La storia di Babbo Natale

Il caso sembrava semplice: un vecchio con la barba bianca che vive al Polo Nord. La verità, però, ci porta nell’Impero Romano, attraversa il Medioevo, sfiora antiche divinità pagane e percorre quasi duemila anni di storia.

Babbo Natale nel Far West?

Ci sono domande che nascono leggendo un libro, osservando una carta geografica o camminando lungo un sentiero. Altre, invece, arrivano quando meno te lo aspetti, magari una sera d'estate, seduti sul divano di casa davanti alla televisione.

L'idea di questo articolo è nata proprio così.

Stavamo guardando insieme il nuovo adattamento de La casa nella prateria. Una serie che, pur essendo una rilettura moderna di un grande classico, conserva quell'atmosfera fatta di fattorie sperdute, inverni rigidi, piccoli villaggi e famiglie che costruiscono il proprio futuro giorno dopo giorno. In una delle prime puntate la storia si sposta nel periodo natalizio: i bambini parlano con entusiasmo dell'arrivo di Babbo Natale, aspettano i regali e vivono quell'attesa che, ancora oggi, rappresenta uno dei momenti più magici dell'anno.

La mia reazione fu immediata: davvero nel Vecchio West si parlava già di Babbo Natale?

Confesso che il mio primo pensiero è stato piuttosto scettico. Mi sembrava una di quelle libertà narrative che il cinema e la televisione si concedono spesso, inserendo elementi familiari al pubblico contemporaneo anche quando appartengono a epoche diverse. Nell'immaginario collettivo il Far West è il mondo dei cowboy, delle diligenze, dei cercatori d'oro, delle grandi praterie e dei saloon. Babbo Natale, invece, sembra appartenere a un universo completamente differente, fatto di renne, neve, camini e città illuminate.

La curiosità, però, è una strana compagna di viaggio. Una volta che si mette in moto difficilmente si accontenta di una risposta intuitiva; così ho iniziato a cercare.

Pensavo di trovare l'ennesima forzatura hollywoodiana. Invece, pagina dopo pagina, libro dopo libro, è emersa una realtà molto più sorprendente. Nella seconda metà dell'Ottocento il personaggio di Santa Claus era già ben conosciuto negli Stati Uniti. Compariva nei giornali, nelle illustrazioni, nelle pubblicità dei negozi e nelle celebrazioni natalizie delle città americane. Certo, non era ancora esattamente il Babbo Natale che conosciamo oggi, ma la sua trasformazione era già iniziata e stava procedendo rapidamente. La scena della serie televisiva, almeno nella sua sostanza, non era affatto un'invenzione.

E fu proprio in quel momento che mi sono reso conto di essermi posto la domanda sbagliata.

La vera domanda non era se Babbo Natale fosse arrivato nel Far West. La domanda era un'altra: da dove arriva davvero Babbo Natale?

È una figura talmente presente nelle nostre vite da sembrare quasi eterna. Ogni dicembre ricompare nelle piazze, nelle pubblicità, nei film, nelle scuole, nelle case e perfino negli aeroporti. Lo incontrano bambini e adulti, credenti e non credenti, in culture profondamente diverse tra loro. Eppure, se ci fermassimo a chiedere quando sia nato o quale sia la sua vera origine, probabilmente otterremmo decine di risposte differenti.

C'è chi è convinto che sia stato inventato dalla Coca-Cola. Chi lo immagina nato in Finlandia. Chi pensa che sia semplicemente una moderna invenzione americana. Qualcuno lo identifica con San Nicola, qualcun altro con antiche tradizioni pagane. La verità, come spesso accade quando si parla di storia, è molto meno semplice e infinitamente più affascinante.

Babbo Natale non è nato in un giorno preciso e nemmeno in un luogo preciso. È il risultato di un viaggio lungo quasi duemila anni, durante i quali religione, folklore, letteratura, arte, commercio e cultura popolare si sono intrecciati fino a creare uno dei personaggi più riconoscibili dell'intera storia dell'umanità. Nel suo volto convivono un vescovo vissuto sulle coste dell'Asia Minore, antiche feste pagane celebrate durante il solstizio d'inverno, tradizioni medievali, leggende nordiche, immigrati olandesi sbarcati nel Nuovo Mondo, illustratori dell'Ottocento e persino alcune delle più celebri campagne pubblicitarie del Novecento.

Seguire le sue tracce significa attraversare continenti e secoli. Dalla Licia romana all'Impero Bizantino, dai porti del Mediterraneo alle città anseatiche del Nord Europa, dalle strade di Amsterdam alla New York degli immigrati, fino alle immense pianure del West americano e alle moderne metropoli illuminate dalle luminarie natalizie. È un viaggio che parla di storia, ma anche di uomini, di commerci, di religioni, di migrazioni e di come le idee cambino forma ogni volta che attraversano una frontiera.

Questo articolo nasce con l'ambizione di ripercorrere quel viaggio nella sua interezza. Non si limiterà a raccontare chi fosse San Nicola o a sfatare il mito della Coca-Cola. Proverà invece a ricostruire l'intera evoluzione di una figura che, nel corso dei secoli, è riuscita ad assumere significati diversi senza perdere la propria identità. Scopriremo come viene celebrata nelle diverse parti del mondo, perché in alcuni Paesi porta doni mentre in altri lascia spazio ad altri personaggi, quando sono comparse le renne, perché il Polo Nord è diventato la sua casa e come sia riuscito a trasformarsi in un simbolo universale capace di superare lingue, culture e religioni.

Alla fine di questo percorso, forse, guarderemo con occhi diversi anche quella semplice scena de La casa nella prateria da cui tutto è cominciato. Perché dietro un uomo con la barba bianca e un sacco pieno di regali si nasconde una delle storie culturali più lunghe, complesse e affascinanti che l'Occidente abbia mai costruito.

Parte I — Prima di Babbo Natale

Quando si prova a ricostruire la storia di un personaggio tanto famoso quanto Babbo Natale, la tentazione è quella di partire subito da San Nicola. Dopotutto è lui il nome che ricorre più spesso quando si cerca l'origine di questa figura. Sarebbe però un errore.

Nessun personaggio storico nasce nel vuoto e nessuna tradizione compare all'improvviso. Ogni mito è il risultato di un lento processo fatto di incontri, contaminazioni e trasformazioni che, spesso, iniziano molti secoli prima dell'evento che siamo abituati a considerare come il suo punto di partenza.

Per capire davvero come sia nato Babbo Natale dobbiamo quindi fare un passo indietro. Anzi, molti passi indietro. Dobbiamo abbandonare per qualche tempo il Natale, dimenticare le renne, il Polo Nord, i camini e perfino San Nicola. Dobbiamo tornare in un'epoca in cui il Cristianesimo non era ancora la religione dominante dell'Europa e il mese di dicembre aveva un significato completamente diverso da quello che gli attribuiamo oggi.

Solo allora inizieremo a capire perché, dopo quasi duemila anni, milioni di persone continuano ancora ad aspettare l'arrivo di un vecchio con la barba bianca.


Capitolo 1 — Quando Babbo Natale ancora non esisteva

Quando si prova a ricostruire la storia di Babbo Natale, il pensiero corre quasi inevitabilmente a San Nicola. È una reazione comprensibile: il suo nome compare in qualunque racconto dedicato alle origini del personaggio e sarà proprio quel vescovo vissuto tra il III e il IV secolo a offrirci il primo volto realmente riconoscibile di questa lunga vicenda. Cominciare direttamente da lui, tuttavia, significherebbe trascurare il mondo nel quale la sua fama avrebbe messo radici, un mondo che già da secoli considerava l’inverno un periodo speciale, celebrava il ritorno della luce e affidava a piccoli doni il compito di esprimere amicizia, speranza e buon auspicio.

Per ritrovare questo mondo dobbiamo tornare indietro di quasi duemila anni, fino a un’epoca in cui il Cristianesimo non aveva ancora trasformato il calendario europeo, il 25 dicembre non celebrava la nascita di Cristo e nessuno avrebbe saputo che cosa intendessimo parlando di un vecchio dalla barba bianca incaricato di distribuire regali ai bambini. Se avessimo potuto passeggiare per le strade di Roma negli ultimi giorni dell’anno, tutto ci sarebbe apparso lontanissimo dalla nostra esperienza: gli edifici, gli abiti, la lingua, il fumo dei bracieri, gli animali condotti attraverso le vie e il rumore di una città nella quale si incontravano persone provenienti da ogni parte dell’Impero. Superato lo stupore iniziale, però, avremmo cominciato a riconoscere un’atmosfera stranamente familiare.

Le botteghe erano più animate del solito, le famiglie si preparavano a ricevere ospiti, amici e parenti si facevano visita portando piccoli doni e le tavole venivano apparecchiate per banchetti destinati a protrarsi fino a tarda sera. Persino il rigido ordine sociale che regolava la vita romana sembrava allentare temporaneamente la propria presa, concedendo alla città una parentesi di libertà e leggerezza. Non stavamo assistendo a una forma primitiva del Natale, perché quella festa apparteneva a una religione, a un calendario e a un significato completamente differenti; erano i Saturnalia, una delle ricorrenze più popolari dell’antica Roma.

La loro collocazione nel mese di dicembre non era casuale. Per comprenderne l’importanza bisogna dimenticare il modo in cui oggi attraversiamo l’inverno, protetti dal riscaldamento, dall’illuminazione artificiale e da un sistema di approvvigionamento che porta sulle nostre tavole gli stessi prodotti quasi in ogni stagione. Per un uomo vissuto duemila anni fa il trascorrere dei mesi influiva invece su ogni aspetto dell’esistenza: la durata delle giornate determinava il tempo disponibile per lavorare, il clima decideva il successo dei raccolti e la sopravvivenza di una famiglia poteva dipendere dalle scorte accumulate prima dell’arrivo del freddo. Il cielo non era soltanto qualcosa da osservare, ma un calendario dal quale ricavare indicazioni indispensabili per organizzare il lavoro, gli spostamenti e la vita della comunità.

Con l’avanzare dell’inverno il Sole sembrava perdere progressivamente la propria forza, sorgendo più tardi, tramontando prima e percorrendo un arco sempre più basso sull’orizzonte. Poi quel lento declino si arrestava e le giornate tornavano quasi impercettibilmente ad allungarsi. Oggi sappiamo che questo passaggio coincide con il solstizio d’inverno e dipende dall’inclinazione dell’asse terrestre; per le società antiche era soprattutto la conferma che la stagione più difficile non sarebbe durata per sempre e che la natura, apparentemente immobile, avrebbe ripreso il proprio ciclo.

Non sorprende quindi che popoli molto lontani tra loro abbiano attribuito a questo periodo un significato particolare. I Romani celebravano i Saturnalia, le popolazioni germaniche si riunivano per le feste di Yule, mentre nelle culture celtiche il passaggio dell’inverno era accompagnato da riti strettamente legati ai boschi, agli alberi sempreverdi e alla continuità della vita. Queste tradizioni nacquero in contesti religiosi autonomi e non devono essere considerate le tappe di un percorso lineare destinato a sfociare nel Natale cristiano; condividevano tuttavia la necessità di trasformare il momento più buio dell’anno in un’occasione per riunirsi, rafforzare i legami della comunità e guardare con fiducia al futuro.

Quando San Nicola entrerà nella nostra storia, troverà dunque un’Europa nella quale il periodo compreso tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio possedeva già un’identità precisa. Le feste, i banchetti, gli auguri, i simboli vegetali e lo scambio dei doni non appartenevano ancora al Natale e non erano legati a un unico personaggio, ma costituivano un patrimonio di usanze e significati sul quale le generazioni successive avrebbero continuato a intervenire, modificandolo e adattandolo alle proprie credenze. È da questo paesaggio culturale, e non da una singola leggenda isolata, che dobbiamo cominciare per capire come sia stato possibile arrivare fino a Babbo Natale.

I Saturnalia: quando Roma si concedeva una pausa

I Saturnalia erano dedicati a Saturno, una delle divinità più antiche del pantheon romano, venerata come protettrice dell’agricoltura e dell’abbondanza. Secondo la tradizione, Saturno aveva governato durante una remota Età dell’Oro, un’epoca mitica nella quale gli uomini vivevano senza guerre, senza miseria e senza le profonde disuguaglianze che caratterizzavano la società romana. Nessuno, naturalmente, credeva che quel tempo fosse realmente esistito; eppure il suo ricordo esercitava un fascino straordinario, perché rappresentava l’immagine di un mondo più semplice e più giusto, un ideale al quale guardare con nostalgia.

I Saturnalia non pretendevano di riportare davvero in vita quell’età perduta. Per qualche giorno, però, ne offrivano una rappresentazione simbolica. La città sembrava rallentare il proprio ritmo, molte attività pubbliche venivano sospese, i tribunali interrompevano le udienze e l’intera popolazione si lasciava coinvolgere da un clima di festa che gli autori dell’epoca descrivono come rumoroso, allegro e sorprendentemente libero.

Il cambiamento più evidente riguardava i rapporti tra le persone. La società romana era costruita su una rigida gerarchia nella quale ciascuno conosceva perfettamente il proprio posto: cittadini, liberti, schiavi, magistrati, patrizi e plebei vivevano all’interno di un sistema che lasciava pochissimo spazio all’improvvisazione. Durante i Saturnalia, invece, quella struttura sembrava incrinarsi. Gli schiavi godevano di una libertà insolita, potevano parlare con maggiore disinvoltura ai propri padroni e partecipavano ai banchetti insieme alla famiglia. Alcune fonti raccontano addirittura che fossero i padroni a servirli a tavola, in un’inversione dei ruoli tanto breve quanto simbolica. Nessuno pensava realmente di mettere in discussione l’ordine sociale romano; proprio perché limitata a pochi giorni, quella sospensione delle regole acquistava un significato ancora più forte.

Anche la città contribuiva a trasmettere questa sensazione di eccezionalità. Le statue di Saturno venivano simbolicamente liberate dalle bende di lana che normalmente ne avvolgevano i piedi, le case aprivano le proprie porte agli ospiti, il vino scorreva abbondante e il gioco dei dadi, generalmente malvisto durante il resto dell’anno, diventava una presenza abituale nei banchetti. Molti cittadini deponevano la toga, simbolo della dignità civica, per indossare abiti più semplici e portavano sul capo il pileus, il copricapo che identificava gli schiavi liberati e che, durante quei giorni, diventava quasi l’emblema stesso della festa.

Lo scrittore Seneca, osservando Roma nel pieno dei Saturnalia, racconta di una città trasformata dal rumore continuo delle celebrazioni. Dalle strade salivano canti, risate, richiami, il frastuono delle stoviglie e delle conversazioni che si prolungavano fino a tarda sera. Persino chi, come lui, guardava con una certa diffidenza agli eccessi delle feste popolari non poteva fare a meno di riconoscere che, per qualche giorno, Roma sembrava davvero respirare con un ritmo diverso.

A distanza di duemila anni, ciò che colpisce maggiormente non sono tanto i dettagli della celebrazione quanto il suo significato più profondo. Ogni società, in fondo, sente il bisogno di interrompere periodicamente la normalità, di creare uno spazio nel quale le persone possano ritrovarsi, condividere il tempo, il cibo e la compagnia reciproca prima di riprendere la vita quotidiana. I Romani chiamavano questa parentesi Saturnalia; altri popoli le diedero nomi diversi. Cambiavano gli dèi, cambiavano i rituali e cambiavano le credenze, ma rimaneva sorprendentemente simile il bisogno che quelle feste cercavano di soddisfare.

Il gesto del dono

Tra tutti gli elementi che caratterizzavano i Saturnalia, ce n’era uno destinato ad attraversare i secoli con una straordinaria capacità di adattamento: lo scambio dei doni.

Sarebbe però un errore immaginare i Romani intenti a cercare il regalo perfetto o a sorprendere amici e parenti con oggetti preziosi. L’idea stessa di dono era profondamente diversa dalla nostra. Nella maggior parte dei casi si trattava di oggetti semplici, facilmente reperibili e dal valore economico modesto, perché ciò che contava non era il loro prezzo, ma il messaggio che erano chiamati a trasmettere.

Le fonti dell’epoca parlano di candele di cera, fichi secchi, datteri, miele, olive, vino, noci, frutta essiccata, piccole statuette in terracotta e utensili di uso quotidiano. Doni che oggi potremmo definire quasi insignificanti, ma che per un Romano erano carichi di significati simbolici. Una candela rappresentava l’augurio che la luce accompagnasse l’anno che stava per iniziare; il miele evocava una vita dolce e prospera; la frutta e le noci richiamavano l’abbondanza e la fertilità. L’oggetto era soltanto il veicolo di un augurio molto più grande.

È interessante osservare come questa concezione del dono sia rimasta sorprendentemente stabile nel corso dei secoli. Anche oggi, quando scegliamo un regalo, difficilmente ci limitiamo a valutarne l’utilità pratica. Cerchiamo qualcosa che racconti un’attenzione, un ricordo condiviso o un sentimento. Il valore economico può avere il suo peso, ma non è quasi mai ciò che rende davvero significativo un dono.

Una delle testimonianze più preziose di questa usanza ci arriva da Marziale, il grande poeta vissuto nel I secolo d.C. Nelle raccolte intitolate Xenia e Apophoreta compose centinaia di brevissimi epigrammi destinati ad accompagnare proprio i regali distribuiti durante le feste di fine anno. Alcuni sono ironici, altri affettuosi, altri ancora scherzano sul valore più o meno modesto dell’oggetto ricevuto. Leggendoli oggi si ha quasi l’impressione di assistere a una cena tra amici nella quale, accanto ai pacchetti, non mancano battute, sorrisi e qualche presa in giro reciproca.

Sarebbe tuttavia impreciso attribuire ai Saturnalia l’origine diretta dei regali natalizi. È una semplificazione che compare spesso nella divulgazione, ma che gli storici preferiscono evitare. Lo scambio dei doni, infatti, apparteneva anche a un’altra ricorrenza molto importante del calendario romano, destinata con il passare del tempo a intrecciarsi con i Saturnalia fino a confondersi con essi.

Per comprenderne il ruolo dobbiamo accompagnare i Romani ancora per qualche giorno, fino al primo mattino del nuovo anno, quando le celebrazioni lasciavano spazio alle Calende di gennaio, il momento nel quale il passato veniva definitivamente salutato e tutta l’attenzione si concentrava sull’anno che stava per cominciare.

Le Calende di gennaio e gli auguri per il nuovo anno

Quando i Saturnalia si avviavano alla conclusione, Roma non tornava immediatamente alla vita di tutti i giorni. Le celebrazioni proseguivano fino alle Calende di gennaio, il primo giorno del nuovo anno, una ricorrenza che possedeva un carattere profondamente diverso dalla festa dedicata a Saturno.

Se i Saturnalia guardavano idealmente a un passato mitico, all’Età dell’Oro governata da Saturno, le Calende erano invece rivolte al futuro. Erano il momento nel quale si formulavano auguri, si rinsaldavano amicizie e si cercava di iniziare l’anno sotto i migliori auspici. È un atteggiamento che, in fondo, ci è ancora molto familiare. Anche oggi brindiamo alla mezzanotte, ci auguriamo salute, fortuna e serenità e affrontiamo il nuovo anno con la speranza che possa essere migliore di quello appena concluso.

Tra le usanze più caratteristiche di questa giornata vi era lo scambio delle strenae, piccoli doni augurali il cui nome, secondo la tradizione, derivava da Strenia, una divinità sabina legata alla prosperità e alla buona sorte. In origine si offrivano semplici ramoscelli raccolti in un bosco sacro dedicato alla dea; con il passare del tempo quel gesto si arricchì di altri doni simbolici, come miele, datteri, fichi secchi, monete o piccoli oggetti di uso quotidiano.

Anche in questo caso il valore del dono risiedeva soprattutto nel suo significato. Il miele augurava un anno dolce, le monete richiamavano la prosperità, la frutta essiccata evocava abbondanza e i rami sempreverdi ricordavano la continuità della vita anche durante la stagione più fredda. Erano gesti semplici, ma capaci di esprimere un desiderio condiviso: affrontare il futuro con fiducia.

È probabilmente proprio questa la ragione per cui, nel corso dei secoli, Saturnalia e Calende finirono spesso per sovrapporsi nella memoria collettiva. Le due ricorrenze erano separate soltanto da pochi giorni, condividevano banchetti, visite tra amici e scambi di doni, e venivano vissute come un unico lungo periodo di festa che accompagnava Roma dalla fine di dicembre ai primi giorni di gennaio.

Per lo storico, distinguere queste celebrazioni è importante, perché permette di seguire con maggiore precisione l’evoluzione delle tradizioni. Per noi, invece, è interessante soprattutto per un altro motivo. Ci mostra come, già molti secoli prima della nascita del Natale cristiano, la conclusione dell’anno fosse diventata il tempo degli auguri, dei piccoli doni e della speranza riposta nel futuro. Quando il Cristianesimo iniziò lentamente a costruire il proprio calendario liturgico, trovò dunque una società nella quale il linguaggio del dono era già profondamente radicato e perfettamente compreso.

Naturalmente non esiste una linea retta che collega le strenae romane ai pacchetti che oggi troviamo sotto l’albero. Le tradizioni non si trasmettono come un oggetto che passa di mano in mano; cambiano, si contaminano, assumono significati nuovi e spesso finiscono per fondersi con usanze provenienti da mondi completamente diversi. Ed è proprio volgendo lo sguardo oltre i confini dell’Impero Romano che il nostro viaggio inizia a farsi ancora più interessante.

Oltre i confini dell’Impero

Sarebbe però un errore immaginare che la storia dell’inverno europeo si sia svolta interamente all’interno dei confini dell’Impero Romano. Mentre Roma celebrava i Saturnalia e accoglieva il nuovo anno con le Calende di gennaio, vaste regioni del continente seguivano calendari, religioni e tradizioni completamente diverse. A nord del Reno e del Danubio vivevano le popolazioni germaniche; più a occidente, nelle isole britanniche e in buona parte dell’Europa atlantica, erano ancora profondamente radicate le culture celtiche. Mondi differenti, spesso estranei l’uno all’altro, che tuttavia condividevano la stessa esperienza dell’inverno e la necessità di attribuirgli un significato.

Più ci si allontanava dal Mediterraneo e più la stagione fredda diventava una presenza dominante. Le giornate si accorciavano sensibilmente, il gelo immobilizzava il paesaggio e, nelle regioni più settentrionali, il Sole sembrava quasi scomparire dall’orizzonte per settimane. In un ambiente simile il ritorno della luce assumeva un valore ancora più intenso rispetto a quello percepito nelle province meridionali dell’Impero.

Fu in questo contesto che si sviluppò Yule, o Jól, la grande festa invernale delle popolazioni germaniche e scandinave.

