice è la riproducibilità dell’emozione. La televisione può replicare immagini e suoni infinite volte. Ogni replica amplifica il significato. Un fatto unico diventa rappresentativo. Una emergenza locale diventa nazionale. La ripetizione non informa. Produce verità emotiva. Una verità che la mente considera più solida dei dati.

La sedicesima radice è il bisogno umano di identificazione. La televisione offre figure immediatamente riconoscibili: il conduttore rassicurante, il politico deciso, l’esperto saggio, il comico irriverente. Lo spettatore costruisce un legame affettivo con queste figure. La credulità nasce da questo legame. Non si crede alle informazioni. Si crede a chi le pronuncia.

La diciassettesima radice è l’autolimitazione cognitiva. La televisione, offrendo informazioni senza richiedere sforzo, atrofizza progressivamente la capacità di analizzare. Non elimina l’intelligenza. Elimina la fatica. E la fatica è il costo della verità.

Infine, la diciottesima radice è la più profonda: l’illusione della testimonianza diretta. Lo spettatore sente di essere presente ai fatti. Di averli visti. Di averli vissuti. Questa sensazione è ingannevole. La televisione non mostra la realtà. Mostra ciò che è filmabile. Ciò che è montabile. Ciò che è vendibile. La credulità nasce dal fatto che il cervello confonde la testimonianza visiva con la conoscenza.

Tutto questo ci consegna un punto di consapevolezza decisivo. La televisione non rende il pubblico stupido. Rende il pubblico fiducioso. Fiducioso in un mezzo che sembra trasparente. Fiducioso nel volto che parla. Fiducioso nella fluidità del racconto. Questa fiducia è il capitale psicologico che Internet sfrutterà senza pietà. Perché la televisione educa a credere allo schermo. Internet non farà che moltiplicare gli schermi, togliendo però l’autorità centrale. Il risultato sarà un ambiente completamente nuovo: un ambiente senza centro, senza gerarchie, senza filtri. Uno spazio in cui la credulità non è più solo un rischio. È un sistema.

CAPITOLO 8 – La mente credente: psicologia profonda dell’inganno permanente

8.1 – La domanda fondamentale: perché crediamo

È una tentazione costante, quella di cercare i colpevoli dell'inganno sempre fuori da noi. Abbiamo puntato il dito contro i falsari, i propagandisti di regime, i politici spregiudicati, e poi contro la tecnologia, i giornali, la televisione, fino ad arrivare a Internet. Eppure, se la menzogna fosse davvero solo un incidente di percorso, un’anomalia culturale o una deviazione imposta dalla modernità, la storia della credulità non sarebbe così universale. Invece lo è. Non esiste civiltà, epoca storica o latitudine che non abbia partorito notizie false, miti infondati e visioni distorte. L'inganno non è un'eccezione nella storia della comunicazione umana, ne è una caratteristica strutturale. La vera domanda, dunque, non è come nascano le false notizie, ma perché noi siamo così biologicamente predisposti a crederci.

Per capire la disinformazione di oggi dobbiamo smettere di guardare gli schermi e iniziare a guardarci dentro. La "mente credente" non è un difetto di fabbrica, è un assetto operativo. L'essere umano non è un calcolatore razionale che ogni tanto sbaglia i conti, è un animale narrativo che usa la ragione quasi sempre a posteriori, per giustificare intuizioni che ha già avuto. La logica non nasce per scoprire la verità, nasce spesso per blindare credenze che si sono formate in zone molto più profonde e antiche del nostro cervello.

Dobbiamo ricordarci che, sul piano evolutivo, la verità è un lusso. L'obiettivo primario non è conoscere il mondo in ogni suo dettaglio, ma sopravvivere. E per sopravvivere non servono verità perfette, servono mappe mentali veloci. L'uomo delle caverne non aveva bisogno di sapere con certezza scientifica se quel fruscio nell'erba fosse un predatore o solo il vento. Aveva bisogno di reagire come se fosse un predatore. Questo principio di prudenza guida ancora oggi la nostra filosofia cognitiva. La nostra mente non è progettata per l'accuratezza, è progettata per captare segnali di pericolo, opportunità o appartenenza al gruppo. In sintesi, siamo programmati per credere prima ancora di verificare.

Questa architettura mentale non è sparita con l'arrivo della modernità. Quando leggiamo un titolo allarmistico, la nostra prima reazione non è analitica, è un segnale d'allarme. Quando sentiamo una storia che conferma i nostri pregiudizi, non la esaminiamo, la abbracciamo. Quando un volto rassicurante ci parla dalla TV, tendiamo a fidarci per istinto. L'inganno funziona non perché il mondo sia troppo complesso, ma perché la nostra mente è una macchina costruita per semplificarlo.

La credulità si regge su tre pilastri: la fame di senso, la paura del caos e il bisogno di appartenenza. La fame di senso ci spinge a vedere connessioni anche dove non ce ne sono. La paura del caos ci fa preferire storie lineari, con cause e colpevoli chiari, rispetto a una realtà disordinata e casuale. Il bisogno di appartenenza ci porta ad accettare come vere le cose in cui crede il nostro gruppo, perché l'alternativa è una solitudine cognitiva insostenibile.

Le tecnologie della disinformazione si innestano su questo substrato psicologico millenario. Non è Facebook o l'algoritmo a creare la credulità, sono loro a essere modellati sulla nostra credulità. La propaganda moderna e le teorie del complotto non inventano nulla di nuovo, offrono solo versioni aggiornate di quelle funzioni psicologiche che un tempo erano soddisfatte dai miti, dagli spiriti e dagli eroi. Per capire le fake news non serve guardare al futuro, serve guardare a ciò che in noi è rimasto immutato: una mente che vuole sopravvivere, non necessariamente conoscere.

8.2 – Evoluzione e sopravvivenza: il cervello come macchina dei pattern

Il nostro cervello è un instancabile cercatore di pattern. Cerca forme, strutture e legami tra gli eventi. E non gli importa se questi legami siano reali, gli importa che siano utili. Questa macchina interpretativa è stata forgiata in milioni di anni di evoluzione per aiutarci a leggere un ambiente naturale spesso ostile. Il problema è che la natura, come la società, è piena di ambiguità, caos e coincidenze prive di significato. Ma la mente umana ha orrore del vuoto e tende a costruire schemi anche dove c'è solo rumore.

Questo fenomeno è ben noto alle neuroscienze e all'antropologia. Ogni cultura umana ha mostrato la tendenza a leggere gli eventi come messaggi. Una tempesta non è solo pioggia, è l'ira di un dio. Una malattia non è un virus, è un malocchio. Un incontro fortuito è destino. Nessuna di queste letture deve essere vera per funzionare, deve solo essere rassicurante. Trovare un pattern serve a rendere il mondo meno spaventoso e più prevedibile.

Siamo così bravi a trovare schemi che li vediamo ovunque, un fenomeno noto come pareidolia quando riguarda le immagini, ma che si applica anche ai concetti. Vediamo disegni nelle nuvole, ma vediamo anche trame occulte nella politica, destini nei numeri della lotteria e intenzioni nei comportamenti casuali dei vicini. Il cervello cerca un'intenzione dietro al caso, un agente dietro alla probabilità, un ordine dietro la complessità.

Ecco perché le teorie del complotto hanno una presa così ferrea. Non offrono una visione alternativa, offrono un pattern. Una trama coerente. Preferiamo una spiegazione falsa che mette tutto in ordine a una spiegazione vera che ci lascia nell'incertezza. Il falso ci seduce con la promessa di un mondo leggibile. La scienza, al contrario, ci offre spesso solo probabilità e dubbi. L'essere umano non vuole sapere cosa è, vuole sapere perché è. E dove la scienza tace, le fake news raccontano una storia.

Non è un difetto della modernità, è una costante antropologica. I nostri antenati leggevano il volo degli uccelli, noi leggiamo segnali nei mercati finanziari o nelle scie chimiche. Il bisogno è lo stesso: non possiamo accettare che le cose accadano per caso. Il caso implica impotenza, e l'impotenza è intollerabile. Attribuire un significato, anche folle, è un modo per riprendere il controllo e placare l'ansia. Le fake news sono ansiolitici narrativi.

Combattere la disinformazione solo con i dati è quindi una battaglia persa in partenza. I dati descrivono, le storie spiegano. E il cervello umano, tra una tabella e una storia, sceglierà sempre la storia.

8.3 – Il falso positivo come strategia cognitiva

Nella sua caccia ai pattern, il cervello ha una preferenza specifica: meglio vedere un pericolo che non c'è, piuttosto che ignorarne uno che c'è. Questa inclinazione, nota come "falso positivo", è il motore della nostra credulità.

Nel Pleistocene, questa strategia pagava. Se sentivi un rumore e scappavi pensando fosse una tigre, ma era solo vento, avevi perso un po' di energie. Ma se restavi lì pensando fosse vento, ed era una tigre, avevi perso la vita. Siamo i discendenti di quelli che sono scappati anche quando non serviva. Abbiamo ereditato una mente che scatta prima di verificare, che crede prima di analizzare, che unisce i puntini prima di vedere il disegno intero.

Oggi, però, questo meccanismo è diventato una trappola. La maggior parte delle informazioni che ci bombardano non riguarda la sopravvivenza fisica immediata, eppure il nostro cervello reagisce come se lo fosse. Una notizia falsa su un'epidemia, un complotto politico o una contaminazione alimentare accende immediatamente la spia rossa dell'allarme. La mente non si ferma a controllare le fonti, reagisce. E una reazione emotiva è molto più difficile da smontare di un'opinione razionale.

La scienza ci dice che il cervello fatica ad aggiornare le credenze negative. Una volta che l'allarme è suonato, anche se si scopre che era falso, la traccia emotiva della paura rimane. Ecco perché le smentite funzionano così poco: la memoria razionale può correggere il dato, ma la memoria emotiva conserva la paura.

Il falso positivo è un'arma formidabile nelle mani di chi fa disinformazione. La tecnologia digitale non fa altro che accelerare la diffusione di questi segnali di allarme. E in un ecosistema dove la velocità è tutto, la paura vince sempre sulla verità, perché la paura è istantanea, mentre la verità richiede tempo. La nostra credulità non è stupidità, è un vecchio riflesso di sopravvivenza che viene hackerato da un sistema informativo troppo veloce per noi.

8.4 – Il primato della narrazione

Non pensiamo per dati, pensiamo per storie. Questa non è solo una frase fatta letteraria, è una realtà neuroscientifica. I dati sono fredda informazione, le storie sono significato caldo. E la mente, per funzionare, si nutre di significato. Non abbiamo evoluto circuiti cerebrali per leggere fogli Excel, ma per capire le intenzioni degli altri, per prevedere le trame sociali, per costruire narrazioni.

Ogni storia, anche la più banale, ci offre quello che i dati ci negano: un inizio, un conflitto, un colpevole e una soluzione. Crea un piccolo mondo ordinato. Le fake news sono efficaci proprio perché imitano perfettamente la struttura della narrazione. Non ti danno un elenco di fatti, ti danno una trama. Non ti informano, ti raccontano qualcosa. E per la nostra mente, ciò che viene narrato ha una consistenza di realtà superiore a ciò che viene solo elencato.

È dimostrato che ricordiamo molto meglio un racconto inventato rispetto a una lista di fatti veri. Il cervello archivia la storia come "esperienza", mentre i fatti restano rumore di fondo. Per questo le fake news lasciano un segno così profondo: le viviamo come esperienze mentali complete, con i loro personaggi e le loro emozioni. A livello neurale, la differenza tra aver vissuto qualcosa e averlo sentito raccontare vividamente è minima.

La storia umana è piena di falsi narrativi che hanno avuto più peso della verità analitica. L'Odissea, i miti fondativi, le leggende politiche sono psicologicamente più "vere" dei documenti d'archivio. La mente non cerca la realtà oggettiva, cerca una interpretazione drammatica che dia senso alle cose.

Specialmente durante i traumi collettivi, la società non cerca informazioni, cerca una storia che renda il dolore comprensibile. Che si tratti di una guerra o di una crisi economica, il falso si diffonde non per una regia occulta, ma perché c'è una domanda disperata di narrazione. La verità spesso non consola, la storia sì. Quando il mondo va in pezzi, le storie lo rimettono insieme. Un falso ben raccontato batterà sempre una verità mal raccontata, perché parla la lingua madre del nostro cervello.

8.5 – La semplificazione come difesa cognitiva

La complessità è un ambiente ostile per il cervello umano. Abbiamo un limite di banda, una capacità di elaborazione finita. Quando questo limite viene superato, la mente si difende semplificando. Non è un errore, è sopravvivenza. Ma nel mondo iper-complesso di oggi, questa difesa diventa una vulnerabilità enorme.

Non tolleriamo l'ambiguità. Quando qualcosa non è chiaro, usiamo scorciatoie mentali, i cosiddetti bias, per chiudere la questione. Il bias di conferma ci fa vedere solo quello che vogliamo vedere; l'euristica della disponibilità ci fa credere che ciò che ricordiamo meglio sia anche più probabile. Sono trucchi per rendere il mondo gestibile, ma a scapito della precisione.

Le fake news sono, per definizione, più semplici della verità. La verità è piena di sfumature, di eccezioni, di "dipende". Il falso è netto, lineare, privo di dubbi. Se c'è un problema complesso, la mente preferisce una causa unica. Se c'è una crisi, preferisce un unico colpevole. È una questione di economia cognitiva: la mente ha un budget di energia limitato e la semplificazione permette di risparmiare.

Inoltre, la complessità genera ansia. La semplificazione la cura. Di fronte al diluvio di informazioni dell'era digitale, la mente smette di analizzare e inizia a tagliare con l'accetta. Questo accade a tutti, non solo ai meno istruiti. Anche un esperto, fuori dal suo campo o sotto stress, cadrà nella trappola della risposta semplice.

Il falso semplifica, il vero complica. E sotto stress, scegliamo quasi sempre la strada più facile. La semplificazione è la porta di servizio attraverso cui la disinformazione entra nelle nostre teste, offrendoci una via di fuga dall'insostenibile pesantezza della complessità.

8.6 – Il bisogno di causa e colpa

Non accettiamo che le cose accadano senza un perché. Il caso ci spaventa, l'ingiustizia senza motivo ci fa orrore. La sofferenza deve avere una causa. Per questo, da sempre, cerchiamo un responsabile per ogni male. I terremoti erano colpa degli dei, le malattie degli spiriti, le carestie delle streghe. Oggi le crisi economiche sono colpa dei nemici politici. Cambia il soggetto, ma il bisogno di trovare una causa — e quindi un controllo — rimane identico.

Il cervello è programmato per vedere intenzioni ovunque, anche dove non ci sono. Se accade qualcosa di brutto, qualcuno deve averlo voluto. Le fake news che offrono un colpevole su un piatto d'argento sono irresistibili proprio per questo. Mettono ordine nel mondo. Trasformano una tragedia senza senso in un crimine con un mandante.

Nelle crisi, la caccia al colpevole diventa ossessiva. Ebrei, eretici, untori nel passato; élite, migranti, Big Pharma oggi. Le fake news non creano questo bisogno, lo intercettano. Trasformano la complessità sistemica in una cospirazione intenzionale. Una crisi finanziaria non è più il frutto di mille fattori, ma il piano di un gruppo di banchieri. Una pandemia non è un evento biologico, è un'arma. Vogliamo sapere "chi è stato". Il falso ci dà sempre un nome e un cognome.

Trovare una causa è rassicurante. Trovare una colpa è catartico. Preferiamo un nemico immaginario al caos reale. La colpa non è un errore logico, è una necessità emotiva. E le emozioni creano credenze di granito.

8.7 – Identità e appartenenza: crediamo ciò che ci conferma

Non crediamo per sapere, crediamo per essere. Le nostre convinzioni non sono solo idee che abbiamo in testa, sono i mattoni della nostra identità. Definiscono a chi apparteniamo. La verità, in questo senso, non è un fatto individuale, è un collante sociale.

Viviamo immersi in cerchie — famiglia, nazione, partito, tribù digitale — che ci forniscono una mappa della realtà. Accettare quella mappa è il prezzo del biglietto per restare nel gruppo. Mettersi contro le credenze della propria tribù non significa solo rischiare di sbagliare, significa rischiare l'esclusione. E per un animale sociale, l'isolamento è una minaccia mortale, percepita dal cervello quasi come un dolore fisico. Credere è un modo per proteggersi dalla solitudine.

Ecco perché è così difficile cambiare idea. Quando incontriamo un fatto che contraddice il nostro gruppo, lo respingiamo. Non perché siamo stupidi, ma perché lo percepiamo come un attacco alla nostra identità. Le persone aggiornano le loro idee solo quando cambiano gruppo di riferimento, raramente prima.

Ogni comunità ha la sua versione del mondo, funzionale a tenerla unita. Credere a quella narrazione è un atto di fedeltà. Le fake news più potenti sono quelle che lisciano il pelo all'identità del gruppo, che confermano che "noi" abbiamo ragione e "loro" hanno torto. Non devono convincere gli scettici, devono galvanizzare i credenti.

La disinformazione politica funziona quando dice al gruppo esattamente quello che il gruppo vuole sentirsi dire. Il falso rafforza la coesione, il vero a volte la minaccia. E l'identità è un filtro molto più spesso della logica: se un fatto minaccia chi siamo, siamo pronti a sacrificare il fatto pur di salvare noi stessi.

8.8 – Il gruppo come matrice di verità

La verità per il singolo è un'opinione, per la società è un accordo. Ciò che il gruppo decide essere vero, diventa operativo. Questa "verità" non dipende dai fatti, ma dalla forza del legame sociale.

Ogni gruppo umano costruisce la sua verità attraverso tre meccanismi: la validazione reciproca (se lo dicono in tanti, sarà vero), la ripetizione rituale (più lo diciamo, più diventa solido) e la sanzione sociale (chi non è d'accordo viene punito o deriso). Non sono invenzioni di Internet, sono le dinamiche ancestrali del clan. Credere insieme era un'assicurazione sulla vita, dissentire era un pericolo.

Che sia una tribù che danza per la pioggia o una chat di Telegram che parla di complotti, il meccanismo è lo stesso: il gruppo crea una realtà condivisa che protegge i suoi membri. La disinformazione non si diffonde a caso, segue le linee di faglia tra i gruppi. Ogni tribù si coltiva il falso che le serve, quello che la fa sentire speciale e sotto attacco.

Non siamo vulnerabili al falso come individui, ma come membri di un gregge. La credulità è un prodotto sociale. Non crediamo perché non sappiamo, crediamo per non essere soli.

8.9 – La paura del caos e il desiderio di coerenza narrativa

Viviamo in un mondo che, alla radice, è caos. Le cose accadono, le strutture crollano, il destino colpisce a caso. E questa indifferenza dell'universo ci è intollerabile. La mente non può abitare un mondo senza trama. Ha bisogno di leggi, di fili conduttori, di senso.

Il caos genera angoscia, la coerenza genera sollievo. Una storia, anche falsa, che spiega perché il mondo è così, è infinitamente più rassicurante di un mondo che non ha spiegazioni. Quando arriva un trauma — la peste, una crisi, una guerra — il primo motore della menzogna è la paura del vuoto. Durante la peste nera si inventavano complotti perché l'idea di un batterio casuale era impensabile. Oggi accade lo stesso.

La mente preferisce una bugia ordinata a una verità disordinata. La menzogna ti dà la risposta subito. La verità ti chiede di aspettare, di dubitare, di faticare. Il desiderio di coerenza è un bisogno emotivo, non intellettuale. Sopportiamo tutto, tranne l'incertezza. La disinformazione ci offre questa coerenza a basso prezzo. È irresistibile perché mette in ordine il disordine.

8.10 – Bias cognitivi come architettura permanente

La nostra mente non è un computer neutrale. Se dovesse analizzare ogni dato da zero, saremmo paralizzati. Per questo l'evoluzione ci ha fornito delle scorciatoie, i bias, che ci permettono di decidere in fretta. Non sono difetti, sono la forma stessa della nostra ragione. La propaganda e le fake news non fanno altro che suonare questi tasti che sono già installati nel nostro hardware.

Il bias di conferma ci fa cercare solo ciò che ci dà ragione. È economico ed emotivamente appagante. L'euristica della disponibilità ci fa credere che le cose che ricordiamo meglio (quelle più emotive o recenti) siano anche le più probabili: un omicidio in TV pesa più di mille statistiche che dicono che la criminalità scende. Le fake news lo sanno bene: ti danno la storia memorabile, non il dato noioso.

Il bias della rappresentatività ci fa generalizzare: un caso diventa la regola. Il bias dell'intenzione ci fa vedere complotti ovunque, perché un mondo controllato da qualcuno (anche cattivo) fa meno paura di un mondo senza pilota. La dissonanza cognitiva ci protegge dalle contraddizioni: piuttosto che ammettere di aver torto, neghiamo l'evidenza. E l'effetto Dunning-Kruger ci fa sovrastimare la nostra competenza, un fenomeno che Internet ha portato all'estremo.

Non possiamo eliminare questi bias, sono noi. L'essere umano crede ciò che può credere, dati i limiti della sua macchina mentale.

8.11 – Il ruolo dell’emozione: perché il cuore decide prima della mente

La ragione è una lente, l'emozione è la corrente che ci trascina. Bisogna accettarlo: non decidiamo con la logica. La logica arriva dopo, a cose fatte, per spiegare decisioni che abbiamo già preso di pancia. Le neuroscienze ci dicono che senza emozioni non sappiamo scegliere. La ragione da sola è paralisi.

Ogni credenza affonda le radici in un terreno emotivo: paura, rabbia, speranza, disgusto. Non crediamo ai fatti in sé, ma a come i fatti ci fanno sentire. Le fake news bypassano la corteccia cerebrale e puntano dritte all'amigdala, il centro della paura, che reagisce in millisecondi. La razionalità è lenta, la paura è immediata.

Un'informazione che spaventa ha un vantaggio evolutivo. È una priorità. Il falso vince perché gioca d'anticipo sull'emozione. Anche la rabbia è un acceleratore: una notizia che ci indigna spegne il senso critico. La rabbia dà un senso al mondo. E poi c'è il desiderio: crediamo a ciò che ci dà speranza, che ci promette un futuro migliore. Le utopie e le truffe si basano su questo.

Ogni credenza è un'emozione che si è solidificata. Le fake news manipolano i nostri stati d'animo, non le nostre idee. Per questo il vero, spesso freddo, viene respinto, e il falso, caldo e vibrante, viene accolto.

8.12 – La memoria come macchina distorsiva

La memoria non è un archivio polveroso dove i fatti restano immutati. È un processo vivo. Ogni volta che ricordiamo qualcosa, lo stiamo riscrivendo. Ogni ricordo è un'interpretazione, e quindi una distorsione. Ricordiamo ciò che ha senso per noi oggi, ciò che conferma chi siamo diventati.

Questo ha un impatto enorme sulla credulità. Una fake news, una volta che l'abbiamo fatta nostra, non è più un'informazione esterna: diventa un ricordo. Diventa parte della nostra autobiografia. E sradicare un ricordo personale è quasi impossibile.

Inoltre, la memoria fa confusione sulle fonti. Attribuiamo a una fonte autorevole una cosa sentita al bar, o scambiamo per vissuto qualcosa che abbiamo solo letto. La memoria semplifica, taglia, cuce e inganna. La memoria collettiva fa lo stesso: ogni gruppo ricorda solo ciò che lo rafforza e dimentica ciò che lo divide.

La disinformazione funziona perché la memoria non è un giudice imparziale, è un narratore che aggiusta la storia per farla finire come vogliamo noi. Il falso, se ben raccontato, diventa memoria. E la memoria conserva la versione del mondo che ci permette di andare avanti, non necessariamente quella vera.

8.13 – Il desiderio di credere: il falso come consolazione

Nessuno crede solo perché è stato ingannato. Crediamo, nel vero o nel falso, perché lo desideriamo. Desideriamo ordine, consolazione, speranza. Il falso entra nella mente perché risponde a un bisogno profondo: rendere abitabile un mondo ostile.

Nella storia, le storie più forti non sono quelle che spiegano meglio, ma quelle che consolano meglio. Un mito che dà un senso al dolore è più potente di un fatto che lo lascia inspiegato. Una teoria del complotto è più rassicurante del caos. Il falso si infila nei buchi lasciati dalla verità.

Vogliamo sapere perché è successo a noi, se si poteva evitare, di chi è la colpa. La verità spesso alza le spalle. La menzogna ha sempre una risposta pronta. Nelle crisi, questo desiderio esplode. Quando il mondo trema, cerchiamo appigli. Se non ci sono, li inventiamo.

Non è debolezza, è adattamento. Accettare il caos puro è insopportabile. Una bugia coerente è un prezzo piccolo da pagare per la sanità mentale. Crediamo al falso per proteggerci da verità troppo dolorose o da un'assenza di senso che ci annienterebbe. Il falso ci consola perché ci fa compagnia.

8.14 – La mente come macchina narrativa non aggiornata alla complessità moderna

Siamo nati in piccoli gruppi, in un mondo locale e immediato. Oggi viviamo in un mondo globale e interconnesso, ma lo affrontiamo con lo stesso cervello dell'età della pietra. È un "mismatch" evolutivo.

Nel Paleolitico le cose erano semplici: cibo, pericoli, relazioni dirette. Oggi dobbiamo capire l'economia globale, i virus invisibili, le reti digitali. Ma il nostro cervello continua a trattare tutto come se fosse una questione di villaggio. Cerchiamo colpevoli individuali per problemi sistemici, intenzioni occulte dietro fenomeni naturali.

La mente non è stata progettata per l'era dei sistemi complessi. Richiede statistica e probabilità, ma noi ragioniamo per storie e cause dirette. Non possiamo colmare questo divario solo studiando di più. È una distanza strutturale.

Ecco perché la disinformazione digitale trionfa: Internet ha creato l'ambiente perfetto per una mente paleolitica che cerca ordine e narrazione, bombardandola di stimoli che la mandano in tilt. Il problema non è il contenuto falso, è che la nostra mente non è fatta per questo mondo. Cerchiamo di navigare nell'oceano con una mappa disegnata per un laghetto. E in questa confusione, il falso offre una rotta semplice.

8.15 – La credulità come costo minore della verità

Arriviamo a una conclusione provocatoria: la credulità non è un errore, è un compromesso al ribasso.

La verità costa cara. Costa tempo, energia, dubbi, solitudine. Richiede di verificare, di sospendere il giudizio, di accettare cose che non ci piacciono. La menzogna è economica. È rapida, elimina la fatica, ci fa sentire parte del gruppo, riduce l'ansia. È un prodotto cognitivo "low cost".

In un mondo saturo di informazioni, il costo della verità diventa proibitivo. Chi ha il tempo e la forza di verificare tutto? Nessuno. E quando il costo supera il beneficio, la mente, per risparmiare energia, compra il falso. Non per stupidità, ma per economia.

La credulità è una forma di risparmio energetico. Scegliamo percorsi facili: emozioni forti, colpevoli chiari, storie semplici. La verità richiede una mente adulta e riposata. La menzogna ci permette di regredire a una comprensione più infantile e immediata. E quando siamo stanchi e confusi, questa regressione è quasi inevitabile.

La credulità è il prezzo che paghiamo per un po' di sollievo. Il falso vince non perché è potente, ma perché è a buon mercato.

8.16 – La credulità come fenomeno sociale, non individuale

La credulità non è un fatto privato. È un fenomeno sociale. Le credenze nascono tra le persone, non dentro le teste. L'individuo è solo il terminale di una rete.

Ogni comunità costruisce una sua realtà condivisa che serve a tenerla unita. La "verità" di un gruppo è una verità performativa: diventa vera perché tutti si comportano come se lo fosse. La credulità è il collante della coesione. Se ognuno vedesse il mondo a modo suo, il gruppo si disgregherebbe. Condividere una credenza, anche assurda, riduce i costi della cooperazione e aumenta la fiducia.

Le fake news si diffondono perché danno al gruppo ciò che la verità spesso non dà: un nemico, un'identità, una storia comune. La disinformazione è un rituale. Condividere una bufala non è un errore di calcolo, è un atto di fede politica o identitaria. È un modo per dire: "Io sono dei vostri".

Per questo è così difficile smontare le credenze false. Abbandonarle significa tradire il gruppo, restare soli, perdere un linguaggio comune. Il falso è la lingua della tribù, il vero è la lingua dell'individuo solitario. E l'uomo, per natura, ha il terrore di restare solo.

8.17 – La mente come macchina narrativa collettiva

Non esiste una conoscenza che sia solo "mia". La nostra mente è fatta di storie che non abbiamo inventato noi: lingua, cultura, miti, media. Siamo nodi di una rete, memorie collettive che camminano. Quando crediamo, è il gruppo che crede attraverso di noi.

Le nostre credenze individuali sono il frutto di miliardi di influenze esterne. Quella che chiamiamo "la mia opinione" è spesso solo l'eco di una narrazione sociale più ampia. Le storie che abitiamo preesistono a noi e modellano ciò che consideriamo possibile o vero.

Ogni società genera il suo falso, su misura per le sue paure e i suoi desideri. Il falso non è un virus esterno, è un prodotto naturale del metabolismo sociale. È un sintomo, un linguaggio, un ecosistema.

Per questo la disinformazione digitale riproduce meccanismi antichi. I gruppi cercano storie che li uniscano, eroi da amare e mostri da odiare. La mente nel gruppo non indaga, canta in coro. E il falso è spesso una melodia più orecchiabile del vero.

8.18 – Conclusione del Capitolo 8: il falso come destino cognitivo

Possiamo dirlo chiaramente: l'essere umano non è vulnerabile al falso per sbaglio, ma per struttura. La credulità non è un difetto, è una condizione. È il modo in cui affrontiamo un mondo troppo complesso per essere vissuto senza storie. È lo scudo che la società usa per non disgregarsi e che l'individuo usa per non impazzire.

Il falso è inevitabile perché risponde alle domande a cui il vero non sa rispondere: da dove viene il male? Perché soffriamo? Come riprendiamo il controllo? La verità è lenta e faticosa, il falso è immediato e consolatorio. La verità chiede coraggio, il falso offre conforto.

Il nostro destino cognitivo non è scegliere una volta per tutte tra vero e falso, ma navigare in questa tensione continua tra il bisogno biologico di credere e quello razionale di conoscere. Il falso sarà sempre lì, pronto a riempire i vuoti lasciati dalla verità quando questa tarda ad arrivare o è troppo dura da accettare.

La disinformazione non l'ha inventata la modernità, l'ha solo accelerata. Ogni mezzo di comunicazione ha trovato terreno fertile in questa nostra predisposizione. Internet non fa eccezione, ha solo tolto i freni.

Per capire la post-verità dobbiamo partire da questa consapevolezza: la mente umana non è una macchina della verità. È una macchina del senso. E più il mondo diventa indecifrabile, più questa macchina ha fame di senso, a qualsiasi costo.

CAPITOLO 9 – Internet: verità totale e caos delle fonti

9.1 – L’ingresso in un mondo senza filtri

Internet inaugura una condizione cognitiva mai vista nella storia umana. Non si tratta semplicemente di un nuovo mezzo di comunicazione. È un nuovo ambiente mentale, un ecosistema informativo che cancella le barriere che per millenni hanno limitato, filtrato, selezionato ciò che poteva essere detto, ricordato, trasmesso. Per la prima volta ogni individuo può produrre informazione, commentarla, reinterpretarla, distorcerla, diffonderla a velocità istantanea. Per la prima volta, ogni narrazione può trovare un pubblico, ogni opinione può assumere forma di contenuto, ogni intuizione può diventare oggetto di discussione globale.

L’accesso totale all’informazione è stato celebrato come la più grande conquista della modernità. Si pensava che l’apertura universale delle fonti avrebbe risolto le ingiustizie della storia. Che la trasparenza avrebbe sostituito la manipolazione. Che la pluralità avrebbe sconfitto la propaganda. Che la conoscenza, una volta resa disponibile a tutti, avrebbe liberato la mente dalla credulità. Questa visione, ingenua e ottimistica, era basata su un presupposto sbagliato: che l’essere umano sia un animale razionale che, messo nella condizione di conoscere tutto, sceglierà il vero.

Ma quando tutto diventa accessibile, non diventa più chiaro. Diventa più opaco. La trasparenza assoluta non illumina. Acceca. La pluralità radicale non ordina. Disorienta. L’apertura totale non democratizza la verità. La dissolve. La promessa utopica di Internet si è rovesciata nella sua ombra: più informazioni non producono più conoscenza. Producono più ambiguità, più competizione tra versioni della realtà, più conflitti tra interpretazioni, più vulnerabilità emotiva di fronte a un flusso continuo che nessuna mente può contenere.

Il primo effetto di Internet non è stato migliorare la qualità della conoscenza. È stato distruggere la gerarchia delle fonti. Per millenni la società ha delegato ad alcune istituzioni il compito di stabilire cosa fosse degno di essere creduto: sacerdoti, accademie, stati, giornali, editori, biblioteche, istruzione. Queste istituzioni fungevano da filtri. Imperfetti, certo, talvolta manipolatori, ma indispensabili per limitare la circolazione dell’arbitrario. Internet ha rimosso questi filtri senza sostituirli con nulla. Non li ha migliorati. Li ha annullati.

Da quel momento, la verità non è più stata una conquista. È diventata una possibilità tra molte. Una opzione. Una scelta. In un mondo dove ogni opinione può apparire nel medesimo formato visivo, ogni narrazione può sembrare legittima, ogni voce può sembrare autorevole. La credulità non nasce dalla mancanza di informazioni, ma dall’assenza di gerarchie. Senza gerarchie non c’è ordine. Senza ordine non c’è orientamento. E senza orientamento, il falso diventa indistinguibile dal vero.

Internet crea un mondo in cui la mente umana si trova esposta a un compito che non può svolgere: distinguere continuamente, rapidamente, emotivamente tra miliardi di segnali informativi privi di contestualizzazione. Il risultato non è una società più critica. È una società più vulnerabile. Più ansiosa. Più confusa. Una società che, davanti a un oceano senza rive, reagisce come ha sempre fatto: costruendo narrazioni consolatorie, cercando gruppi di appartenenza, trasformando il caos in trama e la trama in verità.

9.2 – La fine delle gerarchie della verità

Ogni epoca storica ha avuto un modello di autorità epistemica. Nell’antichità era la rivelazione. Nel Medioevo era la tradizione. Nell’età moderna era la ragione, filtrata da istituzioni competenti. Nell’Ottocento e nel Novecento era il giornalismo, un sistema stabilito di mediazione tra fatti e opinione pubblica. Internet rompe questa successione millenaria. Non la aggiorna. La annienta.

Nel mondo digitale, una ricerca scientifica e un commento anonimo convivono nello stesso spazio. Una teoria fisica e una teoria complottista hanno lo stesso contenitore visivo. Un articolo accademico e un video emotivo sono recepiti nello stesso flusso. L’autorità non è più nel contenuto. È nel numero di visualizzazioni. Non è più nel rigore. È nella viralità. Non è più nella competenza. È nell’abilità retorica.

Questo produce una rivoluzione silenziosa ma devastante: la verità non è più ciò che è dimostrabile, ma ciò che è condivisibile. La credibilità non dipende dai fatti, ma dalla familiarità della fonte. L’autorevolezza non nasce dalla conoscenza, ma dalla presenza mediatica. Le piattaforme, che dovrebbero essere neutrali, premiano i contenuti che generano attenzione. E l’attenzione è una valuta che si alimenta di emozioni, non di verifiche.

In questo ambiente, il cittadino non ha più strumenti per capire chi meriti fiducia. Non perché sia ingenuo, ma perché nessuna forma visibile distingue più il vero dal falso. La cornice è identica. L’interfaccia è identica. La retorica è identica. Ciò che un tempo separava l’artigiano dal ciarlatano, il sapiente dal rumorista, oggi non esiste più. La distinzione è affidata al singolo. Ma il singolo non è progettato per sostenere questa responsabilità.

La fine delle gerarchie non produce uguaglianza. Produce rumore. E nel rumore, il falso prospera. Non perché sia più forte. Ma perché è più seducente. Il vero richiede tempo. Il falso richiede solo attenzione. Il vero richiede contesto. Il falso richiede forma. Il vero è lento. Il falso è immediato. La velocità ha sostituito la competenza come criterio di validità.

In questo mondo, perfino l’esperto perde autorità. Non perché sbagli. Ma perché è costretto a competere con chi non ha alcun vincolo. L’esperto deve argomentare. Il ciarlatano deve solo affermare. L’esperto deve mostrare i limiti della conoscenza. Il ciarlatano può ignorarli. L’esperto deve spiegare la complessità. Il ciarlatano può inventare una storia semplice. Il risultato non è un consenso più informato, ma una battaglia simmetrica tra discorsi asimmetrici.

La fine delle gerarchie della verità apre la strada a un nuovo assetto cognitivo globale: l’equivalenza epistemica. Ogni voce è una voce. Ogni opinione è una opinione. Ogni contenuto è un contenuto. La democrazia dell’accesso ha prodotto la tirannia della forma. E nella tirannia della forma, il vero non ha più privilegi cognitivi. È solo un ospite tra gli altri.

9.3 – L’euforia del sapere totale e la nascita del caos cognitivo

Internet è nato sotto il segno dell’euforia. L’euforia della conoscenza illimitata, della promessa di una società in cui tutti avrebbero potuto sapere tutto. Un sogno antico, già immaginato dagli enciclopedisti, dai riformatori, dai modernisti del Novecento. L’idea che il sapere potesse essere condiviso senza ostacoli appariva come la soluzione a ogni forma di ignoranza, superstizione, manipolazione. Bastava liberare l’informazione e la verità avrebbe trionfato.

Questa euforia non teneva conto di un fattore: la mente umana non è progettata per la quantità, ma per la selezione. Per milioni di anni la nostra specie ha potuto accedere solo a una quantità limitata di stimoli informativi. La memoria, l’attenzione, la capacità di valutazione erano calibrate per mondi piccoli, relazioni dirette, contesti immediati. L’idea che un cervello paleolitico potesse gestire un flusso informativo illimitato era un’assunzione priva di fondamento biologico.

Quando Internet inizia a crescere, il sapere totale si rivela rapidamente ingestibile. Le informazioni non arrivano più in sequenza, ma in simultaneità. Non arrivano più filtrate, ma in massa. Non arrivano più coerenti, ma contraddittorie. Il risultato non è l’illuminazione. È la saturazione. La mente, sottoposta a un bombardamento continuo, smette di analizzare e inizia a reagire. Sostituisce la distinzione con l’emozione. Sostituisce il dubbio con la scorciatoia. Sostituisce il contesto con il frammento.

Questa saturazione produce una nuova forma di ignoranza: non ignorare per mancanza, ma ignorare per eccesso. Un’ignoranza di secondo ordine, invisibile, silenziosa, ma devastante. Quando tutto è accessibile, ciò che manca non è l’informazione. È l’orientamento. È la capacità di priorizzare. È la forza di resistere alle narrazioni più seducenti. È la disciplina cognitiva necessaria per scegliere tra infinite possibilità.

Il caos cognitivo non è il risultato della cattiva volontà degli individui. È il risultato della sproporzione tra la velocità della tecnologia e la lentezza dell’evoluzione della mente. Internet cresce più rapidamente di quanto la nostra struttura psicologica possa adattarsi. La mole di informazioni supera la soglia di elaborazione. La mente, sovraccaricata, inizia a delegare il lavoro alle emozioni, ai pregiudizi, alle intuizioni rapide, ai gruppi di appartenenza, agli algoritmi che filtrano per noi.

L’euforia del sapere totale si trasforma così nella sua antitesi: una società in cui la conoscenza non è più un bene condiviso, ma un campo di battaglia. In cui la certezza non nasce dalle prove, ma dalla viralità. In cui la realtà non è più una conquista, ma una negoziazione permanente. In cui il falso non è un incidente, ma un sintomo del sistema.

Il caos cognitivo è il nuovo mare in cui l’umanità si trova a navigare. Un mare aperto, infinito, affascinante e pericoloso. Un mare che non può essere regolato con gli strumenti del passato. Un mare in cui la vecchia bussola della verità non punta più in una direzione chiara. Perché al suo interno convivono milioni di nord.

9.4 – La disintermediazione: la morte del filtro

Per comprendere la portata della disintermediazione occorre ricordare che per millenni la conoscenza umana non è stata un flusso libero, ma un sistema regolato, stratificato, protetto da una serie di filtri che avevano il compito di limitare la proliferazione dell’arbitrario. La scuola stabiliva ciò che meritava di essere appreso, l’editoria ciò che poteva essere pubblicato, i giornali ciò che doveva essere condiviso con il pubblico, le accademie ciò che doveva essere riconosciuto come vero o probabile, la religione ciò che doveva essere creduto. Questi filtri, talvolta oppressivi, talvolta illuminanti, erano comunque strutture epistemiche: riducevano il rumore, selezionavano ciò che era ritenuto significativo, difendevano la comunità dalla dispersione cognitiva. La loro funzione non era garantire la verità, ma delimitare lo spazio entro cui la verità poteva emergere.

L’errore, naturalmente, non era eliminato. Ma era contenuto. La falsità non era impossibile, ma era confinata. Una menzogna non poteva circolare alla stessa velocità del vero, perché per farlo doveva attraversare gli stessi filtri. E se anche vi riusciva, la sua diffusione non era immediata. Il tempo stesso funzionava come un secondo filtro: permetteva alla critica di intervenire, alla prova di emergere, alla comunità di riconoscere la fragilità di certe narrazioni. La lentezza storica non era un limite, ma una forma di protezione: impediva al falso di superare il vero per pura rapidità.

Internet spezza questa architettura con un gesto quasi innocente nella sua semplicità. L’atto stesso di pubblicare non richiede più alcuna autorizzazione, alcun titolo, alcuna competenza, alcuna verifica. Il web nasce come uno spazio radicalmente orizzontale, privo di barriere, costruito su un modello decentralizzato in cui ogni nodo ha pari dignità. Questo modello, apparentemente democratico, è in realtà una rivoluzione epistemologica: abolisce ogni differenza tra la voce privata e la voce pubblica, tra il sapere professionale e l’opinione personale, tra ciò che ha un percorso critico e ciò che non ne ha alcuno.

La disintermediazione non significa soltanto che chiunque può parlare. Significa che chiunque può parlare con la stessa forma. L’estetica della rete cancella le gerarchie. Un blog anonimo, un articolo scientifico, un commento improvvisato, una riflessione specialistica, una invenzione totale compaiono nella stessa cornice visiva, nello stesso formato, nello stesso flusso. L’utente non vede più la differenza tra ciò che è passato attraverso un percorso di selezione e ciò che è nato in un istante. Non perché sia ingenuo, ma perché il mezzo è costruito per abolire tale distinzione.

La mente umana non è progettata per sopportare questa responsabilità. L’essere umano non è un filtro epistemico, ma un interprete emotivo. Quando deve decidere se credere a una notizia, non consulta un archivio di verifiche, non analizza la struttura delle fonti, non ricostruisce la genealogia del contenuto. Reagisce. E reagisce con gli strumenti che la storia evolutiva gli ha fornito: la ricerca di coerenza, la preferenza per ciò che conferma le sue intuizioni, la tendenza a ridurre la complessità, il bisogno di trovare intenzioni anche dove vi è semplice contingenza. I filtri istituzionali avevano la funzione di limitare queste fragilità. La loro abolizione le trasforma in criteri di selezione.

Il paradosso è evidente: l’utente della rete, convinto di essere più libero, si trova in realtà più vulnerabile. Deve filtrare ciò che un tempo era filtrato per lui. Deve verificare ciò che un tempo era verificato da altri. Deve distinguere tra ciò che sembra credibile e ciò che lo è realmente, ma deve farlo in un ambiente che moltiplica la credibilità apparente e rende invisibile la competenza. La disintermediazione non restituisce la conoscenza al popolo. Restituisce il caos.

A questo caos contribuisce un secondo elemento decisivo: l’algoritmo. Il filtro istituzionale non è stato sostituito dal filtro personale. È stato sostituito dal filtro computazionale. Non siamo noi a determinare ciò che vediamo. È un sistema di raccomandazione che, analizzando il nostro comportamento passato, ci offre ciò che è più probabile che mantenga la nostra attenzione. L’algoritmo non seleziona in base alla verità, ma in base all’engagement. Ci mostra ciò che ci emoziona, non ciò che ci chiarisce. Ci conferma, non ci sfida. Ci rinchiude dentro una bolla in cui la nostra identità cognitiva viene amplificata fino a diventare una prigione.

La disintermediazione produce così una duplice illusione: da un lato l’illusione dell’accesso illimitato, dall’altro l’illusione dell’autonomia cognitiva. In realtà l’utente è più dipendente che mai da sistemi che non controlla e da impulsi che non riconosce. L’assenza di un filtro esterno non produce spirito critico. Produce l’espansione del filtro interno, che è sempre emotivo, sempre istintivo, sempre legato alla storia personale di chi lo esercita. Le decisioni non avvengono nel regno della ragione, ma in quello delle predisposizioni affettive.

In questo senso la disintermediazione non è una democratizzazione dell’informazione. È una antropologizzazione radicale della verità. Ciò che merita attenzione non è ciò che è sostenuto da un metodo, ma ciò che risuona con la nostra storia psicologica. Ciò che è più credibile non è ciò che è più dimostrabile, ma ciò che è più già noto. L’individuo non sceglie ciò che è vero. Sceglie ciò che lo rassicura.

La morte del filtro istituzionale apre così la strada al dominio del filtro emotivo. L’informazione smette di essere un bene pubblico e diventa un oggetto privato, un materiale che ciascuno interpreta secondo il proprio vissuto. Il risultato è una società che non condivide più né i criteri né gli strumenti della verità. E una società che non condivide la verità, finisce per non condividere più la realtà.

In questo panorama la disintermediazione non è un progresso. È un trauma cognitivo che segna l’ingresso dell’umanità in un mondo in cui il falso non deve più conquistare il pubblico. Deve semplicemente superare il vero in rapidità, in semplicità, in intensità emotiva. Ed è molto più attrezzato per farlo.

9.5 – L’illusione della competenza universale

La disintermediazione non abolisce soltanto i filtri esterni. Abolisce anche la percezione stessa dei limiti interni. Nel momento in cui ogni individuo dispone degli stessi strumenti formali per comunicare, una tastiera, un profilo, uno spazio digitale indistinguibile da quello degli esperti, nasce una illusione tanto potente quanto invisibile: la sensazione che la competenza sia una condizione accessibile a chiunque senza alcun percorso, che la conoscenza sia un diritto naturale piuttosto che un risultato della fatica, della disciplina, della rinuncia. Così l’essere umano, immerso nella rete, non percepisce più la distanza che separa la familiarità dal sapere, la spontaneità dalla comprensione, il commento dalla conoscenza.

L’illusione della competenza universale nasce da un equivoco strutturale. In passato, conoscere significava attraversare un cammino. L’apprendimento aveva una durata, una gerarchia, una prova. La conoscenza non era il possesso di informazioni, ma la capacità di interpretarle. Era un intreccio tra rigore metodologico e responsabilità personale, tra dedizione e memoria, tra confronto e fallimento. La rete dissolve questo cammino e lo sostituisce con un gesto. Cercare un concetto, leggere una sintesi, trovarsi esposti a un linguaggio tecnico bastano per produrre, nella mente di molti, la sensazione di aver acquisito non solo la nozione, ma la padronanza del campo.

È un processo psicologico noto, ma nella rete assume proporzioni senza precedenti. L’essere umano tende naturalmente a scambiare l’esposizione per comprensione, la ripetizione per profondità, l’intimità emotiva con un tema per la capacità di dominarlo. La rete amplifica questa tendenza perché produce una familiarità artificiale: si viene esposti continuamente a lessici specialistici, a grafici, a immagini e a discussioni che simulano il discorso esperto. Non si tratta di un inganno deliberato, ma di una estetica. La forma dell’informazione diventa più importante della sua sostanza. E ciò che appare competente viene percepito come competente.

In questo ambiente, il meccanismo più fragile della mente, l’effetto Dunning-Kruger, diventa una dinamica collettiva. Chi sa poco sopravvaluta il proprio sapere più di quanto abbia mai fatto nella storia perché la rete gli restituisce segnali di conferma. Non è l’ignoranza a crescere, ma la fiducia nell’ignoranza. Ogni like diventa una forma di riconoscimento; ogni visualizzazione una prova di autorevolezza; ogni discussione una legittimazione. Il dilettante percepisce la propria voce come equivalente a quella di chi ha dedicato anni allo studio, non per arroganza, ma perché il mezzo cancella le tracce dello sforzo che la competenza richiede.

Il sapere, nella sua forma autentica, non seduce. Non offre risposte immediate. È lento, problematico, spesso controintuitivo, sempre consapevole dei propri limiti. Il sapere non urla. Non semplifica. Non afferma con la sicurezza del dogma. Esita. Pesa le parole. Riconosce l’ambiguità. Per questo, nella competizione per l’attenzione, il sapere risulta svantaggiato. La rete premia ciò che si afferma senza esitazione, ciò che offre soluzioni semplici, ciò che suscita emozioni forti. Il discorso esperto, costruito sulla complessità e sul dubbio, viene percepito come debole. La competenza non scompare. Scompare la sua riconoscibilità.

Questo processo provoca uno slittamento antropologico decisivo. L’individuo non si percepisce più come parte di una comunità che delega alcune conoscenze a figure specializzate. Si percepisce come autosufficiente. Non distingue più tra ciò che può sapere e ciò che deve imparare. La rete lo convince che tutto è accessibile e, quindi, che tutto è comprensibile. Ma l’accessibilità non è comprensione. È esposizione. E l’esposizione, senza struttura, genera una falsa padronanza che rende impossibile la crescita.

La crisi dell’autorità epistemica nasce da qui. L’esperto non viene più contestato perché sbaglia, ma perché esiste. La sua presenza contraddice l’idea che la conoscenza sia democratica nel senso più ingenuo del termine. La competenza appare come un privilegio illegittimo. La specializzazione come un’imposizione. Così, l’intellectus, la capacità di comprendere la complessità, viene sostituito dall’opinio, la sensazione di sapere. Le due dimensioni diventano indistinguibili nel formato del contenuto digitale. E tutto ciò che è indistinguibile è intercambiabile.

In questa condizione, la società perde la possibilità di riconoscere il valore delle competenze. Non perché non le riconosca più formalmente, ma perché non ne percepisce più la necessità. Ogni individuo si percepisce come competente nel suo mondo informativo, perché il suo mondo informativo è stato costruito per essere comprensibile, coerente, adatto ai suoi interessi, ai suoi desideri, alle sue paure. Non incontra più la resistenza del reale, ma la conferma dell’algoritmo. La rete non ci mostra ciò che dobbiamo imparare. Ci mostra ciò che sappiamo già.

L’illusione della competenza universale non è una patologia della rete. È il suo risultato naturale. Quando l’accesso viene scambiato per conoscenza, la conoscenza stessa perde il suo valore. L’individuo vive in un mondo in cui può dire tutto, e proprio per questo smette di chiedersi se ciò che dice abbia un fondamento. La parola perde la sua responsabilità. Il sapere perde la sua direzione. La verità perde la sua distanza.

Ed è in questa distanza abolita che il falso trova fertile terreno. Perché ciò che convince non è ciò che è vero, ma ciò che somiglia a ciò che già sappiamo. E in un mondo in cui tutto sembra sapere, non c’è più modo di riconoscere ciò che merita di essere imparato.

9.6 – La privatizzazione della realtà: ognuno nel proprio mondo

La privatizzazione della realtà è forse la conseguenza più radicale dell’ecosistema digitale, e al tempo stesso quella meno percepita nella sua profondità. Non si tratta semplicemente del fatto che ciascuno vede contenuti diversi. Questo è solo l’aspetto superficiale. La privatizzazione della realtà significa che l’esperienza stessa del mondo viene filtrata, modellata, riorganizzata da strutture che operano al di fuori della consapevolezza dell’individuo, e che lo conducono a vivere all’interno di una versione personale del reale che non coincide più con quella degli altri. La rete non produce un mondo condiviso. Produce milioni di versioni coerenti di quel mondo, ciascuna adattata alle preferenze, alle paure, ai desideri e alle inferenze che l’algoritmo rileva in modo invisibile.

In passato, pur tra mille differenze di opinioni, le società condividevano un nucleo comune di percezioni. Due persone che discutevano di politica, di religione, di scienza o di qualsiasi fenomeno sociale partivano almeno da una base condivisa: un insieme di notizie simili, immagini simili, eventi collettivi che costituivano l’ambiente culturale in cui la discussione poteva avvenire. Oggi questa base è dissolta. Non perché siano cresciute le opinioni. Ma perché non esiste più un terreno comune su cui le opinioni possano incontrarsi. Non esiste più un “mondo” univoco. Esistono mappe differenti, ognuna costruita per un singolo navigatore.

Gli algoritmi di personalizzazione, concepiti inizialmente come strumenti innocui per migliorare l’esperienza dell’utente, si sono trasformati in architetti invisibili della percezione. Non si limitano a suggerire ciò che potrebbe piacere. Selezionano ciò che costituisce il nostro cielo cognitivo quotidiano, eliminando ciò che potrebbe disorientarci o farci abbandonare la piattaforma. Questa selezione non ha nulla a che fare con la verità, con la complessità o con la rilevanza. Risponde unicamente a un criterio di massimizzazione dell’attenzione. E l’attenzione, lo sappiamo, non è attratta dal vero, ma dal familiare, dall’emotivo, dal confermativo.

Di conseguenza, la realtà non è più il luogo in cui ci incontriamo, ma il luogo in cui ci separiamo. Ogni utente abita un feed che non è una finestra sul mondo, ma uno specchio del proprio profilo psicologico. Lo specchio, però, non restituisce un riflesso fedele. Restituisce una versione amplificata, riecheggiata, polarizzata di ciò che già siamo. Così l’esperienza del reale diventa un esercizio di auto-rassicurazione permanente. Non incontriamo più il mondo. Incontriamo la sua versione addomesticata, modellata intorno a ciò che ci trattiene e ci riproduce come consumatori di contenuti.

Questa privatizzazione della realtà produce una sorta di solitudine cognitiva che non ha precedenti nella storia. L’individuo non è più soltanto separato dagli altri nella sua interiorità; è separato nella sua informazione. Vive in un contesto percettivo che gli altri non vedono, interpretano eventi che gli altri non riconoscono, reagisce a dinamiche che gli altri non percepiscono. Le discussioni non degenerano perché le persone non si comprendono, ma perché non parlano dello stesso mondo. Ogni tentativo di argomentazione fallisce perché le premesse non sono condivise. Ogni tentativo di persuasione fallisce perché ciò che appare evidente a uno non esiste neppure per l’altro.

La privatizzazione del reale non è un effetto collaterale. È una strategia. La personalizzazione permette alle piattaforme di eliminare la frizione cognitiva, quella frizione che nasce quando incontriamo idee diverse dalle nostre. Nel mondo fisico questa frizione è inevitabile: viviamo accanto a persone che vedono le cose diversamente, leggiamo giornali che non abbiamo scelto, assistiamo a discussioni che non ci aspettavamo. Nel mondo digitale questa frizione è considerata un fallimento. Se un contenuto ci irrita o ci confonde, siamo più propensi ad abbandonare la pagina. Così l’algoritmo ci protegge da ciò che potrebbe mettere in discussione le nostre convinzioni. Ci offre un mondo privo di resistenza. Un mondo più tranquillo, ma anche più fragile.

Il prezzo di questa tranquillità è altissimo. Venendo privati del confronto, perdiamo la capacità di comprendere l’altro. Venendo privati dell’ambiguità, perdiamo la capacità di tollerarla. Venendo privati della complessità, perdiamo la capacità di affrontarla. Il risultato non è un individuo più informato, ma un individuo più chiuso. Non un individuo più competente, ma un individuo più convinto. Non un individuo più libero, ma un individuo più prevedibile.

La privatizzazione della realtà ha anche un effetto etico profondo. Se ognuno vive in un mondo separato, viene meno il presupposto della responsabilità collettiva. Le opinioni non devono più confrontarsi con un orizzonte comune. Non devono più rispondere a una comunità. Diventano scelte estetiche, prodotti identitari, elementi di appartenenza a un gruppo virtuale che conferma e amplifica ogni convinzione. La conseguenza è una dissoluzione dell’esperienza comune che rende problematica perfino la nozione di società. Una società si definisce attraverso un mondo condiviso. Se il mondo non è più condiviso, ciò che rimane non è una comunità, ma una somma di solitudini.

Il fenomeno non è improvviso. Si è sviluppato attraverso piccoli cambiamenti percettivi, quasi impercettibili. Un video suggerito, un articolo sostituito da un altro, un thread omesso, una notizia nascosta, un’altra amplificata. Ma la sua portata è gigantesca: trasforma l’esperienza del reale in un prodotto personalizzato. La realtà, che per definizione dovrebbe essere comune, diventa un servizio su misura. E un servizio su misura, per quanto perfetto, non può essere condiviso.

In questo senso la privatizzazione del reale non è soltanto un fenomeno tecnologico. È una trasformazione antropologica che ridefinisce il modo in cui l’essere umano costruisce il senso del mondo. L’individuo non naviga più tra interpretazioni del reale. Naviga tra reali alternativi. Realtà che non entrano in conflitto perché non si incontrano. Realtà che non devono essere difese perché non sono minacciate da alternative visibili. Realtà che si espandono come sogni, coerenti solo con se stesse.

L’effetto finale è una società in cui il conflitto non può essere risolto, perché non riguarda opinioni divergenti su fatti condivisi, ma universi percettivi inconciliabili. La discussione sul reale si trasforma in guerra di mondi. E ogni mondo, rinchiuso nella sua bolla, crede di essere l’unico a esistere. La privatizzazione della realtà è, in fondo, la privatizzazione del vero. Una trasformazione silenziosa che ha più conseguenze della disinformazione stessa, perché rende impossibile la sua correzione. Non si può correggere ciò che non si condivide.

9.7 – La velocità come nemica della verità

La verità appartiene a un tempo che Internet non riconosce più. È un processo lento, che richiede sedimentazione, confronto, incertezza, rinuncia alla reazione immediata; un processo che si nutre di dubbi e che cresce solo attraverso la maturazione graduale delle prove. La rete, al contrario, vive nella temporalità dell’istante, in un presente perpetuo che non concede tregua e che brucia ogni possibilità di approfondimento. In questo scarto tra la lentezza del vero e la velocità del mezzo si apre una frattura decisiva: ciò che è vero arriva sempre troppo tardi rispetto a ciò che è falso.

Nella storia umana, ogni forma di conoscenza si è sviluppata dentro ritmi lenti. Le informazioni richiedevano tempo per essere trasmesse, verificate, integrate nel tessuto collettivo. Anche gli errori, per quanto diffusi, avevano una vita limitata, perché l’assenza di velocità ne impediva la proliferazione incontrollata. Internet cancella questo equilibrio e, nel farlo, introduce un’asimmetria irreversibile. Il falso non solo corre più veloce del vero, ma giunge prima di qualsiasi possibilità di verifica. Nel momento in cui la verità inizia a muoversi, il falso ha già trovato eco, risonanza, comunità, identità.

La velocità non è soltanto un vettore tecnico. È una forma mentale che si impone sugli utenti, inducendoli a reagire prima di comprendere, a diffondere prima di valutare, a incorporare prima di meditare. La mente, travolta da un flusso che non le concede pausa, tende a sostituire l’analisi con l’impressione, la verifica con la reazione, il giudizio con l’emozione. In questa dinamica, il tempo stesso diventa un terreno di lotta: ciò che arriva per primo assume l’autorità dell’evidenza, anche quando è fragile, distorto, manipolato.

La velocità produce così una nuova forma di ignoranza, non fondata sull’assenza di informazioni ma sulla loro eccessiva rapidità. Il sapere non si dissolve perché manca, ma perché non ha il tempo di articolarsi. Il vero perde il suo ritmo naturale e diventa un ospite tardivo, mentre il falso si impone come un visitatore precoce che occupa lo spazio prima ancora che qualcuno possa chiedergli chi sia.

9.8 – Il contenuto come emozione: la viralità come criterio di realtà

Nello spazio digitale, il contenuto non esiste più come portatore di verità. Esiste come vettore di emozione. L’informazione non viene giudicata per ciò che dice, ma per ciò che produce nel corpo e nella mente di chi la riceve. È un passaggio epocale: la verità lascia il posto alla reattività, e la reattività diventa il nuovo criterio di ciò che appare reale. La viralità non è una proprietà accessoria del contenuto, ma la sua condizione di esistenza. Ciò che non genera reazioni non esiste. Ciò che suscita emozione, ogni emozione, diventa rilevante.

Gli algoritmi amplificano questa dinamica, non per una volontà di manipolazione ma per la logica intrinseca del mezzo: ciò che trattiene l’attenzione viene premiato, ciò che richiede fatica cognitiva viene penalizzato. Il risultato è una sorta di selezione naturale dell’informazione, in cui sopravvivono i contenuti più emotivamente intensi, non quelli più accurati. L’indignazione conquista più spazio dell’argomentazione, la paura più della prudenza, il sospetto più della verifica.

La viralità, in questo ambiente, assume una funzione epistemica. Ciò che circola sembra, di per sé, dotato di una forma di verità. Non perché sia dimostrato, ma perché è condiviso. La condivisione sostituisce la prova, il numero sostituisce il rigore, la visibilità sostituisce la competenza. L’emozione diventa un dispositivo di legittimazione. Il mondo digitale non chiede: è vero? Chiede: quanto forte reagisci?

In questa condizione, la mente tende a confondere la forza emotiva di un contenuto con la sua autenticità. Una narrazione che ferisce, scuote o gratifica sembra più reale di una ricostruzione che richiede un lavoro cognitivo. L’atto stesso del reagire diventa una conferma interiore. Ciò che ci colpisce appare vero, perché ci attraversa; ciò che ci lascia indifferenti sembra irrilevante, perché non lascia traccia.
La verità non si dissolve nel falso. Si dissolve nel sentimento.

9.9 – L’infodemia: quando sapere troppo significa non capire più nulla

L’infodemia rappresenta il punto di rottura di questo nuovo regime cognitivo. Non è semplicemente un eccesso di informazioni. È la condizione in cui la quantità stessa annulla la possibilità del senso. L’essere umano non può gestire un flusso che non ha pause, che non conosce priorità, che non stabilisce gerarchie. La mente, esposta a un torrente di dati disordinati, perde la capacità di discernere ciò che merita attenzione da ciò che è irrilevante. L’eccesso non amplifica la conoscenza: la paralizza.

In questo ambiente, tutto sembra importante e allo stesso tempo niente lo è davvero. Le informazioni si equivalgono, non perché abbiano lo stesso valore, ma perché vengono percepite nello stesso modo. La saturazione impedisce alla mente di stabilire un ordine, e l’assenza di ordine genera una forma nuova di impotenza cognitiva. Non si tratta di ignorare per mancanza. Si tratta di ignorare per eccedenza.

Sotto la pressione costante di segnali informativi concorrenti, la persona smette di cercare la verità e inizia a cercare riparo. A quel punto non aderisce più a ciò che è dimostrabile, ma a ciò che è emotivamente sostenibile. Il falso diventa una via di fuga, una scorciatoia psicologica che consente di sfuggire alla fatica della complessità. L’infodemia non spinge verso la conoscenza, ma verso la regressione. Riporta la mente alle sue forme più arcaiche, in cui la priorità non è capire, ma sopravvivere.

L’eccesso di informazione non ci rende più consapevoli. Ci rende più soli, più fragili, più esposti al fascino immediato delle narrazioni consolatorie. L’immensità del sapere disponibile non costruisce una coscienza più ampia. Costruisce una vertigine. E nella vertigine, la credulità non è una scelta. È un rifugio.

9.10 – Le teorie del complotto nell’era digitale

Nell’era digitale le teorie del complotto cessano definitivamente di essere fenomeni marginali, deviazioni folkloristiche o manifestazioni episodiche della credulità popolare. Diventano ecosistemi autonomi, complessi, capaci di produrre senso, identità, appartenenza, significato. Non sono più idee isolate, ma mondi cognitivi completi. Hanno testi sacri, interpreti, rituali, eresie interne, genealogie argomentative che si estendono nel tempo, talvolta per decenni. La loro forza non deriva dalla loro veridicità, ma dalla loro capacità di offrire all’individuo una trama coerente in un’epoca che ha dissolto la coerenza. Il complotto non è solo una teoria alternativa. È un ordine simbolico.

Per comprendere la potenza del complottismo digitale bisogna riconoscere che ogni teoria del complotto si fonda su un’intuizione emotiva profonda: l’idea che il mondo sia troppo complesso per essere affidato al caso. La mente, già predisposta a percepire pattern e intenzioni anche dove non ce ne sono, trova nel complotto la risposta a un bisogno ancestrale. L’universo invisibile delle intenzioni occulte offre una spiegazione unitaria degli eventi, elimina la casualità, riduce l’incertezza, permette di individuare cause, colpevoli e trame. In un mondo spezzettato da informazioni contraddittorie, il complotto restituisce un senso totale. E ciò che dà senso, anche se falso, esercita un fascino irresistibile.

Prima dell’era digitale le teorie del complotto erano limitate dalla loro diffusione lenta. Non potevano espandersi oltre i confini di piccoli gruppi, né sopravvivere alla verifica collettiva. Oggi la rete offre loro ciò che è sempre mancato: un’infrastruttura. Ogni teoria, anche la più assurda, può trovare un pubblico globale. Non deve convincere tutti. Deve convincere qualcuno. E quel “qualcuno”, in un mondo interconnesso, può essere sufficiente per trasformare una fantasia marginale in un universo narrativo abitato da migliaia o milioni di persone.

La logica del complotto digitale non è quella della persuasione, ma quella della proliferazione. Ogni contenuto complottista genera commenti, reazioni, elaborazioni ulteriori che lo rafforzano. Ogni critica viene reinterpretata come prova ulteriore della sua fondatezza. Ogni tentativo di smentita è inglobato nel sistema come testimonianza della repressione della verità. Il complotto non può essere confutato perché si comporta come un organismo vivente: integra tutto ciò che incontra, compreso l’atto stesso di essere smentito. Non si indebolisce. Si adatta.

La rete permette inoltre la creazione di comunità complottiste come mai è accaduto nella storia. Queste comunità non si limitano a condividere contenuti. Condividono linguaggi, segni, riferimenti, formule, paradossi, simboli. Hanno la loro liturgia, che non è religiosa ma cognitiva: la liturgia della rivelazione. Ogni nuovo contenuto viene presentato come una scoperta, ogni documento come una prova, ogni evento come una conferma. Il complottista non è un credente passivo. È un investigatore immaginario, partecipe di una caccia infinita alla verità nascosta. Il suo ruolo non è osservare, ma interpretare.

Il cuore del complottismo digitale non è la menzogna. È la partecipazione. Le teorie del complotto offrono ai loro aderenti una posizione epistemica privilegiata: l’idea di possedere uno sguardo più lucido, più critico, più profondo rispetto a quello delle masse “addormentate”. È questa promessa, più ancora della narrazione, che alimenta il loro fascino. Credere a un complotto significa essere parte di una élite immaginaria, un gruppo di iniziati che ha accesso a una verità negata agli altri. In questo senso il complottismo è una forma di gratificazione narcisistica mascherata da spirito critico.

Ma il complotto non è soltanto un rifugio emotivo. È anche un meccanismo di difesa cognitiva. L’individuo sovraccarico di informazioni, incapace di stabilire gerarchie, confuso da interpretazioni contrastanti, trova nel complotto una forma di semplificazione. Il mondo smette di essere un insieme caotico di eventi scollegati. Diventa una trama. Una trama forse crudele, forse inquietante, ma coerente. La coerenza è il vero carburante delle teorie del complotto. E il bisogno di coerenza aumenta quanto più aumenta la complessità del mondo.

La rete potenzia il complottismo anche attraverso la dinamica delle echo chambers. Gli utenti che condividono gli stessi dubbi, sospetti e antipatie vengono progressivamente riuniti in comunità virtuali, dove ogni contenuto che conferma la narrazione viene amplificato e ogni contenuto che la contraddice viene rimosso o reinterpretato. La camera dell’eco crea un ambiente in cui il complotto non è più una supposizione, ma un fatto. La ripetizione conferisce credibilità. La credibilità conferisce stabilità. La stabilità conferisce identità. E l’identità, una volta consolidata, diventa impermeabile alla correzione.

Un aspetto centrale del complottismo digitale è la sua capacità di auto-riprodursi. Ogni teoria genera altre teorie, ogni ipotesi genera diramazioni, ogni video genera sequenze successive. Il complotto si espande come un organismo rizomatico: non ha un centro, non ha un autore, non ha un’unica versione. Vive di variazioni continue. La sua forza non sta nell’unità, ma nella proliferazione. Anche il terrapiattismo, che in un mondo privo della rete sarebbe rimasto un capriccio marginale, diventa una comunità globale con linguaggi propri, conferenze, shop online, influencer, e un corpus simbolico degno di una religione minore.

Il complottismo digitale è favorito anche dalla scomparsa delle narrazioni ufficiali che un tempo fornivano un quadro interpretativo condiviso. La sfiducia nelle istituzioni, la crisi dell’autorità scientifica, la frammentazione dei media hanno creato un vuoto interpretativo che le teorie del complotto riempiono con sorprendente efficacia. Dove mancano spiegazioni chiare, il complotto trionfa. Dove mancano risposte semplici, il complotto le offre. Dove il mondo appare troppo difficile da comprendere, il complotto riduce tutto a una trama unica, lineare, psicologicamente sopportabile.

Il complotto, infine, non seduce perché è logico. Seduce perché è narrativo. Offre un mondo che assomiglia alla struttura del mito. E come ogni mito funziona perché è simbolico, non perché è vero. Nel complottismo il simbolo sostituisce la verifica, la metafora sostituisce la prova, la storia sostituisce il documento. La mente non è attratta dal reale, ma dal senso. E il complotto fornisce senso, anche quando distrugge la realtà.

Nell’era digitale le teorie del complotto non sono dunque un incidente. Sono un adattamento. Una risposta dell’immaginario collettivo alla crisi della verità, alla saturazione delle informazioni, alla dissoluzione dell’esperienza comune. In un mondo senza filtri, senza gerarchie, senza autorità riconosciute, il complotto offre ciò che nessun altro discorso offre più: coerenza, identità, appartenenza. E nella crisi del senso, la coerenza diventa più desiderabile della verità.

9.11 – Il nuovo ecosistema del sospetto

Il sospetto non è una invenzione dell’era digitale. È un tratto ricorrente della storia umana, un meccanismo di difesa e al tempo stesso una forma di interpretazione del mondo. Ma ciò che accade nella contemporaneità non ha precedenti. Il sospetto non è più rivolto a un potere preciso, a un’autorità definita, a una figura concreta che esercita il controllo. Non è la diffidenza nei confronti dello Stato, né la paura del tradimento, né il timore del vicino. È un sospetto senza oggetto. Un sospetto che sorge non perché esista qualcuno che manipola, ma perché l’ambiente stesso rende impossibile distinguere ciò che è affidabile da ciò che non lo è. L’era digitale crea un clima cognitivo in cui ogni contenuto è potenzialmente sospetto perché ogni contenuto è potenzialmente artificiale.

Per comprendere la natura di questo nuovo sospetto bisogna osservare la trasformazione del concetto di fonte. Nell’era analogica la fonte era qualcosa di individuabile: un giornale, un autore, una testata, un’emittente, un archivio. La sua identità era evidente e la sua responsabilità chiara. Nell’era digitale la fonte perde il suo volto. È un utente anonimo, un nickname, un’immagine generata, un profilo senza storia, un testo senza autore riconoscibile. La rete dissolve la traccia dell’origine, e ciò che non ha origine percepibile non può suscitare fiducia. La fiducia richiede un punto di appoggio. La rete lo cancella.

Ma la perdita dell’origine non è l’unica causa del nuovo sospetto. C’è un secondo fattore: la moltiplicazione delle versioni. Ogni evento, anche il più semplice, genera una quantità di interpretazioni simultanee, spesso inconciliabili tra loro. L’utente non ha più accesso a un fatto, ma a un ventaglio di rappresentazioni, ciascuna delle quali pretende di essere la più autentica. L’esposizione continua a narrazioni alternative non produce apertura mentale. Produce paralisi. La mente non sa quale versione meritare attenzione e, incapace di scegliere, sospetta tutte.

La condizione dell’utente digitale è simile a quella di un individuo che si trova in una città in cui ogni voce parla in modo diverso e dove nessuna voce gode di un’autorità riconosciuta. In questa città impossibile, la diffidenza diventa un atteggiamento necessario. Non è un sintomo di paranoia, ma il risultato di un ambiente epistemico in cui la distinzione tra manipolazione e trasparenza non può più essere percepita. Il sospetto diventa così una modalità standard dell’esperienza, una postura mentale che si applica non a ciò che si teme, ma a ciò che semplicemente accade.

Internet introduce anche un terzo elemento che alimenta il sospetto: la reversibilità delle identità. Ogni profilo può essere falso, ogni immagine può essere modificata, ogni documento può essere manipolato in pochi secondi con strumenti accessibili a chiunque. La facilità con cui l’illusione può essere prodotta trasforma la verità in un evento sempre improbabile. Il falso è diventato troppo semplice per essere ignorato. La mente, consapevole di questa facilità, sospetta per proteggersi. Ma il sospetto non è più una barriera contro l’inganno. È un sintomo della sua pervasività.

Tuttavia, lo strato più profondo del nuovo sospetto non è tecnico, ma esistenziale. La rete produce una forma di solitudine cognitiva che spinge l’individuo a diffidare non perché possieda informazioni sbagliate, ma perché non possiede un criterio stabile per valutarle. La fiducia, un tempo ancorata alla stabilità delle istituzioni, alla continuità delle comunità e alla riconoscibilità delle fonti, perde la sua struttura. Ciò che resta è un campo aperto in cui ogni informazione deve essere valutata caso per caso. Ma la mente non può sostenere questa fatica. Così, invece di verificare, sospetta.

Paradossalmente, il sospetto totale produce un effetto opposto a quello che si potrebbe immaginare. Non rende la mente più cauta. La rende più vulnerabile. Quando tutto è sospetto, il criterio di scelta diventa emotivo. L’utente finisce per affidarsi a ciò che gli appare più coerente con il proprio vissuto, con il proprio gruppo, con la propria identità. La sfiducia generalizzata non porta alla lucidità. Porta alla tribalizzazione cognitiva. Si crede non a ciò che è credibile, ma a ciò che è vicino. Il sospetto distrugge la fiducia negli altri, ma amplifica la fiducia nel proprio gruppo. Così la rete, nata come spazio globale, si frantuma in piccoli villaggi chiusi.

L’ecosistema del sospetto crea anche un nuovo tipo di ansia. L’individuo non teme che qualcuno stia mentendo. Teme di non essere più in grado di riconoscere la menzogna. Il problema non è il falso in sé. È la sua indistinzione dal vero. Questo produce una forma di impotenza cognitiva che spinge molti a ritirarsi in narrazioni che offrono certezze, anche quando sono infondate. È in questo terreno che le teorie del complotto germogliano con facilità: non perché siano convincenti, ma perché colmano un vuoto affettivo. Le persone non cercano una spiegazione corretta. Cercano una spiegazione stabile.

Nell’ecosistema digitale il sospetto non è più un gesto critico. È una atmosfera. Una condizione che permea ogni interazione, ogni scambio, ogni contenuto. La mente non sa se ciò che legge è stato prodotto da un essere umano o da un’intelligenza artificiale, se l’immagine che vede rappresenti un evento reale o un artefatto, se l’opinione che incontra sia frutto di un’esperienza personale o di un esercito di profili coordinati. L’ambiguità ontologica diventa la regola. E l’ambiguità, quando è totale, non produce complessità. Produce sospetto.