Ricostruirne le caratteristiche non è semplice. A differenza dei Romani, che hanno lasciato una straordinaria quantità di testi, le società del Nord Europa trasmisero le proprie tradizioni soprattutto oralmente. Molte delle informazioni che possediamo provengono da cronache redatte secoli dopo la loro conversione al Cristianesimo oppure dalle saghe islandesi medievali, nelle quali storia, memoria e leggenda convivono continuamente. È quindi impossibile descrivere Yule con la stessa precisione con cui possiamo raccontare i Saturnalia.

Nonostante questo, alcuni elementi emergono con sufficiente chiarezza. Yule era anzitutto una festa della comunità. Le famiglie si riunivano, i villaggi organizzavano grandi banchetti, si accendevano enormi fuochi, si brindava agli dèi e agli antenati e si formulavano auguri per l’anno che sarebbe iniziato di lì a poco. Il fuoco occupava un posto centrale nella celebrazione: il grande ceppo destinato a bruciare durante tutta la festa non serviva soltanto a riscaldare la casa, ma rappresentava la continuità della vita nel momento in cui la natura sembrava essersi addormentata.

Anche qui ritroviamo un elemento che abbiamo già incontrato a Roma. Non la stessa religione, non gli stessi riti e nemmeno le stesse divinità, ma la medesima esigenza di trasformare il periodo più difficile dell’anno in un’occasione per ritrovarsi, condividere il cibo e guardare con fiducia al ritorno della primavera. È una somiglianza che non nasce da influenze reciproche, ma da un’esperienza comune: ovunque l’inverno costringeva gli uomini a fermarsi, ovunque il ritorno della luce diventava motivo di speranza.

L’immaginario del Nord Europa, tuttavia, aggiunse a questa esperienza qualcosa di completamente nuovo. Le grandi foreste, gli alberi sempreverdi, il fuoco acceso nel cuore dell’inverno, le creature leggendarie che popolavano le lunghe notti e le storie tramandate attorno al focolare finirono per creare un paesaggio simbolico destinato a lasciare un’impronta profonda nella cultura europea. Molti secoli più tardi, quando il personaggio di Babbo Natale inizierà lentamente a prendere forma, sarà naturale immaginarlo immerso proprio in quel paesaggio fatto di neve, boschi e lunghe notti invernali.

Per capire come ciò sia stato possibile dobbiamo soffermarci ancora per un momento su quei boschi, perché per le popolazioni celtiche e germaniche gli alberi non costituivano semplicemente lo sfondo della vita quotidiana. Erano simboli, punti di riferimento e, in molti casi, autentici intermediari tra il mondo degli uomini e quello del sacro.

I boschi dei Celti e il verde che non muore mai

Per le popolazioni celtiche il bosco non era semplicemente il luogo nel quale procurarsi legna o cacciare. Era uno spazio sacro, una presenza viva che accompagnava ogni momento dell’esistenza. Molti riti religiosi si svolgevano all’aperto, nelle radure o nei grandi querceti, perché la natura non veniva percepita come qualcosa da dominare, ma come il luogo nel quale il divino si manifestava con maggiore intensità.

Ricostruire con precisione il mondo religioso dei Celti è tutt’altro che semplice. A differenza dei Romani, essi ci hanno lasciato pochissime testimonianze scritte e gran parte di ciò che sappiamo proviene da autori greci e latini oppure da testi medievali composti molti secoli dopo la scomparsa della religione celtica. È quindi necessario distinguere con attenzione ciò che appartiene alle fonti storiche da ciò che, nel tempo, è stato arricchito dalla tradizione popolare e dal romanticismo ottocentesco.

Un elemento, tuttavia, emerge con grande chiarezza: il valore simbolico attribuito agli alberi.

Ogni specie possedeva caratteristiche proprie e veniva associata a significati differenti. La quercia evocava forza e stabilità, il tasso richiamava il rapporto tra morte e rinascita, mentre le piante che conservavano il proprio fogliame durante l’inverno esercitavano un fascino particolare. In una stagione nella quale il paesaggio sembrava perdere ogni segno di vitalità, il verde dell’agrifoglio, dell’edera e di altre specie sempreverdi costituiva una presenza quasi rassicurante, il segno che la natura non aveva cessato di vivere, ma stava semplicemente attendendo il ritorno della primavera.

Tra tutte le piante, nessuna suscitò tanta attenzione quanto il vischio. Crescendo sui rami degli alberi senza affondare le proprie radici nel terreno, appariva agli occhi degli antichi come qualcosa di misterioso e quasi soprannaturale. Plinio il Vecchio racconta che i druidi lo raccogliessero con un falcetto d’oro durante solenni cerimonie religiose, attribuendogli virtù benefiche e propiziatorie. Gli storici discutono ancora oggi quanto questo racconto descriva fedelmente le pratiche dei Celti e quanto rifletta, invece, lo sguardo di un autore romano nei confronti di una cultura diversa dalla propria. Rimane però un fatto difficile da ignorare: il vischio ha continuato ad accompagnare le feste invernali per oltre duemila anni, attraversando religioni, popoli ed epoche senza perdere il proprio valore simbolico.

Lo stesso può dirsi delle ghirlande e dei rami sempreverdi che ancora oggi decorano porte, finestre e tavole durante il periodo natalizio. Sarebbe scorretto affermare che queste usanze derivino direttamente dalle tradizioni celtiche, perché la loro storia è molto più articolata e coinvolge culture differenti. È però evidente che il Cristianesimo, diffondendosi in Europa, non cancellò completamente il patrimonio simbolico delle popolazioni che lo avevano preceduto. Più spesso lo reinterpretò, attribuendo nuovi significati a immagini che erano già profondamente radicate nella sensibilità collettiva.

Quando osserviamo una casa addobbata nel mese di dicembre, difficilmente ci soffermiamo a riflettere sul motivo per cui proprio il verde occupi un posto tanto importante nelle decorazioni natalizie. Eppure quella scelta racconta una storia lunghissima. Prima ancora di essere un elemento ornamentale, il sempreverde fu il simbolo della vita che resiste all’inverno e della certezza che, anche quando tutto sembra immobile, la natura stia già preparando il proprio risveglio.

È un’immagine che accompagnerà il nostro viaggio ancora a lungo. Non perché Babbo Natale sia nato nelle foreste dei Celti, ma perché il mondo nel quale lo immagineremo vivere, fatto di abeti, neve e boschi silenziosi, deve molto anche a quell’antico modo di guardare la natura.

Odino e la lunga notte d’inverno

Se il mondo romano ci ha lasciato la memoria dei Saturnalia e quello celtico un immaginario popolato di alberi sempreverdi e simboli della rinascita, le tradizioni dell’Europa settentrionale aggiungono un altro elemento destinato, molti secoli più tardi, a suscitare inevitabili confronti con la figura di Babbo Natale.

Non si tratta ancora di un uomo che distribuisce regali, ma di un viaggiatore.

Nel vasto patrimonio di leggende germaniche e scandinave ricorre infatti il racconto di una misteriosa processione che attraversa il cielo durante le lunghe notti d’inverno. Oggi gli studiosi la indicano con il nome di Caccia Selvaggia (Wild Hunt), ma dietro questa espressione si nasconde un insieme di tradizioni estremamente vario, sviluppatosi nel corso di molti secoli e in regioni molto diverse tra loro.

In alcune versioni il corteo è formato dagli spiriti dei morti, in altre da guerrieri caduti in battaglia, in altre ancora da esseri soprannaturali che percorrono il cielo accompagnati dal fragore del vento e della tempesta. Cambiano i protagonisti, cambiano le vicende narrate e cambiano perfino le ragioni del loro viaggio, ma un elemento rimane sorprendentemente costante: il passaggio avviene durante il periodo più oscuro dell’anno, quando l’inverno sembra aver conquistato definitivamente il mondo.

In molte tradizioni medievali alla guida di quella processione compare Odino, la principale divinità del pantheon nordico.

L’immagine che oggi molti di noi hanno di Odino è inevitabilmente influenzata dalla cultura popolare contemporanea, dal cinema e dai fumetti. Il personaggio della mitologia nordica, però, è molto più complesso. È il dio della sapienza, della poesia, della magia e della guerra; è il sovrano di Ásgarðr, colui che ha sacrificato un occhio per ottenere la conoscenza e che ogni giorno invia i corvi Huginn e Muninn a esplorare il mondo affinché gli riferiscano tutto ciò che accade tra gli uomini.

Secondo alcune tradizioni popolari, proprio durante Yule Odino attraversava il cielo cavalcando Sleipnir, il suo straordinario cavallo a otto zampe. Intorno a questa leggenda si svilupparono usanze che, lette con gli occhi di oggi, risultano inevitabilmente suggestive. In alcune regioni della Scandinavia i bambini lasciavano del fieno o del cibo per Sleipnir nella speranza che il dio, passando durante la notte, ricambiasse quel gesto con piccoli doni o con un segno di buon auspicio.

È a questo punto che molti libri divulgativi compiono un salto troppo rapido.

Le somiglianze sono evidenti: un vecchio dalla lunga barba, un viaggio notturno nel cielo, un animale che lo trasporta, dei bambini che attendono il suo passaggio lasciando qualcosa da mangiare. Il collegamento con Babbo Natale nasce quasi spontaneamente.

La storia, però, è molto più prudente delle nostre impressioni.

Oggi nessuno storico serio sostiene che Babbo Natale “derivi” direttamente da Odino. Non esiste alcun documento che permetta di stabilire un rapporto di discendenza così preciso, né possiamo immaginare che una figura religiosa pagana si sia semplicemente trasformata, con il passare dei secoli, nel santo cristiano che incontreremo nel prossimo capitolo.

Quello che possiamo osservare è qualcosa di molto più interessante.

Quando il Cristianesimo raggiunse l’Europa settentrionale non cancellò improvvisamente l’immaginario costruito dalle popolazioni germaniche e scandinave. Le antiche leggende continuarono a circolare, cambiarono lentamente significato, si adattarono alla nuova cultura e finirono, in alcuni casi, per convivere con le tradizioni cristiane. È un processo che gli storici definiscono sincretismo, cioè l’incontro e la fusione di elementi provenienti da culture differenti, e rappresenta uno dei fenomeni più affascinanti della storia delle religioni.

Osservata da questa prospettiva, la figura di Odino non appare come il “vero Babbo Natale”, ma come una delle tante tessere che contribuiranno, nel corso dei secoli, a costruire l’immaginario del grande vecchio dell’inverno. Altre tessere arriveranno dal Mediterraneo, altre ancora dal Medioevo cristiano, dall’Olanda, dall’Inghilterra e, molto più tardi, dagli Stati Uniti. Soltanto mettendole tutte insieme emergerà il personaggio che oggi conosciamo.

Per il momento, però, il nostro viaggio può finalmente lasciare il mondo del mito; abbiamo esplorato le feste dell’antica Roma, i riti del solstizio, i boschi dei Celti e le leggende del Nord Europa. Abbiamo visto come il periodo più buio dell’anno fosse già, da secoli, il tempo della condivisione, degli auguri e della speranza. Manca ancora il protagonista della nostra storia, ma il palcoscenico sul quale farà il suo ingresso è ormai completamente allestito.

Per incontrarlo dobbiamo lasciare le foreste del Nord e tornare sulle coste orientali del Mediterraneo, in una piccola città della Licia romana chiamata Myra.

Lì viveva un uomo destinato, senza saperlo, a cambiare per sempre la storia del Natale.


Capitolo 2 — Un vescovo chiamato Nicola

La storia di Babbo Natale, dopo aver attraversato il mondo dei miti, delle feste pagane e delle antiche tradizioni dell’inverno, incontra finalmente una persona realmente esistita.

È un passaggio importante.

Fino a questo momento ci siamo mossi tra riti collettivi, simboli e credenze che appartenevano a intere civiltà. Da qui in avanti, invece, la nostra attenzione si concentra su un uomo in carne e ossa, vissuto in un luogo e in un periodo storico ben precisi. Per quanto la sua figura sia stata successivamente avvolta da racconti leggendari, alla base di tutto esiste una persona reale, il cui ricordo si è conservato per oltre millesettecento anni.

Il suo nome era Nicola.

Nacque probabilmente tra il 270 e il 280 d.C. a Patara, una prospera città della Licia, regione dell’Asia Minore che oggi appartiene alla Turchia sud-occidentale. Erano gli ultimi decenni dell’Impero Romano, un’epoca molto diversa da quella che siamo abituati a immaginare quando pensiamo a Roma. Le grandi conquiste territoriali appartenevano ormai al passato, le frontiere erano costantemente minacciate e il Cristianesimo, ancora lontano dall’essere la religione ufficiale dell’Impero, viveva una fase delicata, alternando periodi di relativa tolleranza a violente persecuzioni.

Per comprendere chi fosse davvero Nicola è utile osservare il mondo nel quale trascorse la propria vita.

La Licia occupava un tratto di costa affacciato sul Mediterraneo orientale, in una posizione strategica lungo le rotte commerciali che collegavano l’Egitto, la Siria, la Grecia e l’Italia. I suoi porti erano frequentati da mercanti provenienti da tutto il bacino mediterraneo, mentre l’entroterra era attraversato da strade percorse da funzionari imperiali, pellegrini, soldati e commercianti. Era una terra nella quale culture differenti convivevano quotidianamente e dove il greco continuava a essere la lingua della vita pubblica e della cultura, pur facendo parte dell’Impero Romano.

Tra le città più importanti della regione vi era Myra, destinata a diventare la sede episcopale di Nicola e, molti secoli più tardi, uno dei principali luoghi di pellegrinaggio della cristianità. Oggi il suo nome è quasi sconosciuto al grande pubblico, ma tra il III e il IV secolo rappresentava un centro vivace e ben collegato con il resto del Mediterraneo. La sua vicinanza al mare avrebbe contribuito non poco alla fama del suo vescovo, che nel corso dei secoli sarebbe diventato il patrono dei marinai, dei mercanti e di tutte le persone che affidavano la propria vita alla navigazione.

Proprio questo è uno degli aspetti più sorprendenti della figura di Nicola. Prima ancora di diventare il santo dei bambini, prima di essere associato ai doni e molto prima di trasformarsi, attraverso una lunghissima evoluzione, nel Babbo Natale moderno, era già una delle figure più popolari del mondo cristiano. La sua fama non nacque improvvisamente nel Medioevo, ma iniziò a diffondersi pochi decenni dopo la sua morte, attraversando l’Impero Romano d’Oriente e, successivamente, l’intera Europa.

Il problema è che, quando proviamo a distinguere la storia dalla leggenda, il terreno diventa improvvisamente meno solido.

Di Nicola sappiamo molto meno di quanto si possa immaginare. La maggior parte dei racconti che lo riguardano fu infatti messa per iscritto diversi secoli dopo la sua morte, quando il suo culto era ormai largamente diffuso e la tradizione popolare aveva già iniziato ad arricchirne la figura con episodi miracolosi e racconti edificanti.

Chi era, dunque, il vero Nicola?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo imparare a muoverci tra documenti, tradizioni e leggende, cercando di capire non soltanto ciò che possiamo affermare con ragionevole certezza, ma anche il motivo per cui, intorno a questo vescovo della Licia, iniziò a formarsi una delle più straordinarie storie della cultura occidentale.

Quanto sappiamo davvero di San Nicola?

Può sembrare sorprendente, ma la risposta è molto meno di quanto si potrebbe immaginare.

San Nicola è uno dei santi più conosciuti e venerati della cristianità. A lui sono dedicate migliaia di chiese sparse in tutto il mondo, il suo nome compare in innumerevoli tradizioni popolari e la sua fama ha attraversato quasi diciassette secoli di storia senza mai affievolirsi. Eppure, quando si prova a ricostruire la sua biografia, gli storici si trovano davanti a un problema tutt’altro che trascurabile: le fonti contemporanee sono pochissime.

Non possediamo un diario scritto da Nicola, né lettere autografe o cronache redatte da chi lo abbia conosciuto personalmente. Persino i documenti ufficiali della Chiesa dei primi secoli sono sorprendentemente silenziosi. Gran parte di ciò che raccontiamo oggi sulla sua vita deriva infatti da testi composti diversi secoli dopo la sua morte, quando il suo culto era ormai largamente diffuso e la figura del vescovo di Myra era già entrata nella tradizione religiosa e popolare.

Questo non significa che Nicola sia un personaggio leggendario.

Al contrario, la quasi totalità degli studiosi concorda nel ritenere che sia realmente esistito. La sua presenza come vescovo di Myra è considerata storicamente molto probabile e la diffusione estremamente precoce del suo culto difficilmente potrebbe spiegarsi senza l’esistenza di una figura reale che ne costituisse il punto di partenza.

Ciò che diventa difficile da ricostruire è tutto il resto.

Quando nacque esattamente? Quale famiglia lo accolse? Dove studiò? Come trascorse gli anni della giovinezza? Quali furono le circostanze che lo portarono a diventare vescovo di Myra? Su tutti questi aspetti le fonti sono frammentarie, talvolta contraddittorie e spesso contaminate da racconti nati con finalità religiose più che storiche (ed è un fenomeno tutt’altro che insolito).

Nei primi secoli del Cristianesimo la biografia di un santo non aveva lo scopo che attribuiamo oggi a una ricostruzione storica. L’obiettivo principale era offrire ai fedeli un modello di virtù, raccontare esempi di carità, fede e coraggio capaci di ispirare la comunità cristiana. Per questo motivo gli episodi miracolosi occupavano spesso molto più spazio delle informazioni biografiche, mentre dettagli che oggi considereremmo fondamentali venivano completamente trascurati.

Lo storico moderno deve quindi affrontare un esercizio delicato. Da una parte non può accettare ogni racconto come se fosse una cronaca fedele degli eventi; dall’altra non può nemmeno liquidare quelle tradizioni come semplici invenzioni. Le leggende, infatti, pur non raccontando necessariamente ciò che è accaduto, raccontano quasi sempre ciò che una comunità ha ritenuto importante ricordare.

Ed è proprio questo il caso di Nicola.

I racconti che lo riguardano parlano continuamente di generosità, di protezione verso i più deboli, di attenzione per i bambini, di aiuto ai marinai in difficoltà, di giustizia e di misericordia. È possibile che molti di questi episodi siano stati abbelliti, trasformati o addirittura creati nei secoli successivi; ciò che conta, tuttavia, è che tutti insistono sullo stesso tratto caratteristico del personaggio.

Prima ancora di diventare un santo famoso, Nicola era ricordato come un uomo che aiutava gli altri.

Ed è proprio da questo nucleo originario, molto più che dai miracoli spettacolari, che prenderà forma la figura destinata, dopo un lunghissimo viaggio attraverso la storia, a trasformarsi nel più celebre dispensatore di doni del mondo.

Un giovane nato sulle rive del Mediterraneo

Pur con tutte le incertezze che accompagnano la sua biografia, gli studiosi concordano nel collocare la nascita di Nicola tra il 270 e il 280 d.C., nella città di Patara, uno dei principali centri della Licia romana. Oggi quel tratto di costa appartiene alla Turchia sud-occidentale, ma all’epoca faceva parte di una regione profondamente ellenizzata, aperta ai commerci e attraversata quotidianamente da mercanti, marinai e viaggiatori provenienti da tutto il Mediterraneo.

È un dettaglio che merita di essere ricordato, perché siamo abituati a immaginare San Nicola come una figura quasi esclusivamente europea, mentre la sua storia nasce molto più a oriente, in una terra che rappresentava uno dei punti d’incontro tra il mondo greco, quello romano e le culture del Vicino Oriente.

Patara era una città prospera. Il suo porto costituiva uno degli scali più importanti della costa licia e il continuo traffico commerciale favoriva la circolazione non soltanto delle merci, ma anche delle idee. Filosofie, religioni, lingue e tradizioni diverse convivevano nello stesso spazio, dando vita a un ambiente culturalmente vivace e molto distante dall’immagine di una provincia periferica dell’Impero.

Secondo la tradizione, Nicola nacque da una famiglia benestante e profondamente cristiana. I nomi dei suoi genitori, Epifanio e Giovanna secondo alcune fonti, oppure Teofane e Nonna secondo altre, compaiono soltanto in testi molto posteriori e non possono essere considerati dati storicamente certi. Anche il racconto secondo il quale sarebbe rimasto orfano in giovane età, ereditando un patrimonio considerevole che avrebbe poi distribuito ai poveri, appartiene più alla tradizione agiografica che alla documentazione contemporanea.

Ciò non significa che questi racconti siano privi di valore.

Al contrario, ci permettono di capire quale immagine di Nicola si fosse ormai consolidata nella memoria collettiva. Ogni episodio insiste sullo stesso tratto distintivo: la ricchezza non viene presentata come un privilegio da conservare, ma come un mezzo attraverso il quale esercitare la carità. È un tema destinato a tornare continuamente nelle pagine dedicate al santo e che, come vedremo, costituirà il filo conduttore di alcuni dei racconti più celebri della sua vita.

È probabile che il giovane Nicola ricevesse un’educazione accurata. La Licia era una regione nella quale la cultura greca continuava a esercitare una forte influenza e un ragazzo destinato alla carriera ecclesiastica avrebbe studiato le Scritture, la lingua greca, la retorica e gli insegnamenti dei Padri della Chiesa. Non sappiamo dove abbia compiuto questi studi né chi siano stati i suoi maestri, ma è difficile immaginare che un futuro vescovo potesse svolgere il proprio ministero senza una solida formazione.

Anche il Cristianesimo che Nicola conobbe da giovane era molto diverso da quello che siamo abituati a immaginare oggi.

Non esistevano ancora le grandi cattedrali, il culto non era sostenuto dall’autorità imperiale e i cristiani rappresentavano una minoranza religiosa che, a seconda dei periodi e delle regioni dell’Impero, poteva vivere momenti di relativa tranquillità oppure essere colpita da persecuzioni anche molto violente. Quando Nicola nacque, mancavano ancora alcuni decenni all’Editto di Milano del 313, con il quale Costantino avrebbe riconosciuto la libertà di culto ai cristiani. Diventare sacerdote, e successivamente vescovo, significava quindi assumere una responsabilità che non era soltanto spirituale, ma anche civile e, in alcuni momenti della storia, persino rischiosa.

È in questo contesto che comincia la vicenda di un uomo destinato a diventare, senza averne la minima idea, una delle figure più popolari dell’intera storia del Cristianesimo. Prima dei miracoli, prima delle leggende e prima ancora della straordinaria fortuna del suo culto, c’è semplicemente un giovane cresciuto sulle rive del Mediterraneo orientale, chiamato a guidare una comunità cristiana in uno dei periodi più complessi della storia dell’Impero Romano.

Come Nicola divenne vescovo di Myra

Anche l’elezione di Nicola a vescovo appartiene a quella zona di confine nella quale storia e tradizione si intrecciano continuamente.

Le fonti più antiche si limitano a ricordarlo come vescovo di Myra, senza spiegare in quale modo fosse stato scelto dalla comunità cristiana. I racconti comparsi nei secoli successivi, invece, arricchiscono questo passaggio con particolari destinati soprattutto a sottolinearne la santità.