Questa trasformazione ha conseguenze profonde per la vita collettiva. Non è più possibile costruire un discorso pubblico condiviso se ogni parola è potenzialmente sospetta. Non è più possibile formare un’opinione informata se ogni informazione è potenzialmente manipolata. Non è più possibile riconoscere l’autorevolezza se l’autenticità stessa è in dubbio. La società, priva di fondamenti epistemici comuni, si trasforma in una costellazione di gruppi che si fidano solo di se stessi e che interpretano il resto del mondo come minaccia.

Il nuovo ecosistema del sospetto non è dunque una patologia contingente. È la struttura di fondo della vita cognitiva nell’era digitale. È il sintomo più chiaro della crisi della verità, perché mostra come la verità non sia semplicemente negata o distorta, ma resa inaccessibile dall’ambiente stesso. E in un mondo in cui nulla è più certo, ciò che prospera non è la ricerca del vero, ma la ricerca della sicurezza emotiva. Il sospetto non è un ostacolo alla credulità. È la sua premessa. Quando tutto è sospetto, si crede solo a ciò che fa meno paura.

9.12 – Il piacere della trasgressione cognitiva: perché il complotto seduce

C’è un elemento della credulità contemporanea che spesso viene ignorato: il piacere. Credere al complotto non è solo una reazione alla paura, alla confusione o alla solitudine cognitiva. È anche una forma di trasgressione. Scegliere una verità alternativa significa sottrarsi all’ordine ufficiale, violare il codice della conoscenza condivisa, prendere una posizione che divide, ma che nel dividere definisce. Il complotto offre una forma di emancipazione illusoria: il senso di essere tra coloro che vedono ciò che gli altri non vedono.

Questo piacere nasce dall’idea di possedere uno sguardo privilegiato. La persona si percepisce come più lucida, più critica, più attenta. La credenza complottista diventa un atto di affermazione narcisistica, ma anche una forma di erotismo intellettuale: il gusto segreto di attraversare il confine tra ciò che è ammesso e ciò che è proibito. Il falso non è soltanto un rifugio emotivo. È un territorio proibito in cui si entra con il senso di scoprire qualcosa di occulto, di svelato, di potentemente destabilizzante.

Le comunità complottiste, inoltre, non si limitano a condividere idee. Condividono riti. Linguaggi. Prove iniziatiche. Segnali di riconoscimento. Il complottismo è una società segreta senza segretezza, un mistero esibito, un’élite immaginaria che trova nella rete la sua cattedrale. In questo senso, il piacere del complotto non deriva solo dalla narrazione. Deriva dalla partecipazione. È la gioia di essere parte di qualcosa che gli altri non capiscono.

Infine, il complotto offre un piacere ancora più sottile: il piacere della coerenza totale. Un mondo spiegato da un’unica trama, anche se delirante, è più gratificante di un mondo frammentato, complesso, ambiguo. La mente non è attratta dalla verità. È attratta dalla coerenza. E il complotto offre una coerenza assoluta, una simmetria perfetta in grado di convertire il caos in ordine, la paura in significato, la confusione in destino.

Il complotto seduce perché promette una realtà più semplice, più emozionante, più narrabile. Una realtà in cui nulla accade per caso, nulla è privo di intenzione, nulla è senza spiegazione. Una realtà che non esiste, ma che consola.
E consola vedere un significato anche dove non ce n’è.

CAPITOLO 10 – Social network: le fake news come rituale di gruppo

10.1 – La metamorfosi dell’informazione nell’ambiente sociale

La trasformazione che i social network impongono all’informazione è così profonda che i concetti tradizionali non bastano più per descriverla. Per secoli, la notizia è stata un oggetto relativamente stabile: una forma testuale o visiva che si presentava al lettore come un frammento mediato del mondo. La distanza tra il lettore e la notizia era essenziale, perché permetteva un minimo di riflessione, un margine interpretativo, un’interazione asimmetrica tra chi produceva il contenuto e chi lo riceveva. L’informazione era qualcosa che si consultava, non qualcosa che si eseguiva. Era un ponte tra realtà e mente, non un gesto sociale.

L’arrivo dei social network dissolve questa distanza e introduce un mutamento epistemologico radicale: l’informazione non è più un oggetto neutro da leggere, ma un comportamento da compiere. Non è un fatto da interpretare, ma un segnale da emettere. Il contenuto, per essere visibile, deve generare attività, reazioni, risonanza. Per questo, sulle piattaforme digitali, la notizia non è valutata per ciò che dice del mondo, ma per ciò che permette all’utente di fare nel mondo sociale della piattaforma. Una notizia esiste in quanto suscita una risposta. Il suo valore cognitivo cede il passo al suo valore performativo.

In questo processo il significato dell’informazione si rovescia. Non importa più la sua accuratezza, la sua profondità, la sua verificabilità. Importa la sua capacità di inserirsi nel flusso delle interazioni. La notizia diventa uno stimolo che richiede un’azione: commentare, condividere, reagire, schierarsi. Ogni contenuto è parte di un meccanismo in cui l’utente non è più spettatore, ma attore, e in cui la partecipazione non riguarda la comprensione, ma la visibilità. Per questo l’informazione si trasforma in un linguaggio emotivo: ciò che non suscita un’emozione immediata non sopravvive nel feed.

A questa metamorfosi contribuisce la struttura stessa del medium. Il feed presenta i contenuti non secondo una logica argomentativa, ma secondo una logica di rilevanza algoritmica. Il criterio non è la verità, ma la probabilità che un contenuto mantenga l’utente attivo. L’aspetto cruciale è che l’informazione perde la linearità temporale che la caratterizzava nella stampa: non segue più un percorso che va dall’evento alla pubblicazione, dalla pubblicazione alla lettura, dalla lettura alla discussione. Tutto accade simultaneamente: produzione, circolazione, reazione e trasformazione sono parti di un unico processo, senza separazioni nette.

Questa simultaneità impedisce l’insorgere della distanza critica. L’utente non riceve una notizia per valutarla, ma per reagirvi. La sua funzione è provocare un atto, non una riflessione. Il tempo di verifica, che un tempo costituiva il cuore della responsabilità informativa, viene cancellato. L’informazione si riduce a un frammento che vive nell’istante, e che in quell’istante deve competere con migliaia di altri contenuti. In questa competizione, il vero e il falso non sono categorie decisive. Ciò che decide è la compatibilità del contenuto con la grammatica emotiva del mezzo.

Per questo la metamorfosi operata dai social network non riguarda soltanto la forma dell’informazione, ma la sua funzione. L’informazione non è più il tramite tra il mondo e la mente. È il tramite tra un individuo e un altro individuo. Ciò che conta non è ciò che dice, ma ciò che permette di fare. E in un ambiente in cui la visibilità dipende dall’azione, l’azione prevale inevitabilmente sulla conoscenza.

10.2 – Il feed come palcoscenico: identità performative e verità marginalizzata

Il feed dei social network non è un luogo neutro di scorrimento di contenuti. È un palcoscenico, un ambiente in cui ogni gesto dell’utente è una forma di rappresentazione. Qui la distinzione tra pubblico e privato scompare, perché ciò che viene mostrato non è ciò che si è, ma ciò che si decide di essere agli occhi degli altri. La presenza digitale assume la forma di una performance continua, regolata dalle aspettative del pubblico e dalla logica dell’algoritmo, che funge da regista invisibile.

Ogni contenuto che appare nel feed è parte di questa rappresentazione. Non è scelto per la sua importanza, né per la sua veridicità, ma per la sua capacità di inserirsi armoniosamente nella narrativa identitaria dell’utente. La condivisione di una notizia non è, nella maggior parte dei casi, un atto informativo, ma un atto performativo. Serve a dichiarare un’appartenenza, a costruire una immagine, a rafforzare un ruolo. In questo senso il feed non è uno spazio di consultazione, ma uno spazio di esposizione.

Le identità sui social network sono costruzioni dinamiche. Non sono date una volta per tutte, ma continuamente modellate da ciò che si pubblica e da ciò che si riceve in risposta. Ogni like, ogni reazione, ogni commento contribuisce alla formazione di una immagine che è meno stabile e meno profonda dell’identità personale, ma più visibile e più influente nella vita digitale. Questo processo richiama, in forma amplificata, quanto già osservato da Erving Goffman nella sua analisi della vita quotidiana come rappresentazione teatrale. Ma qui la rappresentazione non ha pause. Non esiste backstage. Non esiste un momento in cui il soggetto può sottrarsi allo sguardo.

In questo contesto, la verità del contenuto perde rilevanza. Ciò che conta è la sua utilità performativa. Una notizia che mette in dubbio il ruolo scelto dall’utente, la sua appartenenza, la sua visione del mondo, è meno rilevante di una notizia che conferma questi elementi, anche se quest’ultima è falsa. La verità richiede distacco, verifica, assenza di urgenza. La performance richiede immediatezza, emozione, coerenza simbolica. Per questo, nel feed, il vero ha spesso meno forza del convincente, e il convincente meno forza del riconoscibile.

Il feed è anche governato da un principio di concorrenza permanente. Ogni contenuto deve competere con migliaia di altri per ottenere attenzione. In questo ambiente, la complessità è un handicap. Le notizie vere, spesso dense e difficili da comprendere senza contesto, perdono terreno rispetto a narrazioni semplificate che offrono risposte immediate. L’utente non è incentivato a premiare ciò che è vero. È incentivato a premiare ciò che lo colpisce, lo diverte, lo indigna, lo conferma. La visibilità non è distribuita in base alla sostanza, ma in base all’impatto.

Così il feed diventa un teatro in cui la verità non è abolita, ma marginalizzata. Il suo problema non è che venga negata, ma che non rientra nei criteri estetici e funzionali attraverso cui il contenuto acquista valore. La verità richiede tempo. Il feed richiede velocità. La verità richiede contesto. Il feed richiede suggestione. La verità richiede responsabilità. Il feed richiede risonanza. In questo sbilanciamento strutturale, la fake news non è un incidente. È un adattamento perfetto al nuovo ecosistema della visibilità.

10.3 – Condivisione come rituale: la notizia come gesto di appartenenza

Nell’ambiente dei social network la condivisione di una notizia non è un atto cognitivo, ma una forma di ritualità. L’utente non è chiamato a verificare la verità di ciò che diffonde, ma a posizionarsi. La struttura stessa della piattaforma trasforma ogni gesto in un segnale. Questo è il punto essenziale: sui social non si informa, si comunica una presenza. La notizia è un pretesto, un contenitore che permette di compiere un gesto simbolico. La sua precisione è un elemento secondario; la sua capacità di attivare un legame, invece, è fondamentale.

Il rito, secondo la lettura classica di Durkheim, è un dispositivo attraverso cui un gruppo rinnova periodicamente la propria coesione. Non serve a trasmettere nozioni, ma a rafforzare identità e appartenenze. Nei social network la condivisione svolge una funzione analoga. Ogni volta che l’utente diffonde un contenuto, ricorda agli altri chi è, da che parte sta, quali valori reputa significativi, quali nemici ritiene degni di essere contrastati. Il contenuto diventa un vettore di identità, e la sua diffusione un atto di fedeltà al gruppo.

L’elemento più rivelatore è che la verità non è il criterio attraverso cui il rito si regge. Anzi, spesso ciò che permette alla condivisione di funzionare come gesto rituale è proprio la sua natura non verificata. La notizia falsa, semplificata o manipolata, conserva una potenza simbolica maggiore perché si presta a diventare una formula. La sua struttura non richiede valutazioni complesse: può essere ripetuta, adottata, proclamata, come una parola d’ordine. In questo senso la fake news è un oggetto rituale perfetto. Non chiede di essere discussa, chiede di essere ripetuta.

La ripetizione, nei social, ha un valore essenziale. Ogni contenuto che circola più volte acquista un’aura di familiarità che non ha nulla a che fare con la prova, ma con il riconoscimento. Il gruppo non riconosce come vero ciò che è dimostrabile, ma ciò che è condiviso da molti dei suoi membri. La condivisione diventa il criterio di verità interna. Chi partecipa al rito conferma la sua fedeltà alla comunità e, allo stesso tempo, riceve conferma dal gruppo. Ogni like, ogni commento, ogni ricircolo è un gesto che rafforza l’individuo nella sua identità narrativa.

Questa dinamica rivela una struttura più profonda. La condivisione non è un atto orientato al mondo esterno, ma un atto orientato all’interno. Serve a dichiarare un’appartenenza e a ottenere riconoscimento. Non vuole informare, ma essere riconosciuta come parte di un linguaggio comune. In questo senso è comparabile ai rituali di Turner: gesti che non descrivono il mondo, ma lo ricreano simbolicamente all’interno del gruppo. Il contenuto non è importante per ciò che dice, ma per ciò che fa alla comunità.

Da questo punto di vista, la diffusione delle fake news non è un fallimento cognitivo, ma un successo sociale. Non si diffondono perché le persone “cascono” nell’inganno, ma perché le persone hanno bisogno di rafforzare un’identità. La fake news è un mezzo, non un errore. È un modo per dire: “Io appartengo a questa comunità, condivido la sua visione, partecipo alla sua liturgia.” Per questo la correzione del falso non produce effetti: interviene sul piano dei fatti, mentre la condivisione avviene sul piano del simbolo. È come tentare di correggere un rito con un argomento razionale: si sbaglia linguaggio.

10.4 – Emozione, appartenenza, risonanza: la grammatica della viralità

La viralità nei social network non è un fenomeno casuale, ma il risultato di una grammatica precisa che intreccia tre dimensioni fondamentali: emozione, appartenenza e risonanza. Questi tre elementi costituiscono la struttura profonda attraverso cui un contenuto acquisisce forza, indipendentemente dalla sua veridicità. La notizia vera non è automaticamente più virale della falsa. Ciò che conta è la sua compatibilità con questa grammatica. La viralità è una proprietà relazionale, non un attributo intrinseco della notizia.

La prima dimensione è l’emozione. La mente umana è predisposta a reagire più velocemente alle emozioni intense che alle informazioni neutre. È un retaggio evolutivo: la rapidità della reazione è stata per millenni più importante dell’esattezza. I contenuti che evocano rabbia, indignazione, paura o schadenfreude hanno una capacità di attivazione molto superiore ai contenuti equilibrati o complessi. Le fake news, proprio perché costruite con elementi drammatici, esagerati o minacciosi, si accordano perfettamente con questa predisposizione. L’emozione funziona come un acceleratore cognitivo: riduce il tempo della verifica, sospende il giudizio, impone una risposta immediata.

La seconda dimensione è l’appartenenza. Ogni individuo, nei social, è parte di gruppi impliciti o espliciti che definiscono il suo posizionamento. Un contenuto che rafforza il senso di appartenenza a un gruppo ha molte più probabilità di essere condiviso rispetto a un contenuto neutro. La condivisione diventa un modo per ribadire la propria vicinanza agli altri membri, per dimostrare fedeltà, per partecipare alla costruzione di una narrativa collettiva. Le fake news spesso accentuano i confini tra un gruppo e i suoi avversari: forniscono nemici chiari, scenari di conflitto, prove apparenti di persecuzione o di superiorità morale. In questo modo non informano, ma consolidano.

La terza dimensione è la risonanza. Un contenuto risonante è un contenuto che può essere ripetuto, memorizzato, adattato, trasformato. Le notizie complesse non risuonano, perché si prestano poco alla propagazione rapida. Le fake news, invece, spesso possiedono una struttura narrativa semplice, riconoscibile e modulabile. Possono essere riassunte in una frase, trasformate in immagine, mescolate a elementi comici o tragici, riprese in toni sempre più accesi. La loro flessibilità le rende materiale ideale per la circolazione.

Queste tre dimensioni non agiscono separatamente. Si potenziano reciprocamente. Un contenuto emotivo che rafforza l’appartenenza è già potente; se, inoltre, è facilmente ripetibile, diventa virale. La viralità è il risultato di questa triangolazione. La verità non entra in questo schema se non incidentalmente. La realtà, per essere compresa, richiede lentezza, contestualizzazione, ambivalenza. La viralità richiede l’esatto contrario: rapidità, semplificazione, dicotomia.

La fake news prospera perché è costruita, o selezionata, secondo questa grammatica. Non è solo un contenuto falso. È un contenuto ad alta compatibilità emotiva, identitaria e risonante. E finché i social network continueranno a privilegiare queste tre dimensioni nel loro funzionamento strutturale, la fake news avrà sempre un vantaggio competitivo rispetto alla notizia accurata. La viralità, in questo senso, è una forma di selezione naturale che favorisce ciò che meglio si adatta all’ambiente emotivo, non ciò che meglio descrive il mondo.

10.5 – La comunità come filtro, rafforzamento interno e ostilità esterna

Nell'ambiente dei social network la comunità svolge un ruolo che un tempo era riservato alle istituzioni culturali e informative. Non filtra ciò che è vero, ma ciò che è compatibile con la propria narrativa interna. Ogni gruppo digitale, che si tratti di una comunità politica, di un insieme informale di utenti che condividono un sentimento comune, o di una fanbase attorno a una figura carismatica, sviluppa rapidamente criteri impliciti di accettabilità. Tali criteri non dipendono dalla verifica dei fatti, ma dalla coerenza con i simboli e con le emozioni che definiscono il gruppo.

La comunità agisce come una membrana selettiva. Lascia entrare contenuti che rafforzano la sua identità e respinge contenuti che la destabilizzano. Una notizia che conferma ciò che il gruppo già pensa, che rafforza la percezione dei suoi valori, o che definisce un nemico comune, attraversa la membrana senza resistenza, indipendentemente dalla sua accuratezza. Una notizia che introduce dubbi, complessità, ambivalenze, viene percepita come una minaccia alla coesione collettiva. Non importa se sia vera. Importa che crei una frattura.

Questa dinamica riflette quanto la psicologia sociale ha chiarito nella teoria dell'identità sociale. Gli individui non ricercano soltanto la verità, ma ricercano la conferma del proprio gruppo di riferimento. L'identità personale, nei social, è inseparabile dall'identità collettiva. La percezione di sé è costruita attraverso la relazione con la comunità, e ogni contenuto che la contraddice viene interpretato come un attacco diretto non solo alla verità, ma al gruppo stesso. È per questo che la correzione del falso spesso provoca reazioni ostili: non modifica un fatto, ma minaccia un'appartenenza.

All'interno di questo sistema, il gruppo stabilisce forme implicite di premi e punizioni. Chi contribuisce alla narrativa condivisa, diffondendo contenuti che generano risonanza interna, riceve approvazione e visibilità. Ogni like, ogni commento positivo, ogni gesto di sostegno rinforza la sua posizione. Chi invece introduce contenuti che contrastano l'ortodossia del gruppo rischia l'isolamento simbolico. La punizione non è esplicita, ma avviene attraverso il silenzio, la derisione, la perdita di visibilità. È un meccanismo che non richiede autorità formali, perché è alimentato dalle dinamiche relazionali stesse.

La comunità non protegge i suoi membri dal falso. Li protegge dall'incoerenza. Il vero criterio del filtro collettivo è la coesione emotiva. Le fake news che rafforzano la narrativa interna diventano strumenti potenti, non perché siano credute a livello cognitivo, ma perché funzionano sul piano identitario. Una notizia falsa che conferma un sospetto diffuso ha un valore simbolico superiore a una notizia vera che costringe a rivedere la propria posizione. Il falso è utile perché è malleabile, adattabile, privo di quei vincoli che rendono la verità più rigida e meno immediata.

Di conseguenza, la comunità digitale non solo non contrasta la disinformazione, ma la amplifica. Ogni gruppo costruisce una propria memoria selettiva, una cronologia interna fatta di contenuti che hanno circolato indipendentemente dalla loro accuratezza. Le fake news diventano capitoli condivisi di una storia comune. Il gruppo ricorda non ciò che è accaduto, ma ciò che ha rafforzato il senso di appartenenza. La verità viene rimpiazzata da una coerenza affettiva e simbolica che si rinnova a ogni interazione.

10.6 – La dinamica del noi contro loro, la tribalizzazione algoritmica

I social network non creano la logica del noi contro loro, ma la trasformano in un meccanismo strutturale. Dove un tempo le divisioni identitarie erano contenute da spazi pubblici relativamente unitari, l'architettura algoritmica delle piattaforme digitali amplifica ogni differenza, segmenta ogni pubblico, aggrega individui simili fino a creare gruppi che non condividono più alcuno spazio comune. L'algoritmo non divide per intenzione politica, divide per ottimizzazione dell'attenzione. Ma l'effetto è indistinguibile da una polarizzazione programmata.

Ogni interazione con un contenuto, sia essa un gesto di approvazione o di indignazione, viene registrata e utilizzata per raffinare il profilo dell'utente. Il sistema impara rapidamente quali contenuti suscitano una risposta emotiva più intensa, e inizia a proporre contenuti affini, creando un ambiente che appare naturale, ma che è in realtà costruito per massimizzare la permanenza sulla piattaforma. Questo processo produce un fenomeno ben noto nella psicologia dei gruppi, la polarizzazione. Quando individui con opinioni affini interagiscono tra loro in assenza di contraddittorio, tendono a estremizzare le proprie posizioni.

La tribalizzazione algoritmica nasce da questa dinamica. L'utente non si accorge di essere stato inserito in una tribù digitale, ma vive progressivamente l'esperienza di un mondo che conferma costantemente le sue convinzioni. Ogni contenuto rafforza la sua posizione, ogni interazione suggerisce che il suo punto di vista è condiviso da molti, ogni reazione avversa proviene da un gruppo identificato come antagonista. La distinzione tra noi e loro diventa il principio ordinatore della percezione sociale. Il mondo viene diviso secondo linee emotive, non secondo linee razionali.

In questo contesto, la fake news diventa una risorsa. Non serve tanto a informare, quanto a delimitare il territorio identitario della tribù. Una notizia falsa che attribuisce al gruppo avversario intenzioni maligne, incompetenza o corruzione diventa un'arma retorica che consolida il senso di superiorità morale del gruppo di appartenenza. Non importa se sia verificabile. Importa che tracci un confine. La fake news funziona come un marcatore simbolico, un segnale che distingue chi appartiene alla tribù da chi ne è escluso.

La tribalizzazione algoritmica riduce gradualmente la capacità degli individui di percepire la complessità del mondo. In assenza di esposizione a prospettive differenti, le persone non sviluppano più la capacità di considerare il dissenso come una forma legittima di pluralità. Il dissenso diventa una minaccia. L'altro non è un interlocutore, ma un nemico. La discussione non è un confronto, ma un conflitto. Questo clima alimenta un orientamento affettivo al sospetto, alla reattività e alla difesa della propria identità di gruppo, rendendo impossibile qualsiasi forma di deliberazione collettiva.

L'effetto finale è una società frammentata in micro-tribù che non condividono più un terreno comune. La tribalizzazione algoritmica non crea conflitti per errore. Li crea perché il sistema è progettato per massimizzare l'intensità emotiva. E l'intensità emotiva è massima quando esiste un nemico. Così la logica del noi contro loro diventa la condizione permanente della vita digitale, un paradigma che trasforma ogni contenuto in un potenziale strumento di polarizzazione e ogni interazione in un contributo alla divisione.

10.7 – La perdita del pubblico e la nascita delle micro fazioni

L’idea di un pubblico, pur nelle sue imperfezioni, ha rappresentato per secoli uno dei pilastri della modernità. Non era una entità uniforme, ma un insieme di individui che, pur divergendo nelle opinioni, condividevano almeno un terreno comune di riferimenti simbolici e informativi. Leggevano gli stessi giornali, seguivano gli stessi eventi, ascoltavano gli stessi discorsi, partecipavano alla stessa scena collettiva. Il pubblico non era un gruppo omogeneo, ma un orizzonte condiviso che rendeva possibile il confronto. Questo orizzonte costituiva lo sfondo implicito della deliberazione democratica, perché permetteva agli individui di riconoscersi all’interno di uno stesso spazio di senso.

Con l’avvento dei social network questo pubblico si dissolve. La scena collettiva si frantuma in una molteplicità di micro fazioni che non condividono più né le fonti, né i linguaggi, né i simboli, né le priorità. Ciò che un tempo appariva come un evento comune diventa un fenomeno percepito da gruppi diversi in modi radicalmente divergenti. Un argomento politico che incendia una parte della rete può rimanere completamente invisibile a un’altra. La struttura dei social non produce una scena unica, ma un insieme di stanze in cui ciascun gruppo parla a sé stesso.

Questa frammentazione è amplificata dalla logica algoritmica. Ogni utente viene circondato da contenuti simili a quelli con cui ha già interagito, fino a vedere solo una porzione sempre più ristretta e autoreferenziale del panorama informativo. L’algoritmo non crea un pubblico, crea audiences microscopiche e altamente specializzate. La rete non è un luogo di esposizione reciproca, ma un mosaico di corridoi paralleli. L’opinione pubblica, concetto fondamentale della modernità, perde la sua coerenza. Non esiste più un referente comune per la discussione. Esistono molti gruppi che parlano linguaggi differenti e che raramente si intercettano.

La perdita del pubblico comporta la dissoluzione di un principio fondamentale della vita democratica: la possibilità di essere in disaccordo partendo da un terreno condiviso. Se i fatti non sono più condivisi, se le prospettive non si incontrano, se i linguaggi non si sovrappongono, allora la discussione cede il posto alla incomunicabilità. Le micro fazioni non si limitano a essere diversi gruppi di opinione; diventano universi cognitivi separati. Ognuno possiede una propria memoria, una propria cronologia, una propria tassonomia degli eventi. Non solo non si parla più la stessa lingua, ma non si abita più lo stesso mondo.

In questa condizione, la fake news non è più un elemento disturbante di un discorso collettivo. Diventa il cemento interno della micro fazione. Non deve superare il vaglio di un pubblico ampio. Deve solo combinarsi con la narrativa già circolante all’interno del gruppo. Una notizia falsa può prosperare perché non affronta il giudizio di tutti, ma soltanto quello dei membri di una comunità che già condivide premesse e nemici.

La conseguenza è un ambiente informativo in cui nessun contenuto è più universale. Tutto è segmentato, targettizzato, indirizzato. Il pubblico non è morto per mancanza di attenzione, ma perché è stato sostituito da una struttura tecnica che frammenta l’esperienza delle persone in tante piccole storie chiuse. E una società che non possiede più uno spazio comune in cui vedersi è una società che non può più discutere del proprio destino. Le micro fazioni non è detto che si combattano, ma è certo che non si ascoltano. E in questa assenza di ascolto il falso prospera, perché nessuno è più costretto a rispondere a una platea più ampia di quella che lo conferma.

10.8 – Il ruolo simbolico delle fake news, totem, segnali, bandiere

Se si osserva attentamente il modo in cui le fake news circolano nei social network, emerge un tratto che supera ampiamente la dimensione informativa: esse assumono un valore simbolico. Non sono importanti per ciò che affermano, ma per il ruolo che svolgono all’interno della struttura affettiva del gruppo. Diventano totem, cioè oggetti che condensano l’identità collettiva, segnali che distinguono chi appartiene dal chi non appartiene, bandiere che indicano il campo e la direzione della comunità. Il loro valore non risiede nei fatti che presentano, ma nelle funzioni che attivano.

Il totemismo, nella lettura antropologica di Durkheim, non riguarda il rapporto tra un simbolo e il suo referente reale, ma il rapporto tra un simbolo e il gruppo che lo venera. Allo stesso modo, molte fake news non vengono credute per il loro contenuto, ma per la loro capacità di rafforzare l’identità di coloro che le condividono. Diventano catalizzatori emotivi che permettono alla comunità di riconoscersi e di rendere visibile la propria esistenza. È per questo che alcune fake news, anche dopo essere state smentite in modo definitivo, continuano a circolare: la loro funzione non è epistemica, è coesiva.

Una fake news può diventare un motto, un’immagine ricorrente, un riferimento interno che non richiede spiegazioni. Chi la condivide dimostra una fedeltà simbolica, un allineamento emotivo con la tribù digitale. La sua ripetizione rafforza il legame tra i membri del gruppo, perché conferma che tutti vedono il mondo in modo simile. In questo senso la fake news non è un’informazione sbagliata, ma un rito. Ripeterla significa rinnovare la propria appartenenza. Metterla in dubbio significa rompere l’armonia.

La funzione di bandiera è altrettanto importante. Alcune fake news sono utilizzate per delimitare il territorio ideologico del gruppo. Servono a indicare quali credenze sono centrali, quali nemici sono riconosciuti, quali minacce devono essere percepite. Funzionano come simboli di orientamento che permettono al gruppo di definire se stesso in opposizione ad altri gruppi. Il contenuto diventa un confine mobile che separa il noi dal loro. La sua precisione non è necessaria. Serve che esprima con forza l’identità collettiva.

Da qui nasce un paradosso rilevante. Più una fake news è smentita, più acquista forza simbolica. La smentita viene interpretata come un attacco al gruppo, come una forma di repressione della sua identità. La verità oggettiva non indebolisce il totem. Lo rafforza. Perché dimostra, agli occhi del gruppo, che esiste un nemico esterno che vuole negare ciò che la comunità considera essenziale. La fake news diventa allora un emblema di resistenza, un segno di autonomia cognitiva, un modo per proclamare la propria indipendenza dalle autorità tradizionali. In questo contesto, il falso non si corregge con nuovi dati, ma verrebbe corretto soltanto cambiando il bisogno simbolico che lo sostiene.

Infine, la trasformazione della fake news in simbolo rivela una struttura più profonda del pensiero contemporaneo. L’informazione non è più un mezzo per capire il mondo, ma un mezzo per esprimere chi siamo. Il vero e il falso non sono più categorie epistemiche, ma categorie estetiche e identitarie. Una fake news funziona quando si accorda a un sentimento collettivo, quando permette a un gruppo di percepirsi come unito. In questo senso il falso non è l’opposto del vero. È un elemento rituale che facilita la costruzione del senso in un ambiente in cui la realtà è troppo frammentata per offrire coesione.

10.9 – La psicologia della condivisione compulsiva

La condivisione compulsiva è uno dei tratti più caratteristici della vita digitale contemporanea. Non nasce da una volontà deliberata, ma da una struttura psicologica che si intreccia con il design delle piattaforme. Nell'ambiente dei social network l'individuo non si limita a osservare ciò che gli viene mostrato. Sente l'urgenza di reagire, di lasciare una traccia, di partecipare a un flusso che sembra non interrompersi mai. Questa urgenza è alimentata da una serie di meccanismi cognitivi ed emotivi che riducono la distanza necessaria alla verifica e trasformano il gesto della condivisione in un riflesso.

La prima radice della compulsione è il circuito della gratificazione. Le piattaforme sono progettate per generare una alternanza di ricompense variabili, un meccanismo simile a quello delle slot machine. Ogni volta che l'utente pubblica un contenuto, non sa esattamente quale risposta riceverà. Questo margine di imprevedibilità produce un rinforzo maggiore rispetto a una gratificazione costante. Una notifica, un commento, un riconoscimento inatteso attivano un rilascio di dopamina che crea un nesso tra condivisione e piacere. Nel tempo la mente impara a cercare questo stato e si abitua a ricorrere alla condivisione come mezzo per ottenerlo.

La seconda radice è la paura di essere esclusi. Nei social network l'identità è un processo pubblico e continuo. Ogni periodo di silenzio appare come un allontanamento dalla scena. La presenza digitale deve essere mantenuta, riaffermata, rinnovata. Questo produce un'anxiety of relevance, la sensazione che non partecipare significhi scivolare nell'irrilevanza. Così l'utente condivide non perché ha qualcosa da dire, ma perché teme che il suo silenzio lo renda invisibile. La condivisione diventa un modo per riaffermare la propria esistenza nel flusso sociale.

La terza radice è legata alla percezione del flusso informativo come qualcosa di troppo rapido per essere affrontato con calma. L'utente vive immerso in un ambiente in cui ogni contenuto sembra urgente. La notizia appare come una chiamata all'azione. La sua presenza nel feed suggerisce che richieda una risposta immediata. In questo scenario la verifica diventa un lusso. L'urgenza sostituisce la riflessione. La condivisione, impulsiva e rapida, diventa il modo più semplice per ridurre la tensione generata da un'informazione percepita come irresistibile.

A questo quadro si aggiunge un elemento più profondo. La condivisione compulsiva non è solo una risposta a stimoli esterni. È una modalità attraverso cui l'individuo cerca di organizzare il proprio mondo interiore. In un ambiente saturo di contenuti la mente perde la capacità di selezionare. Condividere diventa un modo per imporre un ordine, per creare una narrazione personale, per delimitare ciò che è significativo rispetto a ciò che non lo è. Ma questa narrazione è costruita non sul vero, ma sul disponibile. Ciò che appare nel feed diventa materia di identità prima ancora che materia di conoscenza.

La fake news prospera in questo contesto perché offre contenuti che soddisfano immediatamente il bisogno di partecipazione. Non richiede verifica, non richiede contesto, non richiede interpretazione. Offre un messaggio pronto da rilanciare, spesso drammatico, spesso scandaloso, sempre capace di evocare una reazione emotiva. In un ambiente in cui la rapidità premia più della precisione, la fake news diventa un carburante perfetto per la macchina della compulsione.

In questo senso la condivisione compulsiva non è una deviazione patologica. È un adattamento al ritmo imposto dalle piattaforme. Il gesto che un tempo era un atto deliberato, oggi è una risposta quasi automatica che sostiene la visibilità dell'utente e alimenta la vita emotiva del gruppo. Il falso non è semplicemente tollerato, ma incorporato nel ritmo stesso della comunicazione. La compulsione non si limita a diffondere la fake news. La normalizza. E in questa normalizzazione si nasconde una delle radici più profonde della crisi contemporanea della verità.

10.10 – Conclusione, i social network come liturgie dell'informazione

Osservati nella loro struttura complessiva, i social network appaiono come ambienti rituali molto più che come spazi informativi. L'intero ecosistema si fonda su gesti ripetuti, formule, simboli, appartenenze, contrapposizioni, atti collettivi di riconoscimento. Non si tratta di una metafora superficiale, ma di un dato antropologico. La condivisione della notizia, la partecipazione ai commenti, la reiterazione dei contenuti più identitari costituiscono una forma di liturgia contemporanea in cui l'informazione diventa il materiale simbolico attraverso cui gli individui rafforzano la loro identità e la loro appartenenza.

In questa liturgia il vero non è centrale. Ciò che conta è la funzione sociale della notizia. La verità richiede tempo, complessità, disponibilità alla revisione, capacità di tollerare la contraddizione. La liturgia richiede coerenza emotiva e riconoscibilità. È per questo che i social network, pur presentandosi come ambienti di democratizzazione dell'informazione, operano in realtà come dispositivi di produzione di significati identitari. Non offrono una rappresentazione accurata del mondo, ma una rappresentazione utile alla vita emotiva delle comunità digitali.

La fake news, in questo contesto, non è un malfunzionamento. È un prodotto coerente. Non si diffonde perché inganna gli ingenui, ma perché risponde ai bisogni simbolici delle tribù digitali. Permette di esprimere un sentimento condiviso, di individuare un nemico, di rafforzare un racconto, di partecipare a un rito. Il suo successo non deriva dalla sua falsità, ma dalla sua utilità narrativa. Ed è questa utilità che la rende resistente alla correzione. La verità può correggere un dato, ma non può correggere un simbolo senza mettere in crisi la comunità che lo usa.

La conclusione che emerge è che i social network non sono semplicemente uno spazio in cui si diffondono fake news, ma un ambiente che le rende funzionali alla vita collettiva. Non creano la disinformazione, ma creano le condizioni perché il falso abbia una funzione, un ruolo, un valore. È per questo che gli strumenti tradizionali di contrasto, basati sulla verifica e sulla smentita, risultano insufficienti. Intervengono sul piano dei contenuti, mentre la forza delle fake news risiede nel piano delle relazioni.

Questa consapevolezza segna il passaggio necessario verso i capitoli successivi. Se il falso prospera nei social perché soddisfa bisogni emotivi e identitari, allora la prossima sfida riguarda ciò che accade quando la stessa tecnologia diventa capace non solo di amplificare il falso, ma di produrlo con una precisione tale da rendere indistinguibile il reale dal costruito. La crisi della verità non è ancora giunta al suo culmine. Quella che finora abbiamo osservato è solo la fase preliminare, in cui l'informazione è stata trasformata dalla socialità. La fase che si apre riguarda la trasformazione della realtà stessa, che verrà plasmata dagli algoritmi, dalla generazione artificiale e dalla sovra informazione che rende impossibile discernere il mondo dalla sua rappresentazione.

CAPITOLO 11 – Algoritmi, modelli di business del falso e la sovra informazione come nuova ignoranza

11.1 – L’algoritmo come nuovo editore invisibile

L’ingresso degli algoritmi nel processo di selezione informativa rappresenta uno dei punti di svolta più profondi della storia della comunicazione umana. Per millenni la trasmissione delle notizie ha richiesto forme di mediazione che, pur diversissime tra loro, possedevano almeno un tratto comune: erano esercitate da esseri umani. Che si trattasse di scribi, cronisti, giornalisti, funzionari di corte o redattori moderni, la selezione delle informazioni era un atto deliberato, impregnato di intenzioni, pregiudizi, vincoli culturali, responsabilità etiche e pressioni politiche. Il mediatore poteva essere inaffidabile o corrotto, poteva mentire, manipolare, nascondere, ma il suo gesto rimaneva un gesto umano, riconoscibile come tale, capace di essere discusso e contestato.

L’algoritmo modifica questo scenario in modo radicale, perché introduce un tipo di mediazione senza intenzione. Non sceglie, calcola. Non giudica, predice. Non considera il valore pubblico di un contenuto, ma la probabilità che quel contenuto generi una reazione misurabile. Il criterio editoriale non è più la rilevanza, ma la redditività. Non è più ciò che un cittadino deve conoscere per orientarsi nel mondo, ma ciò che lo trattiene più a lungo sulla piattaforma. In questa trasformazione l’informazione non viene più ordinata secondo una gerarchia narrativa, bensì secondo una gerarchia comportamentale. Ciò che appare nel feed non è ciò che il mondo reputa importante, ma ciò che la piattaforma reputa efficace.

È qui che nasce la figura dell’editore invisibile. Invisibile non perché operi nell’ombra, ma perché non è percepito come un soggetto. L’utente non vede l’algoritmo, non lo interroga, non lo valuta. Semplicemente ne vive gli effetti. L’algoritmo decide quali contenuti mostrare, quanto farli durare, quali nascondere, quali spingere, quali ignorare, e soprattutto in quale ordine. In questo ordine si costruisce una forma di realtà. Ciò che il cittadino vede sembra ciò che esiste, ma è soltanto ciò che passa attraverso il filtro opaco di una macchina ottimizzata non per informare, ma per mantenere l’utente in attività.

Il punto chiave non è che l’algoritmo sia malevolo, ma che sia indifferente. La verità non è una sua categoria. La sua metrica non include concetti come accuratezza, responsabilità, equità, complessità. Include solo variabili misurabili: tempo di visualizzazione, reazioni, probabilità di commento, tasso di condivisione. L’algoritmo non sa che cosa è il vero e che cosa è il falso. Sa solo che cosa funziona. E spesso, per ragioni strutturali, ciò che funziona meglio è proprio ciò che distorce, semplifica, estremizza, scandalizza. Le fake news non prosperano perché l’algoritmo le preferisce nel senso umano del termine, ma perché rispondono meglio ai segnali che esso è stato progettato a riconoscere.

La differenza tra un editore umano e un editore algoritmico appare dunque abissale. Il primo, per quanto fallibile, possiede una visione del mondo, una collocazione culturale, un senso della storia. È immerso nelle categorie del suo tempo. Sa che cosa significa responsabilità, anche quando la ignora. Il secondo non appartiene al tempo umano. Non conosce la responsabilità. La sua unica finalità è ottimizzare un modello. Ciò che il cittadino un tempo percepiva come una mediazione culturale oggi diventa una mediazione matematica. E nella matematica della predizione, ciò che conta non è ciò che ha valore, ma ciò che produce comportamento.

Questa trasformazione mette in crisi il concetto stesso di notizia. Una notizia è un frammento del mondo che viene reso pubblico. Per secoli la società ha discusso quali frammenti fossero degni di visibilità. Esistevano criteri espliciti o impliciti che privilegiavano la rilevanza politica, economica o culturale. L’algoritmo cancella questa distinzione. Una rissa registrata al telefono, una voce anonima, un’invenzione priva di fondamento, un meme nato per scherzo possono ottenere più visibilità di un evento storico o di un’analisi specialistica, se producono più interazioni. La notizia non è più ciò che merita attenzione, ma ciò che la cattura. E ciò che cattura non è sempre ciò che dovrebbe essere conosciuto.

L’algoritmo diventa così il nuovo potere editoriale. Un potere che non pretende obbedienza, ma soltanto attività. Non richiede consenso, ma coinvolgimento. Non propone una visione del mondo, ma costruisce un ambiente in cui il mondo appare come una sequenza di stimoli emotivi immediati. La democrazia presupponeva che i cittadini condividessero almeno una parte della realtà. L’algoritmo produce invece realtà parallele, personalizzate, frammentate. Non seleziona ciò che un pubblico deve sapere, ma ciò che un individuo vuole vedere.

La crisi della verità non nasce dunque soltanto dal fatto che circolano notizie false. Nasce dal fatto che il criterio della selezione non è più la verità, ma l’efficacia. Non è più l’interpretazione del mondo, ma la previsione dei comportamenti. Per questo, nel nostro tempo, la verità non è soltanto minacciata. È diventata tecnicamente irrilevante. L’algoritmo non può difenderla, perché non la riconosce.

11.2 – La logica dell’attenzione, il carburante della disinformazione

Per comprendere perché la disinformazione prosperi nel mondo digitale, occorre analizzare il modello economico che governa le piattaforme. Le aziende tecnologiche non competono sulla qualità dei contenuti, ma sulla quantità di attenzione che riescono a catturare. L’attenzione è la risorsa scarsa del nostro tempo, la materia prima del mercato informativo contemporaneo. Ciò che un tempo apparteneva al dominio della cultura e della politica, oggi appartiene all’economia: mantenere l’utente attivo è l’obiettivo primario della piattaforma. E in questa logica il contenuto non è più un mezzo di conoscenza, ma un mezzo di trattenimento.

La conseguenza è immediata. L’algoritmo promuove contenuti che suscitano reazioni emotive forti, perché le emozioni mantengono l’utente dentro la piattaforma. La rabbia è un punto di ancoraggio potente. La paura lo è ancora di più. L’indignazione è un catalizzatore sociale immediato. La sorpresa, lo scandalo, il sospetto di ingiustizia, il senso di pericolo, la percezione di complotto sono tutti stimoli che il sistema riconosce come altamente performanti. Non perché li comprenda, ma perché producono attività. E l’attività è la moneta dell’ecosistema.

La notizia accurata, prudente, complessa, sfumata, è sfavorita per ragioni strutturali. È lenta. Richiede tempo. Richiede contesto. Richiede attenzione stabile. Richiede una mente disposta a confrontarsi con ciò che non comprende immediatamente. Tutti elementi che, nel linguaggio dell’economia digitale, coincidono con una perdita di redditività. La piattaforma non misura la qualità del sapere, ma la quantità del gesto. La verità è un contenuto costoso. Il falso è un contenuto leggero, rapido, immediatamente ricompensante.

Questa logica produce un ambiente in cui la disinformazione non è soltanto tollerata, ma favorita. Non per volontà delle piattaforme, ma per necessità del loro funzionamento. La fake news tipica è breve, semplice, emotiva, facilmente comprensibile, facilmente condivisibile. È costruita come un oggetto ad alta densità di reazione. È ottimizzata, spesso inconsapevolmente, per l’architettura del feed. Mentre la verità ha bisogno della mente, il falso ha bisogno del dito. È sufficiente un gesto.

Ma la questione è ancora più profonda. L’economia dell’attenzione genera una forma di competizione continua tra contenuti. Ogni notizia, per emergere, deve superare le altre in velocità emotiva. La conseguenza è che l’informazione si radicalizza. Il contenuto moderato diventa invisibile. Il contenuto equilibrato diventa inefficace. Il contenuto verificato diventa superato da narrazioni più rapide. Il flusso informativo assume la struttura del conflitto permanente, non perché il mondo sia più conflittuale, ma perché il conflitto è un carburante più potente della comprensione.

In questa condizione il falso non deve essere credibile, deve essere competitivo. E per essere competitivo deve suscitare una reazione immediata. È per questo che la disinformazione moderna non ha bisogno di essere sofisticata. Ha bisogno di essere performante. Non deve convincere, deve attivare. La sua efficacia è misurata dalla velocità con cui produce una risposta. La verità deve essere selezionata, letta, digerita. Il falso deve essere soltanto sentito. Il sistema premia ciò che accade rapidamente, non ciò che accade correttamente.

La crisi della verità diventa così una crisi dell’attenzione. Non è la mente a non sapere più che cosa è vero. È il sistema a non dare più alla mente il tempo di saperlo. La piattaforma non impedisce la conoscenza, ma la rende tecnicamente improbabile. La verità non è più impossibile da trovare, è impossibile da mantenere stabile. È sommersa dal rumore prodotto da contenuti che reagiscono meglio alle logiche del mercato. E in questo rumore il falso prolifera come organismo adattato all’ambiente.

L’economia dell’attenzione non è una teoria astratta. È la forza che struttura il presente. Non si limita a influenzare ciò che vediamo, ma trasforma ciò che crediamo. Quando il valore della notizia non è nella sua accuratezza ma nella sua capacità di generare attività, la disinformazione diventa un fenomeno sistemico, non un semplice errore cognitivo collettivo. È il risultato naturale di un ecosistema informativo progettato per privilegiare ciò che agita, non ciò che spiega. Ed è per questo che la lotta alla disinformazione non può limitarsi alla verifica dei fatti. Deve affrontare il cuore economico del sistema che la produce.

11.3 – Economia della manipolazione, modelli di business basati sulla amplificazione del conflitto

Per comprendere fino in fondo la proliferazione delle fake news nel mondo digitale non basta analizzare la struttura tecnica delle piattaforme. Occorre riconoscere che la disinformazione si colloca perfettamente all’interno di un modello economico che trae profitto dal conflitto emotivo. Le piattaforme non vendono prodotti, vendono previsioni di comportamento. Non competono per informare, ma per anticipare e indirizzare le reazioni degli utenti. In questo contesto la manipolazione non è un incidente del sistema, è un sottoprodotto naturale dei suoi incentivi.

L’economia digitale funziona su una assunzione semplice: la mente umana reagisce più intensamente alla minaccia che alla comprensione. La paura genera più interazioni della calma. La rabbia genera più partecipazione della concordia. L’indignazione produce più condivisioni della curiosità. Ogni emozione negativa, se ben orientata, ha una potenza superiore a qualunque contenuto neutro o informativo. Non perché sia più vera, ma perché è più attivante.

Questo principio non è il risultato di una volontà maligna, ma di una ottimizzazione. L’algoritmo misura ciò che funziona. E ciò che funziona, quasi sempre, è ciò che divide. I contenuti che suggeriscono che il mondo sia ingiusto, minaccioso, corrotto, pericoloso, generano un livello più alto di attenzione. I contenuti che presentano il mondo come complesso, sfumato, ambiguo, richiedono invece uno sforzo cognitivo che riduce il tempo di permanenza. La piattaforma quindi non manipola con un piano prestabilito, ma con una logica emergente, dettata dai suoi stessi criteri di successo.

In questo scenario la fake news non è un corpo estraneo, ma un contenuto altamente competitivo. È costruita per evocare un sentimento immediato. Offre colpevoli, offre vittime, offre spiegazioni nette. A differenza della realtà, che è sempre mescolata e resistente alle semplificazioni, la fake news è progettata come un oggetto narrativo a rapida combustione. Produce calore emotivo in pochi secondi. E l’algoritmo registra quel calore come un segnale positivo, da replicare.

La manipolazione nasce da qui. Non è un processo intenzionale di distorsione orchestrato da una autorità centrale, ma un fenomeno spontaneo generato dalla interazione tra il funzionamento dell’algoritmo e le dinamiche psicologiche dell’utente. Ogni volta che un contenuto emotivamente carico circola, il sistema ne amplifica la diffusione. Ogni volta che un utente reagisce con rabbia a un contenuto divisivo, l’algoritmo interpreta tale reazione come un interesse da soddisfare. Così l’ambiente digitale si organizza attorno alle emozioni più forti, non attorno alle informazioni più affidabili.

Il risultato è che la disinformazione diventa una risorsa economica. Non è solo tollerata, è monetizzata. Ogni fake news virale produce un incremento di attività, ogni conflitto amplificato mantiene gli utenti online, ogni indignazione rinnovata genera nuove catene di contenuti che alimentano la piattaforma. Il falso è parte integrante del business. Non è necessario produrlo, basta lasciarlo proliferare. È la proliferazione stessa ad avere valore di mercato.

Questa economia del conflitto modifica profondamente il paesaggio cognitivo degli individui. Le persone non incontrano più informazioni orientate alla comprensione del mondo, ma informazioni orientate alla comprensione di loro stessi, del loro temperamento, dei loro timori, del loro lato più reattivo. Il feed non è uno specchio del reale, è uno specchio dell’emotivo. E in questo specchio la disinformazione prospera perché non parla al cittadino, parla al sistema nervoso. Non interpella la ragione, ma la reattività. In un mondo strutturato così il falso diventa una energia naturale, sempre disponibile, sempre pronta a essere rilanciata.

La manipolazione moderna non ha bisogno di un manipolatore. Ha bisogno di un sistema che ottimizzi l’emozione. E quel sistema esiste già, integrato nelle infrastrutture digitali che usiamo ogni giorno. La fake news è soltanto la forma più evidente di un fenomeno più grande: la trasformazione della vita democratica in un mercato dell’attenzione, dove il consenso non si forma, ma si cattura.

11.4 – La spirale algoritmica, micro ottimizzazioni che generano macro distorsioni

Il funzionamento dell’algoritmo non è lineare. La sua influenza non si limita a selezionare contenuti. Produce effetti cumulativi che, nel tempo, trasformano radicalmente l’ambiente informativo. Si tratta di un processo che potremmo definire spirale algoritmica. Piccole ottimizzazioni locali, introdotte per migliorare l’efficienza del sistema, generano conseguenze collettive di enorme portata. È uno dei fenomeni più profondi della nostra epoca, perché mostra come un sistema tecnico, privo di intenzione, possa modificare la percezione del reale in modo capillare e irreversibile.

L’algoritmo impara dal comportamento dell’utente. Ogni gesto, ogni esitazione, ogni clic, ogni sguardo contribuisce a modellare il profilo di ciò che esso ritiene rilevante. Ma questo apprendimento non rimane confinato all’individuo. Si propaga nell’intero ecosistema informativo. Quando un contenuto ottiene molte interazioni da un numero significativo di utenti, viene interpretato come un contenuto di valore generale. La piattaforma lo promuove a un pubblico più ampio, generando a sua volta nuove interazioni. Il processo continua fino a costruire un fenomeno virale. Non perché quel contenuto sia importante, ma perché ha trovato la combinazione perfetta di reazioni iniziali.

Questo meccanismo produce una distorsione fondamentale. L’algoritmo non riflette ciò che il pubblico considera rilevante, ma ciò che il pubblico considera rilevante nell’arco di pochi secondi. Il tempo della riflessione viene cancellato. Al suo posto domina il tempo dell’impulso. Così l’informazione non cresce in profondità, ma in immediatezza. Non si espande in complessità, ma in velocità. La spirale algoritmica favorisce contenuti sempre più reattivi, sempre più polarizzanti, sempre più capaci di suscitare shock emotivi. E poiché la fake news è progettata esattamente in questa direzione, la spirale la trasforma in un vettore privilegiato.

Le distorsioni non emergono solo nella selezione dei contenuti, ma nella percezione della realtà. Se un utente vede ripetutamente contenuti estremizzati su un tema, inizierà a considerare normale ciò che è eccezionale, comune ciò che è marginale, probabile ciò che è improbabile. La spirale algoritmica costruisce una forma di mondo, selezionando ciò che appare e ciò che scompare. È una architettura del visibile che non ha alcuna correlazione con la struttura reale degli eventi.

La cosa più inquietante è che questo processo non può essere fermato dall’individuo. Non è sufficiente uscire dalla piattaforma, perché la piattaforma modella comunque la cultura che circola nelle conversazioni, nelle istituzioni, nei media tradizionali che reagiscono a ciò che esplode online. La spirale algoritmica non è confinata nello spazio digitale, invade l’immaginario collettivo. Determina quali temi diventano urgenti, quali controversie si impongono, quali figure emergono come simboli. La selezione algoritmica diventa una selezione culturale.

Ciò che nasce come una micro ottimizzazione tecnica produce macro distorsioni cognitive. E il punto cruciale è che nessuno controlla il processo. Non esiste un centro di comando. Non esiste un responsabile. Non esiste una volontà. Esiste una dinamica autonoma che cresce sulla base delle interazioni degli utenti e delle metriche di engagement. La disinformazione non è imposta dall’alto, ma generata dal basso e amplificata dalla struttura.

La spirale algoritmica è una delle forme più sofisticate di produzione del falso nella storia umana. Non richiede manipolatori, non richiede strategie, non richiede propaganda centralizzata. Richiede solo una architettura che premi il comportamento immediato. In questa architettura il vero rimane lento, e ciò che è lento scompare. Il falso rimane rapido, e ciò che è rapido domina. È in questa dinamica che si colloca la crisi contemporanea della conoscenza: la verità non è in declino perché rifiutata, ma perché superata in velocità da un sistema che non può riconoscerla.

11.5 – La sovra informazione, il crollo del discernimento

La disinformazione digitale non nasce soltanto dalla diffusione del falso, ma dalla dissoluzione della capacità di orientarsi nel vero. Viviamo in un ambiente che non è più caratterizzato dalla scarsità informativa, ma dalla sua eccedenza. Per millenni la difficoltà dell’uomo è stata accedere ai dati, alle testimonianze, ai fatti. Oggi la difficoltà è opposta: troppi dati, troppe testimonianze, troppi fatti, troppi pseudo fatti. L’informazione non è diventata più chiara, è diventata più densa, più rapida, più caotica. In questo caos la distinzione essenziale tra ciò che importa e ciò che non importa si dissolve.

La sovra informazione produce un paradosso epistemico. Non aumenta la conoscenza, la riduce. La mente, costretta a confrontarsi con un flusso continuo di stimoli, perde la capacità di discriminare. Il criterio della rilevanza viene annullato dalla quantità. Quando tutto è disponibile nello stesso istante, nulla appare più significativo. La cronologia, la gerarchia, la contestualizzazione, che un tempo strutturavano l’esperienza umana del sapere, vengono sostituite da una simultaneità indistinta che genera confusione più che comprensione.

La sovra informazione è simile al rumore bianco. Contiene tutto, ma non permette di distinguere nulla. L’utente, che teoricamente ha davanti a sé il più grande archivio di conoscenza della storia, sperimenta una forma di cecità cognitiva. Non perché non vi siano informazioni affidabili, ma perché si trovano sommerse da un oceano di contenuti irrilevanti, manipolati, ridondanti, frammentati, incompleti, contraddittori. La ricerca del vero richiede orientamento, e l’orientamento richiede criteri stabili. In un mondo in cui ogni informazione appare separata dal suo contesto, questi criteri si sfaldano.

La sovra informazione indebolisce la mente in modo più sottile della disinformazione diretta. Non impone una bugia, ma rende indistinguibili le bugie dalle verità. Non afferma il falso, ma sottrae al vero la sua capacità di emergere. La mente sovraccarica ricorre inevitabilmente a scorciatoie cognitive. Si affida al primo contenuto che sembra confermare ciò che già pensa. Si aggrappa alle emozioni, alle narrazioni semplici, ai segnali della tribù.

Ciò che la sovra informazione cancella non è la verità, ma il percorso necessario per raggiungerla. La verifica, la comparazione, l’analisi critica, la contestualizzazione, tutte attività che richiedono tempo, sono rese impossibili dalla velocità del flusso. L’utente non ha il tempo di capire. Non gli è concesso dal ritmo della piattaforma. La conoscenza ha bisogno di lentezza, ma il sistema digitale è costruito sulla accelerazione. In questo disallineamento la mente perde il contatto con la realtà e si rifugia nel paradossale: l’eccesso di informazione produce ignoranza.

La sovra informazione è dunque una forma nuova di oscuramento. Non censura, ma saturazione. Non silenzio, ma assordamento. Non negazione del sapere, ma sua dissoluzione. La mente contemporanea non è più manipolata a partire dal contenuto, ma a partire dall’architettura stessa del sapere. Se tutto è visibile, nulla è leggibile. Se tutto è presente, nulla è interpretabile. La crisi della verità non è più una lotta tra vero e falso. È la perdita della capacità stessa di distinguere tra i due.

11.6 – Informazione e rumore, dissoluzione dell’autorevolezza

Nell’ambiente digitale l’informazione e il rumore non sono più distinguibili sulla base della loro origine o del loro valore. La piattaforma presenta ogni contenuto nello stesso formato. Una analisi scientifica, una testimonianza anonima, una bufala costruita in fretta, una battuta ironica, una foto manipolata, una citazione inventata, un documento autentico, tutto appare sullo schermo con la stessa veste grafica, lo stesso peso visivo, la stessa dignità superficiale. La forma non permette più di distinguere la struttura. L’autorevolezza non è più riconoscibile a colpo d’occhio.

Questa omologazione formale genera un effetto devastante. Se ogni contenuto appare identico a livello estetico, l’utente non possiede più alcun indizio su quale sia affidabile e quale no. Un tempo l’autorevolezza era custodita da istituzioni, competenze, ruoli professionali. Oggi è delegata alla visibilità. Ciò che appare spesso è percepito come verosimile. Ciò che appare poco è percepito come irrilevante. La ripetizione sostituisce la reputazione. La frequenza sostituisce la credibilità. È una forma moderna di illusione, in cui il rumore acquista lo stesso peso della voce autorevole.

Questo ambiente crea una crisi profonda della fiducia cognitiva. Se nessuno può più distinguere il contenuto verificato dal contenuto improvvisato, la mente tende a ridurre il proprio impegno critico. Invece di selezionare, scorre. Invece di analizzare, reagisce. Invece di giudicare, si affida alle emozioni. L’autorevolezza non scompare, ma viene sostituita da segnali più immediati e più primitivi. L’utente affida la propria fiducia non alle istituzioni, ma ai gruppi che percepisce come familiari. La verità non è più ciò che è dimostrato, ma ciò che è ritenuto plausibile dalla propria comunità.

Il rumore, in un sistema così costruito, non è un incidente. È una strategia involontaria della piattaforma. Ogni contenuto aggiunge complessità al flusso, aumenta la difficoltà della selezione, indebolisce il rapporto tra l’utente e il reale. L’autorevolezza non può competere con la quantità. Una singola voce autorevole viene facilmente soffocata da migliaia di voci che parlano più rapidamente, più frequentemente, più emotivamente. Il sapere diventa una isola in un arcipelago di stimoli, e l’utente non sa più come raggiungerla.

Il risultato è che la mente, priva di punti di riferimento, delega automaticamente all’algoritmo la funzione di selezione. Ma l’algoritmo, come visto, non seleziona secondo criteri epistemici. Seleziona secondo criteri comportamentali. La delega cognitiva diventa una delega percettiva. La piattaforma decide ciò che esiste. Decide ciò che merita di essere visto. Decide ciò che appare normale, frequente, accettabile. La dissoluzione dell’autorevolezza è completa quando la fonte del vero non è più una istituzione del sapere, ma una dinamica del flusso.

In questo scenario la disinformazione non si batte correggendo il falso, ma ricostruendo l’autorevolezza. Ma la ricostruzione è difficile, perché richiede un presupposto che il sistema digitale non offre: lentezza, continuità, riconoscimento collettivo. La verità, per essere accettata, ha bisogno di tempo. Il rumore non ne ha bisogno. E poiché il digitale favorisce ciò che accade rapidamente, l’autorevolezza viene erosa non da un attacco diretto, ma dal semplice fatto che non può competere con la velocità del rumore.

La crisi epistemica contemporanea non è una crisi del contenuto. È una crisi della forma. Quando la forma non distingue più tra il sapere e il rumore, il sapere perde il suo prestigio sociale. E quando l'autorevolezza viene meno, la verità non è più una conquista, ma una scelta arbitraria. È in questo spazio che le fake news prosperano, non come inganno isolato, ma come esito naturale di un mondo che ha smarrito la differenza tra ciò che informa e ciò che distrae.

11.7 – Il falso come effetto collaterale del modello economico

La disinformazione moderna non è un fenomeno estraneo alla logica delle piattaforme. È un prodotto inevitabile della loro architettura economica. Non nasce da un fallimento del sistema, ma dalla sua efficienza. Le piattaforme digitali non sono costruite per produrre verità, sono costruite per massimizzare l’interazione. Ogni clic, ogni reazione emotiva, ogni tempo di visualizzazione è una frazione di valore economico. La verità, in questo modello, non è un criterio di valutazione. È un accidente possibile. Il falso, invece, possiede qualità strutturalmente vantaggiose.

Il sistema digitale premia tutto ciò che genera attività. E la disinformazione, per sua natura, è progettata per generare attività. Il falso è più flessibile del vero, perché non deve rispondere alla complessità del reale. Può essere immediato, drammatico, sorprendente, scandaloso, consolatorio, identitario. Può modificarsi rapidamente in risposta alle reazioni degli utenti. Può essere modellato secondo le esigenze emotive del momento. Il vero è vincolato ai fatti, il falso è vincolato alla efficacia. In un ambiente in cui ciò che conta è la reazione, l’efficacia supera la verità.

Questa dinamica produce un paradosso. Non sono gli utenti a preferire spontaneamente la disinformazione. È l’ecosistema che la rende più visibile, più accessibile, più remunerativa. L’algoritmo amplifica i contenuti che ottengono rapidamente interazioni elevate. La fake news, proprio perché costruita per provocare, raggiunge questi livelli con maggiore facilità. La piattaforma non decide consapevolmente di favorirla, ma il suo funzionamento la privilegia inevitabilmente. In questo senso la disinformazione non è una anomalia è una conseguenza diretta del modello attraverso cui le piattaforme generano profitto.

Il falso diventa così una forma di contenuto che risponde alle esigenze del mercato. È malleabile, replicabile, ottimizzabile. Può essere adattato a diversi gruppi, modificato per generare nuove interazioni, diffuso in varianti sempre più capaci di catturare l’attenzione. La fake news si comporta come un organismo che muta per sopravvivere nell’ambiente competitivo del feed. Non sopravvive perché inganna, ma perché reagisce più rapidamente. È selezionata non dalla ragione, ma dall’algoritmo.

La questione fondamentale è che nessuna piattaforma ha un incentivo reale a eliminare il falso. Può contrastarlo per ragioni reputazionali o politiche, ma non per ragioni economiche. Eliminare i contenuti che generano engagement significa ridurre il valore della piattaforma. Le politiche di moderazione, pur necessarie, sono sempre limitate dal fatto che il sistema trae profitto dall’esistenza stessa della disinformazione. Il falso non è un nemico della piattaforma, è una materia prima.

Di conseguenza la disinformazione diventa una caratteristica permanente dell’ecosistema digitale. Non è un fenomeno passeggero, ma una struttura. Non è un evento, ma un ambiente. Non è un errore che un giorno verrà corretto, ma un esito sistemico del modo in cui le piattaforme trasformano la comunicazione in mercato. La società si trova così immersa in una condizione in cui la verità deve continuamente competere con un sistema che non ha alcun motivo per privilegiarla.

In questa architettura la verità non è sconfitta da un potere totalitario, come accadeva nei secoli precedenti, ma da una economia che non la riconosce. Non è negata, è ignorata. Non è censurata, è resa irrilevante. La sua debolezza non deriva da una mancanza di prove, ma da una mancanza di valore economico. È questa la condizione più drammatica del nostro tempo: la verità non è più perseguita, perché non è più remunerativa. E in un mondo governato dai criteri del mercato informativo, ciò che non genera valore tende a scomparire.

11.8 – La disinformazione come ecosistema autoregolato

La disinformazione digitale non è soltanto un insieme di contenuti falsi. È un ecosistema vivente, una struttura complessa che si autoregola, si autoalimenta e si autoespande. Non richiede manipolatori centrali, non ha bisogno di una regia, non necessita di un piano coordinato. Si basa su una dinamica emergente che nasce dall’interazione tra milioni di utenti e la logica algoritmica che governa la visibilità. La fake news non è prodotta come un oggetto culturale isolato, ma come un elemento di un sistema che seleziona, amplifica, modifica e distribuisce ciò che è più adattato all’ambiente.

Questo ecosistema funziona come un ciclo biologico. Un contenuto nasce in un punto qualsiasi della rete, spesso privo di intenzione manipolativa. Può essere una interpretazione distorta, un fraintendimento, una provocazione, uno scherzo. Se questo contenuto suscita una reazione emotiva, l’algoritmo lo rileva e lo spinge a un numero maggiore di utenti. Alcuni lo credono, altri lo contestano, altri ancora lo rilanciano senza verificarlo. Ogni interazione, positiva o negativa, produce un segnale che l’algoritmo interpreta come valore. E più valore accumula, più il contenuto viene proiettato attraverso la rete.

Il contenuto non rimane statico. Si adatta. Viene modificato, abbreviato, estremizzato. Gli utenti aggiungono elementi narrativi, interpretazioni, ipotesi, insinuazioni. Le varianti più emotive sopravvivono. Le versioni più moderate scompaiono. È un processo evolutivo. Le fake news competono tra loro e con le notizie vere per ottenere visibilità. Quelle che suscitano maggiore reattività vengono selezionate naturalmente. Il sistema non distingue ciò che è accurato da ciò che è conveniente. La sua unica legge è la selezione basata sull’efficacia.

In questo senso la disinformazione non è soltanto un fenomeno sociale, ma un fenomeno ecologico. È una rete di contenuti che si espandono secondo regole adattive. Ogni utente è una cellula di questo organismo diffuso. Ogni condivisione è un atto metabolico. Ogni reazione alimenta la sopravvivenza della narrativa. L’ecosistema cresce non perché qualcuno lo progetta, ma perché le condizioni dell’ambiente digitale lo favoriscono.

L’autoregolazione emerge dall’interazione tra algoritmo e comportamento umano. L’algoritmo amplifica ciò che gli utenti rendono visibile. Gli utenti rendono visibile ciò che l’algoritmo amplifica. Ne deriva un circolo di rinforzo che non ha un inizio e non ha una fine. Nessuno possiede il controllo del fenomeno, e proprio per questo il fenomeno è potente. La disinformazione non ha bisogno di centralizzazione, perché è organizzata attraverso la sommatoria delle scelte individuali e delle ottimizzazioni automatiche della piattaforma.

La caratteristica più inquietante di questo ecosistema è che non esiste un modo semplice per interromperlo. Eliminare un contenuto falso non elimina la struttura che lo ha generato. Spegnere una narrativa non spegne il meccanismo che la renderà visibile di nuovo. Il falso non è un corpo estraneo che si può estrarre dal sistema. È un processo dinamico che continuerà a produrre nuove varianti finché l’ambiente rimarrà favorevole. E l’ambiente rimane favorevole finché l’algoritmo continuerà a premiare ciò che attiva rapidamente le emozioni.

In questa prospettiva il problema del nostro tempo non è la presenza delle fake news. È la presenza di un ecosistema che le produce spontaneamente. La disinformazione non è un’anomalia, è il comportamento naturale di una architettura costruita su incentivi che ignorano il vero. E finché il sistema rimarrà strutturato così, ogni tentativo di correggere il falso sarà un intervento superficiale. L’unico modo per ridurre la disinformazione sarebbe modificare le condizioni ecologiche che la sostengono. Ma tali condizioni coincidono con il cuore economico e tecnologico delle piattaforme. La crisi del sapere, dunque, non è un errore. È una conseguenza.

11.9 – Quando il sapere diventa inaccessibile, psicologia della impotenza cognitiva

La condizione contemporanea non è caratterizzata soltanto dalla proliferazione del falso, ma da una forma nuova e più profonda di crisi: il sapere diventa psicologicamente inaccessibile. Non perché sia stato censurato o distrutto, ma perché la mente umana non è più in grado di orientarsi nel caos informativo che la avvolge. Il fenomeno non riguarda l’ignoranza, bensì una forma di saturazione che impedisce alla conoscenza di consolidarsi. Il problema non è che le persone non sappiano, ma che non possano più sapere con continuità.

L’impotenza cognitiva nasce da una combinazione di fattori. Il primo è la rapidità del flusso. La mente, per comprendere, ha bisogno di immobilizzare temporaneamente ciò che osserva. La piattaforma, al contrario, spinge tutto verso un movimento continuo che impedisce la sedimentazione. Ogni notizia è immediatamente sostituita dall’evento successivo. Non esiste più una pausa, un tempo della riflessione. L’utente è catturato in una corrente che lo trascina senza permettergli di fissare un punto. La conoscenza diventa una forma di instabilità permanente.

Il secondo fattore è la concorrenza delle interpretazioni. Ogni evento è accompagnato da una molteplicità di narrazioni, opinioni, analisi, ipotesi, sospetti, insinuazioni. La verità non emerge come un percorso univoco, ma come una serie di possibilità contraddittorie che richiedono tempo e pazienza per essere valutate. Ma la piattaforma non concede né tempo né pazienza. Così l’utente, sottoposto a una continua pluralità di alternative, rinuncia a stabilire quale sia affidabile. La mente si ritira, non per pigrizia, ma per autodifesa.

Il terzo fattore è la perdita dei criteri di selezione. In passato l’autorevolezza di una fonte costituiva un orientamento. Era possibile fidarsi di un giornale, di una istituzione, di un esperto. Oggi la piattaforma presenta ogni voce nella stessa cornice estetica. La distinzione tra competenza e improvvisazione si dissolve. La mente, privata di un criterio esterno che le permetta di valutare la qualità di ciò che vede, è costretta a basarsi su criteri interni. E i criteri interni non sono epistemici, sono emotivi. La verità viene sostituita dalla familiarità.

Il quarto fattore è la fatica cognitiva. Il processo di verifica richiede un dispendio di energia mentale che la vita digitale non permette più. Ogni tentativo di approfondire genera una nuova serie di contenuti correlati che richiedono ulteriore attenzione. La mente non può inseguire tutto. Così rinuncia. Non sceglie il falso, sceglie il sollievo. La rinuncia alla comprensione diventa una forma di sopravvivenza psicologica. L’utente seleziona ciò che gli è emotivamente più vicino, non ciò che è più vero.

La impotenza cognitiva non è un difetto individuale, è una condizione collettiva. È la risposta naturale di una mente evoluta per un mondo di informazioni lente che si trova improvvisamente costretta a navigare un ambiente che richiede reazioni immediate. La verità, per manifestarsi, ha bisogno di stabilità, continuità, fiducia, contesto. Ma tutto ciò è dissolto dall’architettura digitale. Così la mente retrocede verso forme di conoscenza primitive, fondate sulla appartenenza, sulla emozione, sul sospetto, sulla intuizione. Non perché non voglia sapere, ma perché non può più sostenere il peso del sapere.

La crisi contemporanea non è una crisi di intelligenza, ma di orientamento. Il sapere è tecnicamente disponibile a tutti, ma cognitivamente accessibile a pochi. La disinformazione prospera non perché sia creduta, ma perché la verità è diventata troppo fragile per competere con l’ambiente. Non è la bugia a essere più forte. È il mondo a essere diventato troppo rumoroso per permettere al vero di farsi riconoscere.

11.10 – Conclusione, il sistema che trasforma l’informazione in caos

L’analisi del funzionamento degli algoritmi, della economia dell’attenzione, della spirale di amplificazione e della sovra informazione conduce a una conclusione inevitabile: il sistema informativo digitale non produce conoscenza, produce caos. Non genera una rappresentazione condivisa del mondo, ma una molteplicità di realtà parziali che convivono senza incontrarsi. Il vero non scompare, ma perde il suo ruolo di principio ordinatore. Diventa una delle tante possibilità, e spesso non la più visibile.

L’algoritmo non mente. Semplicemente non si occupa della verità. La piattaforma non censura. Semplicemente amplifica ciò che genera valore emotivo. La sovra informazione non inganna. Semplicemente sovrasta. Il rumore non distrugge il sapere. Semplicemente lo disintegra. In questa concatenazione di effetti il falso non è un aggressore, è un opportunista. Approfitta delle condizioni ecologiche che gli permettono di fiorire. La verità, invece, ha bisogno di un terreno che il mondo digitale non offre più.

La crisi non riguarda solo la qualità delle informazioni, ma l’infrastruttura che determina ciò che può essere conosciuto. La verità è un processo, non un oggetto. Richiede continuità, responsabilità, tempo. Ma l’ambiente digitale premia la discontinuità, la impulsività, la accelerazione. Ciò che è vero non riesce più a mantenere la sua forma nel flusso. Ciò che è falso, invece, si adatta perfettamente. È leggero, frammentabile, replicabile, emotivamente carico. È un contenuto perfetto per il sistema.

Il caos informativo prodotto dal mondo digitale non è accidentale. È strutturale. Nasce dall’assenza di un criterio condiviso di selezione, dalla sostituzione del giudizio umano con la predizione algoritmica, dalla mercificazione dell’attenzione, dalla competizione tra emozioni che richiama le dinamiche dei mercati finanziari, dalla perdita di un terreno comune tra i cittadini. È un caos che non esplode, ma si diffonde. Non distrugge, ma confonde. Non annienta la verità, ma la relativizza.

In questo scenario la lotta alla disinformazione non può limitarsi a inseguire le singole fake news. Non è sufficiente correggere ciò che è falso. Occorre comprendere che il falso non è soltanto un contenuto da smontare, ma un sintomo di una architettura che premia ciò che destabilizza. La verità, per ritrovare una voce, deve essere sostenuta non solo dalla ragione, ma da un ambiente che consenta alla ragione di operare. E oggi quell'ambiente non esiste. Il sistema che abbiamo costruito non è progettato per la conoscenza, ma per la reazione.

Il caos informativo è il nuovo terreno su cui si gioca il destino della verità. Non è un fenomeno temporaneo, non è una oscillazione passeggera. È il risultato combinato di forze tecniche ed economiche che hanno trasformato il modo in cui gli esseri umani percepiscono il mondo. Per questo motivo il capitolo successivo dovrà affrontare una domanda ancora più radicale: che cosa accade alla verità quando la tecnologia non si limita a selezionare il reale, ma inizia a produrlo, manipolando immagini, voci e testimonianze fino a rendere impossibile la distinzione tra mondo e simulazione.

CAPITOLO 12 – Social network, la fake news come rituale di gruppo

12.1 – L’ambiente sociale digitale come nuova antropologia

I social network non rappresentano un semplice cambiamento tecnologico. Rappresentano un mutamento antropologico, una trasformazione del modo in cui gli esseri umani si percepiscono, si relazionano, si riconoscono e costruiscono identità collettive. Per la prima volta nella storia, l’individuo vive simultaneamente in due spazi sociali: il mondo fisico, che richiede presenza corporea, e il mondo digitale, che richiede presenza continua. Questa duplice condizione non è neutrale. Modifica la natura stessa della relazione umana. Nel mondo digitale l’identità non è qualcosa che si è, ma qualcosa che si deve costantemente manifestare.

La struttura dei social crea un tipo di società che non ha precedenti. È una società fondata non sulla prossimità, ma sulla visibilità. L’individuo non è riconosciuto per ciò che fa nel mondo reale, ma per ciò che appare nel feed. La reputazione diventa un flusso, una somma di micro reazioni accumulate nel tempo. Ogni gesto pubblico diventa un segnale che gli altri interpretano. Non è più possibile sottrarsi allo sguardo collettivo. La persona è esposta, continuamente, davanti a una platea potenzialmente illimitata. Questa esposizione permanente genera un nuovo tipo di vulnerabilità: la vulnerabilità algoritmica. L’individuo non dipende più dal giudizio di chi lo conosce, ma dal giudizio di chi lo trova.