Secondo una delle tradizioni più diffuse, alla morte del precedente vescovo i sacerdoti di Myra non riuscivano a trovare un successore sul quale tutti fossero d’accordo. Uno di loro, dopo una lunga preghiera, avrebbe ricevuto in sogno un’indicazione sorprendente: il nuovo vescovo sarebbe stato il primo uomo a entrare in chiesa la mattina seguente.

Quell’uomo, racconta la leggenda, fu proprio Nicola.

È un episodio suggestivo, ma non possediamo alcuna prova che sia realmente accaduto. Come molte altre narrazioni agiografiche, il suo scopo non era tanto ricostruire un fatto storico quanto trasmettere un messaggio: il ministero episcopale di Nicola non sarebbe stato il risultato di ambizioni personali o di accordi politici, ma della volontà divina.

Al di là della leggenda, una cosa appare invece molto probabile. Se Nicola divenne realmente vescovo di Myra, doveva già godere di una notevole autorevolezza all’interno della comunità cristiana della Licia. Nei primi secoli della Chiesa il vescovo non era soltanto la guida spirituale dei fedeli, era anche il punto di riferimento per l’assistenza ai poveri, l’amministrazione dei beni della comunità, la risoluzione delle controversie e, non di rado, il rappresentante dei cristiani nei rapporti con le autorità civili; era un incarico ovviamente di enorme responsabilità.

Bisogna inoltre ricordare che Nicola esercitò il proprio ministero in un’epoca tutt’altro che tranquilla. Negli ultimi anni del III secolo e nei primi decenni del IV l’Impero Romano attraversò una delle più dure persecuzioni contro i cristiani, culminata sotto l’imperatore Diocleziano. Molti vescovi furono imprigionati, costretti all’esilio o messi a morte per essersi rifiutati di rinnegare la propria fede.

Secondo la tradizione, anche Nicola avrebbe conosciuto il carcere durante queste persecuzioni, venendo liberato soltanto dopo l’Editto di Milano promulgato da Costantino nel 313. Anche in questo caso la documentazione contemporanea è scarsa e non permette di confermare con assoluta certezza l’episodio. Tuttavia il racconto è perfettamente coerente con il contesto storico nel quale il vescovo di Myra visse e svolse il proprio ministero.

Quando il Cristianesimo uscì definitivamente dalla clandestinità, Nicola era ormai una figura autorevole, conosciuta ben oltre i confini della sua diocesi. La fama che iniziava a circondarlo, però, non dipendeva tanto dal suo ruolo ecclesiastico quanto da qualcosa di molto più concreto.

Le persone raccontavano che quel vescovo avesse l’abitudine di aiutare chiunque si trovasse in difficoltà.
Ed è proprio da questa reputazione che nasce il più celebre episodio della sua vita, quello che, più di ogni altro, finirà per intrecciarsi con la futura storia di Babbo Natale.

Le tre fanciulle: la leggenda che cambiò tutto

Tra i molti racconti attribuiti a San Nicola, ce n’è uno che, più di ogni altro, ha attraversato i secoli senza perdere la propria forza narrativa. È una storia semplice, quasi priva di elementi spettacolari, e forse proprio per questo destinata a diventare il cuore dell’immagine che ancora oggi conserviamo del santo.

La tradizione racconta che a Myra vivesse un uomo caduto in disgrazia. Un tempo aveva posseduto una discreta ricchezza, ma una serie di sventure lo aveva ridotto in miseria. Aveva tre figlie e non disponeva più del denaro necessario per procurare loro una dote.

Per comprendere la gravità della situazione bisogna ricordare quanto la dote fosse importante nel mondo antico. Non rappresentava soltanto un contributo economico al futuro matrimonio, ma costituiva spesso la condizione indispensabile perché una giovane donna potesse costruirsi una famiglia. Senza di essa le possibilità di sposarsi diminuivano drasticamente e il rischio di precipitare nella povertà, o addirittura di essere costretta alla prostituzione, diventava concreto.

Venuto a conoscenza della vicenda, Nicola decise di intervenire nel solo modo che riteneva davvero coerente con il Vangelo: aiutando quella famiglia senza metterla in imbarazzo e senza aspettarsi alcuna forma di riconoscenza. Attese quindi la notte, raggiunse in silenzio la loro abitazione e vi lasciò un piccolo sacchetto colmo di monete d’oro, una somma sufficiente a garantire la dote della figlia maggiore e a permetterle di sposarsi.

Qualche tempo dopo il gesto si ripeté. Poi accadde una terza volta.

Il padre delle ragazze, ormai convinto che dietro quella misteriosa generosità si nascondesse sempre la stessa persona, decise di vegliare durante la notte. Quando vide Nicola avvicinarsi nuovamente alla casa con un altro sacchetto di monete, gli corse incontro per ringraziarlo. Secondo la tradizione, il vescovo lo pregò con insistenza di non raccontare mai a nessuno ciò che aveva visto, perché il bene, quando viene compiuto sinceramente, non ha bisogno di essere conosciuto.

Naturalmente non possiamo sapere se questo episodio sia realmente accaduto. Le prime versioni della leggenda furono infatti messe per iscritto molto tempo dopo la morte di Nicola e, come avviene spesso nelle vite dei santi, vennero progressivamente arricchite di particolari destinati a renderle più vive nella memoria dei fedeli. Alcune raccontano che il sacchetto d’oro fosse stato gettato in una finestra; altre, diffuse soprattutto nel Medioevo, narrano che fosse entrato da un camino andando a finire dentro una calza lasciata ad asciugare vicino al fuoco. È un dettaglio apparentemente secondario, ma destinato ad avere una fortuna straordinaria, perché proprio da questa variante nasceranno, molti secoli più tardi, alcuni degli elementi più riconoscibili dell’immaginario di Babbo Natale.

Il vero valore della leggenda, tuttavia, non risiede nei particolari folkloristici. Ciò che l’ha resa immortale è l’idea di carità che racchiude. Nicola non aiuta quella famiglia per ottenere prestigio, per ricevere gratitudine o per costruirsi una reputazione. Fa esattamente il contrario: sceglie il silenzio, protegge la dignità di chi riceve il suo aiuto e cerca perfino di rimanere anonimo.

È proprio questa immagine ad attraversare i secoli. Ancora prima che esistesse Babbo Natale, la tradizione aveva già fissato uno dei tratti destinati a caratterizzare il suo lontanissimo erede: il dono più autentico è quello che arriva senza essere annunciato, non pretende nulla in cambio e lascia dietro di sé soltanto la gioia di chi lo riceve. Forse è anche per questo che la storia delle tre fanciulle continua ancora oggi a emozionarci. Più che il racconto di un miracolo, è il racconto di una forma di generosità che il tempo non è mai riuscito a rendere antica.

Il santo di tutti

A questo punto della storia è naturale porsi una domanda. Se Nicola fu uno dei tanti vescovi vissuti nei primi secoli del Cristianesimo, perché proprio lui divenne uno dei santi più popolari dell’intera Europa?

La risposta non va cercata in un singolo miracolo. Nessuno degli episodi attribuiti a Nicola, preso isolatamente, sarebbe stato sufficiente a spiegare una fortuna tanto straordinaria. Ciò che rese unico il vescovo di Myra fu piuttosto l’immagine che, lentamente, si costruì intorno alla sua persona e che la tradizione continuò ad arricchire per secoli.

Sfogliando le antiche raccolte dedicate ai suoi miracoli si nota subito una caratteristica ricorrente. Nicola non è ricordato come il protettore di una sola categoria di persone, come avveniva per molti altri santi, ma sembra comparire ovunque vi sia qualcuno in difficoltà. Le storie lo mostrano accanto ai marinai sorpresi dalla tempesta, ai mercanti impegnati nei lunghi viaggi attraverso il Mediterraneo, ai prigionieri condannati ingiustamente, alle famiglie precipitate nella miseria, ai bambini, ai pellegrini e a chiunque si trovi improvvisamente senza alcuna possibilità di cavarsela da solo.

Questa straordinaria varietà di situazioni non è casuale. Più che specializzarsi in un particolare ambito della vita quotidiana, Nicola finì con l’incarnare un’idea molto più ampia di protezione e di solidarietà. Nei racconti che lo riguardano il vero protagonista non è il miracolo in sé, ma la persona che lo riceve: qualcuno che ha esaurito ogni speranza e che, proprio nel momento più difficile, trova un aiuto inatteso.

È probabilmente questa la ragione della rapidissima diffusione del suo culto. Le comunità cristiane sparse lungo le coste del Mediterraneo potevano riconoscersi con estrema facilità in quelle vicende. Un padre preoccupato per il futuro delle proprie figlie, un marinaio in balia del mare, un mercante lontano da casa, una madre che temeva per la sorte del proprio figlio o un innocente condannato ingiustamente trovavano tutti nella figura del vescovo di Myra un riferimento capace di parlare direttamente alla loro esperienza.

Con il trascorrere dei secoli questi racconti continuarono ad aumentare. Alcuni potrebbero conservare il ricordo di episodi realmente accaduti, altri nacquero probabilmente dalla devozione popolare, altri ancora furono elaborati dagli autori medievali con l’intento di offrire esempi di vita cristiana. Per lo storico è spesso impossibile stabilire con precisione dove termini il fatto e dove cominci la leggenda. Dal punto di vista culturale, tuttavia, questa distinzione non è sempre la più importante.

Ciò che colpisce è la sorprendente coerenza dell’immagine che emerge da tutte queste narrazioni. Nicola non agisce mai per affermare il proprio prestigio né per dimostrare un potere personale. Ogni suo intervento è rivolto a restituire speranza, a proteggere chi è più fragile e ad alleviare una sofferenza concreta. È questa continuità, molto più dei singoli miracoli, ad aver fissato nella memoria collettiva il volto di un santo vicino alla gente comune, capace di accompagnare la vita quotidiana delle persone molto più di quanto riuscissero a fare figure percepite come lontane o irraggiungibili.

Tra tutte le categorie che finirono per affidarsi alla sua protezione, una ebbe un ruolo decisivo nella diffusione del suo nome. Furono i marinai che percorrevano incessantemente le rotte del Mediterraneo, perché sarebbero stati proprio loro, insieme ai mercanti, a trasformare la devozione locale nata a Myra in un culto destinato a raggiungere ogni angolo d’Europa.

I marinai e il Mediterraneo

Difatti se dovessimo individuare la categoria di persone che più di ogni altra contribuì a diffondere il nome di San Nicola ben oltre i confini della Licia, probabilmente non dovremmo cercarla tra i vescovi o tra i monaci, ma tra coloro che trascorrevano gran parte della propria vita in mare.

Nel IV secolo il Mediterraneo era molto più di un semplice spazio geografico. Era la grande via di comunicazione dell’Impero Romano. Attraverso le sue rotte viaggiavano grano dall’Egitto, vino dalla Grecia, olio dall’Asia Minore, tessuti, spezie, metalli, ceramiche e, insieme alle merci, idee, lingue, religioni e racconti. Un porto non era soltanto il luogo nel quale attraccavano le navi: era un punto d’incontro tra mondi diversi.

Myra occupava una posizione privilegiata all’interno di questa rete. Pur non affacciandosi direttamente sul mare, era collegata al porto di Andriake, uno degli scali più importanti della costa licia, frequentato da imbarcazioni provenienti da tutto il Mediterraneo orientale. Mercanti e marinai transitavano continuamente da queste coste, trasformando la città in un crocevia di uomini, notizie e tradizioni.

Non sorprende quindi che proprio tra i naviganti abbia iniziato a diffondersi uno dei racconti più celebri dedicati a Nicola.

Secondo la tradizione, una nave venne sorpresa da una violenta tempesta mentre attraversava il Mediterraneo. Il mare, improvvisamente agitato, minacciava di far affondare l’imbarcazione e l’equipaggio, ormai convinto di non avere alcuna possibilità di salvarsi, invocò l’aiuto del vescovo di Myra. La leggenda racconta che Nicola apparve miracolosamente ai marinai, calmò il vento e ricondusse la nave in salvo.

È impossibile stabilire quanto questo episodio conservi il ricordo di un fatto realmente accaduto. Come molti altri miracoli attribuiti al santo, anche questo ci è noto attraverso fonti tarde, nelle quali il racconto storico si intreccia inevitabilmente con la devozione popolare. Dal punto di vista della storia del culto, però, la sua importanza è enorme.

Ogni marinaio che raccontava di essere stato salvato per intercessione di Nicola portava quella storia nel porto successivo; ogni mercante la ripeteva durante un nuovo viaggio; ogni comunità cristiana la faceva propria, contribuendo ad ampliare la fama del vescovo di Myra ben oltre i confini della sua diocesi. Molto prima che esistessero la stampa, i giornali o i mezzi di comunicazione moderni, erano proprio le persone in viaggio a trasportare racconti, devozioni e tradizioni da una sponda all’altra del mare.

Fu così che Nicola divenne progressivamente il patrono dei marinai. Non perché un’autorità religiosa lo avesse deciso ufficialmente, ma perché migliaia di uomini che vivevano del mare iniziarono spontaneamente ad affidarsi alla sua protezione. Ancora oggi, entrando in molte chiese affacciate sul Mediterraneo, non è raro imbattersi in ex voto raffiguranti navi scampate alle tempeste o in modellini di imbarcazioni appesi alle navate come segno di riconoscenza. È una tradizione che affonda le proprie radici proprio in quei racconti nati lungo le rotte percorse dalle navi romane.

Questo legame con il mare avrebbe avuto conseguenze enormi anche molti secoli dopo la morte di Nicola. Sarebbero stati infatti altri uomini di mare, provenienti da una città italiana affacciata sull’Adriatico, a compiere il viaggio destinato a cambiare definitivamente la storia del suo culto.

Ma prima di arrivare a Bari dobbiamo ancora osservare come, nel corso dei secoli, la figura del vescovo di Myra abbia continuato ad arricchirsi di nuovi racconti, fino a diventare uno dei santi più amati dell’intero mondo cristiano.

Il Concilio di Nicea e gli ultimi anni

Se le leggende ci restituiscono l’immagine di un uomo vicino ai poveri, ai marinai e ai bambini, la storia ci ricorda che Nicola fu anche uno dei protagonisti di una delle fasi più delicate del Cristianesimo antico.

Nel 325 d.C. l’imperatore Costantino convocò a Nicea, nell’attuale Turchia, il primo grande concilio ecumenico della storia della Chiesa. L’obiettivo era affrontare una controversia teologica destinata a dividere profondamente il mondo cristiano: le idee del presbitero Ario, secondo il quale Cristo non possedeva la stessa natura divina del Padre, ma era la più perfetta delle creature.

Per la prima volta centinaia di vescovi provenienti da ogni parte dell’Impero si riunirono per discutere una questione destinata a influenzare il Cristianesimo per i secoli successivi. Da quel confronto sarebbe nato il Credo niceno, ancora oggi recitato durante la liturgia da gran parte delle Chiese cristiane.

La tradizione colloca anche Nicola tra i partecipanti al concilio e la sua presenza è generalmente considerata plausibile, anche se gli elenchi originali dei partecipanti non sono giunti fino a noi in forma completa e le testimonianze più esplicite appartengono a epoche successive. È quindi uno di quei casi nei quali gli storici preferiscono parlare di una possibilità molto concreta, piuttosto che di una certezza assoluta.

Molto più celebre è un altro episodio, destinato a conoscere una fortuna enorme nell’iconografia medievale. Secondo una leggenda comparsa parecchi secoli dopo gli eventi, durante il dibattito Nicola, incapace di sopportare le affermazioni di Ario, si sarebbe alzato e gli avrebbe sferrato uno schiaffo davanti all’intera assemblea.

La scena è diventata una delle immagini più popolari dedicate al santo, tanto da essere rappresentata in numerosi affreschi e icone orientali.

Dal punto di vista storico, tuttavia, non esiste alcun elemento che permetta di considerarla attendibile. Le prime testimonianze di questo episodio compaiono molti secoli dopo il Concilio di Nicea e riflettono soprattutto il desiderio di raffigurare Nicola come un instancabile difensore dell’ortodossia cristiana.

Che abbia realmente partecipato al concilio oppure no, una cosa appare comunque evidente. Nel primo quarto del IV secolo il vescovo di Myra era ormai una figura autorevole, conosciuta ben oltre i confini della propria diocesi. La sua fama continuò a crescere fino alla morte, avvenuta probabilmente il 6 dicembre di un anno compreso tra il 343 e il 352 d.C., data che la tradizione avrebbe poi fissato definitivamente nel 343 e che sarebbe diventata la sua memoria liturgica.

Nessuno avrebbe potuto immaginare che quel giorno non avrebbe segnato la fine della sua storia, ma soltanto l’inizio.

Perché fu proprio dopo la morte che il nome di Nicola iniziò un viaggio destinato a portarlo ben oltre le coste della Licia, fino a trasformarlo nel santo più popolare del Medioevo e, molti secoli più tardi, nell’antenato del personaggio che oggi chiamiamo Babbo Natale.


Capitolo 3 — Da Myra a Bari

Il viaggio che cambiò la storia di San Nicola

Quando Nicola morì, probabilmente intorno alla metà del IV secolo, nessuno avrebbe potuto immaginare che il suo corpo sarebbe diventato, sette secoli più tardi, il centro di una vicenda destinata a coinvolgere mercanti, marinai, imperatori, papi e intere città in competizione tra loro. La storia che stiamo per raccontare possiede tutti gli elementi di un romanzo d’avventura medievale: un lungo viaggio per mare, una missione segreta, un furto di reliquie, tensioni politiche e religiose e una corsa contro il tempo. La differenza è che, questa volta, non ci troviamo di fronte a una leggenda, ma a un episodio storicamente documentato che avrebbe cambiato per sempre la fortuna del culto di San Nicola.

Per diversi secoli dopo la sua morte il vescovo di Myra continuò a riposare nella città in cui aveva trascorso gran parte della propria vita. Intorno al suo sepolcro sorse una basilica che divenne rapidamente una delle principali mete di pellegrinaggio del Mediterraneo orientale. Da ogni parte dell’Impero Bizantino arrivavano fedeli desiderosi di pregare davanti alla sua tomba, mentre il suo nome continuava lentamente a diffondersi lungo le rotte percorse da mercanti e marinai. Il culto di Nicola cresceva senza clamore, seguendo gli stessi itinerari lungo i quali viaggiavano uomini, merci e idee, e nulla lasciava presagire che quel sepolcro sarebbe un giorno diventato oggetto di una contesa internazionale.

Nel frattempo, però, il Mediterraneo stava attraversando una delle trasformazioni più profonde della propria storia. A partire dal VII secolo l’espansione islamica modificò radicalmente gli equilibri politici dell’intera regione. Territori che per secoli avevano fatto parte dell’Impero Romano d’Oriente passarono progressivamente sotto il controllo di nuove dinastie musulmane e anche l’Asia Minore, pur rimanendo a lungo bizantina, si trovò sempre più esposta a conflitti, invasioni e cambiamenti che rendevano i pellegrinaggi meno sicuri e i collegamenti con l’Occidente sempre più difficili.

Fu in questo clima di incertezza che iniziò a diffondersi una preoccupazione destinata ad assumere un peso enorme nell’Europa medievale. Molti temevano che le reliquie dei grandi santi dell’Oriente cristiano potessero andare perdute, essere profanate o diventare irraggiungibili per i pellegrini occidentali. Per comprendere questa paura bisogna ricordare quale significato avessero le reliquie nel Medioevo. Oggi tendiamo a considerarle soprattutto come testimonianze storiche o oggetti di devozione; per un uomo dell’XI secolo esse rappresentavano la presenza concreta del santo all’interno di una comunità. Attorno a una reliquia si costruivano santuari, si organizzavano pellegrinaggi, si sviluppavano commerci e si consolidava il prestigio religioso e politico di una città.

In altre parole, custodire le reliquie di un santo celebre significava possedere uno dei beni più preziosi che una comunità medievale potesse desiderare. È proprio all’interno di questo contesto che entra in scena una città destinata a legare il proprio nome, in modo indissolubile, a quello del vescovo di Myra: Bari.

Perché proprio Bari?

Per capire perché un gruppo di marinai e mercanti baresi decise di affrontare un lungo viaggio fino a Myra bisogna spostare lo sguardo dalla figura di San Nicola alla situazione dell’Italia meridionale nell’XI secolo.

La Bari del 1087 non era ancora la città che conosciamo oggi. Affacciata sull’Adriatico e proiettata verso l’Oriente, rappresentava uno dei porti più dinamici del Mediterraneo. Le sue banchine erano percorse quotidianamente da navi provenienti dall’Impero Bizantino, dalla Grecia, dalla Dalmazia e dal Levante, mentre nelle sue strade si incrociavano mercanti, pellegrini, marinai e ambasciatori. Era una città nella quale il commercio costituiva la principale fonte di ricchezza e nella quale il mare non rappresentava un confine, ma una strada.

Pochi anni prima Bari aveva vissuto un cambiamento destinato a modificarne profondamente il futuro. Nel 1071 era caduta l’ultima roccaforte bizantina dell’Italia meridionale e la città era passata sotto il controllo dei Normanni, guidati da Roberto il Guiscardo. Si concludeva così una presenza bizantina durata oltre cinque secoli e iniziava una nuova fase politica, nella quale Bari cercava di ridefinire il proprio ruolo all’interno del Mediterraneo.

Per una città che aspirava a diventare uno dei grandi centri dell’Occidente cristiano mancava però un elemento fondamentale: un grande santuario capace di attirare pellegrini da tutta Europa.

Nel Medioevo il prestigio di una città non dipendeva soltanto dalla sua ricchezza o dalla sua posizione strategica. La presenza delle reliquie di un santo famoso, come accennato prima, poteva trasformare un centro commerciale in una meta di pellegrinaggio internazionale. Migliaia di persone arrivavano ogni anno per pregare, chiedere una grazia o sciogliere un voto, alimentando un flusso continuo di offerte, commerci e attività economiche. Religione ed economia, in quell’epoca, erano molto meno separate di quanto siamo abituati a immaginare.

Le grandi città lo avevano capito da tempo. Roma custodiva le tombe degli apostoli Pietro e Paolo; Santiago de Compostela stava diventando uno dei principali luoghi di pellegrinaggio della cristianità; Venezia avrebbe costruito la propria identità anche attorno alle reliquie di San Marco, trasferite dall’Egitto nell’828 attraverso una vicenda non meno avventurosa di quella che stiamo per raccontare.

Bari osservava tutto questo con grande attenzione.

Il culto di San Nicola era ormai diffuso in tutto il Mediterraneo, il santo era venerato tanto in Oriente quanto in Occidente e la sua fama continuava a crescere di generazione in generazione. Se le sue reliquie fossero giunte sulle coste pugliesi, la città avrebbe acquisito un prestigio religioso enorme e sarebbe diventata uno dei principali punti d’incontro tra il mondo latino e quello bizantino.

L’occasione sembrò presentarsi proprio nella primavera del 1087.