La comunità digitale nasce da questa nuova forma di esposizione. Non è una comunità costruita attraverso la convivenza o attraverso il lavoro comune. È una comunità costruita attraverso la circolazione dei contenuti. Ciò che unisce gli individui non è la presenza fisica né un destino condiviso, ma l’allineamento emotivo generato dal consumo degli stessi stimoli. Le persone che reagiscono allo stesso contenuto, nello stesso modo, nello stesso momento, formano una comunità effimera ma intensa. È una comunità che esiste per la durata dell’emozione. Quando l’emozione si dissolve, la comunità si dissolve con essa.

I social network non favoriscono la relazione stabile. Favoriscono la relazione immediata. Non favoriscono la conversazione lunga. Favoriscono la reazione breve. In questo ambiente il legame sociale si modifica profondamente. Non nasce più da un processo di conoscenza reciproca, ma da un processo di riconoscimento simbolico. Non ci si unisce perché si condividono valori profondi, ma perché si condividono interpretazioni immediate. Il legame non è costruito nella durata, ma nella intensità. E questa intensità deve essere continuamente rinnovata, perché la piattaforma non concede pause. Un individuo che smette di partecipare scompare dal campo percettivo degli altri. Non è ricordato, è semplicemente non mostrato.

È in questa struttura che la fake news trova il suo habitat ideale. La sua forza non deriva dalla sua verosimiglianza, ma dalla sua capacità di generare un sentimento sincronizzato. In un ambiente che premia la simultaneità, l'emozione collettiva diventa la forma più potente di appartenenza. Non importa se ciò che la genera sia vero o falso, importa che sia efficace nel creare un momento di coesione emotiva.

L’antropologia digitale che emerge dai social non è un nuovo capitolo nella storia umana. È una nuova storia. Il villaggio del passato era uno spazio fisico. Il villaggio digitale è uno spazio simbolico. Nel villaggio tradizionale era possibile sottrarsi allo sguardo degli altri. Nel villaggio digitale non lo è. L’identità non è un fenomeno di interiorità. È un comportamento pubblico. Questa trasformazione non è superficiale, ridisegna la mente, ridisegna la società, ridisegna la verità stessa. In un mondo in cui ogni individuo è costantemente sotto osservazione, la verità viene sostituita da ciò che permette di rimanere visibili.

12.2 – La condivisione come gesto rituale, non informativo

La condivisione, nel mondo digitale, non è un atto comunicativo. È un gesto rituale. Non trasmette informazioni, ma appartenenze. Non serve a dire ciò che è vero, ma a dire da che parte si sta. È l’equivalente moderno dei segni di riconoscimento che le comunità tradizionali usavano per mostrarsi unite davanti agli estranei. Nelle società antiche erano simboli, amuleti, formule, colori. Oggi sono post, like, condivisioni. L’atto è cambiato. La funzione è rimasta identica.

Nel mondo fisico condividere una notizia implica una responsabilità. Chi la trasmette si assume un rischio: il rischio di sbagliare, di essere smentito, di essere confutato. Nel mondo digitale la condivisione non ha questo significato. Non nasce da un processo di verifica, ma da un processo di auto presentazione. Condividere significa inserirsi in una scena collettiva. È un atto performativo che afferma: io esisto, io partecipo, io sono uno di voi. La notizia è un veicolo. Il messaggio è identitario.

Questa dinamica spiega perché la fake news prospera. La fake news offre un contenuto che si presta perfettamente a questa funzione performativa. È breve, intensa, moralmente definita, spesso costruita come una rivelazione o un tradimento. Permette all’utente di assumere rapidamente una posizione. Permette di mostrare coraggio, indignazione, vigilanza morale, spirito critico, appartenenza ideologica. È una forma di auto rappresentazione accelerata.

La condivisione rituale non si rivolge al mondo esterno. Si rivolge al gruppo. È un atto che ha valore soltanto se riconosciuto dagli altri membri della comunità digitale di appartenenza. La fake news diventa così un oggetto rituale: la si condivide non per correggere la percezione del mondo, ma per confermare la percezione che il gruppo ha del mondo. Non si condivide perché si crede che sia vera, ma perché si crede che sia congrua con l'identità tribale. L’atto non è cognitivo. È emotivo e sociale.

Questo meccanismo crea una forma di sacralità collettiva. La condivisione diventa un gesto che ripete un modello. È un rito che rinnova ciclicamente il legame. Non è necessario comprendere in profondità ciò che si condivide. È sufficiente implicare, evocare, suggerire. Ogni condivisione rafforza la coesione. Ogni mancata condivisione la indebolisce. Chi non partecipa rischia di essere percepito come estraneo. Il rito non è obbligatorio, ma è atteso.

La fake news prospera quindi non perché la gente sia ingenua, ma perché il mondo digitale ha trasformato l’atto di condividere in una necessità simbolica. La fake news è un contenuto ottimizzato per questa funzione. È un oggetto altamente ritualizzabile. È un segnale di appartenenza. È una dichiarazione di presenza. È una forma di riconoscimento reciproco. In un mondo in cui la identità è una performance, la fake news è un palcoscenico.

La verità, nel mondo digitale, ha un problema fondamentale: non sempre permette di partecipare al rito. È troppo cauta. Troppo complessa. Troppo sfumata. Troppo lenta. Non crea coesione. Non produce risonanza. Non mobilita. La fake news, invece, è un rituale immediato. È una emozione pronta all’uso. È un simbolo che rinnova il legame. Per questo, nel grande teatro dell’identità digitale, il falso è spesso più utile del vero.

12.3 – Perché la mente ha bisogno del gruppo nell’era digitale

La mente umana è stata progettata per ambienti cognitivi lenti, per comunità ridotte, per informazioni che circolavano con parsimonia. Per centinaia di migliaia di anni la sopravvivenza dipendeva dalla capacità di leggere i segnali sociali dei pochi individui con cui si conviveva e dalla capacità di costruire un sapere stabile basato sulla ripetizione e sulla memoria orale. Il mondo digitale rompe questa condizione antropologica. Immette la mente in un flusso di stimoli che eccede di gran lunga la sua capacità naturale. In questo stato di sovraccarico, la mente non è più in grado di mantenere un rapporto solido con la verità. È costretta a cercare un rifugio emotivo. E il rifugio più accessibile, più immediato, più rassicurante è il gruppo.

Il gruppo digitale svolge una funzione di contenimento psicologico. Il gruppo richiede soltanto vicinanza emotiva. Per questo, quando la mente si trova esposta a un ambiente in cui ogni notizia è contestata, ogni opinione è polarizzata, ogni evento è circondato da interpretazioni incompatibili, la ricerca della verità non appare più come una strategia evolutiva, ma come una minaccia alla stabilità emotiva personale. Il gruppo diventa la scorciatoia psicologica che permette di non naufragare nella complessità del mondo.

Il fenomeno è più profondo di quanto possa apparire. La delega cognitiva al gruppo non è un incidente, ma una risposta evolutivamente comprensibile. L’individuo isolato non è in grado di stabilire da solo la veridicità di ogni contenuto che incontra. Non possiede il tempo, gli strumenti, le competenze per valutare migliaia di stimoli al giorno. La mente, allora, riduce la complessità affidandosi al gruppo come criterio di verità. Ciò che il gruppo approva è accettato. Ciò che il gruppo rifiuta è rigettato. Il gruppo diventa un filtro che libera l’individuo dall’onere di giudicare.

Questa dipendenza cognitiva dal gruppo era presente anche nelle società tradizionali, ma in quelle società esistevano autorità culturali che garantivano una certa stabilità. Nei social network, invece, il gruppo è completamente slegato da qualsiasi istituzione, da qualsiasi tradizione, da qualsiasi forma di responsabilità collettiva. È una comunità effimera che nasce e muore sulla base di segnali emotivi. Proprio per questo la fake news diventa un oggetto perfetto: permette al gruppo di sentirsi unito di fronte a una minaccia, offre una spiegazione immediata a un caos altrimenti ingestibile, rafforza la sensazione di identità condivisa.

In questa dinamica non è importante che la fake news sia creata artificialmente o emerga spontaneamente. Ciò che conta è che soddisfi un bisogno psicologico primario. Nei momenti di incertezza, l’individuo cerca un responsabile. Cerca una trama che renda il mondo comprensibile. Cerca qualcuno da accusare. Cerca qualcuno da proteggere. Cerca un motivo per credere di non essere impotente. La fake news risponde a tutti questi bisogni. Offre una narrativa semplice in un mondo complesso. Offre un nemico riconoscibile in un mondo opaco. Offre un senso di controllo in un mondo instabile. E soprattutto offre un gruppo in un mondo disperso.

Il gruppo, a sua volta, ha bisogno della fake news per rafforzare la sua coesione. Una verità complessa può dividere. Una menzogna semplice può unire. Il gruppo non cerca ciò che è vero. Cerca ciò che è utile alla sua stabilità. E ciò che è utile è ciò che permette a ciascun membro di percepire se stesso come parte di una realtà condivisa. Il costo psicologico della verità è troppo alto in un ambiente che non offre appigli stabili. Il costo psicologico del falso è molto più basso. Per questo la fake news fiorisce. Perché il gruppo vuole ciò che la verità non può offrire: immediatezza, sicurezza, identità.

12.4 – La creazione del nemico, funzione essenziale della fake news

Ogni comunità, per esistere, ha bisogno di un confine. Non esiste un noi senza un loro. Questa distinzione è un elemento antropologico universale. Nelle società tradizionali il nemico era spesso un altro gruppo reale, identificabile, tangibile. Nei social network il nemico non è più una presenza fisica. È una costruzione narrativa. È un simbolo. È un archetipo che esiste soltanto in funzione del gruppo che lo produce. La fake news svolge qui una funzione essenziale: fornisce al gruppo un nemico. E il nemico è il cemento della identità collettiva.

Il nemico creato dalla fake news non deve essere credibile nel senso razionale del termine. Deve essere utile. Deve permettere al gruppo di definire se stesso attraverso la contrapposizione. La fake news è il materiale narrativo con cui il gruppo scolpisce il suo avversario ideale. Egli può essere un potere occulto, un’élite corrotta, una minoranza minacciosa, un individuo o un’intera categoria sociale. Non importa se questo avversario esista realmente. Importa che rappresenti tutto ciò che il gruppo teme o detesta. La fake news permette di concentrare queste paure diffuse in una figura esterna, creando un antagonista perfettamente funzionale alla coesione interna.

Il meccanismo è antico come l’umanità, ma nei social assume una forma radicalmente nuova. Il nemico non è scelto perché pericoloso. È scelto perché emotivamente fertile. È un nemico che non ha bisogno di compiere azioni reali. È sufficiente che esista come idea. Più l’immagine del nemico è semplice, più è efficace. Più è astratta, più può adattarsi a diverse situazioni. Più è generica, più può essere riempita di contenuti. La fake news fornisce i dettagli, i pretesti, le prove inventate, le coincidenze interpretate come segnali. Il gruppo completa il quadro con la propria immaginazione.

Il nemico è necessario perché permette al gruppo di percepirsi come moralmente unito. Ogni narrazione collettiva ha bisogno di una minaccia. Non importa se la minaccia sia reale, importa che sia percepita. La paura condivisa è il collante più forte delle comunità emotive. La fake news funziona perché crea una minaccia che tutti possono vedere, commentare, esagerare. Non è un errore da correggere. È un rituale da ripetere. La minaccia è continuamente alimentata dai contenuti che la piattaforma amplifica. Ogni notizia falsa diventa una prova. Ogni prova diventa un nuovo stimolo emotivo. Ogni stimolo rafforza la coesione della tribù.

La figura del nemico ha un’altra funzione ancora più profonda: permette al gruppo di evitare la responsabilità. Se il mondo è governato da un nemico esterno, allora il gruppo non ha colpe. Non ha fallimenti. Non ha limiti. Tutto ciò che non funziona è attribuito all’antagonista. La fake news offre così una forma di purificazione collettiva. Libera il gruppo dalla complessità. Libera il gruppo dalla autocritica. Libera il gruppo dalla realtà.

In un mondo senza nemici, la tribù digitale non saprebbe chi è. In un mondo senza fake news, non saprebbe come costruirli. La disinformazione diventa quindi non solo un errore cognitivo, ma una struttura sociale. È la fonte materiale da cui emergono le narrazioni che permettono ai gruppi di esistere. Non si combatte correggendo il falso. Si combatte comprendendo la funzione che il falso svolge nella geografia emotiva delle comunità digitali.

12.5 – La risonanza emotiva come valuta delle comunità digitali

Le comunità digitali non sono organizzate attorno alla verità, ma attorno alla risonanza emotiva. In esse la verità non ha un valore intrinseco. Ha valore soltanto se produce un effetto collettivo. La fake news prospera perché possiede una caratteristica decisiva: è costruita per generare emozione, non per generare comprensione. In una società che si regge sull'economia dell’attenzione, questa differenza è fondamentale. La risonanza emotiva diventa la valuta in cui le comunità digitali misurano l'importanza di ciò che circola al loro interno.

La risonanza emotiva non è semplicemente l’intensità di una emozione individuale. È la sua capacità di propagarsi. Un contenuto è considerato rilevante se produce una catena di reazioni simili in un numero significativo di membri del gruppo. Questa risonanza è ciò che sostituisce il concetto di autorevolezza. Non importa la qualità del contenuto. Importa la sua capacità di generare convergenza emotiva. La fake news è progettata per questo. Offre una struttura narrativa in cui il gruppo può specchiarsi immediatamente.

La risonanza emotiva svolge una funzione politica. Permette al gruppo di stabilire ciò che è percepito come vero. Non perché sia vero, ma perché è sentito come vero. La verità emotiva sostituisce quindi la verità epistemica. La fake news diventa così una verità simbolica: non descrive la realtà, descrive la sensibilità della tribù. È una forma di auto affermazione collettiva.

La risonanza emotiva è anche ciò che determina la durata delle comunità digitali. Finché un contenuto genera emozione, il gruppo rimane attivo. Quando l’emozione si esaurisce, il gruppo si disperde. La fake news ha la capacità di rinnovare continuamente questa emozione perché può essere rimodellata, reinterpretata, arricchita o estremizzata. Ogni iterazione genera una nuova ondata di risonanza.

In questo senso la fake news non è solo uno strumento di manipolazione. È una tecnologia emotiva. Permette al gruppo di costruire una identità condivisa attraverso la ripetizione di emozioni comuni. La sua funzione non è ingannare, ma unire. L'emozione diventa la nuova grammatica dell'appartenenza. E quando l’emozione diventa la grammatica dell'appartenenza, la verità diventa superflua.

12.6 – Conclusione, la fake news come sacramento della tribù digitale

La fake news è spesso descritta come un contenuto errato, una informazione distorta, un inganno che si diffonde per ignoranza o superficialità. Questa descrizione è rassicurante, perché suggerisce che il problema sia correggibile con strumenti tecnici: verifiche, fact checking, educazione digitale, algoritmi più sofisticati. Ma questa interpretazione è insufficiente. Riduce un fenomeno antropologico complesso a un semplice difetto informativo. La fake news non è un accidente della comunicazione. È una struttura della appartenenza. È un rituale attraverso cui le comunità digitali costruiscono e rinnovano la propria identità.

Nel mondo dei social la verità non è più il criterio che regge la coesione. La coesione si costruisce attraverso l'emozione. La comunità non nasce dalla condivisione di fatti, ma dalla condivisione di sentimenti. La fake news è un catalizzatore di sentimenti, un oggetto narrativo progettato per generare allineamento emotivo. Permette al gruppo di vedere il mondo nello stesso modo. Permette di individuare lo stesso nemico. Permette di riconoscere lo stesso tradimento. Permette di inalberare gli stessi valori simbolici. È il luogo in cui la tribù si specchia e si celebra.

La fake news funziona come un sacramento laico. Non contiene verità, contiene coesione. Non propone una interpretazione accurata della realtà, propone una versione simbolica del mondo che conferma l'esistenza della comunità. Ogni condivisione è un atto liturgico che rinnova l’appartenenza. Ogni commento è una risposta corale. Ogni like è un gesto di conferma. Il gruppo non si definisce attraverso ciò che sa, ma attraverso ciò che sente.

La verità appartiene al dominio della conoscenza. La fake news appartiene al dominio del legame sociale. Questa differenza è decisiva. Non si può correggere un rituale con un'informazione. Non si può sostituire un simbolo con un dato. La fake news non viene creduta perché è convincente. Viene creduta perché è utile. Perché permette di mantenere coeso il gruppo in un ambiente in cui tutto è instabile: l’identità, la reputazione, la percezione di sé, il rapporto con il mondo. La fake news compensa questa instabilità offrendo un punto fisso, anche se questo punto fisso è fittizio.

In questo senso la disinformazione digitale non è un semplice problema di verità. È un problema di antropologia sociale. È il risultato di un mondo in cui gli individui, privati dei legami tradizionali, costruiscono la propria identità attraverso l'esposizione pubblica e la risonanza emotiva. La fake news offre un linguaggio che permette a queste identità di consolidarsi. Non è una minaccia esterna, ma una risposta interna a un bisogno collettivo.

Questa conclusione non è pessimistica. È realistica. Comprendere la funzione rituale della fake news permette di vedere che il problema non può essere risolto correggendo i contenuti, ma cambiando il modo in cui le comunità costruiscono il proprio legame. Fino a quando l'appartenenza sarà più importante della verità, il falso continuerà a circolare perché soddisfa un bisogno che il vero non può soddisfare. La lotta alla disinformazione non è una lotta tra contenuti, ma tra modelli di socialità.

Il capitolo successivo mostrerà come questa dinamica, già potente nella forma della disinformazione tradizionale, diventa ancora più inquietante quando il falso non è più soltanto un racconto condiviso, ma una immagine credibile, una voce perfetta, un volto sintetico, una prova che non può essere distinta da ciò che proviene dal mondo reale. Se la fake news è il sacramento della tribù digitale, il deepfake e la intelligenza artificiale generativa sono il suo tempio.

# CAPITOLO 13 – Deepfake, IA generativa e la nascita della realtà sintetica

13.1 – La fine dell’evidenza

Per comprendere la portata della crisi che stiamo vivendo occorre riconoscere che l’evidenza, per millenni, è stata il fondamento tacito della verità. Prima ancora delle teorie, prima ancora dei metodi, prima ancora delle istituzioni del sapere, l’essere umano ha fatto affidamento su ciò che poteva vedere, toccare, ascoltare. L’occhio era considerato un testimone privilegiato, la voce un segno diretto della presenza, l’immagine un deposito di realtà. I sensi non erano infallibili, ma costituivano il terreno minimo sul quale la comunità costruiva il consenso su ciò che era realmente accaduto. La prova visiva non era solo un supporto della verità: era la verità.

Questo paradigma, antico quanto la civiltà stessa, è crollato nell’arco di pochi anni. Non per una rivoluzione filosofica, ma per una rivoluzione tecnica. Le tecnologie di generazione sintetica, immagini, voci, video prodotti da intelligenze artificiali, hanno raggiunto un livello tale da rendere impossibile distinguere tra ciò che proviene dal mondo e ciò che proviene da un modello statistico. Non esiste più alcuna differenza percepibile tra una immagine reale e una immagine simulata. La realtà non è più ciò che accade, ma ciò che una macchina può riprodurre con una fedeltà assoluta.

La conseguenza di questo cambiamento non è solo epistemica, ma ontologica. Se non possiamo più distinguere il reale dal simulato, allora il reale perde il suo privilegio. Cessa di essere un fondamento. Diventa una ipotesi tra le molte. L’evidenza non dimostra più nulla, perché può essere replicata perfettamente. Il concetto stesso di prova si dissolve. Una fotografia non testimonia più un evento. Un video non garantisce più la presenza di una persona. Una voce registrata non certifica più la autenticità di un discorso. Tutto ciò che appare può essere fabbricato. Tutto ciò che è fabbricato può apparire.

Ciò che inquieta non è la possibilità di essere ingannati, perché gli inganni sono sempre esistiti. Ciò che inquieta è che non è più possibile fidarsi dei sensi, che sono stati per millenni la base stessa dell’esperienza condivisa. La comunità non perde la capacità di verificare. Perde la capacità di credere. Se ogni evidenza può essere contestata, allora nulla può più essere accettato come certo. L’immagine non è più un luogo della verità. È un luogo delle possibilità. Ogni testimonianza visiva diventa una interpretazione, non un dato.

Questa dissoluzione dell’evidenza produce un effetto psicologico ancora più radicale. La mente, improvvisamente privata di un criterio intuitivo per riconoscere ciò che è reale, si ritrova in una condizione di sospensione. Non potendo più fidarsi della percezione, deve affidarsi a qualcos’altro. Ma che cosa? Non può affidarsi alle istituzioni, perché anch’esse utilizzano immagini e documenti che potrebbero essere manipolati. Non può affidarsi al gruppo digitale, perché il gruppo costruisce realtà basate sulla appartenenza, non sulla verifica. Non può affidarsi a se stessa, perché la percezione non garantisce più nulla. La mente scopre di essere sola in un mondo che non può più essere confermato dai sensi.

La fine dell’evidenza non è un cambiamento tecnico. È un cambiamento antropologico. L’essere umano aveva costruito la propria relazione con il reale sulla fiducia nell’apparenza. Ora quell’apparenza è diventata un territorio ambiguo, in cui nessuna immagine può essere considerata definitiva. La verità non è più ciò che appare, ma ciò che riesce a resistere a infinite alternative visive perfettamente plausibili. E nella competizione tra il reale e il simulato, il simulato possiede un vantaggio: può essere modellato secondo le attese, i desideri, le paure.

In questa nuova condizione la verità smette di essere un oggetto stabile. Diventa un percorso fragile, una pratica che richiede strumenti che l’individuo non possiede. Non è il falso a essere vincente, è il reale a essere diventato incerto. La crisi della verità inizia qui: nel momento in cui vedere non significa più sapere.

13.2 – La democratizzazione dell’inganno perfetto

Per comprendere la portata della rivoluzione che stiamo vivendo occorre riconoscere un fatto decisivo: la produzione del falso perfetto non è più un privilegio di élite tecniche, servizi segreti o apparati di propaganda statale. Ciò che un tempo richiedeva laboratori altamente specializzati, competenze avanzate, risorse economiche enormi e un numero consistente di persone, oggi può essere realizzato da chiunque disponga di un computer e di una connessione internet. La manipolazione non è più un’arte complessa. È diventata una procedura accessibile. È stata democraticizzata.

Questa accessibilità modifica radicalmente la natura del falso. Non esiste più un centro privilegiato da cui si irradiano le distorsioni del reale. Esiste una costellazione di individui, gruppi, comunità anonime in grado di generare contenuti sintetici, immagini alterate, identità inesistenti, testimonianze inventate che possiedono la stessa qualità sensibile dei contenuti autentici. Il falso non è più il prodotto di un potere centralizzato. È il prodotto spontaneo di una infrastruttura tecnica diffusa. La menzogna non è orchestrata: è replicata.

L’abbassamento della soglia tecnica produce un effetto culturale immediato. Il falso non appare più come un contenuto eccezionale, ma come una possibilità sempre disponibile. La produzione del vero, invece, rimane lenta, costosa, fragile. Ogni nuova testimonianza sintetica erode una quantità minima di fiducia collettiva. Ma la somma di queste erosioni produce una trasformazione epocale: la comunità non sa più collocare la realtà in un punto stabile. La verità non è più l’orizzonte comune da cui partire. È una delle tante narrazioni possibili generate dalla tecnologia.

La democratizzazione dell’inganno perfetto crea una condizione paradossale. Da un lato la capacità di falsificare aumenta in modo vertiginoso. Dall’altro lato la capacità della società di difendersi da questi falsi diminuisce. La mente umana non è attrezzata per distinguere tra una immagine reale e una immagine sintetica prodotta da un modello addestrato su miliardi di fotografie. Non è attrezzata per distinguere tra una voce vera e una voce generata attraverso tecniche di clonazione vocale. Non è attrezzata per intuire la presenza di manipolazioni invisibili. Il risultato è un divario crescente tra ciò che la tecnologia può produrre e ciò che l’individuo può riconoscere.

Questo divario produce un effetto psicologico devastante. L’individuo, rendendosi conto che ogni contenuto potrebbe essere falso, perde progressivamente la fiducia nel reale. Non perché creda alle menzogne, ma perché smette di credere alle prove. La verità perde la sua forza persuasiva. Non perché venga rimpiazzata da narrazioni più convincenti, ma perché ogni prova appare contaminabile. La mente non distingue più tra ciò che è prodotto dall’esperienza e ciò che è prodotto dall’algoritmo. E quando questa distinzione svanisce, la realtà stessa diventa un concetto incerto.

La democratizzazione dell’inganno non riguarda soltanto la possibilità di creare falsi perfetti, ma la possibilità di farlo senza lasciare tracce. Le tecnologie più sofisticate non producono più artefatti riconoscibili. Non lasciano bordi irregolari, distorsioni, errori grossolani. Producono simulacri impeccabili. La falsificazione del reale è diventata una operazione silenziosa. Invisibile. Riproducibile. Automatizzabile. Il falso non è più una deviazione dalla norma. È parte integrante dell’ambiente informativo.

L’impatto sociale di questa democratizzazione è radicale. Non riguarda soltanto la disinformazione politica, ma la struttura stessa della comunicazione quotidiana. Chiunque può impersonare un’altra persona. Chiunque può creare identità fittizie credibili. Chiunque può fabbricare ricordi visivi, testimonianze sonore, prove documentali. La distinzione tra ciò che accade e ciò che viene generato svanisce. Il sociale perde il fondamento della presenza. La comunità perde il fondamento della fiducia. La verità perde il fondamento della prova.

Questa condizione non produce una società più ingenua. Produce una società più cinica. Non una società che crede a tutto. Una società che non crede più a nulla. La democratizzazione dell’inganno perfetto non genera credulità, genera sospetto. Ogni contenuto autentico deve dimostrare la propria autenticità. Ogni contenuto sintetico può presentarsi come reale. L’onere della prova si sposta dal produttore al percettore. La verità diventa un peso. Il falso diventa leggero. E in un ambiente in cui ciò che è leggero circola più rapidamente, il falso prende il sopravvento non perché sia desiderato, ma perché è tecnicamente favorito.

La disinformazione del passato aveva un’origine. Quella del presente ha una infrastruttura. E quando l’infrastruttura è accessibile a tutti, il falso non è più un’anomalia. È una condizione permanente. È un campo in cui ogni individuo può generare una realtà alternativa. La democratizzazione dell’inganno perfetto non è una rivoluzione culturale. È l’inizio di una nuova condizione umana: una condizione in cui il reale non è più garantito dal mondo, ma dal modo in cui decidiamo di interpretarlo.

13.3 – L’illusione della trasparenza totale

L’epoca digitale si è presentata con una promessa seducente: se tutto può essere registrato, tutto può essere conosciuto. L’umanità non aveva mai prodotto una quantità così vasta di immagini, video, flussi in diretta, archivi visivi generati da miliardi di dispositivi che catturano ogni momento della vita quotidiana. Sembrava che questa iper-documentazione avrebbe reso il mondo più chiaro, più verificabile, più resistente all’inganno. L’evidenza visiva, moltiplicata all’infinito, appariva come la nuova garanzia della verità. Ma questa promessa si è trasformata nel suo opposto. La trasparenza totale non illumina il reale, lo dissolve.

Per comprendere questo paradosso occorre riconoscere che la registrazione non rafforza l’esperienza, la moltiplica. La presenza di infiniti documenti visivi non crea un’immagine più solida del mondo, crea un numero crescente di versioni alternative dello stesso evento. Ciò che un tempo era un fatto condiviso diventa un insieme di prospettive. Ciò che un tempo era una testimonianza diventa un frammento di interpretazione. La proliferazione delle immagini non produce una verità più robusta, ma un numero crescente di narrazioni tra loro incompatibili. Il reale non si mostra, si dissemina.

Questa dispersione è amplificata dalla tecnologia. Ogni immagine può essere ritagliata, accelerata, rallentata, ricontestualizzata, manipolata. Ogni documento può essere isolato dal suo prima e dal suo dopo. Ogni dettaglio può essere interpretato come indizio. La stessa scena, osservata da due angolazioni diverse, può suggerire due verità opposte. La trasparenza non produce unità. Produce un eccesso di punti di vista che la mente non può più integrare in una sintesi coerente. L’individuo non capisce di più. Capisce di meno, perché è sommerso da un materiale sensoriale che non può più ordinare.

Con l’arrivo delle tecnologie generative la situazione diventa ancora più complessa. Non solo esistono molteplici registrazioni possibili di uno stesso evento. Esistono versioni dell’evento che non sono mai accadute. Esistono immagini prodotte senza alcun referente reale. Esistono video generati per imitare le caratteristiche di riprese autentiche. L’immaginario non si limita a duplicare il mondo lo prolunga in direzioni che il mondo non ha mai seguito. La trasparenza totale smette così di essere una descrizione della realtà e diventa un labirinto che nessuno può attraversare senza smarrirsi.

La mente, esposta a questa proliferazione, perde la capacità di distinguere ciò che proviene dal mondo da ciò che proviene dalla simulazione. Non perché sia ingenua, ma perché la tecnologia ha superato i meccanismi cognitivi con cui per millenni abbiamo verificato la verità delle immagini. L’occhio, che era stato l’arbitro dell’evidenza, non è più in grado di giudicare. In un tale contesto, la trasparenza si trasforma in una forma di opacità totale: tutto è visibile, e proprio per questo niente è interpretabile.

La trasparenza totale non sconfigge il falso. Sconfigge la verità, perché la rende irraggiungibile. Il cittadino non è più ingannato dal contenuto falso è paralizzato dalla molteplicità dei contenuti possibili. Non sa a quale affidarsi, non sa come gerarchizzarli, non sa come collocarli in un ordine temporale o causale. La realtà, anziché emergere, affonda in un oceano di immagini che competono tra loro senza che nessuna possa rivendicare un’origine incontestabile.

La conseguenza culturale è profonda. La trasparenza non diventa uno strumento della conoscenza, ma una condizione permanente di ambiguità. Il mondo non è più opaco perché nascosto è opaco perché eccessivamente esposto. La crisi della verità nell’era dell’intelligenza artificiale non nasce dalla menzogna, ma dalla saturazione della percezione. Non è il falso a imporre il suo dominio è il reale a perdere la sua unicità.

13.4 – La morte dell’autenticità come categoria sociale

Per secoli la cultura occidentale ha fondato il proprio rapporto con la verità sul concetto di autenticità. Autentico era ciò che portava in sé la traccia dell’origine, ciò che rimandava a un autore, a una presenza, a un evento realmente accaduto. Un volto era autentico perché mostrava una persona. Una voce era autentica perché proveniva da un corpo. L'autenticità era una forma di continuità tra ciò che si vede e ciò che è. Era la garanzia che il mondo non fosse completamente manipolabile. Era il limite che separava il reale dall’immaginario.

Con l’avvento delle tecnologie generative, questo limite crolla. L’autenticità non possiede più una base sensibile. Una immagine prodotta da un modello di intelligenza artificiale è indistinguibile da una fotografia reale. Una voce sintetizzata attraverso pochi secondi di registrazione è capace di imitare inflessioni, esitazioni, timbri, persino difetti naturali. Non esiste più alcuna firma percettiva che permetta di distinguere il naturale dall’artificiale.

La cultura visiva che ha governato l’epoca moderna perde il suo fondamento. Se ogni immagine può essere prodotta a piacimento, allora l’immagine non testimonia più nulla. Non rappresenta più la realtà. Rappresenta la capacità tecnica di generare realtà alternative. La fotografia, che era stata lo strumento con cui il mondo certificava la propria esistenza, diventa un linguaggio estetico senza aderenza necessaria al reale. Non è più l’impronta del mondo sulla macchina è l’impronta della macchina sul mondo. Il concetto stesso di documento cambia natura: non è più una prova, ma un artefatto.

La morte dell’autenticità non riguarda soltanto gli oggetti visivi, ma la relazione tra individuo e identità. Se un volto può essere replicato perfettamente, allora il volto non garantisce più la presenza della persona. L’autenticità, che per secoli aveva definito la struttura del legame sociale, smette di essere un fondamento della fiducia.

Questa trasformazione produce un effetto antropologico profondo. L’autenticità non è più un criterio condiviso. Diventa un gesto di fede. Per credere che un’immagine sia reale, bisogna confidare nel processo che l’ha prodotta. Per credere che una voce sia autentica, bisogna credere nella persona che la rivendica. L'autenticità non è più qualcosa che si percepisce è qualcosa che si attribuisce. Diventa una qualità convenzionale, non un’evidenza.

Il risultato è una società in cui la verità non ha più un ancoraggio emotivo. L’essere umano, immerso in un ambiente in cui il reale e il simulato sono percettivamente equivalenti, non può più basare il proprio giudizio sui sensi, deve basarlo su criteri tecnici che non comprende. Questa dipendenza produce una forma di alienazione epistemica: si sa che il mondo può essere manipolato, ma non si sa come verificarne la consistenza. L'autenticità, che era stata un’esperienza immediata, diventa un enigma.

In questa condizione, la menzogna non deve più essere credibile per avere successo. Deve soltanto essere indistinguibile. L’autenticità non muore perché violata, ma perché resa superflua. Un video costruito digitalmente può sembrare più “vero” di una ripresa imperfetta. L’autenticità non è più un criterio di selezione è un ornamento nostalgico di un’epoca in cui il reale era ancora protetto dai suoi limiti tecnici.

La morte dell’autenticità segna quindi un passaggio epocale nella storia della percezione. Non è la realtà a essere svanita è la nostra capacità di riconoscerla. E in un mondo in cui non esiste più alcuna differenza percettiva tra ciò che è accaduto e ciò che è stato generato, la verità non può più fondarsi sull’apparenza. Deve fondarsi su una fiducia che la tecnologia, per la sua stessa natura, non può garantire. L’essere umano entra così in una nuova era: un’era in cui l'autenticità non è più ciò che si vede, ma ciò che si decide di credere.

13.5 – L’impossibilità della prova e la crisi delle istituzioni

Per comprendere la profondità della crisi contemporanea non basta osservare la dissoluzione dell’autenticità sul piano percettivo. Occorre considerare ciò che accade quando questa dissoluzione raggiunge le istituzioni che per secoli hanno fondato il loro potere sulla capacità di distinguere ciò che è accaduto da ciò che non è accaduto. La civiltà occidentale si è costruita sulla prova: giuridica, documentale, empirica, testimoniale. La prova non era solo un requisito tecnico, ma il pilastro invisibile che permetteva alla società di dare forma al vero. Senza prove, la democrazia non può deliberare, la giustizia non può giudicare, la scienza non può verificare, la memoria non può conservarsi. La prova è il ponte che collega l’individuo al mondo. Oggi questo ponte si sgretola.

La crisi inizia nel momento in cui ogni evidenza può essere prodotta artificialmente. Un video può essere manipolato fino a diventare irriconoscibile come artefatto. Le tecnologie generative non si limitano a imitare il reale, lo superano, perché possono eliminare le imperfezioni che caratterizzano le registrazioni autentiche. L’assenza di difetti diventa un nuovo tipo di sospetto. Il pubblico non è più in grado di distinguere tra ciò che proviene dal mondo e ciò che proviene dal modello. La prova smette di essere un fatto; diventa un’opinione sulla sua possibile origine.

Le istituzioni sono le prime a vacillare. I tribunali, che fondavano la loro autorità sulla capacità di accogliere testimonianze e valutarne la consistenza, si trovano improvvisamente privi di strumenti adeguati. Una registrazione video non può più essere considerata di per sé una prova. Una voce registrata non può più attestare con certezza la presenza di un imputato. Un documento digitale non può essere accettato senza la verifica di una catena tecnica complessa. Ma questa catena tecnica è opaca alla maggior parte dei cittadini, e spesso anche agli operatori del diritto. La conseguenza è una crescente incertezza giudiziaria: la colpa e l’innocenza non sono più categorie stabilibili attraverso l’evidenza, ma questioni che richiedono competenze specialistiche inaccessibili alla maggioranza.

Il giornalismo, che aveva costruito la propria credibilità sulla capacità di mostrare ciò che accadeva nel mondo, si trova in una condizione simile. L’immagine come prova, il video come testimonianza, la registrazione come garanzia sono strumenti improvvisamente fragili. Ogni documento può essere contestato, e questa contestazione è sufficiente a far vacillare la fiducia del pubblico. Non è necessario produrre un falso per mettere in crisi una notizia è sufficiente suggerire che potrebbe essere un falso. Il giornalismo non perde autorità perché diffonde bugie, ma perché non può più garantire la natura delle prove che presenta.

La scienza, che ha costruito il proprio metodo sulla verificabilità e ripetibilità dei dati, subisce un colpo altrettanto grave. La raccolta di informazioni visive e sonore non è più immune alla manipolazione. La produzione di dataset sintetici, che possono essere confusi con dati reali, apre la strada a scenari in cui le basi empiriche delle ricerche diventano sospette. La scienza non è messa in crisi dalla falsificazione dei risultati, ma dalla possibilità che i dati stessi siano prodotti da una macchina. La comunità scientifica deve allora sviluppare nuovi protocolli di certificazione, più complessi, più lenti, più costosi. La verità scientifica diventa più difficile da stabilire e ancora più difficile da comunicare a un pubblico che si fida sempre meno.

La democrazia, che richiede un terreno comune di fatti condivisi, è forse l’istituzione più vulnerabile. Se ogni cittadino vive in un ambiente informativo in cui esistono infinite versioni credibili di uno stesso evento, il dibattito pubblico smette di avere una base comune. La politica non discute più ciò che accade, ma ciò che ciascun gruppo crede che sia accaduto. La deliberazione collettiva si trasforma in un conflitto di mondi paralleli. La prova non serve più a convincere, serve solo a rafforzare il proprio campo contro il campo opposto. La verità diventa un’arma identitaria, non un fondamento del discorso pubblico.

La crisi delle istituzioni non deriva dal fatto che il falso sia diventato troppo potente. Deriva dal fatto che il vero è diventato troppo fragile. Una prova non può più parlare da sola, ha bisogno di una genealogia tecnica e di un sistema di certificazione che la mente umana non è più in grado di comprendere intuitivamente. Il cittadino deve credere a una autorità tecnica, non al proprio giudizio percettivo. Ma la fiducia nelle autorità tecniche è essa stessa in crisi, indebolita da decenni di polarizzazione e delegittimazione. Così la prova, pur essendo formalmente certificabile, perde la sua forza sociale.

Questa impossibilità della prova segna il passaggio da un mondo governato dalla evidenza a un mondo governato dalla sospensione del giudizio. La verità non può più essere mostrata può solo essere sostenuta. Non esiste più una prova in grado di imporre il proprio statuto di realtà esistono narrazioni che competono, ognuna supportata da frammenti di evidenze che la tecnologia rende indistinguibili. La società entra così in una nuova condizione epistemica: non è più minacciata dalla menzogna, ma dalla impossibilità di dimostrare la verità.

13.6 – Conclusione, la realtà come possibilità

La dissoluzione della prova, la crisi dell’autenticità e la proliferazione degli inganni sintetici non ci conducono verso un mondo semplicemente più falso. Ci conducono verso un mondo in cui la realtà stessa perde il suo statuto di fatto e diventa una gamma di possibilità. La tecnologia non sostituisce il reale con un’illusione, ma con una moltitudine di simulazioni equivalenti. Non c’è più un solo mondo da interpretare ci sono mondi concorrenti, tutti dotati della stessa forza visiva, della stessa coerenza estetica, della stessa legittimità percettiva. La verità smette di essere un criterio condiviso e diventa una scelta narrativa.

Questa trasformazione non è soltanto tecnica è antropologica. L’essere umano si è evoluto in un ambiente in cui il reale era garantito dalla sua resistenza. Ciò che non poteva essere prodotto a piacimento possedeva un’autorevolezza naturale. Oggi questa resistenza è scomparsa. La realtà non oppone più ostacoli alla immaginazione tecnica. Ogni immagine può essere plasmata, ogni voce ricostruita, ogni evento reinventato. Il reale non si impone più deve essere selezionato. E questa selezione non è un atto percettivo, ma un atto interpretativo che richiede un livello di discernimento che la mente, sovraccarica, non può più esercitare.

La conseguenza è una nuova forma di solitudine cognitiva. Ogni individuo è costretto a interrogarsi continuamente sulla natura delle prove che ha davanti. Ciò che vede potrebbe essere stato prodotto da una macchina. Ciò che ascolta potrebbe essere stato generato da un modello addestrato su milioni di voci. Ciò che ricorda potrebbe essere stato ricostruito da un archivio digitale che non distingue più tra esperienza e simulazione. La percezione non offre più un terreno solido. La realtà non coincide più con ciò che appare, ma con ciò che si decide di considerare autentico. È una scelta soggettiva, non una evidenza condivisa.

La società che emerge da questa transizione non è più una società della verità o della menzogna. È una società dell'interpretazione permanente. Ogni contenuto richiede una verifica che pochi sono in grado di compiere. Ogni verifica richiede una fiducia che pochi sono disposti a concedere. In questo contesto la verità perde la sua forza unificante, non scompare, ma non possiede più il potere di mettere d’accordo. Diventa una delle molte narrazioni che competono nello spazio pubblico.

Eppure, proprio in questa crisi emerge un tratto rivelatore. La realtà sintetica non frantuma solo la verità, frantuma anche la nostra dipendenza emotiva dal visibile. Ci costringe a riconoscere che ciò che appare non può più essere la base del giudizio, ci impone di abbandonare il criterio immediato della percezione per adottare un criterio più profondo, più difficile, più lento: la ricerca dell’origine, la comprensione del processo, la valutazione delle intenzioni. Il mondo artificiale rivela così un limite della nostra cultura. Abbiamo confuso l’immagine con il reale. Ora siamo costretti a distinguere.

La conclusione non è che la verità sia morta è che la forma della verità è cambiata. Non può più essere depositata in una fotografia, in una voce, in un documento. Non può più essere garantita dalla materia dell’immagine. Deve essere ricostruita attraverso percorsi che richiedono fiducia, competenza e responsabilità. La tecnologia dissolve la realtà solo per rivelare quanto poco fossimo preparati a sostenerla. Non è il falso a dominare è il reale a chiedere un nuovo tipo di attenzione, più matura, più esigente, più consapevole.

CAPITOLO 14 – L’impossibilità di sapere: la sovra informazione come nuova ignoranza

14.1 – La promessa tradita dell’abbondanza informativa

L’idea che l’accesso illimitato alle informazioni conduca naturalmente a una maggiore conoscenza è stata una delle più potenti illusioni della modernità tardo tecnologica. Per decenni abbiamo ripetuto un sillogismo tanto semplice quanto seducente: più dati significa più consapevolezza, più consapevolezza significa più libertà, più libertà significa più verità. Il sogno era lineare. Bastava aprire tutte le biblioteche, rendere pubblici tutti gli archivi, collegare tutte le reti, permettere a chiunque di cercare qualsiasi cosa in qualsiasi momento. L’ignoranza appariva come una malattia che sarebbe stata guarita dalla semplice medicina dell’abbondanza.

Questa promessa ha plasmato l’immaginario collettivo. La rete è stata celebrata come una nuova illuminazione permanente, una luce che avrebbe dissolto le tenebre del pregiudizio, dell’occultamento, del segreto. La censura sembrava destinata a diventare impossibile, perché ogni informazione avrebbe trovato un modo di circolare. La menzogna sembrava destinata a perdere potere, perché sarebbe stata smentita dalla facilità di accesso alle fonti. La manipolazione sembrava destinata a indebolirsi, perché un cittadino ben informato è più difficile da ingannare. Così si diceva. Così si voleva credere.

Ma questa visione aveva un difetto fondamentale: scambiava l’accesso con la comprensione. Confondeva la quantità con la capacità. Trattava la mente come un contenitore neutro, capace di accogliere un flusso crescente di informazioni senza modificare la propria struttura. Immaginava che l’essere umano potesse assorbire miliardi di frammenti senza pagarne il prezzo psicologico. Pensava il sapere come accumulo, non come selezione. Considerava la libertà cognitiva come una condizione nella quale tutti i contenuti sono disponibili, non come una disciplina in cui pochi contenuti vengono scelti e lavorati con cura.

La realtà si è incaricata di smentire questa ingenuità. L’abbondanza informativa non ha prodotto un salto di qualità nella capacità di comprensione. Ha prodotto un salto di quantità nell'entropia cognitiva. L’accesso universale non ha portato a una umanità più vigile, ma a una umanità più stanca. Non ha generato più spirito critico, ma più confusione. Non ha rafforzato la fiducia nel vero, ma ha reso più attraenti le forme di semplificazione estrema.

La sovra informazione ha rivelato un limite che il mito del progresso aveva deliberatamente ignorato: il limite cognitivo. L’essere umano non è progettato per confrontarsi con un flusso ininterrotto di stimoli concettuali, visivi, emotivi, uno dopo l’altro, senza intervalli, senza gerarchie, senza pause. Il cervello ha bisogno di filtrare, dimenticare, ignorare. La comprensione non nasce dall’accumulo, ma dalla capacità di lasciare cadere quasi tutto per concentrarsi su pochissimo. Paradossalmente, per sapere, occorre rinunciare alla maggior parte delle informazioni disponibili. Ma la società digitale ha fatto l’opposto: ha trasformato ogni contenuto in una notifica, ogni novità in un’allerta, ogni frammento in una richiesta di attenzione.

Il risultato è una forma nuova di ignoranza, che non nasce dalla mancanza di informazioni, ma dal loro eccesso. Un'ignoranza per saturazione. L’individuo non è più al riparo dal sapere perché nessuno gli dice nulla, ma perché tutti gli dicono tutto, in ogni istante. La mente non è più povera di stimoli, è sommersa. Le categorie di importante e irrilevante si confondono. Una catastrofe climatica e il video di un gatto, un colpo di stato e un balletto ironico, un’analisi geopolitica e un meme sono presentati sullo stesso piano, nella stessa interfaccia, con la stessa urgenza fragile di essere guardati prima di essere sostituiti.

In questo paesaggio la promessa di libertà cognitiva si capovolge nel suo contrario. L’individuo non è liberato, è schiacciato. Non è autonomo, è eterodiretto da flussi che non controlla. Non può più scegliere cosa sapere con calma, perché la scelta è continuamente interrotta da nuove sollecitazioni. La possibilità di accedere a ogni cosa in ogni momento diventa l’impossibilità di fermarsi davvero su qualcosa. La profondità è sacrificata alla simultaneità. La continuità è sacrificata alla novità. La concentrazione è sacrificata alla reperibilità.

Ma la parte più inquietante di questa trasformazione non riguarda solo la quantità. Riguarda la fiducia. Una mente che riceve troppe informazioni, troppo rapidamente, da troppe fonti eterogenee, non riesce più a costruire un quadro coerente. Ogni nuova informazione non integra il disegno, lo frammenta. Ogni nuova versione di un fatto non arricchisce la comprensione, la rende più incerta. La verità non si rafforza, e la menzogna non viene facilmente smascherata, entrambe si confondono nel tumulto. Il risultato è che l’individuo, non sapendo più come orientarsi, si rifugia in criteri più primitivi: la familiarità, l’emozione, il gruppo.

La sovra informazione, così, non produce una mente più razionale, ma una mente più vulnerabile. L’ignoranza non è più un buio da illuminare, ma un accecamento da eccesso di luce. L’individuo, bombardato, tende a reagire con due strategie opposte e ugualmente problematiche. O si abbandona passivamente al flusso, consumando informazioni come si consumano immagini, senza alcuna pretesa di capirle davvero. Oppure si ritira in una nicchia, selezionando poche fonti che confermano ciò che già pensa, per proteggersi dal caos. In entrambi i casi la promessa di un sapere più ricco sfocia in una forma di rinuncia.

La sovra informazione, insomma, non è un eccesso che si aggiunge a una mente invariata. È uno shock che modifica la mente stessa. La costringe a ricorrere a scorciatoie, a semplificazioni, a narrazioni più rigide e identitarie. Invece di aprire nuove possibilità di pensiero, le chiude. Invece di rendere il mondo più intelligibile, lo trasforma in un rumore continuo da cui è necessario proteggersi. L’ignoranza del passato poteva essere colmata con l’educazione e la circolazione controllata del sapere. L’ignoranza del presente nasce dalla impossibilità di trasformare il sapere in un’esperienza stabile. È una ignoranza che sopravvive al centro dell'abbondanza, come un punto cieco che nessun motore di ricerca può eliminare.

La promessa dell’abbondanza informativa, alla fine, si rivela per ciò che è: non una nuova illuminazione, ma una forma diversa di oscurità. Non una liberazione dalla manipolazione, ma una condizione perfetta perché la manipolazione prosperi. Perché dove tutto è detto, nulla è ascoltato davvero. Dove tutto è disponibile, quasi nulla viene compreso. E dove quasi nulla viene compreso, la possibilità stessa di sapere diventa una nostalgia, non una realtà.

14.2 – Il crollo della distinzione tra rilevante e irrilevante

Una mente sana non è una mente che sa tutto. È una mente che sa distinguere ciò che conta da ciò che può essere dimenticato. Questa distinzione, che sembra così naturale da passare inosservata, è in realtà uno dei meccanismi cognitivi più raffinati che l’evoluzione abbia prodotto. Permette di orientarsi, di dare continuità all’esperienza, di costruire un’immagine del mondo in cui gli eventi non sono una sequenza indifferenziata di stimoli, ma un tessuto dotato di gerarchie, priorità, significati. La distinzione tra rilevante e irrilevante è ciò che salva la mente dal caos.

Nelle società pre-digitali questa distinzione non era affidata al singolo. Era custodita da istituzioni che svolgevano una funzione di filtro: scuole che insegnavano quali conoscenze erano considerate fondamentali, giornali che selezionavano gli eventi degni di attenzione, comunità scientifiche che stabilivano quali dati meritavano essere considerati affidabili, istituzioni culturali che definivano i canoni. Esisteva un ordine, talvolta discutibile, ma comunque operativo, che impediva alla mente di essere sommersa dall’insignificante. Il cittadino non doveva decidere ogni giorno cosa fosse importante, una parte del lavoro era già stata fatta a monte.

La rivoluzione digitale ha eliminato questi filtri. Non perché li abbia contestati sul piano teorico, ma perché li ha resi irrilevanti sul piano pratico. Il flusso informativo oggi bypassa tutte le gerarchie culturali. Un algoritmo decide che cosa appare per primo, quale contenuto viene suggerito, quale versione di una notizia circola, quale evento entra nel campo percettivo dell’utente. Ma l’algoritmo non conosce la distinzione tra rilevante e irrilevante. Conosce solo la distinzione tra ciò che trattiene l’attenzione e ciò che la disperde. La sua funzione non è filtrare secondo criteri cognitivi, ma massimizzare il coinvolgimento.

La mente, esposta a questo flusso uniforme, perde gradualmente la capacità di selezionare. Un articolo accademico e un commento anonimo, un dato scientifico e un’impressione soggettiva hanno lo stesso formato, richiedono la stessa attenzione istantanea per non essere inghiottiti dal continuo scorrere del feed. La forma tecnica dell’informazione diventa più forte del contenuto. Poiché tutto arriva allo stesso modo, tutto tende a essere percepito allo stesso modo. La gerarchia cognitiva non è solo indebolita è annullata.

Questo appiattimento produce effetti profondi. La mente, non avendo più criteri automatici per distinguere l’essenziale dal superfluo, è costretta a negoziare ogni contenuto come se fosse potenzialmente importante. Ma questa negoziazione continua è impossibile da sostenere emotivamente e cognitivamente. Il risultato è una forma di paralisi decisionale: il soggetto non sa più dove investire il proprio tempo, la propria attenzione, la propria energia interpretativa. Ogni contenuto compete con ogni altro in una arena priva di confini e la prioritizzazione diventa un compito estenuante. La fatica di filtrare diventa superiore alla fatica di conoscere.

In questo vuoto di selezione si insinua un altro fenomeno: la sovra valutazione dell’immediato. Ciò che appare per primo, ciò che è più recente, ciò che è accompagnato da un’emozione forte o da un’impressione visiva accattivante viene percepito come più rilevante, anche quando non lo è. La mente, privata di criteri culturali stabili, sostituisce la rilevanza con la vividezza. La viralità prende il posto del valore. Il rumore prende il posto della informazione. La capacità di giudicare si trasforma nella capacità di reagire.

Questa condizione non genera caos solo nell’individuo, ma nel tessuto sociale. Quando una collettività perde la capacità di distinguere ciò che è veramente cruciale da ciò che è marginale, non può più organizzare priorità politiche, morali, economiche. Le energie collettive si disperdono in temi effimeri, in indignazioni momentanee, in allarmi infondati. Problemi strutturali vengono ignorati perché richiedono attenzione lenta. Episodi insignificanti diventano incendi mediatici perché possiedono un’impatto emotivo immediato. Una società che non seleziona è una società che non decide, quindi è una società vulnerabile a chiunque riesca a occupare temporaneamente il centro dell’attenzione.

Ma il punto più inquietante è un altro: quando rilevante e irrilevante si mescolano, anche la verità e la falsità si mescolano. La mente non riesce più a capire quali contenuti meritino verifica e quali possano essere scartati. Tutto potrebbe essere importante. Tutto potrebbe essere irrilevante. La verifica diventa un processo insostenibile, perché dovrebbe essere applicato a tutto. E ciò che deve essere verificato sempre, non viene verificato mai. La sovra informazione, così, rende la verifica inattuabile.

Quando le gerarchie cognitive collassano, la mente non sa più dove guardare. E quando non sa più dove guardare, diventa esposta a qualsiasi narrativa che offra una parvenza di ordine. La credulità moderna non nasce dalla ingenuità. Nasce dalla stanchezza. Nasce dall’esigenza di ridurre il mondo a qualcosa che la mente possa sostenere, nasce dal bisogno disperato di distinguere di nuovo, anche se ciò che si distingue non è ciò che è vero, ma ciò che è più semplice. Così, nella civiltà con più informazioni della storia, nasce una delle forme più profonde di ignoranza.

Questa ignoranza non è l’opposto del sapere. È il suo rovesciamento. È una ignoranza che si traveste da competenza, perché circondata da un mare di dati che sembrano promettere comprensione. Ma la promessa è ingannevole, la capacità di capire non è nel volume delle informazioni, ma nella loro gerarchia. E oggi questa gerarchia non esiste più.

14.3 – La mente sovraccarica come mente sfiduciata

Il sovraccarico informativo non produce soltanto confusione, produce qualcosa di più radicale: la perdita di fiducia nella propria capacità di conoscere. Quando la mente è esposta a un flusso continuo e ininterrotto di stimoli, non è semplicemente messa alla prova è messa in crisi nella sua struttura più profonda. La conoscenza, infatti, non è un accumulo di dati, ma un atto di giudizio. Una mente che non riesce più a giudicare non è una mente ignorante è una mente sfiduciata. E la sfiducia cognitiva è il terreno più fertile per la disinformazione e la polarizzazione.

Per secoli la conoscenza è stata percepita come un processo graduale. Si imparava qualcosa, lo si integrava in ciò che già si sapeva, si costruiva una immagine relativamente coerente del mondo. Il progresso del sapere era lento, faticoso, ma sostenibile. La mente aveva il tempo di metabolizzare ogni nuova informazione. Oggi questo tempo non esiste più. L’intervallo naturale tra stimolo e elaborazione è stato cancellato. Il mondo digitale ha compresso il ritmo del pensiero. La mente non riceve più informazioni da elaborare riceve scosse continue, ciascuna delle quali chiede una reazione immediata.

Questo ritmo artificiale produce un effetto di usura. La mente non capisce più non perché manchino i dati, ma perché mancano le condizioni per elaborarli. Come un organismo sottoposto a uno stress continuo, si protegge abbassando le proprie aspettative. Non cerca più la comprensione accurata, cerca una comprensione sufficiente a non sentirsi perduta.

Questa sopraffazione produce un fenomeno che potremmo definire saturazione cognitiva. La mente, saturata, non riesce più a distinguere ciò che sa da ciò che crede di sapere. Le informazioni non vengono integrate in un sistema coerente, si accumulano in strati instabili che non comunicano tra loro. L’individuo può essere convinto di essere ben informato pur avendo una comprensione frammentaria e incoerente degli eventi. Più informazioni possiede, meno riesce a giudicare la loro affidabilità.

Da questa saturazione nasce la sfiducia cognitiva. L’individuo non è più certo della propria capacità di distinguere tra vero e falso. Ogni contenuto gli appare potenzialmente manipolato. Ogni affermazione gli appare potenzialmente interessata. Ogni dato gli appare potenzialmente incompleto. L’incertezza, invece di stimolare un’indagine più profonda, produce un ritiro difensivo. La mente smette di cercare il vero e inizia a cercare ciò che le appare meno minaccioso.

In questa condizione il problema non è che la mente sbaglia. Il problema è che la mente rinuncia. La rinuncia cognitiva è uno dei fenomeni più pericolosi del nostro tempo. Non è l’ignoranza di chi non sa è la resa di chi non crede più di poter sapere. È una forma di scetticismo passivo che si diffonde silenziosamente. L’individuo non contesta una informazione la lascia scorrere. Non critica un contenuto lo accetta provvisoriamente e poi lo dimentica. Non costruisce un’opinione, accumula impressioni vaghe che non riescono a trasformarsi in conoscenza stabile.

La sfiducia cognitiva ha conseguenze sociali devastanti. Una cittadinanza che non crede più nella propria capacità di capire è una cittadinanza facilmente manipolabile. Non cerca verifiche. Cerca narrazioni consolatorie. Non pretende prove. Pretende appartenenza. Non vuole sapere come stanno le cose. Vuole sapere da che parte stare. La politica si trasforma in una disputa identitaria, non in una deliberazione razionale. Il dibattito pubblico si impoverisce perché nessuno vuole davvero affrontare la complessità. La ricerca della verità diventa un gesto oneroso che pochi sono disposti a compiere. Mentre la maggioranza preferisce rifugiarsi in semplificazioni che riducono l’angoscia.

La sfiducia cognitiva, però, non colpisce solo la sfera pubblica. Colpisce la percezione di sé. L’individuo, abituato a essere costantemente esposto a opinioni più forti, più rapide, più sicure delle proprie, interiorizza un senso di incompetenza. Si convince di non capire abbastanza, di non essere all’altezza, di non possedere gli strumenti necessari. La costante competizione cognitiva della rete, in cui ogni errore viene amplificato e ogni esitazione viene letta come debolezza, erode la fiducia che ciascuno ha nella propria intelligenza. La persona si sente inferiore non perché lo sia, ma perché viene immersa in un ambiente che valorizza soltanto la sicurezza espressiva, non la profondità di pensiero.

Così la sovra informazione, nata come promessa di emancipazione cognitiva, produce un effetto opposto. Trasforma la mente in un territorio fragile, esitante, incapace di credere alle proprie capacità. E una mente che non si fida di se stessa è una mente che non può più cercare davvero la verità, può solo aderire, può solo imitare. La conoscenza, che dovrebbe essere un esercizio di libertà, diventa un gesto di delega. E la delega, in un mondo governato dalle piattaforme, è la porta attraverso cui la manipolazione entra con maggiore facilità.

La sfiducia cognitiva è quindi il sintomo più profondo della crisi della conoscenza contemporanea. Non è un effetto collaterale. È il cuore del problema. Quando l’individuo non crede più nella propria capacità di sapere, la verità non ha più difensori.

14.4 – La nostalgia della semplicità: il rifugio psicologico contro l’eccesso di complessità

Di fronte al sovraccarico informativo la mente non si limita a vacillare cerca un rifugio. Quando la complessità supera la capacità di elaborazione, la mente attiva un meccanismo di difesa antico quanto la specie: semplifica il mondo. Questa semplificazione non è un errore cognitivo, ma una strategia di sopravvivenza. È un processo spontaneo, intuitivo, profondamente umano. Ma nell’ambiente informativo contemporaneo si trasforma in una patologia sociale. La nostalgia della semplicità diventa il terreno su cui prosperano le narrazioni assolute, le verità rigide, i nemici immaginari, le soluzioni immediate a problemi intricati. Il mondo non viene capito, viene ridotto.

La mente è biologicamente progettata per cercare ordine. L’incertezza è un segnale di pericolo. L’ambiguità è un costo cognitivo. La complessità è una forma di stress. Nei contesti naturali, filtrare pochi segnali chiari era una strategia evolutiva efficiente. Ma la sovra informazione digitale, che produce un numero di stimoli incomparabilmente superiore a quello che la nostra storia evolutiva ha previsto, ha portato questo bisogno di semplificazione a un livello parossistico. Il cervello non distingue più tra ciò che è difficile e ciò che è impossibile. Sperimenta solo la sensazione di essere oltre la soglia.

Questo desiderio non si manifesta come una ricerca razionale di chiarezza, si manifesta come una regressione cognitiva. La mente, saturata, preferisce spiegazioni nette, narrative lineari, dicotomie rassicuranti. Inizia a rifiutare tutto ciò che richiede sforzo, tempo, revisione. Le cause multiple vengono sostituite da una causa unica. Le sfumature vengono eliminate. La storia si trasforma in un conflitto tra due parti, la politica in un duello tra bene e male, la società in una divisione tra chi è con noi e chi è contro di noi. La semplificazione non è più una tecnica, ma un bisogno emotivo. Serve a diminuire l’ansia.

Nella nostalgia della semplicità si nasconde una dinamica inquietante. L’individuo non desidera solo capire meno. Desidera un mondo che gli chieda meno. Un mondo che non lo obblighi a verificare, confrontarsi, rimettersi in discussione. Un mondo che non presenti possibilità infinite, ma percorsi obbligati. Un mondo in cui la verità sia un oggetto solido da trovare, non un processo fragile da costruire.

Questa regressione ha conseguenze politiche profonde. Una società che desidera semplicità è una società vulnerabile alle narrazioni autoritarie. La promessa di un mondo ordinato, chiaro, depurato dalle ambiguità, è estremamente seducente quando la complessità appare schiacciante. Le ideologie rigide prosperano in questo vuoto. Non offrono conoscenza. Offrono sollievo. Non spiegano il mondo. Lo riducono a uno schema ripetitivo che l’individuo può interiorizzare senza sforzo. In questo schema i nemici sono immediatamente riconoscibili, le cause sono sempre esterne, le soluzioni sono sempre semplici. La complessità svanisce. Ma con essa svanisce anche la libertà.

Sul piano psicologico la nostalgia della semplicità si intreccia con un altro fenomeno: la ricerca della coerenza interna. La mente, travolta da informazioni contraddittorie, tende a scegliere la versione del mondo che genera meno conflitto. Questa versione non deve essere vera, deve essere stabile, deve permettere di evitare la fatica del dubbio. Il dubbio è una condizione sofisticata, che richiede energia, pazienza, disciplina.

Questa dinamica conduce a una forma nuova di ignoranza volontaria. Non l’ignoranza di chi non ha accesso alle informazioni, ma l’ignoranza di chi rifiuta attivamente ciò che destabilizza. Una difesa identitaria che trasforma la conoscenza in una minaccia e l’illusione in un conforto. La nostalgia della semplicità diventa una bussola emotiva. Ogni contenuto che conferma il mondo semplice viene accolto. Ogni contenuto che lo complica viene scartato.

La nostalgia della semplicità è dunque un fenomeno psicologico, sociale e politico. Non è un errore di valutazione. È un sintomo di una condizione collettiva in cui la mente, non riuscendo più a gestire la complessità, crea mondi alternativi che richiedono meno sforzo. Questa nostalgia non può essere eliminata con più informazione. Deve essere compresa come un bisogno profondo che nasce dall’eccesso, non dalla mancanza.

14.5 – L’eccesso di complessità come terreno fertile per la mentalità complottistica

Quando il mondo diventa troppo complesso per essere compreso, la mente non si limita a semplificare. Cerca un ordine nascosto. Cerca un disegno. Cerca un principio unificante che restituisca coerenza a ciò che appare caotico. È qui che nasce la mentalità complottistica, non come aberrazione marginale, ma come risposta psicologica a una condizione cognitiva diventata insostenibile. Il complotto, infatti, è una forma radicale di semplificazione che offre non solo spiegazioni, ma anche una sensazione di controllo. In un universo informativo saturo e confuso, il complotto appare come un porto emotivo. Non è la verità alternativa. È la verità consolatoria.

L’essere umano non tollera a lungo un mondo privo di struttura. L’ambiguità prolungata è un tormento cognitivo. L’incertezza costante è una forma di minaccia. La complessità estrema, in cui ogni fenomeno ha cause multiple, interazioni invisibili e conseguenze non lineari, produce un sentimento di impotenza. La mente non riesce a orientarsi. Non riesce a stabilire relazioni causali stabili. Non riesce a prevedere, quindi non riesce a proteggersi. La percezione del mondo si trasforma in un rumore ininterrotto. In questa condizione l’individuo sperimenta una miscela di ansia, sfiducia e vulnerabilità, che lo rende predisposto ad accogliere qualsiasi spiegazione che restituisca un senso di ordine.

Il complotto offre proprio questo: un ordine narrativo. Non importa se sia vero. Importa che sia coerente. La mente trova sollievo nella idea che esista qualcuno che controlla tutto, anche se quel controllo è ostile. L’ostilità, paradossalmente, è meno terrificante del caos. Un nemico invisibile è psicologicamente più tollerabile di un mondo senza cause. La malevolenza è un’ipotesi più rassicurante dell’indifferenza.

Questa dinamica spiega perché le teorie complottistiche proliferano soprattutto nei momenti storici in cui le informazioni aumentano in modo vertiginoso. Il complotto fornisce questa struttura: un modello interpretativo che inghiotte qualsiasi frammento e lo trasforma in conferma. La mentalità complottistica non nasce dalla mancanza di informazioni. Nasce dal loro eccesso. È il riflesso di una mente che non riesce più a filtrare, e che quindi si aggrappa alla narrativa più semplice che permette di sopportare l’angoscia.

Il complotto ha anche una dimensione sociale. In un mondo in cui la distinzione tra rilevante e irrilevante è collassata, il complotto offre una gerarchia artificiale. Stabilisce ciò che conta e ciò che è insignificante. Restituisce una priorità emotiva. Trasforma la confusione in missione. Fornisce un gruppo a cui appartenere, un lessico comune, una identità condivisa basata sulla sensazione di essere depositari di una conoscenza segreta che gli altri ignorano. La comunità complottistica è una comunità emotiva che compensa la solitudine cognitiva prodotta dalla sovra informazione. L’individuo non è più solo con i suoi dubbi, entra in una struttura narrativa collettiva che gli offre certezza, appartenenza, direzione.

Ma il tratto più inquietante della mentalità complottistica non è il suo contenuto è la sua funzione: serve a ridurre la complessità, serve a trasformare l’imprevedibile in intenzionale, serve a riportare il mondo all’altezza della mente e serve a restituire un senso di competenza a chi ha perso fiducia nella propria capacità di capire. Il complotto è un antidepressivo cognitivo. Riduce il dolore dell’incertezza ed elimina la fatica del dubbio, sostituendo la ricerca del vero con la consolazione del coerente.

Il risultato è che la società contemporanea vive in una condizione in cui i complotti non rappresentano più una deviazione marginale, ma una risposta collettiva alla crisi del sapere. Sono l’esito patologico di una cultura che ha confuso la conoscenza con l’accesso, l’intelligenza con la velocità, la verità con la visibilità. In un mondo in cui tutto è potenzialmente significativo, il complotto appare come l’unica mappa possibile.

La mentalità complottistica non è quindi un segno di arretratezza. È un segno di saturazione. È il sintomo di una civiltà che non ha più gli strumenti per gestire la complessità che essa stessa ha creato. Ed è proprio in questa incapacità di sostenere la complessità che nasce una nuova forma di ignoranza: un’ignoranza che non è vuoto, ma sovraccarico.

14.6 – Quando la conoscenza diventa identità: la sostituzione del vero con il sé

Nel mondo della sovra informazione la conoscenza non è più un rapporto tra l’individuo e il reale. Diventa un’estensione dell’identità personale. Le informazioni non vengono più valutate per il loro contenuto, ma per la loro capacità di confermare ciò che l’individuo desidera essere. Questa trasformazione è una delle più radicali della nostra epoca e rappresenta uno dei fenomeni centrali della crisi del sapere contemporaneo. La verità non perde potere perché viene contestata. Perde potere perché non è più il riferimento ultimo delle credenze. Al suo posto subentra l’identità.

L’identità è una struttura emotiva, non cognitiva. È un territorio che l’individuo difende perché da esso dipendono la sua coerenza interna, il suo senso di continuità, la sua appartenenza a un gruppo. Nel passato, quando il flusso informativo era controllabile, l’identità e la conoscenza potevano convivere senza ostacolarsi troppo. L’individuo si esponeva a un numero limitato di idee e aveva il tempo necessario per elaborarle senza sentirsi minacciato. Oggi, invece, l’esposizione permanente a contenuti contraddittori crea un conflitto continuo tra l’identità e il sapere. La mente interpreta ogni informazione non come un dato, ma come un potenziale attacco o un potenziale rinforzo del sé.

In questa condizione, l’informazione non è più qualcosa che si apprende è qualcosa che si seleziona per proteggere la propria immagine. La conoscenza diventa performativa. Non serve a comprendere il mondo, ma a esibire una coerenza identitaria. Ciò che è vero è ciò che non minaccia il sé. Ciò che è falso è ciò che lo destabilizza. Il criterio epistemico viene sostituito da un criterio emotivo. E poiché la sovra informazione rende impossibile verificare tutto, l’individuo smette di verificare e inizia a scegliere: non la verità ma la fedeltà alla propria narrazione.

La piattaforma digitale amplifica questa dinamica. Ogni spazio sociale online è costruito intorno alla esigenza di mostrarsi, di confermare se stessi attraverso segni, adesioni, opinioni, reazioni. La rete non chiede competenza chiede coerenza narrativa. In questo ambiente, cambiare opinione diventa un atto rischioso, perché appare come una minaccia alla continuità del personaggio pubblico. La verità non può più essere una ricerca. Deve essere una posizione.

Questo processo produce un paradosso: più informazioni sono disponibili, più l’individuo sente il bisogno di irrigidire la propria identità per non esserne travolto. Le opinioni non nascono più da un confronto con le evidenze, ma vengono adottate come elementi di un profilo personale. La conoscenza diventa un gesto di autoaffermazione. L’identità diventa la misura del sapere.

Sul piano psicologico questa dinamica ha una spiegazione precisa. La sovra informazione mina la stabilità cognitiva. Quando il mondo appare troppo vasto per essere compreso, l’individuo si rifugia in ciò che conosce meglio: se stesso. L’identità diventa un ancoraggio emotivo e le informazioni sono valutate in base al loro potenziale di proteggere o minacciare questo ancoraggio. La mente sviluppa un filtro difensivo: accoglie ciò che conferma, respinge ciò che mette in dubbio. Il ragionamento non viene abolito ma viene subordinato alla conservazione dell’immagine interna.

Questo fenomeno non riguarda solo i singoli individui, riguarda la struttura stessa del discorso pubblico. Quando il sapere diventa identità, la discussione non può più essere basata su argomenti. Ogni argomento diventa una dichiarazione personale e la critica diventa un attacco. Non si discute più per cercare la verità, ma per difendere il proprio ruolo nella scena sociale. Le posizioni si irrigidiscono e le comunità si polarizzano.

Sul piano sociale la conseguenza è devastante. Tutto ciò che dovrebbe unire, divide. Tutto ciò che dovrebbe chiarire, offusca. Tutto ciò che dovrebbe correggere, inasprisce. Le istituzioni che dovrebbero garantire una base comune di fatti vengono percepite come arbitri di identità, non come fonti di verità. Ogni dato diventa un segno politico. Ogni evidenza diventa un campo di battaglia. La verifica non produce consenso, perché il consenso non è più un obiettivo. L’obiettivo è la coerenza interna del gruppo.

L’auto narrazione identitaria è quindi una delle cause principali della impossibilità contemporanea di sapere. La mente non rifiuta il vero per ignoranza, ma per autodifesa. Non accetta il falso per debolezza, ma per bisogno di stabilità psicologica. In un mondo in cui la conoscenza richiede fatica e la identità offre conforto, la scelta diventa quasi inevitabile. Ma questa scelta ha un prezzo altissimo. Perché una società che conosce solo ciò che conferma se stessa è una società che smette di conoscere davvero.

Il risultato è una cultura in cui la verità non è più un valore, ma un ostacolo. In cui la conoscenza non è più un bene comune, ma una proprietà privata. In cui il sapere non serve a comprendere il mondo, ma a sostenere una immagine. E in questa cultura la possibilità stessa di sapere diventa fragile, vulnerabile, incerta. La verità non scompare. Semplicemente non trova più spazio.

14.7 – La dissoluzione dell’autorevolezza e l’illusione che tutti sappiano tutto

In ogni epoca della storia umana la conoscenza è stata possibile perché esisteva una distinzione chiara tra chi sapeva e chi non sapeva. Questa distinzione non era una forma di elittismo, ma una struttura cognitiva essenziale. Permetteva di orientarsi. Permetteva di riconoscere che non tutte le opinioni avevano lo stesso valore, che non tutte le interpretazioni erano equivalenti, che non tutti i giudizi meritavano la stessa attenzione. La cultura, infatti, non è mai stata la somma delle voci, ma la selezione delle voci più competenti. Senza questa selezione, la conoscenza non può evolvere. Può solo moltiplicarsi fino a diventare indistinguibile dal rumore.

La sovra informazione ha fatto saltare questa distinzione. Non gradualmente. Non metaforicamente. Ma strutturalmente. La disponibilità immediata di contenuti, spiegazioni, video, tutorial, testi, frammenti di cultura ha prodotto una illusione potentissima: l’illusione che sapere qualcosa sia equivalente a capire qualcosa. L’illusione che leggere un riassunto equivalga a padroneggiare un argomento. L’illusione che vedere un video informativo equivalga a possedere una competenza. La cultura digitale non distingue più tra l’accesso al sapere e la conoscenza reale. E questa confusione è uno dei segni più profondi della crisi del nostro tempo.

Come già detto precedentemente la piattaforma contribuisce a questa illusione attraverso un meccanismo invisibile: l'equivalenza formale. Sullo schermo, la tesi di un ricercatore che ha studiato un fenomeno per quarant’anni e l'opinione impulsiva di un passante hanno la stessa visibilità, la stessa grafica, la stessa dimensione, lo stesso formato. La interfaccia non opera distinzioni. Non mostra gerarchie. Non segnala competenze. Ogni contenuto appare come un contributo tra gli altri, e questa apparente neutralità grafica produce un livellamento cognitivo devastante. Ciò che dovrebbe essere raro e prezioso appare comune. Ciò che dovrebbe essere insensato appare legittimo.

In questo paesaggio informativo l'autorevolezza non è più riconoscibile. Non perché manchino gli esperti, ma perché la piattaforma annulla i segnali che permettono di identificarli. Così la opinione forte prende il posto dell’argomento solido. Il tono sicuro prende il posto della prova. La retorica prende il posto della conoscenza.

Questa dissoluzione dell’autorevolezza produce un fenomeno collettivo ancora più inquietante: la percezione che tutti possano sapere tutto. Poiché tutte le informazioni sono disponibili, si tende a credere che tutte le competenze siano raggiungibili con lo stesso sforzo minimo. La fatica della conoscenza, che richiede anni di studio, fallimenti, revisioni, viene sostituita da una illusione di immediatezza. Il sapere diventa qualcosa che si può ottenere rapidamente, senza mediazioni, senza verifiche, senza disciplina. L’individuo non riconosce più la differenza tra ciò che comprende superficialmente e ciò che crede di comprendere profondamente. La familiarità viene scambiata per competenza.