Le notizie provenienti dall’Asia Minore descrivevano una situazione sempre più instabile. L’avanzata dei Turchi Selgiuchidi alimentava il timore che Myra potesse essere conquistata e che il sepolcro di San Nicola venisse profanato o diventasse definitivamente irraggiungibile per i pellegrini occidentali. È difficile stabilire quanto questo timore fosse realmente fondato e quanto, invece, servisse a giustificare un’operazione progettata da tempo. Ciò che sappiamo con certezza è che un gruppo di marinai e mercanti baresi decise di salpare verso la Licia con un obiettivo ben preciso: riportare in patria le reliquie del santo.

Quella spedizione sarebbe entrata nella storia come una delle imprese più audaci del Medioevo, anche se la parola con cui definirla continua ancora oggi a dividere storici e credenti. Per alcuni fu un salvataggio provvidenziale, per altri un autentico furto. Probabilmente, come spesso accade, la verità sta nel comprendere il contesto storico prima ancora di formulare un giudizio.

Il viaggio verso Myra

Nella primavera del 1087 tre navi salparono dal porto di Bari dirette verso le coste dell’Asia Minore. A bordo non si trovavano soldati inviati da un sovrano né rappresentanti ufficiali della Chiesa, ma soprattutto marinai e mercanti, uomini che conoscevano bene le rotte del Mediterraneo e che avevano trascorso gran parte della loro vita navigando tra l’Adriatico, la Grecia e il Levante. Proprio quell’esperienza li rendeva i protagonisti ideali di una missione tanto delicata quanto ambiziosa.

Le cronache medievali conservano numerosi particolari sulla spedizione, riportando persino i nomi di alcuni partecipanti. Questo lascia pensare che non si trattasse di un’iniziativa improvvisata. I baresi conoscevano la situazione della Licia, erano al corrente delle difficoltà politiche che attraversava la regione e ritenevano che quello fosse il momento più favorevole per tentare il trasferimento delle reliquie di San Nicola. Rimane difficile stabilire quanto il progetto fosse stato preparato in anticipo e quale fosse il coinvolgimento delle autorità cittadine, ma tutto lascia intuire che la spedizione avesse un obiettivo preciso fin dal momento della partenza.

Dopo aver attraversato l’Adriatico e costeggiato il Peloponneso, le tre navi raggiunsero infine la costa della Licia. Myra non era più il prospero centro che aveva conosciuto il suo celebre vescovo sette secoli prima. Le guerre e le continue tensioni che avevano interessato l’Asia Minore avevano progressivamente impoverito la regione, anche se il santuario costruito attorno alla tomba di San Nicola continuava a essere meta di pellegrinaggi e veniva custodito da una piccola comunità di monaci che ne proteggeva gelosamente le reliquie.

Secondo il racconto tramandato dalla Translatio Sancti Nicolai, il testo che descrive il trasferimento delle reliquie, i baresi si presentarono inizialmente come semplici pellegrini. Soltanto dopo aver individuato il luogo esatto del sepolcro rivelarono il vero scopo del loro viaggio, chiedendo ai monaci di consegnare il corpo del santo affinché fosse trasferito in un luogo ritenuto più sicuro.

I religiosi rifiutarono con decisione. Dal loro punto di vista non esisteva alcuna ragione per privare Myra della presenza del proprio santo più venerato e consegnare le reliquie a un gruppo di stranieri giunti dal mare. La trattativa degenerò rapidamente e i baresi decisero di ricorrere alla forza, aprendo il sepolcro ed estraendo le ossa di San Nicola nonostante l’opposizione della comunità monastica.

Le cronache riferiscono che, durante l’apertura della tomba, iniziò a sgorgare un liquido limpido e profumato, identificato con quella che ancora oggi viene chiamata manna di San Nicola. Per gli uomini dell’XI secolo quel fenomeno costituiva la conferma della santità del vescovo di Myra e dell’importanza delle sue reliquie; ancora oggi la Basilica di San Nicola di Bari raccoglie periodicamente una sostanza liquida che la tradizione continua a identificare con lo stesso prodigio.

Completata l’operazione, i marinai baresi ripresero il mare il più rapidamente possibile, consapevoli che ogni ritardo avrebbe potuto compromettere l’esito della spedizione. Nel volgere di pochi giorni le reliquie attraversarono nuovamente il Mediterraneo, questa volta dirette verso una città destinata a legare il proprio nome, per sempre, a quello di San Nicola.

Quella spedizione continua ancora oggi a dividere storici e credenti: per la tradizione barese si trattò di una traslazione, cioè del provvidenziale trasferimento delle reliquie in un luogo dove avrebbero potuto essere custodite e venerate senza il timore delle invasioni che minacciavano l’Asia Minore, mentre per la tradizione della Chiesa orientale rimase a tutti gli effetti un furto, compiuto ai danni della comunità che per oltre sette secoli aveva custodito il sepolcro del santo.

Le due interpretazioni non sono necessariamente incompatibili. Riflettono piuttosto due prospettive diverse sullo stesso avvenimento e ricordano come la storia, soprattutto quella medievale, difficilmente possa essere ridotta a una contrapposizione tra torti e ragioni. Quel che è certo è che, dal momento in cui le navi baresi lasciarono il porto di Myra, la storia del culto di San Nicola cambiò definitivamente direzione e iniziò un nuovo capitolo destinato ad avere conseguenze enormi per tutta l’Europa cristiana.

L’arrivo a Bari e la nascita di un grande santuario

Quando le navi baresi rientrarono in patria portando con sé le reliquie di San Nicola, la notizia si diffuse con una rapidità sorprendente. Le cronache raccontano che la popolazione accorse numerosa verso il porto per assistere allo sbarco, consapevole di trovarsi di fronte a un avvenimento destinato a cambiare il destino della città. Al di là degli inevitabili toni celebrativi propri delle fonti medievali, è difficile dubitare dell’enorme impressione suscitata da quell’evento. Possedere le reliquie di uno dei santi più venerati della cristianità significava acquisire un prestigio che poche città europee potevano vantare.

Le reliquie vennero inizialmente collocate nel monastero di San Benedetto, in attesa che fosse costruita una chiesa capace di accoglierle degnamente. La decisione di edificare un nuovo santuario fu presa quasi immediatamente, a dimostrazione di quanto le autorità religiose e civili avessero compreso l’importanza dell’impresa appena conclusa. I lavori iniziarono nello stesso 1087 e diedero origine a quella che ancora oggi è conosciuta come la Basilica di San Nicola, uno dei capolavori del romanico pugliese e uno dei più importanti luoghi di pellegrinaggio dell’intero Mediterraneo.

La costruzione della basilica rappresentò molto più della realizzazione di un nuovo edificio religioso. Bari si trovava in una posizione geografica unica, sospesa tra il mondo latino e quello bizantino, tra l’Occidente e l’Oriente cristiano. La presenza delle reliquie di San Nicola rafforzò ulteriormente questo ruolo, trasformando la città in un punto d’incontro tra culture che, proprio in quegli anni, stavano vivendo una delle fasi più difficili della loro storia.

Lo scisma del 1054, che aveva sancito la rottura tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, era ancora un evento relativamente recente. Le tensioni tra Oriente e Occidente erano profonde, ma la figura di San Nicola continuava a essere venerata da entrambe le tradizioni cristiane. Per questo motivo la basilica barese divenne ben presto un luogo particolare, nel quale fedeli appartenenti a confessioni diverse continuavano a riconoscere lo stesso santo come proprio punto di riferimento. Ancora oggi non è raro vedere cattolici e ortodossi pregare fianco a fianco davanti al sepolcro di Nicola, una consuetudine che affonda le proprie radici proprio in quella storia iniziata nel 1087.

L’arrivo delle reliquie produsse effetti che andarono ben oltre la dimensione religiosa. I pellegrinaggi aumentarono rapidamente, i commerci ricevettero un nuovo impulso e Bari consolidò il proprio ruolo di grande porto del Mediterraneo. Come era accaduto per Roma con gli apostoli Pietro e Paolo o per Santiago de Compostela con il culto di san Giacomo, anche il nome della città iniziò a essere identificato con quello del santo che custodiva.

Fu soprattutto da Bari che il culto di San Nicola conobbe una diffusione senza precedenti nell’Europa occidentale. Nuove chiese sorsero in Francia, Germania, Inghilterra, nelle Fiandre e nei Paesi Bassi, mentre mercanti, pellegrini e religiosi contribuirono a trasportarne la devozione lungo le principali vie commerciali del continente. Il vescovo di Myra, fino ad allora profondamente legato al Mediterraneo orientale, iniziò così una seconda vita che lo avrebbe portato a diventare uno dei santi più popolari del Medioevo.

È proprio lungo questo percorso che la nostra storia cambia nuovamente prospettiva. Finora abbiamo seguito la vicenda di un uomo realmente esistito e del culto nato attorno alla sua memoria. Da questo momento in avanti assisteremo invece a qualcosa di diverso: il santo storico inizierà lentamente a trasformarsi in un personaggio del folklore europeo. Sarà un processo lungo diversi secoli, nel quale ogni popolo aggiungerà qualcosa di proprio, modificandone l’aspetto, il nome e perfino il modo di distribuire i doni.

Quando questo viaggio avrà termine, il vescovo di Myra sarà diventato Sinterklaas nei Paesi Bassi, Father Christmas in Inghilterra e, infine, Santa Claus nel Nuovo Mondo. Ma quella è un’altra storia, e comincia molto lontano dalle coste della Puglia.

Parte II — Nasce il mito

Per quasi sette secoli abbiamo seguito le vicende di un uomo realmente esistito. Abbiamo incontrato il giovane nato a Patara, il vescovo di Myra, il santo venerato dai marinai e il protagonista dell’audace traslazione delle reliquie che lo portò da una piccola città dell’Asia Minore fino a Bari. A questo punto potremmo essere tentati di pensare che la storia di San Nicola sia ormai completa.

In realtà è soltanto all’inizio.

La figura storica del vescovo di Myra, per quanto straordinaria, non basta infatti a spiegare l’esistenza del personaggio che oggi conosciamo come Babbo Natale. Tra i due esiste una distanza enorme, non soltanto nel tempo ma anche nell’aspetto, nei gesti, nel linguaggio e perfino nel significato che le diverse società hanno attribuito alla sua presenza.

Il passaggio dall’uno all’altro non avvenne improvvisamente. Nessuno decise di inventare un nuovo personaggio e nessun momento preciso può essere indicato come l’istante in cui San Nicola cessò di essere un santo per trasformarsi nell’anziano signore con la barba bianca che ogni dicembre compare nelle nostre case. Si trattò, piuttosto, di una lenta metamorfosi che attraversò tutto il Medioevo e l’età moderna, durante la quale ogni popolo aggiunse qualcosa di proprio, conservò alcuni elementi della tradizione precedente e ne modificò altri secondo la propria sensibilità.

È proprio questa capacità di trasformarsi che rende la storia di Babbo Natale così diversa da quella di molti altri personaggi della cultura occidentale. Esistono miti che rimangono sostanzialmente immutati per secoli; quello di San Nicola, invece, sembra cambiare volto ogni volta che attraversa una frontiera. In Germania assume caratteristiche diverse rispetto alla Francia, nei Paesi Bassi si arricchisce di elementi completamente nuovi, in Inghilterra incontra antiche tradizioni locali e, quando raggiungerà il continente americano, darà origine a una figura che il suo stesso vescovo di Myra avrebbe probabilmente faticato a riconoscere.

Questa continua trasformazione non deve essere interpretata come una perdita di autenticità. Al contrario, rappresenta uno dei motivi principali della straordinaria fortuna del personaggio. Ogni società ha sentito il bisogno di riconoscersi in San Nicola e, per farlo, lo ha lentamente adattato alla propria lingua, ai propri costumi, alle proprie feste e perfino al proprio clima. Il risultato non fu una moltiplicazione di santi diversi, ma la nascita di un’unica grande tradizione europea, nella quale la stessa figura assumeva nomi, abiti e comportamenti differenti senza perdere la propria identità più profonda.

Il viaggio che ci attende nei prossimi capitoli sarà quindi molto diverso da quello affrontato finora. Non seguiremo più la biografia di un uomo, ma il percorso di un’idea che attraversa l’Europa medievale trasformandosi continuamente. Ed è proprio osservando questi cambiamenti che inizieremo a riconoscere, un tratto dopo l’altro, il volto del futuro Babbo Natale.


Capitolo 4 — Il santo attraversa l’Europa

Se potessimo osservare una carta dell’Europa tra l’XI e il XV secolo e colorare ogni luogo nel quale venne costruita una chiesa dedicata a San Nicola, assisteremmo a uno spettacolo sorprendente. Nel giro di pochi secoli il suo nome si diffuse con una rapidità impressionante, comparendo lungo le coste del Mediterraneo, nelle città mercantili della Germania, nei porti delle Fiandre, nei villaggi della Francia, nelle isole britanniche, nei Paesi Bassi e, progressivamente, in gran parte dell’Europa cristiana.

Non si trattò di un’espansione organizzata da un’autorità centrale né del risultato di una precisa strategia della Chiesa. La devozione per San Nicola seguì gli stessi percorsi attraverso i quali, da sempre, viaggiavano uomini, merci e idee. Pellegrini che tornavano da Bari, mercanti impegnati nei commerci tra Oriente e Occidente, marinai che affidavano la propria vita alla sua protezione e religiosi che fondavano nuove comunità contribuirono, ciascuno a modo proprio, a far conoscere il nome del vescovo di Myra ben oltre i confini della Puglia.

Ogni città che accoglieva il suo culto, tuttavia, non si limitava a copiarlo passivamente. Le tradizioni locali continuarono a vivere, intrecciandosi con la figura del santo e trasformandola poco alla volta. È un fenomeno che accompagna tutta la storia della cultura europea. Le idee raramente rimangono identiche a sé stesse quando attraversano una frontiera; più spesso si adattano alla lingua, ai costumi e all’immaginario del luogo che le accoglie. San Nicola non fece eccezione.

È proprio in questo periodo che il vescovo della Licia inizia lentamente a parlare lingue diverse.

In area tedesca il suo nome diventa Sankt Nikolaus. Nei territori di lingua francese è conosciuto come Saint Nicolas. Attraversando la Manica incontra il mondo anglosassone, dove la sua figura finirà con l’intrecciarsi a quella di Father Christmas, personaggio nato da tradizioni completamente differenti. Nei Paesi Bassi il latino Sanctus Nicolaus si trasforma progressivamente in Sinterklaas, un nome destinato, molti secoli più tardi, a compiere un altro viaggio ancora più lungo attraversando l’oceano.

Osservando questa evoluzione si comprende come la storia di Babbo Natale non sia quella di un personaggio che cambia improvvisamente identità, ma quella di una figura che si adatta lentamente alle culture che incontra. Il santo rimane sempre riconoscibile, ma ogni popolo mette in risalto gli aspetti che sente più vicini alla propria sensibilità. In alcuni luoghi prevale il vescovo, in altri il protettore dei bambini, altrove il dispensatore di doni o il patrono dei marinai. Nessuna di queste immagini sostituisce completamente le altre; tutte convivono, sovrapponendosi e contribuendo a costruire un personaggio sempre più ricco e complesso.

È proprio seguendo questo percorso che inizieremo a vedere comparire elementi destinati a diventare familiari. Alcuni saranno destinati a scomparire, altri sopravvivranno fino ai nostri giorni e altri ancora cambieranno così profondamente da risultare quasi irriconoscibili. Il viaggio di San Nicola attraverso l’Europa non fu soltanto la diffusione del culto di un santo, ma l’inizio di una delle più straordinarie trasformazioni culturali della storia occidentale.

Per capire come tutto questo sia stato possibile dobbiamo partire dai territori di lingua tedesca, dove il ricordo del vescovo di Myra incontrò un mondo ancora profondamente segnato dalle antiche tradizioni dell’inverno e diede origine a una delle figure più influenti dell’intera storia del Natale europeo.

San Nicola nei paesi di lingua tedesca

Fu probabilmente nell’area germanica che la figura di San Nicola trovò il terreno più favorevole per iniziare quella lenta trasformazione che, molti secoli dopo, avrebbe condotto alla nascita di Babbo Natale. Non perché il culto fosse nato lì, naturalmente, ma perché quelle regioni rappresentavano uno straordinario punto d’incontro tra la tradizione cristiana importata dal Mediterraneo e un patrimonio di usanze popolari che continuava a sopravvivere ben oltre la conversione delle antiche popolazioni germaniche.

Tra il XII e il XV secolo il 6 dicembre, giorno dedicato a San Nicola, era una delle ricorrenze più attese dell’anno. In molte città della Germania, dell’Austria, della Svizzera e dei territori vicini le celebrazioni coinvolgevano l’intera comunità. Le chiese organizzavano processioni, le scuole interrompevano le lezioni e i bambini aspettavano con impazienza la visita del santo, che spesso compariva vestito con gli abiti episcopali, accompagnato dal pastorale e dalla mitra, proprio come un vero vescovo.

È importante sottolineare un dettaglio che oggi può sembrare scontato, ma che all’epoca rappresentava una differenza fondamentale rispetto al Babbo Natale moderno. San Nicola non arrivava nella notte del 24 dicembre e non aveva alcun legame con la nascita di Gesù. La sua festa cadeva il 6 dicembre e in quella giornata distribuiva piccoli doni ai bambini, ricordando il gesto di generosità attribuitogli dalla tradizione.

I regali, del resto, erano ben lontani dall’abbondanza alla quale siamo abituati oggi. Nella maggior parte dei casi consistevano in mele, noci, frutta secca, piccoli dolci speziati o semplici giocattoli realizzati a mano. Erano doni modesti, spesso preparati all’interno della famiglia, ma proprio per questo assumevano un valore speciale. In un’epoca nella quale gran parte dei bambini possedeva pochissimi oggetti personali, ricevere anche un piccolo regalo rappresentava un momento di autentica gioia.

Accanto alla distribuzione dei doni iniziò però a comparire un altro elemento destinato ad avere una lunga fortuna nella tradizione europea: il giudizio sul comportamento dei bambini.

Le visite di San Nicola non avevano soltanto lo scopo di fare regali. In molte regioni il santo interrogava i più piccoli, chiedeva se fossero stati obbedienti, se avessero studiato con impegno, se avessero rispettato i genitori e mantenuto una buona condotta durante l’anno. I bambini virtuosi ricevevano il premio previsto dalla festa; quelli ritenuti pigri o disubbidienti venivano invece ammoniti e invitati a migliorare.

L’idea che una figura soprannaturale osservi il comportamento dei bambini durante tutto l’anno non nasce quindi con il Babbo Natale moderno. Era già presente nelle più antiche celebrazioni dedicate a San Nicola e rifletteva un preciso intento educativo. Il santo non era soltanto un benefattore, ma anche un modello morale, chiamato a ricordare che la generosità e la bontà non possono essere separate dalla responsabilità personale.

Con il passare dei secoli questo aspetto si accentuò ulteriormente. In molte regioni di lingua tedesca San Nicola iniziò a comparire accompagnato da un personaggio molto diverso da lui, incaricato di rappresentare il lato oscuro della festa. Mentre il santo premiava i bambini buoni, il suo compagno aveva il compito di spaventare quelli disubbidienti, dando origine a una delle tradizioni più curiose e, per certi aspetti, più inquietanti del Natale europeo.

È proprio da questo insolito accompagnatore che dobbiamo ripartire, perché il suo aspetto racconta molto di come le antiche credenze popolari continuarono a convivere con la figura del santo anche molti secoli dopo la cristianizzazione dell’Europa.

Krampus e gli altri compagni del santo

È proprio in questo momento della storia che il racconto di San Nicola inizia ad assumere un volto che, per un osservatore moderno, può apparire sorprendente. Accanto al santo vestito da vescovo, simbolo di bontà, giustizia e generosità, compare infatti una figura completamente diversa, spesso inquietante, il cui compito non è distribuire doni ma ricordare che ogni premio presuppone anche una responsabilità.

Nell’arco alpino, soprattutto nelle regioni che oggi appartengono all’Austria, alla Baviera, all’Alto Adige e ad alcune aree della Slovenia e della Croazia, questo personaggio prese il nome di Krampus. Il suo aspetto è quanto di più lontano si possa immaginare dall’idea moderna del Natale. È raffigurato con lunghe corna ricurve, un volto animalesco, una lingua penzolante, pesanti campanacci legati alla cintura e un fascio di rami di betulla, utilizzati simbolicamente per punire i bambini che durante l’anno si erano comportati male.

Sarebbe però un errore considerarlo una sorta di “diavolo natalizio”. Le sue origini sono molto più complesse e, come spesso accade quando si studiano le tradizioni popolari europee, è difficile distinguere con precisione ciò che appartiene alle antiche credenze precristiane da ciò che è stato elaborato successivamente dal folklore medievale.

Molti studiosi ritengono che figure come Krampus conservino il ricordo di antichi spiriti dell’inverno, esseri legati ai riti stagionali che popolavano l’immaginario delle comunità alpine molto prima della diffusione del Cristianesimo. Non esistono però prove che permettano di tracciare una linea diretta tra quelle antiche divinità e il personaggio che compare nelle fonti medievali. È più probabile che, nel corso dei secoli, racconti diversi si siano progressivamente sovrapposti, dando vita a una figura nuova, nella quale elementi cristiani e tradizioni popolari finirono per convivere senza apparenti contraddizioni.

Quello che sappiamo con maggiore certezza è il ruolo che Krampus svolgeva all’interno della festa. San Nicola rappresentava la misericordia, la generosità e il premio riservato ai bambini virtuosi; il suo compagno, invece, incarnava la paura della punizione e ricordava che ogni scelta produce conseguenze. I due personaggi non erano antagonisti, ma complementari. La loro presenza raccontava una visione dell’educazione molto diversa da quella contemporanea, nella quale il bene e il male venivano rappresentati attraverso due figure facilmente riconoscibili anche dagli occhi di un bambino.

Con il passare del tempo ogni regione elaborò una propria variante di questo accompagnatore. In alcune zone comparve Knecht Ruprecht, un servitore severo che interrogava i bambini sulla conoscenza delle preghiere; in altre apparvero figure come Belsnickel, Pelznickel o Schmutzli, ciascuna con caratteristiche differenti ma accomunate dalla stessa funzione educativa. Cambiavano i nomi, cambiavano gli abiti e cambiavano perfino i modi di punire o ammonire, ma il messaggio rimaneva sostanzialmente identico: il dono non era mai completamente separato dal giudizio sul comportamento tenuto durante l’anno.

Osservando oggi queste tradizioni si potrebbe essere tentati di considerarle semplici curiosità folkloristiche, sopravvissute soltanto nelle vallate alpine o durante qualche rievocazione storica. In realtà hanno esercitato un’influenza molto più profonda di quanto si possa immaginare. Anche l’idea moderna secondo cui Babbo Natale conosce il comportamento dei bambini e distingue, almeno simbolicamente, chi è stato buono da chi è stato cattivo affonda le proprie radici in questo lungo percorso culturale.

La differenza è che, con il trascorrere dei secoli, la figura minacciosa del compagno di San Nicola finirà lentamente per scomparire dall’immaginario di molti Paesi, mentre il santo conserverà soltanto il volto più rassicurante della sua missione. Per assistere a questa trasformazione dobbiamo però spostarci ancora una volta verso occidente, raggiungendo una regione nella quale il nome stesso di San Nicola inizierà a cambiare, preparando inconsapevolmente la nascita di Sinterklaas.

Nei Paesi Bassi nasce Sinterklaas

Se esiste un luogo nel quale il cammino di San Nicola verso Babbo Natale cambia davvero direzione, quel luogo sono i Paesi Bassi.

Può sembrare un’affermazione sorprendente. Finora abbiamo seguito il santo attraverso il Mediterraneo, l’Impero Bizantino, Bari e l’Europa centrale, e verrebbe spontaneo pensare che siano stati questi territori a definirne definitivamente l’identità. In realtà il passaggio decisivo avvenne molto più a nord, nelle città mercantili affacciate sul Mare del Nord, dove il culto del vescovo di Myra incontrò una società profondamente diversa da quella mediterranea.

Tra il Medioevo e l’età moderna i Paesi Bassi erano una delle regioni economicamente più dinamiche d’Europa. Amsterdam, Rotterdam, Utrecht e numerosi altri centri vivevano grazie al commercio marittimo, ai traffici internazionali e a una fitta rete di relazioni che collegava il Nord Europa con il Baltico, l’Inghilterra e il Mediterraneo. Non stupisce quindi che proprio qui San Nicola trovasse un’accoglienza particolarmente favorevole. Patrono dei marinai, dei mercanti e dei viaggiatori, sembrava quasi il santo naturale di una società che aveva costruito la propria fortuna sul mare.

Fu in questo contesto che il latino Sanctus Nicolaus iniziò lentamente a trasformarsi nella forma popolare Sinterklaas.

Il cambiamento potrebbe sembrare soltanto linguistico, ma in realtà racconta qualcosa di molto più profondo. Quando un nome cambia significa che una figura è ormai entrata nella vita quotidiana delle persone. Non appartiene più soltanto alla liturgia o ai testi religiosi, ma viene pronunciata nelle case, nei mercati, nelle scuole e nelle conversazioni di tutti i giorni. San Nicola stava smettendo di essere esclusivamente un santo venerato dalla Chiesa per diventare un personaggio familiare, riconosciuto anche al di fuori dell’ambito strettamente religioso.

Anche il modo di celebrarne la festa continuò a evolversi. Il 6 dicembre rimase la data centrale, ma la vigilia, il 5 dicembre, assunse progressivamente un’importanza sempre maggiore. Era la sera nella quale i bambini lasciavano le proprie scarpe vicino al camino o accanto alla porta, spesso riempiendole di fieno o di carote destinate al cavallo del santo. Durante la notte Sinterklaas passava di casa in casa e ricambiava quel piccolo gesto con dolci, frutta secca, biscotti speziati o semplici giocattoli.

È difficile non cogliere un’eco della leggenda delle tre fanciulle raccontata nel capitolo precedente. Ancora una volta il dono arriva di notte, senza che il benefattore venga visto, e compare quasi miracolosamente là dove qualcuno ha lasciato un piccolo segno di attesa. Naturalmente il contesto è cambiato e la tradizione si è arricchita di elementi nuovi, ma il nucleo della storia rimane sorprendentemente fedele all’immagine del vescovo di Myra che aiutava i bisognosi senza chiedere nulla in cambio.

Anche il viaggio di Sinterklaas assume caratteristiche sempre più originali. Nelle rappresentazioni olandesi il santo continua a indossare gli abiti episcopali, porta la mitra, il pastorale e cavalca un cavallo bianco, ma non vive più a Myra né a Bari. La tradizione, soprattutto a partire dall’età moderna, comincia a collocare la sua partenza in Spagna, da dove ogni anno raggiunge i Paesi Bassi attraversando il mare per distribuire i doni ai bambini.

Perché proprio la Spagna?

La risposta non ha nulla di leggendario. Tra il XVI e il XVII secolo i Paesi Bassi vissero per lungo tempo sotto il dominio della Corona spagnola e i collegamenti commerciali con la penisola iberica erano continui. Come accade spesso nelle tradizioni popolari, un elemento storico finì così per trasformarsi in un dettaglio del racconto, fino a diventare parte integrante dell’immaginario collettivo.

Osservando il Sinterklaas olandese si ha quasi la sensazione di trovarsi davanti a una figura sospesa tra due mondi. Da una parte rimane ancora il vescovo cristiano, riconoscibile nei suoi abiti e nella data della sua festa; dall’altra iniziano a comparire caratteristiche che appartengono ormai al folklore più che alla devozione religiosa. È proprio questo equilibrio, mantenuto per secoli, a rendere la tradizione dei Paesi Bassi così importante per la nostra storia.

Sarà infatti proprio uno Sinterklaas olandese, e non il San Nicola di Bari né quello di Myra, ad attraversare l’Oceano Atlantico insieme ai coloni diretti nel Nuovo Mondo. Da quel momento il suo viaggio prenderà una direzione completamente nuova e il suo nome, pronunciato in una lingua diversa, comincerà lentamente a trasformarsi nel più celebre Santa Claus.


Capitolo 5 — La festa di San Nicola

Se oggi chiedessimo a un bambino europeo del XIII o XIV secolo quale fosse il giorno più atteso dell’inverno, con ogni probabilità non risponderebbe il Natale.

La risposta, almeno in molte regioni del continente, sarebbe il 6 dicembre, la festa di San Nicola.

Per noi può sembrare un’inversione sorprendente di prospettiva. Siamo abituati a considerare il Natale come il centro dell’intero periodo festivo e tendiamo quasi automaticamente a collocare ogni tradizione in funzione del 25 dicembre. Nel Medioevo, però, la situazione era molto diversa. Il Natale possedeva naturalmente un’importanza liturgica fondamentale, ma la ricorrenza che coinvolgeva maggiormente la vita quotidiana dei bambini era spesso proprio quella dedicata al vescovo di Myra.
Questa differenza racconta molto del modo in cui funzionava la società medievale.

Le grandi feste religiose scandivano il calendario dell’anno, ma ciascuna di esse possedeva anche una dimensione profondamente umana fatta di usanze, giochi, processioni e momenti di convivialità che variavano da regione a regione. La festa di San Nicola era una di quelle ricorrenze nelle quali la liturgia usciva dalle chiese per entrare nelle strade, nelle scuole, nelle case e nelle piazze, trasformandosi in un’occasione di incontro capace di coinvolgere l’intera comunità.

In molte città europee il santo veniva accolto con solenni processioni durante le quali un vescovo, oppure un uomo scelto per interpretarne il ruolo, attraversava le vie del centro impartendo benedizioni e distribuendo piccoli doni ai bambini. Attorno a questo momento si sviluppavano mercatini, rappresentazioni teatrali, musiche popolari e banchetti che contribuivano a trasformare il 6 dicembre in una delle giornate più vivaci dell’intero calendario.

Anche il mondo della scuola partecipava attivamente alla celebrazione. Non bisogna dimenticare che, nel Medioevo, l’istruzione era quasi interamente affidata alla Chiesa e che molte scuole dipendevano direttamente da cattedrali, monasteri o capitoli ecclesiastici. San Nicola, considerato protettore dei bambini e degli studenti, divenne così una figura particolarmente amata negli ambienti scolastici, dove la sua festa assumeva un significato che andava ben oltre la semplice devozione religiosa.

Con il passare dei secoli la festa di San Nicola continuò ad arricchirsi di nuovi elementi. Comparvero dolci preparati appositamente per il 6 dicembre, pani speziati modellati con la figura del santo, biscotti distribuiti ai bambini e piccoli doni che, lentamente, avrebbero iniziato a confondersi con quelli destinati al Natale. Sarebbe stato proprio questo progressivo avvicinamento tra le due ricorrenze a preparare una delle trasformazioni più profonde della storia del personaggio, destinata a compiersi nel XVI secolo con la Riforma protestante.

Il vescovo dei bambini

Tra le molte tradizioni nate attorno alla festa di San Nicola ce n’è una che, più di ogni altra, riesce a raccontare il modo in cui il Medioevo viveva il rapporto tra religione, educazione e comunità: ed è, appunto, la tradizione del Boy Bishop, il “vescovo dei bambini”, diffusa soprattutto in Inghilterra ma attestata, con forme e nomi diversi, anche in Francia, Germania, Spagna e in numerose altre regioni dell’Europa cristiana.

L’usanza prevedeva che, in prossimità della festa di San Nicola, uno degli studenti della scuola della cattedrale o del coro venisse simbolicamente eletto vescovo. Al ragazzo venivano fatti indossare una mitra, un pastorale e gli altri paramenti episcopali, mentre i compagni costituivano una piccola corte che lo accompagnava durante processioni, celebrazioni e momenti pubblici della vita cittadina. Per uno o più giorni il giovane assumeva, almeno simbolicamente, il ruolo che normalmente apparteneva al vero vescovo.

A uno sguardo moderno tutto questo potrebbe apparire poco più di una curiosa rappresentazione teatrale, ma nel Medioevo possedeva un significato molto più profondo. La società medievale attribuiva infatti un enorme valore ai simboli e sapeva utilizzare il linguaggio della festa per trasmettere messaggi che andavano ben oltre il semplice divertimento. L’elezione del vescovo dei bambini ricordava agli adulti che l’autorità non era un privilegio personale, ma un servizio affidato temporaneamente a chi era chiamato a esercitarlo con responsabilità e umiltà.

Non è difficile riconoscere, dietro questa tradizione, un’eco lontana di quei Saturnalia romani con i quali avevamo iniziato il nostro viaggio, quando per pochi giorni le rigide gerarchie sociali sembravano sospendersi per lasciare spazio a un mondo temporaneamente diverso.

Non è un caso che questa tradizione fosse legata proprio a San Nicola.

Nell’immaginario medievale il vescovo di Myra era ormai diventato il protettore naturale dell’infanzia e dell’educazione. Le leggende che lo vedevano intervenire in favore dei più piccoli avevano contribuito a trasformarlo nel santo delle scuole, degli studenti e dei giovani chierici. Le istituzioni scolastiche, che allora dipendevano quasi esclusivamente dalla Chiesa, trovarono quindi del tutto naturale dedicargli una delle feste più importanti dell’anno.

Le celebrazioni non si limitavano però agli ambienti religiosi. Le processioni uscivano dalle cattedrali e attraversavano le strade delle città, coinvolgendo artigiani, mercanti, confraternite e famiglie. Le piazze si riempivano di persone, i bambini ricevevano piccoli doni, venivano distribuiti pani dolci e biscotti speziati preparati appositamente per la ricorrenza, mentre la figura del santo diventava, anno dopo anno, sempre più familiare anche a chi non prendeva parte direttamente alla liturgia.

È interessante osservare come molti degli elementi che oggi associamo spontaneamente al Natale fossero, in origine, legati alla festa di San Nicola. L’attesa dei bambini, la visita di un personaggio benevolo, la distribuzione dei dolci, il clima di festa nelle città e perfino l’idea che i più piccoli fossero i protagonisti della ricorrenza appartenevano già da tempo al patrimonio delle celebrazioni del 6 dicembre. Il Natale, almeno per gran parte del Medioevo, conservava soprattutto il proprio significato religioso, mentre era San Nicola a incarnare il momento più gioioso e popolare dell’inverno.

Questa distinzione è fondamentale per comprendere ciò che accadrà nei secoli successivi. Quando la Riforma protestante metterà profondamente in discussione il culto dei santi, molte di queste tradizioni non scompariranno. Continueranno invece a vivere, ma verranno progressivamente trasferite dal 6 dicembre al 25 dicembre, modificando lentamente il calendario e preparando quella trasformazione che, nel giro di pochi secoli, avrebbe cambiato per sempre il volto di San Nicola.

Dolci, pane e piccoli doni

Se c’è un elemento che attraversa quasi tutte le feste dedicate a San Nicola nel Medioevo è il cibo. Non il grande banchetto riservato agli adulti, che apparteneva ad altre ricorrenze del calendario cristiano, ma una serie di piccoli alimenti preparati appositamente per i bambini e distribuiti come segno di festa.

Può sembrare un dettaglio marginale, ma non lo è affatto.

In un’epoca nella quale lo zucchero era un bene raro e costoso, i dolci rappresentavano un lusso che poche famiglie potevano permettersi nella vita quotidiana. Proprio per questo motivo la loro comparsa durante una festa religiosa assumeva un significato particolare. Ricevere un biscotto speziato, un piccolo pane dolce, qualche noce, mele essiccate o frutta candita non era un gesto banale, ma un’esperienza destinata a rimanere impressa nella memoria di un bambino.

La scelta degli alimenti non era casuale. Molti di essi erano prodotti che potevano essere conservati per tutto l’inverno e che, proprio durante il mese di dicembre, trovavano il loro impiego naturale. Le noci e le nocciole richiamavano l’abbondanza del raccolto appena concluso; le mele, essiccate o conservate, rappresentavano uno dei pochi frutti disponibili durante la stagione fredda; il miele continuava a essere il principale dolcificante dell’Europa medievale, mentre le spezie provenienti dall’Oriente conferivano ai dolci un aroma che, per la maggior parte delle persone, rimaneva associato esclusivamente ai giorni di festa.

Fu proprio in questo periodo che iniziarono a comparire preparazioni oggi considerate tradizionali in molte regioni europee. In Germania e nelle Fiandre si diffusero pani speziati che sarebbero diventati gli antenati del Lebkuchen; nei Paesi Bassi comparvero biscotti modellati con stampi di legno raffiguranti San Nicola, gli antenati degli attuali speculaas; in Francia e in Lorena si preparavano dolci dedicati al santo, mentre in numerose città italiane la sua festa era accompagnata dalla distribuzione di pani benedetti e piccoli prodotti da forno destinati soprattutto ai bambini.

Osservando queste tradizioni nel loro insieme si comprende come il dono non fosse ancora l’oggetto che oggi immaginiamo sotto un albero di Natale. Il regalo era qualcosa di semplice, spesso destinato a essere consumato nello stesso giorno, e proprio per questo acquistava un valore profondamente simbolico. Era il segno concreto che la festa era arrivata e che, almeno per qualche ora, la quotidianità lasciava spazio a qualcosa di speciale.

Molte di queste usanze sopravvivono ancora oggi, anche se spesso non ne conosciamo più l’origine. I biscotti speziati che prepariamo nel periodo natalizio, i pani dolci tipici dell’Europa centrale, la frutta secca che compare sulle tavole delle feste e perfino l’abitudine di lasciare latte e biscotti per Babbo Natale appartengono a una storia molto più lunga di quanto siamo portati a immaginare. Naturalmente ciascuna di queste tradizioni ha seguito un percorso autonomo e non può essere fatta risalire a un’unica origine, ma tutte testimoniano come il cibo abbia accompagnato, fin dall’inizio, il racconto del dono e della generosità.

Alla fine del Medioevo la figura di San Nicola era ormai conosciuta in gran parte dell’Europa. Bambini, marinai, mercanti, studenti e pellegrini ne celebravano la festa secondo usanze che cambiavano da una regione all’altra, ma che conservavano un nucleo comune facilmente riconoscibile. Sarebbe stato lecito immaginare che questa tradizione fosse ormai destinata a rimanere immutata per sempre.

Accadde invece l’esatto contrario.

Nel XVI secolo un profondo terremoto religioso attraversò l’Europa, mise in discussione il culto dei santi, modificò il calendario delle feste e costrinse anche San Nicola a cambiare ruolo. Paradossalmente, fu proprio quella crisi a preparare il terreno per la nascita del personaggio che oggi conosciamo come Babbo Natale.


Capitolo 6 — La Riforma cambia tutto

Alla fine del Medioevo la figura di San Nicola sembrava ormai aver raggiunto una posizione inattaccabile. Il suo culto era diffuso dall’Italia alla Scandinavia, dalle città anseatiche alle Fiandre, dalle coste del Mediterraneo fino alle isole britanniche. Migliaia di chiese portavano il suo nome, il 6 dicembre era una delle ricorrenze più amate del calendario e intere generazioni di bambini erano cresciute aspettando la sua visita.

Se qualcuno, all’inizio del Cinquecento, avesse provato a immaginare il futuro della festa di San Nicola, difficilmente avrebbe previsto cambiamenti radicali. Tutto lasciava pensare che quella tradizione fosse ormai destinata a perpetuarsi immutata nei secoli.

La storia, però, ama sorprendere.

Nel 1517 un monaco agostiniano tedesco di nome Martin Lutero affisse, secondo la tradizione, le sue novantacinque tesi contro la vendita delle indulgenze. Quel gesto, destinato a diventare uno degli eventi simbolici della storia europea, non mise semplicemente in discussione alcuni aspetti della Chiesa del tempo. Aprì una frattura destinata a modificare profondamente la religione, la politica, la cultura e perfino la vita quotidiana di milioni di persone.

Tra le molte pratiche che i riformatori guardavano con crescente diffidenza vi era anche il culto dei santi.
Per Lutero il problema non era l’esistenza storica di uomini come Nicola, Francesco o Martino. Nessuno metteva in dubbio che fossero stati cristiani esemplari e figure degne di rispetto. Ciò che veniva contestato era il ruolo che la devozione popolare aveva progressivamente attribuito loro. L’abitudine di invocare i santi come intermediari tra Dio e gli uomini, i pellegrinaggi alle loro reliquie e le feste popolari dedicate alle loro ricorrenze rischiavano, secondo i riformatori, di allontanare l’attenzione dal centro della fede cristiana, che doveva rimanere esclusivamente Cristo.

Le conseguenze di questa nuova impostazione furono profonde e nelle regioni che aderirono alla Riforma molte feste dedicate ai santi vennero abolite, le processioni scomparvero, numerose reliquie persero il proprio ruolo e il calendario liturgico venne progressivamente semplificato. Anche la festa di San Nicola sembrò destinata a seguire la stessa sorte.

Il problema, tuttavia, era che quella ricorrenza non apparteneva più soltanto alla religione.

Per secoli il 6 dicembre aveva rappresentato la festa dei bambini. Era il giorno dell’attesa, dei piccoli doni, dei dolci speziati, delle visite del santo e dei momenti di gioia condivisi all’interno delle famiglie. Eliminare quella tradizione significava cancellare qualcosa che ormai faceva parte della memoria collettiva di intere comunità e fu proprio questa resistenza della cultura popolare a produrre uno degli sviluppi più inattesi della nostra storia.

Invece di scomparire, la figura che portava i doni iniziò lentamente a cambiare identità. In alcune regioni protestanti il compito di distribuire i regali venne progressivamente trasferito da San Nicola al Christkind, il Bambino Gesù, mentre la data della consegna si spostò dal 6 dicembre alla notte di Natale. In altri territori, invece, le antiche usanze continuarono a sopravvivere quasi immutate, dimostrando come le tradizioni popolari siano spesso molto più resistenti delle decisioni prese dalle autorità religiose.

Paradossalmente, fu proprio questo tentativo di ridimensionare il culto di San Nicola a dare inizio alla trasformazione più importante della sua storia. Il santo non scomparve. Cominciò piuttosto a perdere alcuni dei tratti più strettamente ecclesiastici, preparandosi lentamente a diventare un personaggio capace di parlare anche a una società che stava cambiando profondamente.

Da quel momento il suo viaggio avrebbe seguito strade diverse. In alcune parti d’Europa avrebbe continuato a presentarsi con la mitra e il pastorale del vescovo di Myra; in altre avrebbe assunto un volto completamente nuovo. Sarebbe stato proprio uno di questi percorsi, nato nei Paesi Bassi e approdato nel Nuovo Mondo insieme ai coloni olandesi, a cambiare per sempre la storia di Babbo Natale.

Dal santo al Bambino Gesù

Uno degli aspetti più interessanti della Riforma protestante è che, pur mettendo profondamente in discussione il culto dei santi, non riuscì a cancellare un’abitudine ormai radicata da secoli: i bambini continuavano ad aspettare un giorno speciale nel quale ricevere un piccolo dono.

Era una tradizione troppo antica e troppo amata per poter essere semplicemente eliminata.

Martin Lutero comprese molto bene questo problema. Se il 6 dicembre, dedicato a San Nicola, rischiava di alimentare una devozione che la nuova teologia riteneva eccessiva, non aveva senso privare completamente i bambini di una festa tanto sentita. La soluzione fu quindi quella di spostare il centro della celebrazione.

I doni non sarebbero più arrivati nel giorno dedicato a un santo, ma durante il Natale, direttamente in relazione alla nascita di Cristo.

Nacque così la figura del Christkind, il “Bambino Gesù”, chiamato in alcune regioni della Germania a sostituire San Nicola come portatore dei regali.

Per un osservatore contemporaneo questo cambiamento potrebbe apparire soltanto come una modifica del calendario, ma le sue conseguenze furono enormi. Per la prima volta la distribuzione dei doni veniva collegata non più alla memoria di un santo, bensì alla principale festa della cristianità. Il gesto della generosità rimaneva identico, ma cambiava completamente il suo significato religioso.

Anche la data si trasformò.

Per secoli milioni di bambini avevano atteso il 6 dicembre. A partire dal XVI secolo, nelle regioni che aderirono alla Riforma, l’attesa iniziò lentamente a spostarsi verso la notte tra il 24 e il 25 dicembre. Il cambiamento non avvenne ovunque nello stesso momento né con la stessa rapidità. In alcune città il passaggio richiese diverse generazioni, mentre in altre le due tradizioni continuarono a convivere a lungo. Ancora oggi, del resto, l’Europa conserva questa duplice eredità: in molti Paesi i regali arrivano il 6 dicembre, in altri il 24 o il 25 dicembre, e in alcune regioni entrambe le ricorrenze mantengono un proprio significato.

È interessante osservare che la Riforma, pur cercando di ridimensionare il ruolo di San Nicola, finì involontariamente per rafforzare uno degli elementi che avrebbero avuto maggiore fortuna nella storia di Babbo Natale. Da quel momento, infatti, il portatore dei doni iniziò a essere sempre meno legato alla figura storica del vescovo di Myra e sempre più associato al Natale stesso.

La trasformazione, tuttavia, era ancora lontana dall’essere conclusa e nei territori protestanti il Christkind assunse forme molto diverse. In alcuni luoghi veniva immaginato come il Bambino Gesù; altrove si trasformò in una figura angelica, spesso interpretata da una giovane vestita di bianco durante le celebrazioni natalizie. Col passare del tempo il suo aspetto si fece sempre più simbolico, fino a diventare un personaggio quasi invisibile, del quale si percepiva soltanto il passaggio attraverso i doni lasciati durante la notte.

Nel frattempo, però, fuori dai territori protestanti la storia stava seguendo una strada completamente diversa.

Nei Paesi Bassi, dove la devozione a Sinterklaas era ormai profondamente radicata nella vita quotidiana, il vecchio vescovo continuava a presentarsi ogni anno con la sua mitra, il pastorale e il cavallo bianco. Nessuno poteva immaginare che sarebbe stato proprio lui, e non il Christkind, ad attraversare l’Oceano Atlantico insieme ai coloni olandesi, dando inizio alla trasformazione più spettacolare dell’intera storia di Babbo Natale.