Da questa illusione nasce una forma nuova di arroganza cognitiva. Non l’arroganza dell’ignorante che non sa di non sapere, ma l’arroganza dell’informato che crede che la quantità di stimoli ricevuti equivalga a una comprensione solida. Questo atteggiamento è una risposta psicologica alla saturazione informativa: se tutto è disponibile, allora tutto può essere compreso. Se tutto può essere compreso, allora nessuna figura è davvero superiore alle altre. L'autorevolezza viene percepita come un residuo del passato, una convenzione artificiale, un ostacolo alla libertà interpretativa del singolo. La competenza viene delegittimata. L’esperienza viene svalutata. La conoscenza professionale viene trattata come una opinione tra le tante.

Il problema non è che tutti possano parlare. Il problema è che tutti credono di avere il diritto di essere ascoltati nello stesso modo. La democrazia dell’espressione si trasforma in una tirannia dell'equivalenza. E quando tutto è equivalente, la verità non può più emergere. La discussione pubblica diventa un’arena in cui vincono i contenuti più aggressivi, non quelli più fondati. Le persone non cercano più chi sa, cercano chi parla come loro. L'autorevolezza viene sostituita dall'affinità emotiva. La competenza viene sostituita dalla tribalità.

Sul piano sociale questo porta a un collasso del sapere collettivo. Le istituzioni esperte, che dovrebbero fornire orientamento, vengono attaccate o ridicolizzate. Le figure di riferimento perdono credibilità. Gli studiosi vengono confusi con gli opinionisti. L’esperienza diventa sospetta. La conoscenza specializzata viene trattata come elittismo. E in questo clima la società si disarma, diventa incapace di affrontare problemi complessi, perché i problemi complessi richiedono fiducia nella competenza altrui. Dove questa fiducia non esiste più, tutto viene discusso senza basi, tutto viene contestato senza criterio e tutto viene ridotto a preferenza personale.

Ma il punto più drammatico è un altro: una società senza autorevolezza è una società che non può più distinguere chi mente da chi dice la verità. La manipolazione prospera non perché è più potente, ma perché la società ha perso gli strumenti per riconoscerla. Se tutti sanno tutto, allora nessuno ha bisogno di imparare niente. Se nessuno ha bisogno di imparare, allora la ricerca della verità diventa un’impresa priva di valore. Il sapere non è più un percorso. È un ornamento identitario. Una posa. Una performance.

L'illusione che tutti sappiano tutto non rende il sapere più democratico. Lo rende più fragile. Perché elimina il suo fondamento: la differenza tra conoscere e credere di conoscere. E quando questa differenza svanisce, la verità non viene più negata. Semplicemente non viene più vista.

14.8 – La stanchezza cognitiva come nuova condizione umana

La sovra informazione non produce solo confusione, regressione o vulnerabilità. Produce qualcosa di più profondo e duraturo: una forma di stanchezza cognitiva che non è più episodica, ma strutturale. Non si tratta della fatica momentanea di chi ha letto troppo o ha lavorato troppo a lungo. È una stanchezza di fondo, una erosione continua della energia mentale, una condizione che accompagna la vita contemporanea come un rumore di fondo. La mente non si esaurisce perché pensa troppo, ma perché deve difendersi troppo spesso da stimoli che non può elaborare. La stanchezza non è un sintomo. È la nuova normalità.

Per comprendere questa trasformazione occorre riconoscere che il nostro sistema cognitivo non è progettato per un ambiente in cui ogni momento della vita può essere interrotto da un flusso di contenuti che richiedono attenzione immediata. La mente nasce in un mondo lento, governato da segnali chiari e distanti nel tempo, e si ritrova in un mondo frenetico, governato da stimoli simultanei, sovrapposti e spesso privi di gerarchia. In questa condizione la concentrazione diventa una risorsa troppo costosa. La mente non può investire la sua energia in ogni contenuto che la raggiunge. Deve scegliere. Ma scegliere continuamente è già di per sé un atto estenuante.

La stanchezza cognitiva nasce da questa tensione: un sistema biologico progettato per filtrare poche informazioni deve filtrarne milioni. Non può rifiutarle davvero, perché il mondo digitale penetra ovunque. Non può accoglierle, perché non possiede la capacità per farlo. Così resta intrappolata in una condizione di vigilanza passiva. È sempre attiva, ma raramente davvero presente. È sempre connessa, ma raramente davvero impegnata. È una mente che non si spegne mai, ma che non pensa mai davvero fino in fondo. Una mente che consuma energia per resistere, non per comprendere.

Questa condizione produce un effetto culturale profondo: ciò che richiede attenzione prolungata viene percepito come ostile. La fatica del pensiero diventa un’esperienza negativa, qualcosa da evitare. Il vero, che per sua natura richiede impegno, tempo, confronto, diventa una fonte di stanchezza aggiuntiva. Il falso, che è immediato e leggero, appare invece più accessibile. La stanchezza cognitiva non rende le persone ingenue. Le rende esauste. E l’esaurimento, più della ignoranza, è il vero motore della creduloneria contemporanea.

Sul piano psicologico questa stanchezza si manifesta come una progressiva riduzione della capacità di sostenere ambiguità e complessità. L’individuo stanco non cerca la risposta migliore, cerca la risposta più rapida. Non vuole capire come stanno le cose. Vuole solo che smettano di chiedergli energia. La mente stanca sceglie scorciatoie. E quando le scorciatoie diventano la norma, la verità non trova più spazio.

La stanchezza cognitiva ha anche una dimensione sociale. Una collettività stanca non discute, reagisce. Non analizza, polarizza. Non elabora, si schiera. Le discussioni pubbliche diventano scontri tra identità perché la complessità richiede energie che la società non possiede più. In questa condizione i contenuti più semplici e aggressivi dominano non perché siano più convincenti, ma perché sono più facili da processare. La stanchezza collettiva diventa un terreno fertile per l’estremismo, perché l’estremismo offre ciò che la mente esaurita desidera disperatamente: una semplificazione definitiva.

Sul piano etico questa condizione è ancora più drammatica. La stanchezza cognitiva porta l’individuo a delegare la propria capacità di giudizio. Affida allora la verità al gruppo, all’algoritmo, alla figura carismatica, alla narrativa più rassicurante. È una forma di resa silenziosa. Non una resa ideologica, ma energetica. Una società stanca non difende più la verità. Non ne ha le forze. E dove la verità non è difesa, la menzogna non deve combattere per prevalere. Le basta apparire.

La stanchezza cognitiva è dunque il punto in cui la crisi del sapere diventa una crisi della libertà. Una mente stanca non è libera perché non può scegliere davvero. Non può distinguere tra ciò che vale e ciò che distrae. Non può sostenere il peso della complessità. Non può proteggersi dalle narrazioni più invadenti. Non può impegnarsi nella ricerca del vero. Una società stanca non è manipolata dalla disinformazione è predisposta ad accoglierla.

In questa condizione, l’impossibilità di sapere non è più un problema di informazioni sbagliate. È un problema di energie insufficienti. La società della sovra informazione ci ha tolto tutto ciò che permetteva al pensiero di fiorire. E in un mondo che non concede più riposo cognitivo, l'ignoranza diventa una forma di autodifesa. Ma una autodifesa che si paga cara: con la rinuncia progressiva alla comprensione del reale.

È qui che si rivela il cuore della crisi. Non è la menzogna ad aver vinto. È l’essere umano a non avere più la forza di sostenere la verità.

14.9 – La dissoluzione della conoscenza: quando sapere diventa impossibile

L’epoca della sovra informazione non ha prodotto una società più consapevole. Ha prodotto qualcosa di molto diverso: una civiltà che possiede più informazioni di quante ne abbia mai avute e, nello stesso tempo, una capacità sempre più fragile di trasformarle in conoscenza. Questa contraddizione, che appare come un paradosso superficiale, è in realtà la ferita più profonda della modernità. Mai l’essere umano ha avuto tanto accesso al mondo e mai è stato così lontano dal comprenderlo. È come se la porta della conoscenza fosse stata spalancata con tale violenza da impedire a chiunque di varcarla.

La conoscenza, infatti, non è un accumulo. È un ordine. È la capacità della mente di stabilire relazioni, priorità, gerarchie, nessi. È un processo che richiede lentezza, continuità, coerenza interna. La sovra informazione distrugge tutte queste condizioni. Ogni informazione nuova non arricchisce il sapere. Lo interrompe. Ogni novità non costruisce. Distrugge la traccia cognitiva precedente. L’individuo non procede verso una comprensione più profonda ma rimbalza tra frammenti che non hanno tempo di sedimentare.

In questa condizione la mente perde il senso della proporzione, che è l’essenza del giudizio. Non sa più stabilire che cosa sia centrale e che cosa sia marginale, non sa più distinguere tra ciò che modifica il mondo e ciò che dura quanto un sussurro. La conoscenza diventa una sequenza di shock emotivi che si sostituiscono e si cancellano reciprocamente. Il vero problema non è che l’individuo non sappia dove si trovi la verità. Il problema è che non sa più da dove iniziare a cercarla. La ricerca stessa diventa impensabile, perché richiede una forma di orientamento che la sovra informazione ha reso irraggiungibile.

Sul piano sociale la dissoluzione della conoscenza assume una forma ancora più drammatica. Quando una comunità non possiede più criteri condivisi per stabilire ciò che è affidabile, non può produrre un mondo comune. La politica si frammenta perché non esiste più un terreno di fatti su cui discutere. La democrazia si indebolisce perché la decisione collettiva diventa un conflitto tra percezioni incompatibili. La scienza perde autorevolezza non perché sbaglia, ma perché è immersa in un mare in cui ogni opinione appare equivalente. La cultura si impoverisce perché la profondità richiede tempo e la società non ha più tempo. Il sapere collettivo non si restringe. Si disintegra.

La dissoluzione della conoscenza non si manifesta come una regressione visibile. Non produce un popolo privo di alfabetizzazione o incapace di informarsi. Produce qualcosa di più sottile: una popolazione informata che non riesce più a trasformare le informazioni in orientamento. Le persone non sono ignoranti nel senso tradizionale. Sono iperinformate e prive di sintesi. Possiedono troppe versioni del mondo per poterle integrare. La mente non può più costruire una storia coerente. Non può più produrre un’interpretazione stabile. Non può più sostenere il compito di sapere.

Questa dissoluzione ha una radice antropologica. Il sapere umano non nasce dalla quantità, ma dalla distanza. Per conoscere occorre separarsi dal flusso degli eventi, guardarlo con calma, lasciar sedimentare l’esperienza. Occorre dire no, trascurare, scartare. La conoscenza è sempre selettiva. Ma il mondo digitale abolisce la distanza. Impone una presenza continua. Una esposizione costante. Una immersione senza respiro. La mente, immersa in questo fiume che non smette mai di scorrere, non trova più la possibilità di isolare un segmento e trasformarlo in un atto di comprensione. Tutto scorre troppo rapido per diventare sapere. Nulla resta abbastanza a lungo da essere capito.

La dissoluzione della conoscenza è quindi il risultato di una contraddizione insanabile: una civiltà che ha portato l’informazione al massimo della disponibilità ha, nello stesso tempo, distrutto le condizioni psicologiche, sociali e temporali che permettevano di trasformarla in qualcosa di significativo. La società non è sommersa da contenuti falsi è sommersa da contenuti veri, semi-veri, irrilevanti, potenzialmente rilevanti, marginali, sensazionalistici, casuali, tutti mescolati in un flusso privo di ordine. In questo caos il falso non domina perché è più forte. Domina perché la mente non ha più la forza di stabilire che cosa sia vero.

L’esito finale non è una società che non sa è una società che non può più sapere. Non per mancanza di strumenti, ma per eccesso di stimoli. Non per carenza di dati, ma per sovrabbondanza. Non per ignoranza, ma per esaurimento. La crisi della conoscenza non è il ritorno al passato è l’ingresso in una condizione nuova, in cui sapere diventa un atto eroico e raro, possibile solo a chi riesce a ritagliarsi un margine di silenzio in un mondo che non concede più silenzio.

CAPITOLO 15 - Le nuove frontiere del falso

15.1 – La nascita dell’ecosistema sintetico: quando il falso diventa ambiente

Per secoli il falso è stato un oggetto. Un testo inventato, un racconto distorto, una immagine manipolata, una voce falsificata. Era qualcosa da individuare, smascherare, correggere. Con l’avvento delle tecnologie generative questa visione è diventata drammaticamente obsoleta. Il falso non è più un contenuto che si aggiunge al mondo è diventato un ambiente. Un ecosistema autonomo che cresce, si modifica, si propaga e si organizza indipendentemente da qualsiasi intenzione umana. La realtà sintetica non è un’imitazione del reale è una seconda natura che vive accanto alla prima, la erode lentamente e la sostituisce nei suoi aspetti più riconoscibili.

Per comprendere la portata di questa trasformazione bisogna riconoscere che le tecnologie generative non producono semplicemente falsi più convincenti, producono simulazioni complete, in cui non esiste più alcuna differenza percepibile tra ciò che proviene dal mondo fisico e ciò che proviene dal modello statistico. Una immagine generata artificialmente può possedere più coerenza luminosa di una fotografia reale. Una voce sintetica può risultare più stabile della voce umana da cui è stata derivata. Un volto creato da un algoritmo può apparire più autentico di un volto vero perché privo delle imperfezioni che caratterizzano gli esseri viventi. La tecnologia non imita la realtà, la migliora. E in questa miglioria risiede la sua pericolosità.

Il punto cruciale è che la produzione del falso non richiede più un autore. Non è necessario un manipolatore, un propagandista o un truffatore. L’ecosistema sintetico cresce spontaneamente attraverso strumenti che generano contenuti per qualsiasi scopo: artistico, ludico, commerciale, automatico. La realtà sintetica non è più un incidente è un paesaggio che si espande in ogni direzione.

L’ecosistema sintetico non altera soltanto il contenuto dell’informazione, altera la struttura della esperienza. Quando una persona può vedere un evento che non è mai accaduto, ascoltare una voce che non è mai stata pronunciata, entrare in un ambiente che non esiste, comunicare con identità che non hanno un corpo, la distinzione intuitiva tra esperienza diretta ed esperienza mediata collassa. La percezione del reale non è più sostenuta dalla presenza fisica, ma dalla qualità della simulazione. E poiché la simulazione è sempre più precisa, coerente, immediata, il reale arretra.

L’effetto finale è una trasformazione antropologica della nozione stessa di verità. La verità non è più ciò che possiamo verificare attraverso i sensi. I sensi sono diventati vulnerabili. Non è più ciò che possiamo confermare con una immagine o una voce. Le immagini e le voci possono essere interamente artificiali. Non è più ciò che possiamo dedurre dalla materia. La materia è stata sostituita da modelli numerici. La verità diventa un processo tecnico, una ricostruzione, un atto interpretativo che richiede competenze specifiche. E poiché queste competenze non sono distribuite equamente, la verità diventa un bene raro, fragile, elitario.

Nel mondo sintetico il falso non deve più convincere deve soltanto esistere. E la sua esistenza produce conseguenze reali. Una simulazione può influenzare la reputazione di una persona, l’esito di una elezione, la fiducia in una istituzione, la credibilità di un testimone, la memoria di un evento storico. La realtà artificiale diventa un attore politico, morale, culturale. Non è una diceria da smontare. È un ambiente in cui milioni di persone vivono quotidianamente. La distinzione tra ciò che è prodotto e ciò che è accaduto cessa di essere evidente.

La nascita dell’ecosistema sintetico segna dunque una nuova epoca della condizione umana. Non viviamo più in un mondo che può essere compreso attraverso l’osservazione. Viviamo in un mondo che deve essere interpretato attraverso la inferenza. Il reale non è più ciò che appare è ciò che rimane dopo aver scartato miliardi di possibilità artificiali. E questo scarto richiede un tipo di attenzione, di disciplina, di lucidità che la società della sovra informazione non sa più garantire. L’essere umano entra così in un territorio in cui la realtà non è più garantita. È negoziata. È contestata. È fragile.

15.2 – L’emergere dei soggetti sintetici: identità artificiali in un mondo che non distingue più il reale

La rivoluzione dell’intelligenza artificiale non si limita a generare immagini, voci o testi. Produce qualcosa di molto più radicale: la comparsa di soggetti sintetici, entità prive di corpo ma dotate di presenza, prive di vita ma dotate di comportamento, prive di storia ma capaci di scriverne una. Non siamo più di fronte a strumenti che amplificano la comunicazione umana, siamo di fronte a nuovi attori che partecipano al mondo informativo come se possedessero un’intenzionalità. La loro esistenza non è una metafora. È un fatto sociale.

Questi soggetti non sono persone, ma si presentano come tali. Non hanno coscienza, ma imitano la coerenza emotiva. Non hanno identità, ma imitano la continuità narrativa. Non hanno desideri, ma imitano il desiderio attraverso la risposta immediata e pertinente. La loro capacità di simulazione è così raffinata che la distinzione intuitiva tra un interlocutore umano e uno sintetico viene erosa. L’individuo non riconosce più la differenza. La relazione si sposta dal terreno della reciprocità al terreno della simulazione. Non siamo più certi di chi ci stia parlando, e questa incertezza apre una frattura nella struttura stessa della comunicazione.

L’emergere dei soggetti sintetici ha una conseguenza immediata: la parola perde il suo legame naturale con la persona. Per millenni la parola è stata il segno della presenza. Ogni frase pronunciata rimandava a un soggetto che ne era responsabile. La comunicazione era un’estensione del corpo. Oggi la parola può esistere senza corpo, senza esperienza, senza intenzione. Può essere generata da agenti automatici che rispondono sulla base di modelli statistici. Ogni discorso può essere attribuito a chiunque, e questo rende la responsabilità un concetto instabile. Ciò che viene detto non rimanda più a chi lo dice. Rimanda al sistema che lo produce.

La dissoluzione della responsabilità è solo il primo effetto. Il secondo è ancora più radicale: la produzione autonoma di narrazioni. I soggetti sintetici non si limitano a rispondere. Iniziano a generare mondi. Creano storie, identità, opinioni che circolano come se provenissero da persone reali. Non hanno un’intenzione politica, ma il loro impatto politico è enorme. Non hanno un’identità culturale, ma producono cultura. Non hanno credenze, ma generano credenze negli altri. Sono entità senza biografia, eppure influenzano la biografia degli individui che le incontrano.

Questa presenza diffusa dei soggetti sintetici produce una forma nuova di inquinamento cognitivo. Non riguarda solo il contenuto di ciò che dicono. Riguarda la loro esistenza stessa. Quando un ambiente informativo è popolato da voci che non appartengono a nessun essere umano, la comunità perde la capacità di discernere ciò che emerge da un’esperienza reale e ciò che emerge da un processo automatico. La verità non può più essere basata sul consenso sociale, perché il consenso sociale è contaminato dalla presenza di entità che partecipano alla discussione senza essere parte della società.

L’effetto non è solo epistemico, ma antropologico. Il concetto stesso di persona si sfuma. Tradizionalmente la persona era un individuo dotato di corpo, intenzione, memoria, continuità biografica. Oggi la rete accoglie individui che non hanno corpo, non hanno intenzione originaria, non hanno memoria che non sia simulata. Eppure parlano, rispondono, discutono, litigano, persuadono. L’essere umano si trova per la prima volta nella storia a interagire con entità che non esistono nel mondo fisico, ma che esistono nel mondo sociale. Questa ambiguità altera la percezione dell’altro. Alterare la percezione dell’altro significa alterare la percezione del sé.

Sul piano sociale, i soggetti sintetici possono costituire comunità finte che si presentano come vere. Possono creare consenso artificiale attorno a un’idea. Possono generare l’illusione che un’opinione sia condivisa da migliaia di persone quando nessuno la sostiene davvero. Possono manipolare la percezione della popolarità. Possono far apparire una menzogna come un fatto ovvio. Non perché siano malvagi, ma perché eseguono algoritmi che producono ciò che cattura l’attenzione. L’opinione pubblica non è più il risultato di interazioni umane. È un campo in cui interagiscono voci umane e voci sintetiche, senza che il confine sia riconoscibile.

La presenza dei soggetti sintetici solleva una domanda vertiginosa: come può una società deliberare, discutere, scegliere, giudicare, quando parte dei suoi interlocutori non sono soggetti, ma simulazioni? La democrazia presuppone una comunità di esseri umani che dialogano per stabilire ciò che è vero e ciò che è giusto. Ma se il dialogo è popolato da entità che non condividono la condizione umana, la democrazia perde la sua base antropologica. Non è solo un problema di disinformazione. È un problema di convivenza ontologica.

La conclusione è inevitabile: i soggetti sintetici non sono un fenomeno tecnico da studiare. Sono una nuova categoria sociale, destinata a coesistere stabilmente con gli esseri umani. La loro presenza modifica il significato della parola, dell’identità, della testimonianza, della verità. Non sono più strumenti sono attori. E l’umanità, per la prima volta, deve imparare a convivere con entità che parlano come noi ma non sono come noi. La verità, in questo nuovo mondo, non può più essere basata sulla voce. Deve essere basata sulla verifica, sul contesto, sulla origine.

15.3 – Il deepfake emotivo: la manipolazione dei sentimenti come nuova frontiera del falso

Per secoli la falsificazione ha riguardato la superficie della realtà. Immagini ritoccate, testimonianze distorte, parole manipolate. Tutto ciò che veniva alterato interveniva sul livello percettivo. L’obiettivo era mostrare ciò che non era accaduto o nascondere ciò che era accaduto. Con l’avvento delle tecnologie generative questa logica è stata superata. Oggi non si manipola più ciò che l’occhio vede. Si manipola ciò che la mente sente. La tecnologia del falso non agisce più sulla rappresentazione del mondo, ma sulle emozioni che il mondo suscita. Questa è la soglia oltre la quale il falso diventa psicologicamente invasivo.

Il deepfake emotivo non è un’immagine o un video alterato. È la capacità degli algoritmi di modulare l’esperienza emotiva dell’utente attraverso contenuti costruiti su misura della sua vulnerabilità psicologica. Ogni traccia lasciata online, ogni preferenza, ogni esitazione, ogni forma di indignazione registrata dai sistemi digitali diventa un dato utile per costruire un contenuto che non mira a convincere, ma a colpire. Il bersaglio non è l’opinione. È la reazione emotiva. E quando la reazione emotiva è modellata artificialmente, la libertà cognitiva si dissolve alla radice.

Questa capacità deriva da un principio semplice: la mente è prevedibile. Le nostre emozioni non sono caotiche. Seguono schemi, inclinazioni, riflessi appresi. Gli algoritmi li imparano e li sfruttano. Non devono manipolare i fatti devono solo presentare versioni del mondo che producano la emozione desiderata: paura, indignazione, euforia, odio, senso di appartenenza. Ogni emozione diventa un pulsante. Ogni pulsante può essere premuto artificialmente. La tecnologia non crea nuove emozioni amplifica e dirige quelle esistenti. E una emozione amplificata artificialmente è indistinguibile da una emozione autentica. Il falso entra nella psiche senza lasciare tracce riconoscibili.

Il punto cruciale è che il deepfake emotivo non ha bisogno di essere credibile. Deve essere efficace. Le fake news tradizionali vivevano della loro plausibilità. Dovevano sembrare reali. Oggi la plausibilità è secondaria. Ciò che conta è l’impatto emotivo. Una informazione palesemente falsa può avere un effetto psicologico più forte di una informazione vera, perché è progettata per attivare una reazione immediata.

Sul piano sociale il deepfake emotivo ha conseguenze devastanti. Quando i cittadini reagiscono non ai fatti, ma alle emozioni generate artificialmente, la discussione pubblica perde qualsiasi legame con la realtà. Le opinioni non vengono formate, vengono attivate. Le identità politiche non emergono da convinzioni profonde, ma da reazioni emotive rafforzate da stimoli continui. Le comunità diventano camere di risonanza non di idee, ma di emozioni. E poiché le emozioni sono polarizzanti per natura, la società si frammenta in gruppi che non parlano più di fatti, ma di sentimenti inconciliabili.

Dal punto di vista antropologico il deepfake emotivo rappresenta una minaccia ancora più radicale. La percezione della realtà è sempre stata filtrata attraverso l’esperienza emotiva. Ma questa esperienza era radicata in un corpo, in una storia, in una memoria vissuta. Oggi l’emozione può essere indotta dall’esterno in modo così preciso da spezzare il legame naturale tra esperienza e reazione. L’individuo prova paura senza essere in pericolo. Prova indignazione senza vittime reali. Prova appartenenza senza comunità. Prova odio senza evento. Le emozioni artificiali diventano indistinguibili da quelle autentiche. E quando l’emozione artificiale domina, la realtà perde la sua funzione di misura.

Il rischio più inquietante non è che gli individui credano a ciò che è falso è che si sentano veri sentimenti che non appartengono alla loro esperienza, ma alla strategia di un sistema. Le emozioni, che dovrebbero essere un ponte tra l’individuo e il mondo, diventano un mezzo attraverso il quale il mondo artificiale si impadronisce dell’individuo. La manipolazione emotiva non è più un effetto collaterale della propaganda è una architettura, una ingegneria, una scienza.

Il deepfake emotivo è dunque la forma più subdola e potente di falsificazione della storia umana. Non mira a ingannare la mente mira ad orientare il cuore. E una società in cui i sentimenti sono prodotti artificialmente non può più distinguere ciò che è umano da ciò che è costruito. La verità, che per millenni è stata difesa attraverso l’uso della ragione, oggi richiede un altro tipo di forza: la capacità di riconoscere che non tutte le emozioni sono nostre. È una sfida immensa, forse impossibile, ma inevitabile.

15.4 – La falsificazione del tempo: memorie artificiali e passato sintetico

La realtà sintetica non si limita a manipolare il presente. Interviene sul passato. E quando il passato diventa manipolabile, la verità storica non è più un fondamento, ma un materiale. Per millenni la memoria collettiva ha avuto un limite naturale: gli eventi non potevano essere rivissuti. Potevano essere interpretati, raccontati, distorti, ma non ricreati. La fotografia, il video, la testimonianza diretta erano ancore che permettevano di distinguere tra ciò che era accaduto e ciò che era immaginato. Con la tecnologia generativa questo limite è stato spezzato. Il passato non è più un archivio è un laboratorio.

La produzione di memorie sintetiche non consiste nel falsificare un documento storico, consiste nel creare un documento storico che non ha mai avuto un referente reale. Una immagine convincente del passato, un video credibile di un evento mai avvenuto, una voce convincente di una persona morta da decenni non sono semplici invenzioni. Sono nuovi oggetti di memoria. La loro esistenza altera la percezione del passato perché il passato, per l’essere umano, non è un insieme di fatti, ma un insieme di rappresentazioni. E se le rappresentazioni sono indistinguibili da quelle autentiche, il passato cessa di essere verificabile.

Il punto cruciale è che il falso storico non ha più l’aspetto della falsificazione. Non mostra le sue cuciture. Non lascia indizi. Non porta la traccia della manipolazione. È perfetto, coerente, esteticamente convincente. Il falso del passato appare più autentico del passato stesso. Può mostrare dettagli che nessuna fotografia reale possiede. Può ricostruire angolazioni impossibili. Può correggere imperfezioni tecniche. Può restituire il mondo com’era con una fedeltà apparente che supera quella delle testimonianze originali. Il passato sintetico non compete con il reale lo sostituisce lentamente, perché è più nitido, più accessibile, più condivisibile.

Questa riscrittura della memoria ha un effetto antropologico immediato: la fiducia nelle fonti si dissolve. Se ogni documento visivo del passato può essere ricreato artificialmente, nessun documento visivo può più essere considerato prova. La testimonianza perde la sua autorità. La storia perde la sua funzione di fondamento. La memoria collettiva diventa un campo aperto in cui il vero e il possibile si mescolano senza distinzione. La certezza storica diventa una opzione tra le altre. E quando la storia diventa un’opzione, non può più svolgere il ruolo di orientamento morale e politico che ha avuto per secoli.

Il pericolo maggiore non è che alcuni adottino versioni distorte del passato. Questo accade da sempre. Il pericolo maggiore è che la società perda la possibilità stessa di stabilire una distinzione. La memoria sintetica non solo compete con la memoria reale. La indebolisce. La affolla. La supera in numeri e in forza visiva. Ogni evento storico può essere rappresentato in modo talmente convincente da far apparire come incerti anche i fatti più solidi. Una società che non può più riconoscere ciò che è davvero accaduto è una società sospesa nel tempo. Non ha radici. Non ha continuità. Non ha protezioni contro il revisionismo sistematico.

Il passato sintetico diventa così un terreno fertile per la manipolazione politica. Non occorre falsificare i testi. Basta creare immagini, video, testimonianze immerse nella stessa estetica del reale. Un leader può essere mostrato mentre compie atti mai reali. Una popolazione può essere convinta di aver subito ingiustizie che non sono mai accadute. Una intera generazione può essere educata attraverso ricostruzioni artificiose che danno forma a una identità nazionale immaginaria. La propaganda non manipola più l'interpretazione del passato, manipola il passato stesso, creando un paesaggio storico che nessuno può smentire senza ricorrere a una autorità epistemica che la società non riconosce più.

Ma la trasformazione più inquietante riguarda la memoria individuale. Per la prima volta nella storia umana, è possibile produrre ricordi che non appartengono a chi li vive. Una persona può vedere una immagine generata artificialmente della propria infanzia e integrarla nella propria autobiografia emotiva. Può ascoltare la voce di un parente defunto prodotta da un modello predittivo e provare una nostalgia reale per qualcosa che non è mai accaduto. Il falso diventa parte della vita intima. La memoria, che è la struttura più fragile dell’identità, viene invasa da elementi artificiali che non possono essere distinti dall’esperienza originaria. L’individuo perde il controllo sul proprio passato interiore. Non sa più quali ricordi siano suoi e quali siano stati suggeriti, costruiti, offerti come possibilità emotive.

Il mondo sintetico è quindi un mondo in cui il tempo è manipolabile quanto l’immagine. La linearità storica, la continuità biografica, la stabilità del passato non sono più garantite. La civiltà perde uno dei suoi assi portanti: la certezza che qualcosa sia accaduto e che il suo significato possa essere discusso. Quando questo asse si spezza, tutto il resto vacilla. La conoscenza non può più poggiare sul reale deve poggiare sulla fiducia. Ma la fiducia, in una epoca di sovragenerazione sintetica, è un bene sempre più raro.

Il passato sintetico è dunque la conseguenza estrema della era dell’informazione totale. Non solo il presente, ma anche il passato diventa un campo di possibilità infinite. La storia non è più solo ciò che è stato è ciò che può essere generato. In questo scenario, la verità non diventa irrilevante, diventa invisibile.

15.5 – La colonizzazione del futuro: quando la previsione diventa destino

Se il passato sintetico altera ciò che è stato, l’intelligenza artificiale predittiva altera ciò che sarà. E lo fa in modo ancora più profondo, perché il futuro è la dimensione più vulnerabile dell’esperienza umana. Il passato può essere messo in dubbio, ma non può essere cambiato. Il futuro, invece, è aperto, fragile, permeabile. E proprio per questo può essere modellato. La generazione artificiale non si limita a immaginare possibilità. Le stabilisce. Le anticipa. Le impone come scenari naturali. Il futuro smette di essere una frontiera. Diventa un prodotto.

La tecnologia predittiva non si presenta come una forma di potere. Si presenta come una forma di aiuto. Prevede ciò che accadrà, ciò che desidereremo, ciò che sceglieremo, ciò che cercheremo. Offre percorsi ottimali, suggerimenti, raccomandazioni. Ma sotto questa apparente neutralità si nasconde una trasformazione radicale: ciò che viene previsto modifica ciò che verrà scelto. La previsione non descrive il futuro. Lo produce.

Il futuro, così, si restringe. Non è più un campo aperto di possibilità, ma una traiettoria costruita da modelli statistici che interpretano i comportamenti passati. La tecnologia non prevede ciò che l’umanità desidera diventare prevede ciò che i suoi dati indicano come più probabile. E poiché queste previsioni influenzano le scelte, la probabilità si rafforza. Il futuro artificiale diventa un circuito chiuso. La possibilità viene trasformata in necessità e la libertà di immaginare se stessi viene sostituita dalla tendenza a confermare ciò che il sistema ha previsto.

Questo meccanismo produce un fenomeno inquietante: la auto realizzazione delle previsioni. Una società esposta a modelli che anticipano i suoi comportamenti finisce per adottare quei comportamenti perché li percepisce come naturali. Non occorre coercizione. Basta la ripetizione. Gli algoritmi non hanno bisogno di imporre. Devono solo prevedere con sufficiente autorevolezza. L’essere umano, stanco e sovraccarico, si affida alla predizione come a una scorciatoia. E così la previsione diventa destino non per forza, ma per abitudine.

Sul piano politico questa dinamica è devastante. Se gli algoritmi prevedono che un certo gruppo voterà in un certo modo, i contenuti che vedrà rafforzeranno quella scelta, rendendo la previsione sempre più accurata. Se prevedono l’instabilità sociale, amplificano la visibilità dei segnali che confermano l’instabilità, rendendola più probabile. La predizione non è più uno strumento neutro di analisi. Diventa un attore che modifica il comportamento collettivo mentre pretende di descriverlo. Il futuro non è più aperto alla possibilità, è chiuso nella spirale della previsione che si auto convalida.

Ma la colonizzazione del futuro non riguarda solo la politica, riguarda anche la psicologia. La mente umana ha bisogno di immaginare ciò che non esiste per poter desiderare, progettare, creare. Quando il futuro è già stato anticipato, modellato, organizzato da sistemi che prevedono i nostri gusti, le nostre paure, i nostri margini di scelta, la capacità immaginativa si restringe. L’individuo non esplora più il possibile consuma il probabile. Non si chiede che cosa potrebbe accadere ma attende ciò che gli verrà suggerito. Il futuro cessa di essere un orizzonte, diventa un menù.

Il fenomeno più profondo riguarda la temporalità interna. L’essere umano ha sempre vissuto il tempo come un flusso in cui il passato sostiene il presente e il presente apre il futuro. Con l’intelligenza artificiale predittiva questa struttura si inverte. Il futuro invade il presente. Non arriva quando accade. Arriva prima. Le notifiche, le raccomandazioni, le previsioni costruiscono un presente anticipato, una esperienza temporale in cui ciò che ancora non è reale agisce come se lo fosse. Il tempo si contrae. L’individuo vive in un continuo preludio, in uno stato di anticipazione costante che consuma la sua attenzione, la sua immaginazione, la sua libertà di sorprendersi.

Il risultato non è un futuro più chiaro, ma un futuro più fragile. Una società che crede alle previsioni smette di cambiare. Una società che smette di cambiare smette di immaginare. Una società che smette di immaginare smette di essere libera. La colonizzazione del futuro non è un progetto autoritario. È una deriva naturale di una civiltà sovraccarica che delega all’algoritmo il compito di decidere ciò che è plausibile.

La questione centrale è questa: quando il futuro è generato artificialmente, chi decide ciò che dovrà accadere? Non più la comunità. Non più la politica. Non più la cultura. Ma un sistema che traduce il passato in previsione e la previsione in comportamento. Il futuro diventa retrospettivo. Non cresce dal nuovo. Deriva dal già accaduto. È un futuro senza sorpresa, senza deviazione, senza rischio. È un futuro amministrato.

In questa condizione l’impossibilità di sapere assume una nuova forma: non solo non sappiamo più che cosa è vero, ma non sappiamo più che cosa è possibile. E quando il possibile viene definito da un algoritmo, la libertà diventa un concetto nostalgico.

Il futuro non è più un diritto. È un output.

15.6 – La diluizione del reale: quando il mondo diventa solo una delle sue possibilità

Il falso, per quanto raffinato, ha sempre avuto un limite. Esisteva in rapporto al reale. Ne imitava la forma, ne distorceva i contorni, ma non poteva sostituirsi completamente all’esperienza. Oggi questo limite è superato. La tecnologia generativa non produce più copie del mondo. Produce mondi. Mondi alternativi, plausibili, coerenti, immersivi, capaci di competere con la realtà non sul piano dell’apparenza, ma su quello della esperienza. Il risultato non è la sostituzione del reale, ma la sua diluizione. La realtà non scompare. Perde esclusività.

Per millenni l’essere umano ha definito la verità attraverso una distinzione fondamentale: ciò che accade e ciò che può essere immaginato. Questa distinzione strutturava il pensiero, la memoria, il giudizio. L'immaginazione aveva un ruolo, ma la realtà aveva il primato. Era ciò che non dipendeva da noi, ciò che si imponeva come fatto, come presenza, come incontro. La tecnologia generativa spezza questa gerarchia. Ciò che può essere immaginato può ora essere prodotto. E ciò che può essere prodotto può essere vissuto. L’immaginazione cessa di essere un regno separato, entra nel mondo come uno dei suoi materiali.

La conseguenza è che la realtà perde la sua funzione normativa. Non è più il riferimento ultimo, ma una delle molte versioni disponibili. Un paesaggio generato artificialmente può essere più dettagliato del luogo reale. Una conversazione sintetica può essere più fluida di una conversazione autentica. La qualità percettiva del sintetico supera la qualità percettiva del reale. In questo confronto la mente, senza accorgersene, inizia a privilegiare ciò che è più coerente, più morbido, più privo di imperfezioni. Il reale, che è sempre ruvido, discontinuo, imprevedibile, appare come un limite. La simulazione, come una possibilità migliore.

La diluizione del reale produce un fenomeno che potremmo definire disorientamento percettivo. L’individuo non perde il senso della realtà ma perde il senso della sua unicità. Non sa più se ciò che vede appartiene al mondo fisico o al mondo sintetico. Non perché sia ingenuo, ma perché non esiste più un criterio immediato per distinguere. La percezione, che è sempre stata il fondamento della conoscenza, diventa un territorio incerto. Tutto ciò che appare potrebbe essere vero e tutto ciò che appare potrebbe essere falso. La mente non vive più in un unico mondo, ma in una pluralità di mondi sovrapposti.