Le tradizioni non scompaiono: cambiano casa

Uno degli errori più frequenti quando si studia la storia è immaginare che i grandi cambiamenti avvengano in modo improvviso. Si tende a pensare che, dopo la Riforma protestante, l’Europa si sia semplicemente divisa in due: da una parte i Paesi che continuarono a celebrare San Nicola e dall’altra quelli che lo abbandonarono definitivamente. La realtà, come spesso accade, fu molto più sfumata.

Le tradizioni popolari difficilmente obbediscono ai decreti delle autorità religiose o politiche. Possono cambiare, adattarsi, assumere nuovi significati, ma raramente scompaiono da un giorno all’altro. Continuano a vivere nelle famiglie, nelle abitudini quotidiane, nei racconti tramandati ai bambini e in quei piccoli gesti che vengono ripetuti quasi senza chiedersi da dove abbiano avuto origine.

Fu esattamente ciò che accadde anche a San Nicola.

Nelle regioni rimaste cattoliche il santo continuò a essere celebrato il 6 dicembre, mantenendo quasi ovunque il proprio ruolo di vescovo e di protettore dell’infanzia. Nei territori protestanti, invece, molte delle sue funzioni vennero progressivamente trasferite al Christkind, ma questo non significò affatto la scomparsa delle usanze che si erano sviluppate durante il Medioevo. I bambini continuarono ad attendere qualcuno che portasse i doni, le famiglie conservarono l’abitudine di preparare dolci e piccoli regali, mentre l’atmosfera di attesa che per secoli aveva caratterizzato la festa di San Nicola si spostò lentamente verso il Natale.

Accadde così qualcosa di molto interessante. Mentre la figura religiosa del santo perdeva importanza in alcune parti d’Europa, il personaggio popolare iniziava quasi inconsapevolmente ad acquistare una propria autonomia. I gesti rimasero gli stessi anche quando cambiò il loro significato: qualcuno continuava ad arrivare durante la notte, lasciava doni ai bambini e scompariva prima di essere visto. Che quel misterioso visitatore fosse San Nicola, il Bambino Gesù o un’altra figura appartenente al folklore locale dipendeva ormai dalla regione nella quale si viveva.

Questa capacità di adattarsi alle trasformazioni della storia costituisce uno dei segreti della straordinaria longevità del personaggio. Se San Nicola fosse rimasto esclusivamente il vescovo di Myra venerato dalla Chiesa orientale, probabilmente oggi sarebbe ricordato soltanto dagli studiosi o dai pellegrini diretti a Bari. Il fatto di essersi trasformato, invece, gli permise di sopravvivere ai grandi cambiamenti religiosi, politici e culturali che attraversarono l’Europa tra il XVI e il XVII secolo.

Mentre tutto questo accadeva nel Vecchio Continente, migliaia di uomini e donne lasciavano però le proprie città per cercare fortuna dall’altra parte dell’oceano.


Parte III — L’America inventa Santa Claus

Per oltre mille anni la storia di San Nicola si era svolta interamente in Europa. Dalle coste della Licia alle città dell’Impero Bizantino, dai porti italiani ai mercati delle Fiandre, il suo nome aveva attraversato il continente seguendo le stesse strade percorse dai pellegrini, dai mercanti e dai marinai. Ogni popolo lo aveva accolto, reinterpretato e trasformato senza mai recidere il legame con il vescovo di Myra.

Nessuno, tuttavia, avrebbe potuto immaginare che la metamorfosi più profonda dovesse ancora cominciare.

Il luogo nel quale San Nicola sarebbe diventato il personaggio che oggi conosciamo non fu Bari, né Roma, né Amsterdam. Fu una piccola colonia affacciata su una grande baia dell’Atlantico, fondata all’inizio del Seicento da un gruppo di mercanti olandesi che cercavano soprattutto nuove opportunità commerciali e che, probabilmente, non pensavano affatto di cambiare la storia del Natale.

Quella colonia si chiamava New Amsterdam.

Nel 1624 la Compagnia Olandese delle Indie Occidentali iniziò a stabilire un insediamento permanente sull’isola di Manhattan. Nei decenni successivi arrivarono agricoltori, artigiani, commercianti e marinai provenienti soprattutto dalle Province Unite. Come tutti gli emigranti della storia portarono con sé molto più dei propri beni materiali. Attraversarono l’oceano parlando la loro lingua, cucinando gli stessi piatti, celebrando le stesse feste e raccontando ai propri figli le stesse storie che avevano ascoltato durante l’infanzia.

Tra quelle storie c’era naturalmente anche quella di Sinterklaas.

Nelle case degli emigranti olandesi il vecchio vescovo continuava ad arrivare ogni anno all’inizio di dicembre. Indossava ancora la mitra episcopale, cavalcava il suo cavallo bianco e distribuiva piccoli doni ai bambini secondo una tradizione che, ormai, aveva alle spalle molti secoli di storia. All’interno della colonia nessuno sentiva il bisogno di modificare quel rito. Era un modo per mantenere vivo il legame con la terra lasciata in Europa e per trasmettere ai figli un’identità culturale che l’oceano non aveva cancellato.

La storia, però, stava preparando un’altra sorpresa.

Nel 1664 una flotta inglese entrò nel porto senza incontrare una resistenza significativa e la colonia passò sotto il controllo della Corona britannica. New Amsterdam cambiò nome e diventò New York, inaugurando una nuova fase della propria storia.

Sarebbe facile immaginare che, con il passaggio agli inglesi, anche le tradizioni olandesi siano scomparse rapidamente. In realtà accadde quasi l’opposto. Gli abitanti di origine neerlandese continuarono a parlare la propria lingua per diverse generazioni, conservarono le proprie chiese, mantennero molte delle consuetudini familiari e continuarono a celebrare Sinterklaas come avevano sempre fatto.

Fu proprio questa lenta convivenza tra culture differenti a creare le condizioni per qualcosa di completamente nuovo. La tradizione olandese iniziò infatti a essere osservata da persone che non l’avevano mai conosciuta prima. Gli inglesi la reinterpretarono secondo la propria sensibilità, gli scrittori la adattarono al nuovo contesto americano e, poco alla volta, perfino il nome del vecchio santo iniziò a cambiare.

Non fu una trasformazione improvvisa. Nessuno si svegliò una mattina decidendo che Sinterklaas dovesse diventare Santa Claus. Come era già accaduto molte volte nella lunga storia del personaggio, il cambiamento avvenne quasi senza che nessuno se ne accorgesse, attraverso piccoli adattamenti della lingua parlata, della pronuncia e dell’immaginazione popolare.

Fu allora che il vecchio vescovo di Myra iniziò davvero a diventare qualcos’altro.

Washington Irving e la riscoperta di Sinterklaas

Per quasi un secolo dopo la conquista inglese, la tradizione di Sinterklaas rimase soprattutto un patrimonio delle famiglie di origine olandese. Le nuove generazioni continuavano a celebrarla nelle proprie case, ma al di fuori di quella comunità il vecchio vescovo di Myra era poco conosciuto e, certamente, non rappresentava ancora una figura centrale della cultura americana.

Fu la letteratura a cambiare completamente la situazione.

All’inizio dell’Ottocento New York era una città in piena trasformazione. La popolazione cresceva rapidamente, nuove ondate di immigrati arrivavano dall’Europa e l’antica colonia olandese rischiava di perdere la memoria delle proprie origini. In questo contesto alcuni intellettuali iniziarono a guardare con nostalgia al passato della città, cercando di recuperare racconti, personaggi e tradizioni che sembravano ormai appartenere a un’altra epoca.

Tra loro vi era Washington Irving, uno dei più importanti scrittori americani del suo tempo, ricordato ancora oggi soprattutto per racconti come La leggenda di Sleepy Hollow e Rip Van Winkle. Nel 1809 pubblicò un’opera dal titolo volutamente bizzarro, A History of New York, presentandola come il lavoro di un eccentrico storico olandese immaginario chiamato Diedrich Knickerbocker.

Il libro era una satira, ricca di invenzioni, ironia e paradossi. Irving non aveva alcuna intenzione di scrivere un’opera storica nel senso moderno del termine; giocava continuamente con il passato della colonia olandese, esagerando situazioni, deformando personaggi e mescolando fatti reali e fantasia. Eppure, proprio all’interno di quelle pagine comparve una nuova descrizione di Sinterklaas destinata ad avere un’influenza enorme.

Il santo non era più soltanto il severo vescovo che arrivava a cavallo il 6 dicembre. Irving lo immaginò mentre sorvolava i tetti della città, attraversando il cielo sopra un carro volante e fermandosi a distribuire doni ai bambini. Molti degli elementi che diventeranno caratteristici del Santa Claus ottocentesco non sono ancora presenti, ma il processo di trasformazione è ormai iniziato.

È importante sottolineare che Irving non stava semplicemente riportando una tradizione popolare. Come ogni grande scrittore, la stava reinterpretando. Partiva da racconti realmente esistenti, li adattava alle esigenze narrative del proprio tempo e contribuiva inconsapevolmente a creare qualcosa di nuovo. È uno dei rari casi nei quali possiamo osservare quasi in diretta il momento in cui una figura appartenente al folklore inizia a trasformarsi in un personaggio della letteratura.

Anche il nome continuava lentamente a cambiare. Gli americani di lingua inglese trovavano difficile pronunciare correttamente Sinterklaas e tendevano a storpiarne la forma secondo la propria fonetica. Nel giro di pochi decenni quella parola olandese avrebbe assunto una nuova veste, fino a diventare Santa Claus, un nome che conservava ancora l’eco del santo europeo ma che ormai apparteneva pienamente al mondo angloamericano.

La trasformazione, tuttavia, era ancora lontana dall’essere conclusa.

Il Santa Claus di Washington Irving non aveva ancora una slitta trainata da renne, non viveva al Polo Nord e non entrava nelle case attraverso il camino. Tutti questi elementi sarebbero comparsi pochi anni più tardi grazie a un breve poema natalizio che avrebbe esercitato un’influenza molto maggiore di qualunque trattato storico o religioso.

Fu quel componimento, pubblicato anonimo nel 1823, a dare finalmente un volto riconoscibile al personaggio che oggi chiamiamo Babbo Natale.


Capitolo 8 — Il poema che cambiò tutto

Ci sono libri che modificano il corso della storia. Altri cambiano il modo in cui una società guarda sé stessa. Poi esistono opere molto più piccole, poche pagine appena, che riescono a fare entrambe le cose senza che il loro autore possa rendersene conto.

La notte del 23 dicembre 1823, sul quotidiano newyorkese Troy Sentinel, comparve un componimento poetico intitolato A Visit from St. Nicholas. L’autore non era indicato. Il testo venne pubblicato come un semplice divertimento natalizio, destinato probabilmente a essere dimenticato nel giro di qualche settimana.

Accadde esattamente il contrario.

Nel corso dei decenni quel poema sarebbe stato ristampato migliaia di volte, tradotto in numerose lingue, imparato a memoria da intere generazioni di bambini e considerato, ancora oggi, uno dei testi più influenti dell’intera cultura americana. Gran parte dell’immagine che tutti noi associamo spontaneamente a Babbo Natale nasce proprio da quelle poche centinaia di versi.

L’attribuzione dell’opera continua ancora oggi a essere oggetto di discussione. Tradizionalmente il poema viene assegnato a Clement Clarke Moore, professore di letteratura e lingue orientali, che molti anni dopo ne rivendicò la paternità inserendolo in una propria raccolta di poesie. Alcuni studiosi, tuttavia, ritengono che il vero autore possa essere stato Henry Livingston Jr., poeta di origine olandese la cui famiglia sosteneva di conoscere quel testo già prima della pubblicazione del 1823. Il dibattito non è mai stato definitivamente risolto e probabilmente non lo sarà mai.

Dal punto di vista della nostra storia, però, il nome dell’autore è quasi un dettaglio.

Ciò che conta davvero è il contenuto.

Fino a quel momento Santa Claus era ancora una figura piuttosto indefinita. Conservava molti tratti del vecchio Sinterklaas olandese, ma mancava ancora un’immagine condivisa capace di fissarsi nell’immaginario collettivo. Quel poema colmò improvvisamente il vuoto.

Per la prima volta il visitatore della notte di Natale acquistava una personalità precisa, un modo di muoversi, un carattere e perfino una dimensione fisica. Non era più il severo vescovo medievale con la mitra e il pastorale, ma un personaggio allegro, sorridente, vivace, quasi giocoso. L’atmosfera religiosa lasciava spazio a una narrazione domestica, osservata attraverso gli occhi di una famiglia che, nel silenzio della notte, ascolta improvvisamente strani rumori provenire dal tetto.

Il lettore moderno riconosce immediatamente quella scena perché, in un modo o nell’altro, l’ha già incontrata decine di volte nei libri illustrati, nei film, nelle pubblicità e nei cartoni animati. Eppure, nel 1823, rappresentava qualcosa di completamente nuovo.

È difficile sopravvalutare l’importanza di quel momento.

Se San Nicola aveva attraversato quindici secoli di storia trasformandosi lentamente grazie al folklore europeo, A Visit from St. Nicholas riuscì a compiere, nel giro di poche pagine, un’opera di sintesi straordinaria. Raccolse tradizioni provenienti da epoche e Paesi diversi, eliminò gli elementi ormai percepiti come antiquati e diede vita a una figura sorprendentemente moderna, destinata a diventare il punto di riferimento per tutte le rappresentazioni successive.

È proprio da questo momento che il nostro racconto cambia definitivamente prospettiva.

Finora abbiamo seguito la storia di un santo che, secolo dopo secolo, si adattava alle culture che incontrava. Adesso assisteremo invece alla nascita di un personaggio letterario capace di influenzare il mondo reale, dimostrando come, a volte, anche una semplice poesia possa modificare l’immaginario collettivo di milioni di persone.

Una notte destinata a diventare eterna

È sorprendente constatare quanto dell’immaginario natalizio contemporaneo fosse già contenuto in quel breve poema del 1823. Molti degli elementi che oggi consideriamo inseparabili da Babbo Natale compaiono infatti per la prima volta proprio in quelle pagine, oppure ricevono una forma tanto convincente da diventare definitiva.

La vicenda è ambientata nella notte della vigilia di Natale. Una famiglia sta dormendo mentre la casa è immersa nel silenzio. All’improvviso il padre viene svegliato da strani rumori provenienti dall’esterno. Si avvicina alla finestra e assiste a una scena che nessuno aveva mai descritto con tanta precisione: un piccolo veicolo volante attraversa il cielo, trainato da otto renne, guidato da un allegro portatore di doni che si posa con sorprendente leggerezza sul tetto dell’abitazione.

A partire da quel momento la narrazione procede con un ritmo quasi cinematografico. Il misterioso visitatore scende dal camino, riempie le calze appese vicino al fuoco, osserva con soddisfazione il proprio lavoro e riparte nel cuore della notte senza svegliare nessuno.

Per il lettore moderno questa successione di immagini appare quasi scontata. È il Natale così come lo abbiamo sempre conosciuto. Eppure, nel 1823, nulla di tutto questo apparteneva ancora a una tradizione consolidata.

Il poema introduce innanzitutto un mezzo di trasporto completamente nuovo. Fino ad allora San Nicola era stato immaginato soprattutto a cavallo, come accadeva nella tradizione olandese di Sinterklaas, oppure semplicemente in cammino. Qui compare invece una slitta volante, scelta probabilmente perché perfettamente adatta all’immaginario degli inverni nordamericani, dove neve e ghiaccio rendevano quel mezzo familiare a qualunque lettore.

Anche le renne fanno il loro ingresso sulla scena in modo sorprendente. Non sono animali anonimi, ma possiedono già un’identità precisa. L’autore le chiama una per una: Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donner e Blitzen. Manca ancora Rudolph, che nascerà più di un secolo dopo, ma il gruppo fondamentale è già completo.

Un’altra innovazione riguarda il carattere stesso del protagonista.

Il Santa Claus del poema non assomiglia più al solenne vescovo medievale. Non pronuncia sermoni, non interroga i bambini sul loro comportamento e non è accompagnato da figure incaricate di punire chi si è comportato male. Al contrario, appare come un personaggio vivace, sorridente, quasi giocoso. Ride tra sé mentre distribuisce i doni, si muove con agilità sorprendente e trasmette un senso di serenità che trasforma completamente l’atmosfera della narrazione.

Persino il suo rapporto con la casa cambia profondamente. Nelle antiche leggende dedicate a San Nicola il dono arrivava quasi sempre attraverso una finestra o veniva lasciato discretamente davanti all’abitazione. Nel poema del 1823 il protagonista entra invece dal camino, un dettaglio che si rivelerà straordinariamente efficace dal punto di vista narrativo. Ogni casa possiede un ingresso segreto che permette al portatore dei doni di entrare senza essere visto e di scomparire prima dell’alba, lasciando dietro di sé soltanto i regali e lo stupore del mattino successivo.

È difficile immaginare un esempio più efficace di come la letteratura possa influenzare la realtà. Nel giro di pochi decenni milioni di famiglie iniziarono a immaginare Babbo Natale esattamente come lo aveva descritto quel poema. Non perché qualcuno avesse imposto quella visione, ma perché risultava semplice, coerente e straordinariamente affascinante. Era una storia che funzionava, e proprio per questo continuò a essere raccontata, illustrata e tramandata fino a diventare parte integrante dell’immaginario collettivo.

Quando il poema venne pubblicato, però, il suo protagonista non aveva ancora il volto che oggi tutti riconosciamo. Sapevamo come arrivasse, come si muovesse e perfino come si chiamassero le sue renne, ma nessuno aveva ancora stabilito con precisione quale fosse il suo aspetto. Sarebbe stato un illustratore tedesco emigrato negli Stati Uniti, alcuni decenni più tardi, a completare definitivamente quell’immagine, consegnandola al mondo intero.

Capitolo 9 — Thomas Nast

Se il poema del 1823 aveva dato una personalità a Santa Claus, mancava ancora un elemento fondamentale. I lettori sapevano ormai come si muoveva, quando arrivava, quali animali trainavano la sua slitta e perfino il modo in cui entrava nelle case. Rimaneva però una domanda alla quale nessuno aveva ancora fornito una risposta definitiva: che aspetto aveva davvero?

Nel corso dell’Ottocento gli illustratori continuarono a rappresentarlo nei modi più diversi. Alcuni lo raffiguravano ancora come un vescovo, altri come un vecchio contadino, altri ancora come un piccolo gnomo o un elfo. Cambiavano la statura, gli abiti, la barba e perfino l’espressione del volto. Santa Claus esisteva ormai nella fantasia dei lettori, ma non possedeva ancora un’immagine universalmente riconoscibile.

Fu un illustratore tedesco emigrato negli Stati Uniti a modificare radicalmente questa situazione.

Thomas Nast nacque nel 1840 a Landau, in Baviera, e si trasferì da bambino a New York insieme alla famiglia. Dotato di un talento straordinario per il disegno, divenne uno dei più importanti illustratori politici dell’Ottocento americano. Le sue vignette pubblicate su Harper’s Weekly contribuirono a combattere la corruzione politica, a denunciare gli abusi del potere e a costruire alcune delle immagini simboliche ancora oggi associate agli Stati Uniti, come l’elefante del Partito Repubblicano e l’asino del Partito Democratico.

Nel pieno della Guerra Civile americana, nel 1863, Harper’s Weekly gli commissionò un’illustrazione natalizia destinata a sostenere il morale delle truppe dell’Unione.

Nast scelse come protagonista proprio Santa Claus.

L’immagine mostrava un vecchio dalla lunga barba bianca che distribuiva doni ai soldati nordisti accampati al fronte. Indossava un cappuccio bordato di pelliccia e un abito decorato con stelle e strisce, chiaro richiamo alla bandiera degli Stati Uniti. Non era ancora il Babbo Natale che conosciamo oggi, ma qualcosa stava cambiando.

Negli anni successivi Nast continuò a disegnare Santa Claus quasi ogni Natale. Illustrazione dopo illustrazione, il personaggio acquistò una fisionomia sempre più precisa. La barba diventò lunga e folta, il corpo assunse un aspetto robusto e rassicurante, il volto si addolcì fino a esprimere quella bonaria serenità che ancora oggi gli attribuiamo. Più che inventarlo, Nast lo modellò lentamente davanti agli occhi dei lettori, permettendo a milioni di persone di riconoscere finalmente lo stesso personaggio nelle pagine dei giornali.

Fu proprio durante questa lunga serie di illustrazioni che comparvero molti degli elementi destinati a entrare stabilmente nell’immaginario natalizio. Nast immaginò una casa-laboratorio nella quale Santa Claus preparava i giocattoli, introdusse l’idea di un archivio contenente i nomi dei bambini buoni e di quelli cattivi, lo collocò nelle regioni polari, dove nessuno Stato avrebbe potuto rivendicarne l’appartenenza, e iniziò a circondarlo di un mondo fantastico fatto di giocattoli, lettere e preparativi per il grande viaggio di Natale.

È interessante osservare come nessuno di questi elementi compaia nel poema del 1823. Il testo raccontava soltanto una notte. Nast, invece, si pose una domanda completamente diversa: che cosa fa Babbo Natale durante il resto dell’anno?

Da quella semplice intuizione nacque un universo narrativo completamente nuovo.

Santa Claus non era più soltanto un visitatore notturno che appariva una volta all’anno. Diventava un personaggio con una casa, un lavoro, una routine e un’esistenza che continuava anche dopo la distribuzione dei doni. In altre parole, smetteva definitivamente di essere una figura leggendaria e iniziava ad assumere i tratti di un personaggio dotato di una propria biografia.

Fu un cambiamento enorme.

E, come vedremo nel capitolo successivo, sarebbe stato proprio quel nuovo Santa Claus, ormai riconoscibile in ogni dettaglio, a raggiungere anche le città di frontiera del West americano, rispondendo finalmente alla domanda dalla quale è iniziato tutto il nostro viaggio: nel Far West esisteva davvero Babbo Natale?

Capitolo 10 — Il Natale conquista il Far West

Siamo finalmente arrivati alla domanda dalla quale è cominciato tutto questo viaggio.

Quando, quella sera davanti alla televisione, vidi i bambini de La casa nella prateria aspettare con entusiasmo l’arrivo di Babbo Natale, la mia prima reazione fu di incredulità. Continuavo a immaginare il Far West come il mondo delle diligenze, dei cowboy, dei cercatori d’oro, delle piste polverose e delle città nate nel giro di pochi mesi attorno a una miniera. Era difficile conciliare quell’immaginario con un vecchio dalla barba bianca che distribuiva regali durante la notte di Natale.

Eppure, dopo aver attraversato quasi duemila anni di storia, la risposta appare ormai molto diversa.

Quando i pionieri iniziarono a spingersi verso occidente, Babbo Natale non era più il vescovo di Myra. Non era nemmeno il Sinterklaas degli emigranti olandesi. Aveva già assunto gran parte delle caratteristiche che conosciamo ancora oggi grazie al poema del 1823 e alle illustrazioni di Thomas Nast. La sua trasformazione era ormai in pieno svolgimento.

Questo significa che, nella seconda metà dell’Ottocento, mentre nascevano nuove città lungo le ferrovie e i coloni attraversavano le Grandi Pianure con i loro carri, Santa Claus era già entrato nella cultura americana.

Naturalmente il Natale della frontiera era molto diverso da quello delle grandi città della costa orientale.

Le famiglie vivevano spesso isolate, a giorni di viaggio dal centro abitato più vicino. Le case erano piccole costruzioni di legno o di zolle erbose, riscaldate da una semplice stufa. L’inverno rappresentava ancora una stagione difficile, durante la quale gli spostamenti diventavano complicati e il lavoro nei campi lasciava spazio alla manutenzione degli attrezzi, alla preparazione del cibo e alla vita domestica.

Proprio per questo il Natale assumeva un significato particolare.

Più che una festa dello sfarzo, era un’occasione per interrompere la durezza della vita quotidiana e ricordare che, almeno per un giorno, la famiglia poteva riunirsi attorno allo stesso tavolo. I regali erano pochi, spesso costruiti a mano dagli stessi genitori: una bambola di stoffa, un cavallino intagliato nel legno, un libro, un coltello, un paio di guanti lavorati a maglia o qualche dolce preparato per l’occasione. Il loro valore non dipendeva dal prezzo, ma dal tempo necessario per realizzarli.

Ed è proprio qui che il percorso seguito finora acquista un significato inatteso.

I Saturnalia romani, le strenae, il culto di San Nicola, i dolci distribuiti nelle scuole medievali, Sinterklaas, il poema del 1823 e le illustrazioni di Thomas Nast sembrano appartenere a mondi completamente diversi. Eppure, osservando una semplice famiglia della frontiera americana riunita davanti al camino nella notte di Natale, ci si accorge che tutti quei fili della storia sono ormai intrecciati in un unico racconto.

Il protagonista è cambiato.

I suoi abiti sono cambiati.

Perfino il suo nome è cambiato.

Ma il gesto è rimasto sorprendentemente lo stesso.

Qualcuno arriva durante la notte, senza chiedere nulla in cambio, per lasciare un dono che rappresenta molto più del suo valore materiale. È un gesto di speranza, di affetto e di fiducia nel futuro. Esattamente lo stesso messaggio che, in forme diverse, uomini e donne continuavano a ripetersi fin dall’antichità, quando il sole ricominciava lentamente a vincere il buio dell’inverno.

È anche per questo che quella scena de La casa nella prateria non era affatto un’invenzione degli sceneggiatori.

Era il punto di arrivo di una storia iniziata quasi duemila anni prima sulle coste dell’Asia Minore e trasformata, secolo dopo secolo, dall’immaginazione di interi popoli.

Il vecchio del Far West era davvero Babbo Natale.

Ma per riconoscerlo abbiamo dovuto attraversare mezzo mondo e quasi due millenni di storia.

Parte IV — Il Babbo Natale moderno

Quando si conclude il XIX secolo, la lunga trasformazione iniziata con il vescovo di Myra sembra ormai aver raggiunto il proprio traguardo. Santa Claus possiede già quasi tutte le caratteristiche che oggi gli attribuiamo spontaneamente: arriva nella notte di Natale, viaggia su una slitta trainata da renne, entra nelle case attraverso il camino, porta un sacco pieno di doni ed è ormai riconosciuto da milioni di americani come il protagonista delle feste invernali. Se ci fermassimo a questo punto del racconto potremmo facilmente pensare che la sua evoluzione sia terminata.

In realtà sta per iniziare un’altra fase, forse meno spettacolare delle precedenti ma non meno importante. Fino a questo momento Babbo Natale è stato soprattutto il risultato di una lunga stratificazione culturale, alimentata dal folklore europeo, dalla devozione religiosa, dalla letteratura e dalle illustrazioni. Da adesso, invece, entrerà in gioco un protagonista completamente nuovo: la società moderna.

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento gli Stati Uniti stanno vivendo una trasformazione senza precedenti. Le città crescono rapidamente, milioni di immigrati arrivano dall’Europa, le industrie cambiano il modo di lavorare e i grandi magazzini iniziano a modificare profondamente anche il rapporto delle persone con gli acquisti. In questo nuovo contesto il Natale cessa gradualmente di essere soltanto una ricorrenza religiosa o familiare e diventa anche un importante momento della vita economica e sociale.

Santa Claus si trova, quasi senza volerlo, al centro di questo cambiamento.

I commercianti comprendono molto presto di avere tra le mani un personaggio straordinario. È conosciuto, ispira fiducia, suscita simpatia e possiede una caratteristica rara: riesce a parlare contemporaneamente ai bambini e agli adulti. I più piccoli vedono in lui il portatore dei regali; i grandi riconoscono invece un simbolo della famiglia, della generosità e della serenità domestica. Pochi personaggi avrebbero potuto rappresentare il Natale con la stessa efficacia.

Per questa ragione la sua immagine inizia a uscire dai libri illustrati e dai racconti popolari per occupare uno spazio completamente nuovo. Compare nelle vetrine dei grandi magazzini, accompagna i cataloghi natalizi, anima le cartoline illustrate che milioni di persone si scambiano ogni dicembre e diventa il protagonista di feste pubbliche organizzate nelle principali città americane. Sempre più bambini possono incontrarlo di persona, sedersi sulle sue ginocchia e raccontargli i propri desideri, mentre la stampa contribuisce a diffondere un’immagine sempre più uniforme del personaggio in tutto il Paese.

È proprio in questi anni che Babbo Natale compie il passaggio decisivo da figura della tradizione a vera e propria icona della cultura di massa. Non appartiene più soltanto alle famiglie che ne tramandano il racconto di generazione in generazione, ma entra nell’immaginario collettivo attraverso giornali, manifesti, fotografie, pubblicità e grandi eventi popolari. Per la prima volta nella sua lunghissima storia milioni di persone, anche lontanissime tra loro, iniziano a immaginare lo stesso identico personaggio.

Quando, pochi decenni più tardi, un’importante azienda americana sceglierà proprio Babbo Natale come protagonista della propria campagna pubblicitaria natalizia, non partirà quindi da una pagina bianca. Troverà davanti a sé un personaggio già costruito da secoli di storia, ormai riconoscibile in ogni suo dettaglio e profondamente radicato nell’immaginario popolare.

Ed è proprio da quell’incontro tra una figura antichissima e la moderna comunicazione di massa che nascerà uno dei più grandi equivoci della storia del Natale: l’idea, ancora oggi diffusissima, che Babbo Natale sia stato inventato dalla Coca-Cola.

Capitolo 11 — Coca-Cola lo ha inventato?

Esistono pochi miti storici tanto resistenti quanto quello secondo cui Babbo Natale sarebbe stato inventato dalla Coca-Cola. È una convinzione che riaffiora puntualmente ogni dicembre, alimentata da articoli divulgativi, programmi televisivi e discussioni sui social, al punto che moltissime persone la considerano ormai un fatto acquisito. Secondo questa versione dei fatti, prima degli anni Trenta del Novecento Babbo Natale non sarebbe esistito oppure, nella versione leggermente più sofisticata della stessa leggenda, avrebbe avuto un aspetto completamente diverso e soltanto la Coca-Cola gli avrebbe attribuito il celebre vestito rosso.

È una storia affascinante, semplice da raccontare e facile da ricordare. Proprio per questo ha avuto un successo enorme.

Il problema è che non è vera.

Arrivati a questo punto del nostro viaggio, del resto, sarebbe difficile credere il contrario. Abbiamo seguito la trasformazione del personaggio attraverso quasi due millenni di storia, osservandolo nascere dal culto di San Nicola, attraversare l’Europa medievale, cambiare volto nei Paesi Bassi, arrivare nel Nuovo Mondo con gli emigranti olandesi e assumere le caratteristiche fondamentali del moderno Santa Claus grazie al poema del 1823 e alle illustrazioni di Thomas Nast. Quando la Coca-Cola decide di utilizzarlo nelle proprie campagne pubblicitarie, quel vecchio dalla barba bianca è già uno dei personaggi più conosciuti d’America.

La vera domanda, quindi, non è se la Coca-Cola abbia inventato Babbo Natale, ma per quale motivo milioni di persone siano oggi convinte che lo abbia fatto.

La risposta è molto più interessante della leggenda.

All’inizio degli anni Trenta del Novecento la Coca-Cola cercava un modo per convincere gli americani a consumare la propria bevanda anche durante l’inverno, una stagione nella quale le vendite diminuivano sensibilmente. Per raggiungere questo obiettivo decise di affidarsi a una figura che evocasse immediatamente il Natale, la famiglia e il clima delle feste. Santa Claus era il candidato ideale. Era già profondamente radicato nell’immaginario collettivo, ispirava simpatia, trasmetteva fiducia e apparteneva ormai a un patrimonio culturale condiviso da gran parte della popolazione americana.

L’azienda non aveva quindi bisogno di inventare un personaggio nuovo. Aveva bisogno, piuttosto, di rappresentarne uno già esistente in modo tanto efficace da renderlo immediatamente riconoscibile agli occhi di chiunque.

Per riuscirci si rivolse a un illustratore di origine svedese destinato a lasciare un’impronta indelebile nella storia della comunicazione visiva.

Il suo nome era Haddon Sundblom.

Haddon Sundblom e il Babbo Natale che tutti conosciamo

Quando, nel 1931, Haddon Sundblom ricevette l’incarico di realizzare la nuova campagna natalizia della Coca-Cola, non si trovava davanti a un foglio bianco. Santa Claus era già presente nei giornali, nelle cartoline illustrate, nei libri per l’infanzia e nelle pubblicità di numerose aziende americane. Esistevano già decine di rappresentazioni diverse del personaggio e molte di esse mostravano un vecchio robusto, sorridente e vestito con abiti rossi o comunque dai colori vivaci. Pensare che Sundblom abbia inventato tutto questo significherebbe ignorare oltre un secolo di evoluzione dell’iconografia natalizia.

Il suo merito fu un altro, e forse ancora più importante.

Riuscì a dare a Babbo Natale un volto così credibile, così umano e così caloroso da renderlo immediatamente familiare a milioni di persone. Nelle sue illustrazioni non compare una figura quasi fiabesca o lontana dalla realtà, ma un uomo anziano nel quale chiunque avrebbe potuto riconoscere un nonno affettuoso, un vicino di casa o un vecchio amico. Ha guance arrossate dal freddo, occhi vivaci, un sorriso spontaneo e una corporatura robusta che comunica benessere, serenità e fiducia.

Per ottenere questo risultato Sundblom non lavorò soltanto di fantasia. Utilizzò come modello un suo conoscente, il venditore in pensione Lou Prentiss, dal quale prese molti dei tratti del volto e dell’espressione. Dopo la morte di Prentiss continuò a usare fotografie di sé stesso davanti allo specchio per completare alcune illustrazioni, dimostrando quanto fosse attento a rappresentare un personaggio credibile anche nei più piccoli dettagli.

Osservando una dopo l’altra le campagne realizzate per la Coca-Cola si comprende immediatamente quale fosse il loro punto di forza. Babbo Natale non è mai una semplice figura decorativa inserita accanto a una bottiglia. È un protagonista che vive situazioni quotidiane. Entra nelle case, legge le lettere dei bambini, si riposa dopo il lungo viaggio, sorride davanti a un frigorifero aperto, beve una Coca-Cola durante una pausa del suo lavoro e continua poi il giro dei regali. Ogni immagine racconta una piccola storia e contribuisce a rafforzare l’idea che quel personaggio esista davvero da qualche parte.

Fu proprio questa continuità a fare la differenza, infatti le campagne natalizie di Sundblom non rimasero confinate a un solo anno, ma vennero riproposte e aggiornate per oltre trent’anni. Generazioni di bambini crebbero ritrovando, ogni dicembre, lo stesso volto rassicurante sulle riviste, nei manifesti pubblicitari, nei calendari e nelle vetrine dei negozi. A poco a poco quell’immagine finì per prevalere su tutte le altre, non perché fosse l’unica esistente, ma perché era quella che milioni di persone vedevano con maggiore frequenza.

È quindi corretto affermare che la Coca-Cola abbia cambiato per sempre il modo in cui immaginiamo Babbo Natale, al contrario non è invece corretto dire che lo abbia inventato.

La differenza può sembrare sottile, ma è fondamentale. Inventare significa creare qualcosa che prima non esisteva; fissarne definitivamente l’immagine significa invece raccogliere una lunga tradizione e darle una forma talmente efficace da diventare, nell’immaginario collettivo, quella definitiva. È esattamente ciò che fece Haddon Sundblom.

Ed è probabilmente questo il motivo per cui, ancora oggi, quando qualcuno ci chiede di immaginare Babbo Natale, quasi tutti vediamo nella nostra mente il volto dipinto da lui, anche se spesso non ne conosciamo nemmeno il nome.

Era già vestito di rosso?

A questo punto rimane ancora una domanda, probabilmente la più frequente di tutte.

Se la Coca-Cola non ha inventato Babbo Natale, almeno gli ha dato il celebre vestito rosso?

Anche in questo caso la risposta è negativa.

La convinzione nasce da un’osservazione comprensibile. Le campagne di Haddon Sundblom ebbero una diffusione enorme e mostrarono, anno dopo anno, un Babbo Natale con un grande cappotto rosso bordato di pelliccia bianca. Poiché proprio quell’immagine è diventata la più famosa del Novecento, molti hanno concluso che il colore dell’abito fosse stato scelto appositamente per richiamare il marchio della Coca-Cola.

La cronologia, però, racconta una storia diversa.

Molto prima del 1931 numerosi illustratori avevano già rappresentato Santa Claus con abiti rossi. Basta osservare le incisioni e le copertine di riviste della seconda metà dell’Ottocento, comprese quelle realizzate da Thomas Nast, per accorgersi che il personaggio compare frequentemente con mantelli rossi, giacche rosse o abiti nei quali quel colore è predominante. Accanto a queste immagini ne esistono naturalmente molte altre che lo raffigurano in verde, marrone, blu o perfino con semplici abiti da vescovo. Per oltre un secolo non esistette infatti uno standard iconografico condiviso e ogni illustratore godeva di una notevole libertà interpretativa.

Per quale motivo, allora, proprio il rosso finì per prevalere?

La spiegazione è probabilmente molto più semplice di quanto si immagini. Il rosso era da secoli uno dei colori maggiormente associati al periodo natalizio. Richiamava il calore del fuoco acceso durante l’inverno, le bacche dell’agrifoglio, molti addobbi tradizionali e, non da ultimo, i paramenti liturgici utilizzati in alcune celebrazioni religiose. Dal punto di vista grafico era inoltre un colore vivace, facilmente riconoscibile e perfettamente adatto alle tecniche di stampa che si stavano diffondendo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Quando Sundblom iniziò a dipingere il proprio Babbo Natale, il rosso non rappresentava quindi una novità, ma una scelta già largamente consolidata. Il suo straordinario successo fece sì che quell’immagine finisse per oscurare quasi tutte le altre, dando l’impressione che fosse stata la Coca-Cola a introdurla. In realtà l’azienda si limitò a rendere universale una soluzione grafica che circolava già da molti decenni.

Questo episodio racconta bene il modo in cui nascono molte leggende contemporanee. Spesso non derivano da un fatto completamente inventato, ma da una semplificazione estrema di eventi molto più complessi. È vero che la Coca-Cola ha contribuito in modo decisivo a fissare nell’immaginario collettivo il volto moderno di Babbo Natale; non è invece vero che lo abbia creato, né che abbia scelto per prima il suo abito rosso.

Dopo quasi duemila anni di trasformazioni, il personaggio era ormai completo.

Mancava soltanto un ultimo tassello.

Perché, se Babbo Natale aveva ormai una barba, una slitta, delle renne, una casa, un laboratorio e un volto riconoscibile in tutto il mondo, una di quelle renne sarebbe diventata molto più famosa di tutte le altre.

La sua storia comincia con un naso rosso che nessuno, all’inizio, considerava una fortuna.

Capitolo 12 — Rudolph e le altre renne

Quando il poema A Visit from St. Nicholas venne pubblicato nel 1823, la squadra che trainava la slitta di Babbo Natale sembrava già completa. Le otto renne avevano un nome, una personalità appena accennata e un ruolo ben preciso all’interno del racconto. Per oltre un secolo nessuno sentì il bisogno di modificarle. Entrarono nei libri illustrati, nelle cartoline natalizie, nelle pubblicità e nei racconti per l’infanzia senza che la loro composizione cambiasse in modo significativo.

È un aspetto piuttosto curioso.

Nel corso della sua lunghissima storia Babbo Natale aveva cambiato quasi tutto: il nome, gli abiti, il giorno della visita, il mezzo di trasporto e perfino il continente nel quale viveva. Le renne, invece, erano rimaste sorprendentemente stabili. Per più di cent’anni nessuno sembrò mettere in discussione quel piccolo gruppo di otto animali che, ogni vigilia di Natale, attraversava il cielo trainando la slitta.

Fu soltanto alla fine degli anni Trenta del Novecento che qualcosa cambiò.

Anche questa volta il cambiamento non nacque da un’antica leggenda nordica né da una tradizione popolare tramandata per secoli. Nacque, piuttosto, da un’iniziativa commerciale che, quasi per caso, riuscì a entrare nell’immaginario collettivo con una forza straordinaria.

Nel 1939 la catena americana di grandi magazzini Montgomery Ward decise di offrire ai propri clienti un piccolo libro illustrato da regalare ai bambini durante il periodo natalizio. Invece di acquistare i diritti di una storia già esistente, l’azienda preferì commissionarne una completamente nuova a uno dei propri copywriter, Robert L. May.

L’incarico sembrava tutt’altro che eccezionale.

May doveva semplicemente scrivere un racconto capace di intrattenere i bambini e, nello stesso tempo, di accompagnare le vendite natalizie del negozio. Nessuno immaginava che da quel progetto sarebbe nato uno dei personaggi più celebri dell’intera cultura popolare del Novecento.

L’autore si trovava allora in un momento particolarmente difficile della propria vita. La moglie era gravemente malata e le preoccupazioni personali rendevano il lavoro ancora più pesante. Forse anche per questo motivo decise di costruire il protagonista della sua storia attorno a un sentimento che conosceva molto bene: quello di sentirsi diverso dagli altri.

La nuova renna non sarebbe stata la più forte, la più veloce o la più elegante: sarebbe stata quella che tutti prendevano in giro.

E proprio questa diversità, apparentemente destinata a renderla un’esclusa, avrebbe finito per trasformarsi nel suo più grande punto di forza.

Fu così che nacque Rudolph.

Il naso rosso che cambiò la storia

La prima versione del racconto di Rudolph era, in apparenza, molto semplice. Il protagonista era una giovane renna nata con una caratteristica che la distingueva da tutte le altre: il suo naso, invece di essere scuro come quello dei compagni, brillava di una intensa luce rossa. Quella particolarità, però, non suscitava ammirazione. Al contrario, diventava il motivo per cui Rudolph veniva preso in giro, escluso dai giochi e considerato inadatto a far parte della squadra che trainava la slitta di Babbo Natale.

La struttura della storia non era nuova. Da sempre le fiabe raccontano personaggi apparentemente deboli o emarginati che riescono, attraverso una prova decisiva, a riscattarsi. Ciò che rendeva originale Rudolph era il modo in cui quel meccanismo veniva inserito all’interno di un universo narrativo che milioni di bambini conoscevano già perfettamente. Non si trattava di creare un mondo nuovo, ma di aggiungere un personaggio capace di occupare un posto naturale accanto a Babbo Natale e alle sue renne.

Il momento decisivo arriva durante una vigilia di Natale avvolta da una nebbia così fitta da rendere impossibile il viaggio. La slitta rischia di non partire e, con essa, rischia di saltare la distribuzione dei doni. È allora che Babbo Natale si accorge di ciò che tutti gli altri avevano sempre considerato un difetto. Quel naso luminoso, motivo di scherno per tutta la vita di Rudolph, diventa improvvisamente la soluzione del problema. La sua luce è sufficiente a guidare la slitta attraverso la nebbia, permettendo alle altre renne di seguire il percorso senza smarrirsi.

Il messaggio è immediato e sorprendentemente moderno. Rudolph non viene accettato perché diventa uguale agli altri, ma perché ciò che lo rende diverso si rivela, nel momento del bisogno, una qualità preziosa. È un rovesciamento della prospettiva che continua ancora oggi a parlare ai bambini con una forza straordinaria. La storia suggerisce che proprio quelle caratteristiche per cui una persona può sentirsi esclusa o inadeguata potrebbero, un giorno, diventare la sua risorsa più importante.

Il piccolo libro illustrato distribuito gratuitamente dai grandi magazzini Montgomery Ward ebbe un successo enorme. Nel solo primo anno ne furono stampate oltre due milioni di copie, un risultato che superò ogni aspettativa. Dopo la Seconda guerra mondiale la storia venne ripubblicata in edizione commerciale e raggiunse un pubblico ancora più vasto, trasformando Rudolph in una presenza stabile accanto alle otto renne nate più di un secolo prima nel poema del 1823.

La consacrazione definitiva arrivò però nel 1949, quando il cognato di Robert L. May, il compositore Johnny Marks, trasformò il racconto in una canzone destinata a entrare nella storia della musica natalizia. Interpretata inizialmente da Gene Autry, Rudolph the Red-Nosed Reindeer divenne uno dei brani di Natale più venduti di tutti i tempi, contribuendo a diffondere il personaggio ben oltre i confini degli Stati Uniti.

A quel punto non c’erano più dubbi.

La squadra delle renne era ora composta da nove animali, e l’ultima arrivata era ormai anche la più famosa.

Perché proprio le renne?

Una volta entrate nell’immaginario collettivo, le renne sono diventate talmente inseparabili da Babbo Natale che è quasi impossibile immaginarlo senza di loro. Se chiedessimo a un bambino di disegnare la slitta natalizia, difficilmente sceglierebbe cavalli, buoi o altri animali. Disegnerebbe quasi certamente una fila di renne che attraversano il cielo nella notte della vigilia.

La cosa curiosa è che questa scelta non deriva da un’antica leggenda europea.

Né San Nicola, né il Sinterklaas dei Paesi Bassi, né le tradizioni medievali conoscevano animali incaricati di trainare il portatore dei doni. Il vescovo di Myra viaggiava a piedi, a cavallo o, più semplicemente, compariva senza che nessuno si interrogasse sul modo in cui fosse arrivato. Le renne compaiono soltanto nel poema del 1823 e, da quel momento, non abbandoneranno più il personaggio.

Per comprenderne il motivo bisogna guardare all’America dell’inizio dell’Ottocento.