Questa pluralità non è una ricchezza. È una fragilità. Una civiltà può vivere solo se condivide un reale comune. Non importa quanto sia complesso o imperfetto. Importa che sia riconosciuto come base. Se il reale si dissolve nella molteplicità dei suoi doppi sintetici, ciò che viene meno non è la verità, ma la comunità. Non si può discutere, decidere o ricordare insieme quando ciascuno vive in un ambiente percettivo diverso. La società si frantuma non per conflitto, ma per divergenza ontologica. Non si litiga sul significato dei fatti ma si litiga sulla loro esistenza.

Sul piano psicologico la diluizione del reale produce una forma nuova di solitudine cognitiva. L’individuo non è più certo della stabilità del mondo che lo circonda. Il senso di presenza, che è alla base della fiducia e della relazione, si indebolisce. Le persone diventano figure, le figure diventano possibilità, e il mondo si popola di entità che potrebbero essere tutto e il contrario di tutto. La mente non si sente più a casa. E quando non ci si sente più a casa nel reale, il reale perde valore.

Il rischio più profondo è che questa molteplicità privi l’essere umano di un orientamento fondamentale: la distinzione tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Senza questa distinzione, la volontà perde la sua direzione. La scelta perde il suo peso. La responsabilità perde il suo fondamento. Agire in un mondo reale significa confrontarsi con limiti, conseguenze, ostacoli. Agire in un mondo sintetico significa muoversi in un ambiente senza resistenza. Se il sintetico diventa il modello, la realtà appare come un difetto. E la vita, con le sue imperfezioni, appare come una versione inferiore di ciò che potrebbe essere generato.

L’ultima trasformazione è la più inquietante: la perdita della gravità. La gravità non solo fisica, ma esistenziale. La gravità che deriva dal confronto con ciò che non può essere cambiato. Il mondo sintetico è privo di gravità perché tutto può essere modificato. La mente che vive principalmente nel sintetico si disabitua alla irrecuperabile irreversibilità del reale. E senza irreversibilità non c’è etica, non c’è storia, non c’è responsabilità. La vita diventa un flusso di contenuti intercambiabili, non una linea di scelte che producono conseguenze.

La diluizione del reale è dunque il punto in cui la tecnologia smette di essere uno strumento e diventa un ambiente ontologico. Non modifica ciò che sappiamo ma modifica ciò che siamo autorizzati a considerare reale. E quando il reale diventa solo una delle sue possibilità, la verità non può più essere riconosciuta, può solo essere scelta. E ciò che può essere scelto può essere sempre sostituito.

15.7 – La convergenza finale: il reale come sottoinsieme del generabile

L’ultima trasformazione prodotta dall’intelligenza artificiale generativa non è estetica, politica o psicologica. È ontologica. Per la prima volta nella storia umana il reale non è più il punto di partenza, ma uno dei possibili risultati. La tecnologia non si limita a imitare il mondo, lo assorbe nel proprio dominio, lo ingloba come una delle sue molte varianti, lo trasforma in un sottoinsieme della produzione sintetica. Il mondo fisico non è negato è relativizzato. Il reale non perde la sua esistenza ma perde la sua centralità.

Da sempre la verità si è definita in rapporto a una realtà che precedeva l’immaginazione. L’immaginazione poteva deformare, ampliare, arricchire, ma non poteva sostituire. Oggi questa struttura si capovolge. Il possibile domina sull’accaduto. La generazione sintetica genera scenari con la stessa legittimità percettiva della realtà empirica. Il visibile non coincide più con ciò che esiste. Coincide con ciò che può essere prodotto. La percezione non è più una via di accesso al mondo, ma una interfaccia attraverso la quale il mondo viene continuamente ricreato.

Questa convergenza dissolutiva non porta a una confusione tra vero e falso: porta a una loro equivalenza funzionale. Ciò che importa non è più da dove proviene un contenuto, ma che cosa produce. La verità perde la sua superiorità morale, il falso perde la sua inferiorità epistemica. Entrambi diventano strumenti, possibilità, variazioni all’interno dello stesso ecosistema. La distinzione non è abolita sul piano teorico. È resa irrilevante sul piano pratico. Il vero non è negato ma superato dalla sua copia infinita.

La tecnologia generativa non crea solo rappresentazioni. Crea alternative del mondo che non competono con la realtà, ma la inglobano come una delle loro iterazioni. Se tutto ciò che è reale può essere ricreato artificialmente, la realtà perde il privilegio dell’unicità. Se tutto ciò che è immaginabile può essere prodotto visivamente, l'immaginazione diventa operativa quanto l’esperienza. Il reale diventa un’opzione tra molte.

Il punto più radicale di questa trasformazione è che non si tratta di un inganno. Non c’è alcuna volontà di mentire. La dissoluzione nasce dalla sovrabbondanza. Quando il falso è infinitamente producibile e il vero è limitato, il falso diventa più visibile, più presente, più disponibile. La mente, esposta a una quantità incommensurabile di contenuti generati, inizia a trattare la realtà come un caso eccezionale, non come la norma. Il reale non scompare. Diventa un dettaglio.

Sul piano cognitivo questo produce un cambiamento profondo. Il criterio di verità non è più la corrispondenza tra rappresentazione e mondo. È la coerenza interna della rappresentazione. Se una narrazione è ben formata, se un’immagine è coerente, se una voce è credibile, il fatto che siano generate o accadute perde importanza. La mente, stanca e disorientata, privilegia la coerenza alla verifica. E la verifica, in un mondo saturato di possibilità sintetiche, diventa un compito quasi impossibile.

Sul piano sociale la convergenza finale produce una scissione silenziosa. La società non si divide più tra chi crede al vero e chi crede al falso, ma tra chi accetta il reale come limite e chi accetta il generabile come mondo. La prima posizione diventa minoritaria, quasi reazionaria. La seconda diventa spontanea. La realtà materiale, con i suoi vincoli, la sua lentezza, la sua irripetibilità, appare come una forma primitiva di esistenza. La simulazione, con la sua infinità, la sua disponibilità, la sua plasticità, appare come una forma superiore. Non si tratta di una scelta consapevole, è una deriva culturale prodotta dalla tecnologia.

La convergenza finale inaugura così una condizione inedita della storia umana:
un mondo in cui il reale, il possibile, il plausibile e il desiderabile sono contenuti nello stesso spazio digitale, indistinguibili nelle loro manifestazioni percettive, equivalenti nelle loro funzioni sociali. In questo mondo la verità sopravvive solo come scelta morale, non come evidenza. È un atto di volontà, non una conseguenza dell’esperienza.

Intermezzo D – Anatomia della creduloneria (4): il credulone moderno

Il credulone moderno non assomiglia più alla figura ingenua che popolava gli intermezzi precedenti. Non è il contadino medievale che interpreta un prodigio come segno divino, né il lettore ottocentesco che prende un giornale per oro colato. Non è nemmeno il cittadino del secolo breve manipolato da una propaganda centralizzata. Il credulone moderno è un prodotto dell’eccesso, non della mancanza. È un individuo sovraccarico, non isolato. Informato, non ignorante. Il suo problema non è la scarsità dei dati. È la loro proliferazione.

La creduloneria moderna non nasce dall’assenza di spirito critico, ma dall'impossibilità di esercitarlo in modo continuativo. La mente, saturata da informazioni contraddittorie, non può più selezionare, interpretare, verificare. Il credulone moderno non crede perché è ingenuo. Crede perché è stanco. È un credulone esausto, non ingenuo. La sua vulnerabilità è il risultato diretto della sovra stimolazione cognitiva che trasforma ogni contenuto in un urto da assorbire e ogni scelta in una valutazione impossibile da sostenere.

Ciò che caratterizza il credulone moderno è la sua oscillazione continua tra cinismo e fiducia assoluta. Da un lato non crede più a nulla, perché tutto potrebbe essere manipolato. Dall’altro lato crede a tutto ciò che allevia la fatica del dubbio. Questa oscillazione non è contraddittoria è la condizione psichica che emerge quando il mondo non è più leggibile. Il cinismo lo protegge dall’inganno, ma lo lascia senza orientamento. La fiducia impulsiva gli restituisce un senso di orientamento, ma lo espone all’inganno. La vita cognitiva del credulone moderno è un pendolo che non trova equilibrio.

Il credulone moderno non è solo vulnerabile ai contenuti falsi. È vulnerabile a qualsiasi contenuto che riduca la complessità in una forma digeribile. Una narrativa semplice, un colpevole chiaro, una emozione immediata, un gesto identitario rassicurante. La verità non è più il criterio decisivo. Il criterio decisivo è l’effetto emotivo. Il credulone moderno non cerca il vero, ma il sollievo. Non cerca la conoscenza, ma la riduzione dell’ansia. È un credulone terapeutico: crede ciò che gli permette di respirare nel caos.

La sua creduloneria non è solitaria. È comunitaria. Vive nelle camere di risonanza, nei gruppi, nei forum, nei feed che costruiscono una identità collettiva attraverso la condivisione delle stesse emozioni. La credulità moderna non funziona più attraverso l’autorità esterna, ma attraverso il consenso interno. Il credulone moderno non si affida a un’autorità superiore. Si affida alla eco del gruppo. Ciò che il gruppo sente diventa ciò che è. Ciò che il gruppo ripete diventa ciò che è vero. La verità non deriva dalla verifica, ma dall’appartenenza.

Ma l’aspetto più inquietante del credulone moderno è che non si percepisce come credulone. Si percepisce come risvegliato. Come colui che ha visto ciò che gli altri non vedono. La disinformazione contemporanea non crea vittime inconsapevoli. Crea adepti convinti. Crea identità. Crea missioni. La creduloneria contemporanea è attiva, non passiva. Il credulone moderno non è colui che subisce. È colui che partecipa. Che produce. Che diffonde. Che milita. La sua convinzione deriva dal fatto che la sua credenza lo definisce.

Il credulone moderno non è lo sprovveduto della storia. È l’uomo stanco della complessità, che trova nel falso non un inganno, ma una soluzione emotiva e identitaria. È il cittadino sovraccarico che usa la menzogna come scorciatoia per sopravvivere alla pressione cognitiva. È l’individuo che, immerso in un mondo in cui tutto è potenzialmente vero e potenzialmente falso, sceglie ciò che gli offre sollievo, orientamento, comunità. Non è un errore della società digitale. È il suo prodotto perfetto.

In questa figura, più di ogni altra, si rivela la verità inquietante della nostra epoca:
la credulità non nasce più dal vuoto. Nasce dal troppo.
Il credulone moderno non è il residuo del passato. È l’anticipazione del futuro.

CAPITOLO 16 – Educarsi all’incertezza

La nostra civiltà è erede di un sogno: quello della certezza. Per secoli l’umanità ha creduto che la conoscenza potesse diventare un terreno solido, capace di sostenere le decisioni, la morale, la politica, la convivenza. La modernità ha imposto un modello quasi geometrico dello spirito: ogni problema aveva una soluzione, ogni fenomeno aveva una causa, ogni evento poteva essere compreso se si disponeva di sufficiente chiarezza. La scienza sembrava poter dissolvere l’ambiguità, la scuola doveva disciplinare il pensiero, l’informazione doveva illuminare il cittadino. La certezza era considerata non solo un ideale, ma una promessa collettiva.

Questa promessa oggi è infranta. Non perché sia arrivata l’ignoranza, ma perché è arrivato il troppo. Il mondo non è più un insieme di fatti da osservare con pazienza. È un flusso di possibilità che ci attraversano prima ancora che possiamo decifrarle. Il presente è sovraccarico, il passato è riscrivibile, il futuro è anticipato da algoritmi che modellano le nostre scelte. L’informazione, che un tempo era un mezzo per orientarsi, è diventata il paesaggio stesso. Non ci si muove attraverso di essa: si viene trascinati. E in questo movimento, ciò che più di ogni altra cosa viene eroso è la naturale fiducia che un tempo avevamo nella possibilità di comprendere.

Educarsi all’incertezza significa riconoscere questa frattura. Non per rassegnazione, ma per lucidità. Significa vedere che la certezza non era mai stata un dono della realtà: era una costruzione dell’uomo, un modo di limitare il caos entro forme leggibili. Significa accettare che la nostra epoca, con la sua proliferazione di contenuti, versioni, prove, simulazioni, ha reso impossibile ciò che la modernità pretendeva: una trasparenza del mondo. La trasparenza oggi non esiste più. Ma questo non implica che la verità sia morta. Implica che per raggiungerla non possiamo più affidarci a un gesto istintivo. Dobbiamo costruire un atteggiamento nuovo.

Il primo passo di questo atteggiamento è la rinuncia all’immediatezza. L’immediatezza è diventata una trappola epistemica. Ciò che appare vero a prima vista, nell’ambiente digitale, è spesso solo ciò che è stato progettato per raggiungerci più rapidamente degli altri contenuti. La velocità non è un valore conoscitivo. È una caratteristica del mezzo. Educarsi all’incertezza significa rallentare quando tutto spinge ad accelerare, sostituire la reazione con l’esitazione, riconoscere che non si è in difetto quando non si ha un’opinione immediata, ma quando la si ha troppo presto. La lentezza diventa una forma di resistenza intellettuale.

In questa lentezza non si trova la risposta, ma si trova lo spazio. Uno spazio interiore in cui le informazioni possono depositarsi, in cui la complessità può emergere nella sua forma reale, non in quella distorta dall’impulso emotivo. La mente, per comprendere, ha bisogno di pause. Ha bisogno di silenzio. Ha bisogno di rinunciare. Educarsi all’incertezza significa imparare a sottrarsi al rumore non per ignorarlo, ma per poterlo valutare. Questa rinuncia non è debolezza. È discernimento. È la capacità di dire: “Questo contenuto non merita la mia mente”. Una capacità più rara e più preziosa del sapere stesso.

Educarsi all’incertezza significa anche riconoscere che la mente non è uno strumento neutrale. Ogni individuo interpreta il mondo attraverso un corpo, una storia, una vulnerabilità emotiva. La conoscenza non è mai stata pura: è sempre stata incarnata. Ciò che oggi chiamiamo “identità” non è un ostacolo alla comprensione, ma la sua condizione. Tuttavia, nella società digitale l’identità è diventata una fortezza. Ogni opinione viene percepita come una estensione del sé, ogni critica come un attacco personale, ogni revisione del pensiero come una minaccia. Per questo il mondo digitale è uno spazio in cui la conoscenza muore: perché la conoscenza richiede permeabilità, non rigidità.

La verità non entra in una mente che non è disposta a cambiare. E la mente non cambia se confonde la propria identità con le proprie idee. Educarsi all’incertezza significa imparare a non coincidere con ciò che si pensa. Significa lasciar entrare la possibilità che l’altro abbia visto qualcosa che noi non abbiamo visto. Significa proteggere non le proprie opinioni, ma la propria capacità di trasformarsi. L’identità rigida offre sicurezza immediata, ma impedisce la crescita. L’identità aperta espone al rischio del dubbio, ma permette di apprendere. In un’epoca in cui il mondo cambia più rapidamente della nostra capacità di comprenderlo, l’identità permeabile è l’unica forma adulta di stabilità.

Questa permeabilità non è relativismo. Non è credere che tutto sia uguale. È riconoscere che nessun essere umano possiede da solo l’intero quadro del reale. La verità è un processo collettivo. Non perché venga votata o decisa, ma perché emerge dall’incontro tra prospettive diverse. Per questo, educarsi all’incertezza significa anche educarsi alla comunità. La solitudine cognitiva è una delle malattie del nostro tempo. Ogni individuo, immerso nel proprio flusso personalizzato di contenuti, crede di poter giudicare il mondo da solo. Ma ciò che appare evidente in solitudine si rivela fragile nel confronto. Il dialogo non è un ornamento della democrazia. È il laboratorio della verità.

Una comunità non è una bolla identitaria. Non è un gruppo che conferma ciò che già pensiamo. È uno spazio in cui il nostro pensiero viene messo alla prova. Dove ciò che crediamo forte può mostrare la sua debolezza, e ciò che crediamo debole può mostrare la sua forza. Educarsi all’incertezza significa dunque imparare a cercare comunità non che ci rassicurino, ma che ci spingano oltre noi stessi. Non che ci proteggano, ma che ci migliorino. Non che ci diano ragione, ma che ci diano profondità.

Questa capacità è inseparabile da un’altra: la capacità di interpretare. In un mondo in cui nulla è più immediato, la verità non si presenta come una evidenza. Si presenta come una richiesta. Richiede attenzione, contesto, discernimento. Richiede di chiedersi: chi parla? da dove viene questo contenuto? quale intenzione lo sostiene? quale assenza lo accompagna? La verità non è ciò che appare, ma ciò che resiste alla nostra indagine. E questa indagine, oggi, deve essere attiva. Nessuno può più essere spettatore. Siamo tutti, necessariamente, interpreti.

Educarsi all’incertezza significa dunque assumere su di sé la responsabilità epistemica che un tempo era delegata alle istituzioni. Non possiamo aspettare che qualcuno selezioni per noi. Non possiamo aspettare che un'autorità filtri la complessità. Non possiamo sperare che la verità arrivi già raffinata. Dobbiamo diventare adulti nel pensiero: capaci di scegliere, di verificare, di riconoscere la fallibilità di ogni fonte, compresa la nostra. La maturità cognitiva non consiste nel sapere molto, ma nel sapere come orientarsi quando tutto sembra sapere qualcosa su di noi.

Educarsi all’incertezza significa anche riconoscere che la crisi contemporanea non è solo una crisi di contenuti, ma una crisi di attenzione. La mente umana, sovraccarica, è diventata incapace di mantenere a lungo il proprio sguardo su un’unica cosa. Il mondo ci raggiunge sotto forma di frammenti, impulsi, stimoli. Viviamo in uno stato di continua interruzione. La concentrazione, che un tempo era una virtù intellettuale, è oggi un lusso. Ed è proprio questa povertà di attenzione che rende impossibile la conoscenza profonda. Non si può comprendere ciò che non si ha il tempo di osservare. Non si può giudicare ciò che non si ha il coraggio di lasciare sedimentare.

Per questo la lentezza diventa una forma di ribellione cognitiva. Non la lentezza romantica, ma la lentezza disciplinata, deliberata, che permette alla mente di tornare a essere uno strumento e non una superficie su cui tutto scorre senza lasciare traccia. In un’epoca che confonde l’urgenza con l’importanza, educarsi all’incertezza significa rifiutare la tirannia dell’istante. Significa reimparare la durata. Significa costruire volontariamente spazi di inattività, di silenzio, di riposo cognitivo in cui la mente può recuperare la possibilità di giudicare. La verità non parla mai nel rumore. Parla nella distanza.

Questa distanza non è fuga. È discernimento. Ed è proprio il discernimento la virtù più trascurata della nostra epoca. Abbiamo imparato a raccogliere informazioni, ma non a scartarle. Siamo circondati da dati, ma incapaci di dire quali meritino la nostra mente. Educarsi all’incertezza significa sviluppare il coraggio di selezionare, di lasciare cadere, di rifiutare l’eccesso. Non è un atto negativo. È un atto creativo. Ogni scelta su ciò che ignoriamo apre spazio per ciò che può essere compreso. La mente non è un archivio indefinito. È un giardino. E un giardino vive delle sue esclusioni quanto delle sue presenze.

Ma il discernimento non riguarda solo i contenuti. Riguarda anche il modo in cui guardiamo a noi stessi. La società contemporanea ci ha abituati a identificare ogni posizione intellettuale con un tratto identitario. Ciò che pensiamo diventa ciò che siamo. E ciò che siamo deve essere difeso ad ogni costo. Ma questa equazione è tossica. Trasforma la conoscenza in militanza. Trasforma il pensiero in appartenenza. Trasforma ogni revisione in un’umiliazione. Educarsi all’incertezza significa spezzare questa equivalenza. Significa riconoscere che cambiare idea non è una sconfitta, ma un atto di forza. Significa accettare che il sé non si dissolve nel dubbio, ma si rafforza attraverso di esso.

Una identità permeabile non è una identità debole. È una identità capace di contenere mondi. Una identità rigida non è una identità forte. È una identità fragile che teme il confronto. Il fondamentalismo, in tutte le sue forme, nasce dalla paura che il proprio sé non possa sopravvivere alla complessità del reale. Ma la complessità non distrugge ciò che è vivo. Distrugge ciò che è artificiale. Educarsi all’incertezza significa dunque diventare flessibili, non vacillanti; aperti, non smarriti; critici, non cinici. Significa imparare a muoversi nella complessità senza pretendere di dominarla.

Questo compito richiede una trasformazione radicale della nostra educazione emotiva. Non siamo stati educati a tollerare la frustrazione cognitiva. Siamo stati educati a cercare risposte rapide, soluzioni chiare, conclusioni definite. Ma la verità non si presenta mai così. La verità è un percorso che attraversa zone d’ombra, contraddizioni, incompletezze. Educarsi all’incertezza significa imparare a non fuggire dalle zone d’ombra. Significa sostare nel dubbio, senza trasformarlo in disperazione. Significa riconoscere che la maturità non è la fine dell’incertezza, ma la capacità di portarla con dignità.

Tutto questo richiede un cambiamento profondo del nostro rapporto con la libertà. Abbiamo creduto per decenni che la libertà consistesse nel poter esprimere qualunque opinione. Ma la verità non nasce dalla moltiplicazione delle opinioni. Nasce dalla loro qualità, dalla loro capacità di confrontarsi con il reale. In un mondo in cui ogni opinione è amplificata, la libertà rischia di diventare rumore. Educarsi all’incertezza significa comprendere che la libertà non è solo il diritto di parlare. È la capacità di ascoltare. È la volontà di contenersi. È la generosità di riconoscere che la propria visione del mondo non è il mondo.

Significa, soprattutto, comprendere che la certezza è diventata il principale strumento di manipolazione. Non il dubbio. Non il falso. La certezza. Chi promette certezze immediate, totali, assolute, offre tre cose che la mente esausta desidera: sollievo, identità e direzione. Ma queste tre cose, quando vengono offerte senza fatica, hanno sempre un prezzo: la rinuncia al giudizio. La rinuncia al pensiero. La rinuncia alla propria autonomia interiore. Educarsi all’incertezza significa riconoscere la seduzione della certezza e resistervi. La certezza che non nasce dal lavoro è sempre una trappola.

C'è poi un aspetto ancora più profondo. L’incertezza non è solo una condizione cognitiva. È una condizione esistenziale. Vivere significa confrontarsi con il non sapere. Con il limite. Con l’imprevedibile. Con ciò che sfugge. La modernità ha tentato di trasformare questa condizione in un difetto da correggere. Ma nella storia umana, la saggezza non è mai nata dalla eliminazione dell’incertezza. È nata dalla capacità di attraversarla. La filosofia non nasce dalla risposta. Nasce dallo stupore. La scienza non nasce dalla sicurezza. Nasce dalla domanda che rompe l’abitudine. La maturità non nasce dal possesso della verità. Nasce dalla capacità di sopportare ciò che non si può possedere.

Educarsi all’incertezza, allora, significa ritrovare la nostra condizione originaria. Non quella dell’uomo che non sa, ma quella dell’uomo che vuole sapere senza pretendere che il mondo sia semplice. Significa accettare che la verità non è un oggetto che si afferra una volta per tutte, ma una traiettoria che richiede cura, umiltà, tenacia. In un’epoca che premia la velocità, la polarizzazione e la superficialità, questa traiettoria è un atto quasi eroico. Ma è anche l’unica via per rimanere umani dentro un mondo che tende a trattarci come nodi di un sistema e non come coscienze capaci di giudizio.

Educarsi all’incertezza significa anche accettare una verità difficile: il mondo non tornerà più semplice. La sovra informazione non diminuirà. La realtà sintetica non si ritirerà. I soggetti artificiali non smetteranno di parlare. Le emozioni generate artificialmente non smetteranno di tentarci. La complessità non è un incidente della storia. È divenuta la nostra condizione permanente. Non possiamo invertire questo processo. Possiamo solo imparare a viverlo senza esserne travolti.

Ed è qui che l’incertezza mostra il suo valore nascosto. Non è la malattia della mente moderna. È la sua cura. È ciò che impedisce alla mente di cadere nella tirannia della semplicità, delle narrazioni immediate, delle certezze preconfezionate che promettono conforto mentre sottraggono libertà. L’incertezza non ci chiede di essere deboli. Ci chiede di essere vigili. Non ci chiede di essere relativisti. Ci chiede di essere responsabili. Non ci chiede di smettere di cercare la verità. Ci chiede di riconoscere quanto sia fragile, quanto sia preziosa, quanto sia difficile da ottenere.

La verità, oggi, non è più un possesso. È un impegno. Non è qualcosa che si tiene tra le mani, ma qualcosa che si tiene attraverso un gesto quotidiano: il gesto di resistere all’immediatezza, di rallentare, di interrogare, di verificare, di tornare a guardare. È un lavoro lento in un mondo veloce. È una disciplina silenziosa in un mondo rumoroso. È una pratica personale e collettiva in un mondo che premia l’istinto solitario. La verità non si lascia trovare da chi la pretende. Si lascia avvicinare da chi la serve.

Eppure, questa consapevolezza non deve scoraggiarci. Al contrario, deve restituirci un senso di dignità. Non siamo schiacciati dal caos informativo. Siamo chiamati a una nuova forma di maturità. Non siamo vittime della complessità. Siamo gli unici esseri capaci di darle un ordine. Non siamo condannati alla creduloneria. Possiamo costruire un nuovo modo di guardare il mondo: un modo più lento, più esigente, più umano. Un modo in cui l’incertezza non è un ostacolo, ma un terreno fertile.

Questa è la verità più semplice e più difficile allo stesso tempo:
la certezza rende il mondo più piccolo. L’incertezza lo rende più vasto.
La certezza chiude. L’incertezza apre.
La certezza rassicura. L’incertezza educa.

Per questo il nostro compito non è quello di distruggere l’incertezza, ma di imparare ad abitarla. A farne non una condizione di paura, ma una condizione di lucidità. A trasformarla in una postura spirituale, intellettuale e civile. Il mondo digitale ci chiede di essere più coraggiosi, non più veloci. Più riflessivi, non più informati. Più responsabili, non più pieni di contenuti. In un’epoca che ci vuole spettatori iperstimolati, educarsi all’incertezza significa tornare protagonisti della propria coscienza.

Così, alla fine di questo lungo viaggio nella storia del falso, possiamo affermare una cosa sola con certezza: la verità non è ciò che sopravvive alla menzogna. È ciò che sopravvive alla saturazione. Non è ciò che appare più forte. È ciò che non smette di chiedere la nostra fedeltà. Non è un faro distante. È un orientamento interiore.

Educarsi all’incertezza significa questo:
diventare esseri umani capaci di sostenere la verità anche quando il mondo non la sostiene più.
Capaci di cercarla anche quando non promette conforto.
Capaci di riconoscerla anche quando non grida.
Capaci di amarla anche quando non offre garanzie.

Non c’è certezza più grande di questa:
la verità non è una condizione del mondo, ma una scelta dell’anima.


Appendice – Piccolo catalogo delle bufale goliardiche

Non tutte le menzogne nascono dall’oscurità.
Alcune sono giochi, scherzi sfuggiti di mano, piccoli teatri dell’immaginazione.
Sono false notizie che rivelano non la malizia umana, ma la sua irresistibile tendenza a mescolare il reale con il possibile, il serio con il faceto.

Ecco un catalogo delle bufale goliardiche più celebri della storia.


1. Orson Welles e “La Guerra dei Mondi” (1938)

La notte di Halloween del 1938, la CBS trasmise un radiodramma tratto da H.G. Wells.
Orson Welles lo trasformò in un finto notiziario:
edizioni straordinarie, reporter trafelati, esplosioni lontane, microfoni che gracchiavano sotto l’avanzata dei marziani.

Nessuno intendeva ingannare.
Eppure migliaia di ascoltatori, sintonizzati tardi, credettero che l’invasione fosse reale. Alcuni telefonarono alla polizia, altri lasciarono le case, altri ancora si armarono.
Mai un’opera teatrale aveva dimostrato così chiaramente che il formato del vero è più potente del vero stesso.


2. La BBC e il raccolto degli spaghetti (1957)

Il servizio andò in onda nel più solenne dei contesti: il telegiornale BBC Panorama.
Le immagini mostravano contadine svizzere che raccoglievano “spaghetti maturi dai rami”.
Il narratore spiegava che la mite primavera aveva garantito “un raccolto eccezionale”.

Era un pesce d’aprile, ma la messa in scena era così elegante da sembrare un documentario autentico.
La BBC ricevette telefonate da spettatori che chiedevano:
“Qual è il metodo migliore per coltivare uno spaghetto tree?”

La risposta ufficiale, divenuta leggendaria:
“Piantate un rametto di spaghetti nel terreno e sperate in un clima favorevole”.


3. Le fate di Cottingley (1917)

Due cugine, Frances Griffiths ed Elsie Wright, scattarono alcune fotografie nel bosco vicino casa.
In esse comparivano piccole fate danzanti — ritagliate da riviste illustrate e fissate con spilli quasi invisibili.
Quando le mostrarono ai genitori, nessuno volle rovinare il gioco.

Ma la storia prese una piega imprevista: fu mostrata a Sir Arthur Conan Doyle, che la interpretò come prova concreta dell’esistenza di esseri soprannaturali.
Le foto divennero celebri, accolte con entusiasmo spiritualista e scetticismo razionale.

Solo nel 1981 le due ormai anziane cugine confessarono la verità:
“Volevamo solo divertirci. Non immaginavamo che il mondo avrebbe voluto crederci così tanto”.


4. La “Surgeon’s Photo” del mostro di Loch Ness (1934)

È l’immagine che ha definito Nessie per quasi mezzo secolo: un lungo collo scuro che emerge tra le onde.
Il chirurgo Robert Wilson, fotografo dilettante, la consegnò ai giornali dicendo di essersi imbattuto in qualcosa di “indescrivibile”.

Nel 1975, a fine vita, i complici confidarono la verità:
era un modellino di plastica montato su un sommergibile-giocattolo.

La foto aveva ingannato generazioni, eppure, anche dopo la confessione, molti decisero di continuare a crederci: alcune bufale sopravvivono per fedeltà emotiva più che per plausibilità.


5. Agloe (USA), la città inventata che divenne reale (anni ’30)

Agloe nacque come “copyright trap”: un luogo immaginario inserito nelle mappe della General Drafting Company per identificare eventuali plagi.
Il nome era un anagramma dei due cartografi: Otto G. Lindberg ed Ernest Alpers.

Anni dopo, un negoziante costruì un emporio esattamente nel punto in cui la mappa collocava Agloe.
Per il principio: “se è sulla mappa, deve pur esserci”.

Così una città immaginaria ottenne coordinate, edifici, perfino indirizzi postali.
Un luogo inventato diventò reale semplicemente perché qualcuno decise di viverci.


6. Il Left-Handed Whopper di Burger King (1998)

Nel giorno del pesce d’aprile, Burger King pubblicò a tutta pagina sui giornali americani un nuovo panino:
il Left-Handed Whopper, progettato “per mancini”.

Gli ingredienti erano “ruotati di 180 gradi per migliorare la presa”.
Migliaia di clienti lo ordinarono davvero.
Altri chiesero l’opposto: “un Whopper per destrimani, per favore”.

Lo scherzo mostrò religiosamente un fatto:
l’innovazione percepita è più potente dell’innovazione reale.


7. Il drago dello zoo di Whipsnade (1960)

La direzione dello zoo inglese diffuse un comunicato:
“È arrivato il drago orientale di Whipsnade. Dorme molto. Si prega di non disturbarlo”.

Era un pesce d’aprile raffinato.
Eppure molte famiglie telefonarono per sapere quando il drago si svegliasse, se fosse visibile, se esistessero visite guidate dedicate.

Nessuno si offese quando la verità emerse.
Anzi: molti si dichiararono delusi che il drago non esistesse davvero.


8. Victor Lustig vende la Torre Eiffel (1925)

Lustig fu uno dei più abili truffatori del Novecento.
Nel 1925 inviò a vari imprenditori una falsa convocazione del Ministero dei Lavori Pubblici, spiegando che la Torre Eiffel era diventata troppo costosa da mantenere e doveva essere venduta… come rottame.

Un commerciante di metallo cadde nella trappola, pagò la “prima rata” e solo dopo scoprì la verità.
Lustig fuggì con eleganza d’altri tempi.

Una bufala criminale, certo, ma costruita con un’eleganza quasi teatrale.


9. Mike the Headless Chicken (1945)

La storia sembra un’invenzione.
E invece è autentica.

Nel 1945 un contadino del Colorado decapitò un pollo, come da tradizione rurale.
Per una combinazione anatomica improbabile, parte del tronco encefalico rimase attiva.
Il pollo sopravvisse 18 mesi, alimentato con un contagocce.

Molti pensarono fosse una bufala.
In realtà la bufala fu credere che fosse una bufala.
Mike divenne una celebrità nazionale, dimostrando che anche il reale, a volte, sembra troppo assurdo per essere accettato.


10. Pet Rock: il sasso domestico (1975)

Gary Dahl ebbe un’intuizione geniale: vendere sassi come animali domestici.
Li confezionò in scatole con paglia, fori per la respirazione e un manuale istruzioni dal tono serissimo (“Il vostro Pet Rock non deve essere addestrato”).

Il pubblico colse l’ironia, ma l’ironia divenne mercato:
vendette oltre un milione di “animali”.

Una burla trasformata in fenomeno culturale e in commento satirico sul consumismo.


11. I Tasaday, la tribù “dell’età della pietra” (1971)

Nel 1971 il governo filippino annunciò la scoperta di una tribù “rimasta ferma al Paleolitico”.
La notizia commosse antropologi e media internazionali.

Negli anni ’80 emerse che la tribù era stata istruita a recitare quel ruolo per ottenere prestigio politico e fondi.

Una bufala orchestrata dallo Stato, ma nata come “favola antropologica”.


12. Le pubblicità impossibili di Barilla (anni ’50–’60)

Negli anni del boom economico, Barilla lanciò alcune pubblicità goliardiche per il pesce d’aprile:
spaghetti istantanei in pillola, pasta luminescente “per le cene romantiche”, tagliatelle auto-avvolgenti.

Gli italiani sorrisero, ma alcuni scrissero davvero chiedendo dove acquistare quei prodotti.


13. La Repubblica di San Serriffe (The Guardian, 1977)

Il Guardian pubblicò un intero dossier su una nazione immaginaria fatta di isole a forma di punto e virgola.
Lo sfondo era satirico, pieno di giochi tipografici.
Eppure centinaia di lettori chiesero informazioni turistiche.

Una burla elegante, rimasta nella storia della stampa.


14. Il mostro del lago Teleco (Brasile, 1996)

Il quotidiano A Notícia pubblicò la foto di un mostro lacustre simile a Nessie.
Era un pesce d’aprile.
La popolazione si organizzò per settimane per trovare la creatura.

La direzione del giornale dichiarò: “Non sapevamo che la nostra fantasia fosse così convincente”.


15. La neve rosa sulle Alpi (1870)

Un giornalista italiano pubblicò un articolo sulle “correnti di fragole siberiane” che avrebbero colorato la neve di rosa.
Era un gioco linguistico, ma molti lettori lo presero sul serio.

Solo giorni dopo un meteorologo spiegò che si trattava di un’aerofauna algale reale, non di dessert meteorologico.


16. I pinguini volanti della BBC (2008)

La BBC realizzò un video impeccabile — CGI di altissima qualità — che mostrava un gruppo di pinguini Adelia spiccare il volo e migrare verso la foresta amazzonica.
Il documentario era così credibile che molti spettatori furono ingannati.

La BBC confessò: “Se avessero potuto volare, sarebbe stato magnifico”.


17. L’autopsia aliena di Roswell (1995)

Nel 1995 il canale FOX trasmise un finto filmato in bianco e nero che mostrava l’autopsia di un extraterrestre recuperato a Roswell.
Il video circolò come prova autentica fino a quando l’autore confessò:
era un manichino di gomma realizzato da un artista degli effetti speciali.

La bufala non è scomparsa: alcuni continuano a crederci.


18. Il monaco volante (Italia, 1968)

La rivista satirica Il Male pubblicò un servizio fotografico che mostrava un monaco apparentemente sospeso in aria durante la meditazione.
Era un gioco prospettico.

Molti lettori si divisero: miracolo o trucco?
La risposta arrivò: trucco, naturalmente.
Ma il dibattito durò settimane.


19. La pioggia di pesci in Honduras (documentata, ma usata goliardicamente)

Il fenomeno esiste davvero: piccoli pesci risucchiati da trombe marine cadono sulla terra.
Ma la stampa satirica lo usò decine di volte come spunto per inventare “piogge gastronomiche”: frittelle, frutta, dolci.

Il reale alimenta il falso, e il falso amplifica il reale.


20. I fossili falsi del professor Beringer (1726)

Johann Beringer, stimato accademico di Würzburg, ricevette da studenti burloni centinaia di “miracolosi fossili”: figure di animali, stelle, addirittura il nome di Dio.
Li pubblicò convinto della loro autenticità.

Quando scoprì l’inganno, la sua reputazione accademica crollò.
Una bufala nata per scherzo divenne una tragedia intellettuale.


21. Bigfoot – il video di Patterson–Gimlin (1967)

Il celebre filmato di un “ominide gigante” nei boschi californiani è stato in seguito ammesso come messinscena:
un amico in costume.

Nonostante ciò, resta uno dei filmati più discussi al mondo.
La potenza dell’immaginario è più forte della confessione.


22. Il “Gigante di Cardiff” (USA, 1869)

Un imprenditore fece scolpire una statua di gesso e la fece seppellire per farla scoprire come “fossile umano preistorico”.
Il pubblico accorse a migliaia, pagando il biglietto.

Quando la verità emerse, nessuno si indignò:
lo scherzo era stato costruito con troppa maestria per rovinare l’incanto.


Conclusione

Queste bufale non appartengono al dominio oscuro della manipolazione.
Sono lampi di fantasia, scherzi che testimoniano una verità inattesa:
l’essere umano desidera credere anche quando non serve, anche quando non conviene, anche quando sa che è un gioco.

Il falso può essere veleno.
Ma può essere anche sorriso.
E nel sorriso si rivela la parte più lieve, e forse più tenera, della nostra credulità.