Gli Stati Uniti stavano costruendo un proprio immaginario fatto di grandi foreste, montagne innevate e territori ancora poco conosciuti. Le regioni più settentrionali del continente evocavano un’idea di natura selvaggia e incontaminata nella quale la renna appariva come l’animale perfetto per un viaggio impossibile. Era resistente, capace di affrontare il gelo, associata alle terre del Nord e, soprattutto, abbastanza insolita da aggiungere alla storia un’aura di meraviglia.

Naturalmente le renne reali non volano.

Non trainano slitte attraverso il cielo e non sono in grado di compiere il giro del mondo in una sola notte. Ma il poema non cercava il realismo. Cercava un equilibrio tra ciò che appariva credibile e ciò che apparteneva apertamente alla fantasia. Da questo punto di vista la renna era una scelta ideale: un animale autentico, conosciuto dai lettori, ma abbastanza lontano dall’esperienza quotidiana da poter essere circondato da un alone quasi magico.

Con il passare del tempo anche la scienza ha aggiunto un dettaglio curioso a questa storia.

Le renne sono tra i pochissimi cervidi nei quali anche molte femmine conservano le corna durante l’inverno, mentre i maschi adulti tendono a perderle già tra novembre e dicembre. Se si osservano le rappresentazioni tradizionali della slitta di Babbo Natale, quasi tutte le renne vengono raffigurate con grandi palchi ramificati proprio nella notte del 24 dicembre. Seguendo questo ragionamento, diversi zoologi hanno fatto notare, con un sorriso, che gli animali della slitta sarebbero probabilmente… femmine.

È una piccola curiosità, naturalmente, ma racconta bene come anche un dettaglio apparentemente marginale possa continuare a suscitare interesse dopo quasi due secoli.

Le renne erano ormai diventate parte integrante della leggenda.

Ne conoscevamo i nomi, avevamo scoperto come Rudolph fosse entrata a far parte della squadra e avevamo imparato a immaginarle mentre attraversavano il cielo nella notte di Natale. Rimaneva però una domanda ancora più grande, una di quelle che ogni bambino prima o poi rivolge ai propri genitori.

Se la slitta parte ogni anno, da dove parte esattamente?

Per trovare la risposta dobbiamo seguire ancora una volta Thomas Nast, perché fu proprio lui a indicare per primo, sulle mappe dell’immaginario, il luogo destinato a diventare la casa di Babbo Natale.

Capitolo 13 — Il laboratorio del Polo Nord

Se chiedessimo oggi a un bambino dove abita Babbo Natale, probabilmente risponderebbe senza la minima esitazione: al Polo Nord.

È una risposta talmente naturale da sembrare esistita da sempre. Eppure, per gran parte della sua storia, nessuno si è mai posto questa domanda.

Il motivo è semplice.

San Nicola non aveva bisogno di una casa particolare. Era un vescovo realmente esistito, vissuto a Myra, e la sua storia apparteneva alla geografia concreta del Mediterraneo. Anche quando il suo culto si diffuse in Europa e il personaggio iniziò lentamente a trasformarsi, nessuno sentì la necessità di immaginare il luogo dal quale partisse ogni anno. Sinterklaas, nella tradizione olandese, arrivava dalla Spagna; in altre regioni compariva semplicemente durante la notte della sua festa, senza che il viaggio assumesse un’importanza particolare. Il problema della sua residenza, in altre parole, semplicemente non esisteva.

Le cose cambiarono quando Santa Claus smise di essere soltanto una figura della tradizione e divenne il protagonista di un universo narrativo sempre più ricco. Il poema del 1823 gli aveva fornito una slitta e delle renne; Thomas Nast gli aveva dato un volto, un carattere e una vita che sembrava continuare anche dopo la notte di Natale. A quel punto era inevitabile che qualcuno iniziasse a porsi una domanda del tutto nuova: dove trascorre il resto dell’anno un uomo che costruisce giocattoli per tutti i bambini del mondo?

Fu proprio Thomas Nast a proporre la risposta destinata a imporsi nell’immaginario collettivo.

A partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento, nelle illustrazioni pubblicate su Harper’s Weekly, Nast iniziò a collocare la dimora di Santa Claus nelle regioni polari. Non indicò subito un punto preciso della carta geografica, ma l’idea era ormai chiara. Quel vecchio barbuto viveva in un luogo remoto, coperto di neve per gran parte dell’anno e sufficientemente lontano da qualunque città da conservare un’aura di mistero.

La scelta non fu casuale.

Negli stessi decenni il Polo Nord occupava un posto speciale nell’immaginazione occidentale. Era uno degli ultimi grandi spazi inesplorati del pianeta. Le spedizioni artiche riempivano le pagine dei giornali, gli esploratori cercavano invano di raggiungerlo e le mappe continuavano a rappresentarlo come una regione quasi sconosciuta. Collocare la casa di Babbo Natale in quel luogo significava scegliere un territorio che apparteneva ancora, almeno in parte, al regno della fantasia.

Esisteva anche un altro vantaggio, meno evidente ma altrettanto importante.

Il Polo Nord non apparteneva realmente a nessuno. Nessun Paese poteva rivendicare Babbo Natale come patrimonio esclusivo della propria cultura. Dopo un viaggio iniziato sulle coste dell’Asia Minore, proseguito tra Bari, Amsterdam e New York, il personaggio trovava finalmente una dimora capace di superare ogni confine nazionale. Viveva in un luogo che apparteneva all’immaginario prima ancora che alla geografia.

Da quel momento la sua casa cominciò lentamente a popolarsi.

All’inizio c’era soltanto una piccola abitazione immersa nella neve. Poi comparvero una grande officina, montagne di giocattoli, magazzini, stalle per le renne, uffici nei quali arrivavano le lettere dei bambini e, soprattutto, una schiera di piccoli aiutanti destinati a diventare inseparabili dal loro datore di lavoro.

Erano gli elfi.

E, come quasi ogni altro elemento della storia di Babbo Natale, nemmeno loro erano comparsi dal nulla.

Da dove arrivano gli elfi?

Oggi sarebbe difficile immaginare il laboratorio di Babbo Natale senza una folla di piccoli aiutanti intenti a costruire giocattoli, controllare liste, preparare pacchi e prendersi cura delle renne. Gli elfi sono diventati una presenza così familiare da sembrare inseparabili dal personaggio stesso. Eppure, se osserviamo la lunga storia che abbiamo ricostruito finora, ci accorgiamo di un fatto curioso: per quasi diciassette secoli non esistono.

San Nicola non aveva aiutanti. Nemmeno il Sinterklaas olandese ne aveva bisogno e il Santa Claus del poema del 1823 lavorava completamente da solo. Anche le prime illustrazioni di Thomas Nast lo mostrano intento a preparare i doni senza essere circondato da una squadra di collaboratori. L’idea di un’intera officina popolata da piccoli artigiani è quindi sorprendentemente recente.

Questo non significa, naturalmente, che gli elfi siano stati inventati dal nulla.

La parola stessa rimanda a un patrimonio di racconti antichissimo. Nelle tradizioni germaniche e scandinave esistevano da secoli creature chiamate álfar, esseri soprannaturali associati alla natura, ai boschi, alle montagne e, in alcuni casi, al mondo invisibile che conviveva con quello degli uomini. Le saghe nordiche li descrivono in modi molto diversi tra loro: talvolta luminosi e benevoli, altre volte enigmatici e persino pericolosi. Non erano piccoli artigiani vestiti di verde, ma figure appartenenti a un universo mitologico complesso, profondamente diverso dall’immagine moderna.

Con il trascorrere dei secoli questo patrimonio di leggende cambiò profondamente. La letteratura romantica dell’Ottocento, le fiabe popolari raccolte in tutta Europa e soprattutto l’editoria per l’infanzia iniziarono a trasformare gli elfi in creature sempre più minute, sorridenti e giocose. Il loro rapporto con la natura rimase, ma il carattere misterioso e talvolta inquietante delle antiche leggende lasciò progressivamente spazio a personaggi molto più rassicuranti.

Fu proprio questo nuovo immaginario a incontrare Babbo Natale.

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento illustratori, scrittori e pubblicitari iniziarono a rappresentare il laboratorio del Polo Nord come una gigantesca officina nella quale migliaia di giocattoli prendevano forma durante tutto l’anno. Un’impresa di quelle dimensioni non poteva essere gestita da un solo uomo, nemmeno se dotato di poteri straordinari. Era quindi quasi inevitabile che qualcuno immaginasse una schiera di instancabili collaboratori.

Gli elfi rispondevano perfettamente a questa esigenza narrativa.

Erano piccoli, laboriosi, legati alla magia ma sufficientemente umani da poter costruire giocattoli, leggere lettere, organizzare magazzini e preparare la slitta per il lungo viaggio della vigilia. In breve tempo divennero parte integrante del racconto, fino al punto che oggi la loro presenza appare naturale quanto quella delle renne.

È interessante osservare come, ancora una volta, la storia di Babbo Natale non proceda per invenzioni improvvise. Ogni nuovo elemento nasce quasi sempre dall’incontro tra tradizioni molto più antiche e bisogni narrativi completamente nuovi. Gli elfi non discendono direttamente dalle antiche creature della mitologia nordica, ma senza quel lontano patrimonio di racconti difficilmente qualcuno avrebbe pensato proprio a loro per popolare il laboratorio del Polo Nord.

La leggenda, ormai, era praticamente completa.

C’era una casa immersa nella neve, un laboratorio sempre in attività, una squadra di renne, un esercito di elfi e un vecchio dalla barba bianca pronto a partire ogni anno nella notte di Natale.

Mancava soltanto un ultimo passaggio.

Quella storia, nata sulle coste del Mediterraneo e trasformata dall’immaginazione europea e americana, stava per compiere il suo viaggio più lungo: raggiungere il resto del mondo.

Parte V — Il giro del mondo

Arrivati a questo punto del nostro viaggio sarebbe naturale pensare che la storia di Babbo Natale sia ormai completa. Dopo quasi duemila anni di trasformazioni il vecchio vescovo di Myra si è ormai trasformato nel personaggio che tutti riconosciamo: vive al Polo Nord, è circondato da un laboratorio popolato di elfi, viaggia su una slitta trainata da renne e, nella notte di Natale, porta doni ai bambini di ogni parte del mondo. Sembra il punto di arrivo di una lunga evoluzione e, per certi aspetti, lo è davvero.

Esiste però un ultimo aspetto della sua storia che non abbiamo ancora esplorato e che, forse più di ogni altro, dimostra quanto le tradizioni siano organismi vivi, capaci di cambiare continuamente senza perdere la propria identità. Dopo essere nato sulle coste dell’Asia Minore, essersi trasformato nell’Europa medievale e aver assunto il volto moderno negli Stati Uniti, Babbo Natale ha infatti ripreso il suo viaggio. Questa volta, però, non è stato un pellegrino, un mercante o un emigrante a portarlo con sé. Sono stati i giornali illustrati, il cinema, la radio, la televisione, la pubblicità e, più recentemente, Internet a diffondere la sua immagine fino agli angoli più remoti del pianeta.

Potrebbe sembrare che, una volta raggiunta questa diffusione mondiale, il personaggio sia rimasto identico ovunque. In fondo tutti abbiamo l’impressione di conoscere lo stesso Babbo Natale, con la stessa barba, lo stesso vestito rosso e la stessa slitta. Basta però osservare con un po’ di attenzione le tradizioni natalizie dei diversi Paesi per accorgersi che la realtà è molto più ricca e sorprendente.

In alcune nazioni i regali arrivano il 24 dicembre, in altre il 25, in altre ancora il 6 dicembre o addirittura il 6 gennaio. Ci sono luoghi nei quali Babbo Natale continua a condividere la scena con San Nicola, altri nei quali il protagonista rimane il Bambino Gesù, altri ancora nei quali sopravvivono figure nate da tradizioni popolari molto più antiche del Cristianesimo. Cambiano i nomi, cambiano gli abiti, cambiano i mezzi di trasporto e perfino gli aiutanti che accompagnano il portatore dei doni, ma il significato profondo della festa rimane sorprendentemente simile.

È forse proprio questo il tratto più affascinante dell’intera vicenda. Per quasi duemila anni Babbo Natale non ha mai smesso di cambiare. Ogni popolo che lo ha accolto lo ha fatto proprio, aggiungendo qualcosa della propria storia senza cancellare completamente ciò che aveva ricevuto dalle generazioni precedenti. È successo quando San Nicola lasciò il Mediterraneo per raggiungere il Nord Europa, quando Sinterklaas attraversò l’Atlantico e divenne Santa Claus, ed è successo ancora una volta quando il Babbo Natale americano ha iniziato a percorrere il mondo intero.

I capitoli che seguono non racconteranno quindi un personaggio immobile, identico in ogni continente, ma una straordinaria varietà di tradizioni che continuano ancora oggi a dialogare tra loro. Perché, se c’è una lezione che la storia di Babbo Natale ci ha insegnato fin dall’inizio, è che le tradizioni non sopravvivono rimanendo uguali a sé stesse, ma continuano a vivere proprio perché sanno trasformarsi ogni volta che incontrano una nuova cultura, una nuova lingua e un nuovo modo di immaginare il Natale.

Capitolo 14 — Europa

Italia: un Paese, tante tradizioni

Se chiedessimo oggi a un bambino italiano chi porta i regali di Natale, con ogni probabilità risponderebbe senza esitazione: Babbo Natale. È una risposta che ormai diamo quasi per scontata, perché il vecchio dalla barba bianca è entrato così profondamente nella nostra cultura da sembrare parte della tradizione italiana da sempre. In realtà le cose sono molto più complesse. Fino a pochi decenni fa il nostro Paese presentava un panorama sorprendentemente variegato, nel quale il protagonista delle feste cambiava da una regione all’altra e, talvolta, persino da un paese all’altro.

Questa straordinaria varietà non dovrebbe sorprenderci. L’Italia è stata unita politicamente soltanto nella seconda metà dell’Ottocento, mentre le tradizioni popolari hanno avuto molti secoli per svilupparsi in modo autonomo. Ogni territorio ha costruito un proprio calendario di feste, ha conservato i propri santi, ha elaborato racconti originali e li ha tramandati di generazione in generazione. Quando il moderno Babbo Natale, nato negli Stati Uniti, ha iniziato a diffondersi attraverso il cinema, la televisione e la pubblicità del Novecento, non ha trovato un terreno vuoto, ma un patrimonio culturale già ricchissimo.

In alcune regioni del Nord il ricordo di San Nicola continua ancora oggi a essere molto vivo. Città come Trieste e numerose località del Trentino-Alto Adige celebrano il 6 dicembre con processioni, incontri dedicati ai bambini e distribuzione di dolci, mantenendo un legame diretto con quella tradizione medievale che abbiamo seguito nei capitoli precedenti. Qui il vecchio vescovo di Myra non è mai stato sostituito del tutto dal Babbo Natale moderno. Le due figure convivono ancora, ciascuna con il proprio spazio all’interno del calendario.

Scendendo verso il Centro e il Sud il quadro cambia nuovamente. Bari rappresenta naturalmente il cuore della devozione a San Nicola grazie alla basilica che custodisce le sue reliquie, ma la dimensione religiosa del culto prevale ormai nettamente sul ruolo di portatore dei doni. In gran parte della penisola, infatti, questo compito è stato progressivamente assunto da Babbo Natale, mentre la memoria del santo continua a vivere soprattutto attraverso il pellegrinaggio, le celebrazioni liturgiche e il profondo legame che molte comunità conservano con la sua figura.

L’Italia presenta però una caratteristica che la distingue da quasi tutto il resto d’Europa. Accanto a Babbo Natale continua infatti a sopravvivere un’altra figura amatissima: la Befana. In molti Paesi il portatore dei doni è uno soltanto; nel nostro, invece, il calendario lascia spazio a due personaggi che appartengono a tradizioni molto diverse. Babbo Natale arriva nella notte del 24 dicembre, mentre la Befana conclude il lungo periodo delle festività nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, mantenendo viva una ricorrenza che affonda le proprie radici in un intreccio di riti popolari, simboli agricoli e antiche celebrazioni dell’Epifania.

È proprio questa convivenza a raccontare meglio di qualunque altra cosa la storia del Natale italiano. Nel giro di poche settimane trovano posto un santo realmente vissuto nel IV secolo, un personaggio nato dalla lunga evoluzione culturale che abbiamo seguito in questo saggio e una misteriosa vecchina che vola nel cielo d’inverno distribuendo doni ai bambini. Nessuna di queste figure ha cancellato le altre. Ognuna ha trovato il proprio spazio, contribuendo a costruire un immaginario ricchissimo nel quale epoche, religione, folklore e cultura popolare continuano ancora oggi a convivere con sorprendente naturalezza.

È una lezione che, ormai, abbiamo imparato a riconoscere. Le tradizioni non sopravvivono eliminando ciò che le ha precedute, ma aggiungendo nuovi significati a quelli esistenti. L’Italia, forse più di qualunque altro Paese europeo, rappresenta un esempio perfetto di questa straordinaria capacità di conservare il passato senza rinunciare ad accogliere il nuovo.

Paesi Bassi: dove il Natale comincia il 5 dicembre

Per un italiano, arrivare nei Paesi Bassi tra la metà di novembre e i primi giorni di dicembre può essere un’esperienza sorprendente. Si ha quasi l’impressione di trovarsi in una realtà parallela, nella quale il calendario delle feste segue regole diverse da quelle alle quali siamo abituati. Mentre in gran parte d’Europa l’attesa è tutta rivolta alla notte del 24 dicembre, qui il momento più importante arriva con alcune settimane di anticipo e ha come protagonista Sinterklaas, una figura che, dopo aver accompagnato tutta la nostra ricostruzione storica, continua ancora oggi a occupare il centro delle celebrazioni.

Chi ha seguito il percorso raccontato nei capitoli precedenti sa bene che Sinterklaas è il diretto erede di San Nicola e che proprio da lui sarebbe nato, attraverso la lunga trasformazione americana, il moderno Santa Claus. Nei Paesi Bassi, però, quella trasformazione non ha mai sostituito completamente la tradizione originaria. Mentre negli Stati Uniti il vecchio vescovo cambiava lentamente volto fino a diventare il Babbo Natale che conosciamo oggi, gli olandesi hanno continuato a celebrare Sinterklaas, mantenendo vivo un filo che li collega direttamente al Medioevo.

L’attesa comincia già nella seconda metà di novembre, quando il suo arrivo viene celebrato con una grande festa pubblica trasmessa dalla televisione nazionale e seguita da milioni di persone. Le città organizzano cortei, i porti si riempiono di famiglie e i bambini accolgono Sinterklaas con l’entusiasmo riservato a un ospite atteso da un anno intero. Da quel momento l’intero Paese entra nell’atmosfera delle feste e, per alcune settimane, la presenza del vecchio santo accompagna la vita quotidiana molto più di quanto accada altrove con Babbo Natale.

Nelle case i bambini lasciano una scarpa vicino al camino o alla porta d’ingresso, spesso accompagnata da una carota o da un po’ di fieno destinati al cavallo di Sinterklaas. Al mattino trovano piccoli dolci o un regalo, mentre l’attesa cresce fino alla sera del 5 dicembre, la celebre Pakjesavond, la “serata dei pacchetti”, quando vengono distribuiti i doni più importanti e le famiglie si riuniscono per trascorrere insieme quella che, per molti olandesi, rappresenta la vera festa dedicata ai bambini.

Per chi proviene da un altro Paese europeo è quasi inevitabile provare una certa sorpresa. Quando nel resto del continente il Natale deve ancora arrivare, nei Paesi Bassi il momento più atteso è già stato vissuto. Il 25 dicembre mantiene naturalmente il suo significato religioso e familiare, ma non possiede lo stesso peso che assume in altre tradizioni per quanto riguarda lo scambio dei regali.

Questo non significa che il moderno Babbo Natale sia assente. Anche il Kerstman, il Babbo Natale internazionale, è ormai conosciuto grazie al cinema, alla televisione e alla diffusione della cultura globale. La sua presenza, tuttavia, non è riuscita a mettere in ombra quella di Sinterklaas, che continua a rappresentare il simbolo più autentico dell’attesa natalizia olandese.

Passeggiare nei Paesi Bassi durante questo periodo significa, in un certo senso, ritrovare il personaggio che avevamo lasciato qualche capitolo fa, prima che attraversasse l’Atlantico e iniziasse la sua trasformazione in Santa Claus. È come osservare due rami dello stesso albero che, dopo essersi separati secoli fa, continuano ancora oggi a crescere fianco a fianco: da una parte il moderno Babbo Natale conosciuto in tutto il mondo, dall’altra il vecchio Sinterklaas, che gli olandesi non hanno mai smesso di aspettare.

Germania: dove convivono due Babbi Natale

Se nei Paesi Bassi il protagonista delle feste è rimasto sostanzialmente lo stesso per secoli, attraversare il confine con la Germania significa entrare in un mondo molto più complesso. Qui il Natale non è il risultato di una sola tradizione, ma dell’incontro tra storie diverse che hanno continuato a convivere fino ai nostri giorni, dando origine a un panorama estremamente variegato.

In molte regioni tedesche, soprattutto quelle cattoliche, il 6 dicembre conserva ancora un’importanza particolare. È il giorno dedicato a Sankt Nikolaus, che continua a visitare le case e le scuole distribuendo piccoli doni, cioccolatini e dolci ai bambini. La sera precedente molti lasciano davanti alla porta gli stivali accuratamente puliti, nella speranza di ritrovarli pieni di regali al mattino successivo. È una tradizione che affonda direttamente le proprie radici nel culto medievale di San Nicola e che, nonostante il passare dei secoli, continua a essere praticata in gran parte del Paese.

Il Natale, però, non finisce con San Nicola.

Pochi giorni più tardi entra infatti in scena un secondo personaggio: il Weihnachtsmann, letteralmente “l’uomo di Natale”. È lui che, nella maggior parte delle famiglie tedesche contemporanee, porta i regali durante la vigilia o il giorno di Natale e che, nell’immaginario moderno, assomiglia molto al Babbo Natale conosciuto nel resto del mondo.

La presenza di queste due figure potrebbe sembrare una semplice curiosità folkloristica, ma racconta in realtà una pagina decisiva della storia europea. Come abbiamo visto nel capitolo dedicato alla Riforma protestante, nel XVI secolo Martin Lutero cercò di ridurre l’importanza del culto dei santi e propose di spostare l’attenzione dalla figura di San Nicola al Christkind, il Bambino Gesù, come portatore dei doni natalizi. L’idea ebbe un enorme successo in molte regioni protestanti e, per lungo tempo, il Christkind rimase il protagonista del Natale tedesco.

Con il passare dei secoli, tuttavia, il panorama si fece ancora più articolato. Accanto al Christkind comparve progressivamente il Weihnachtsmann, una figura che assimilò sempre più caratteristiche del moderno Babbo Natale internazionale fino a diventare, soprattutto nel XX secolo, il personaggio predominante in molte città tedesche. Il risultato è una situazione nella quale convivono almeno tre tradizioni differenti: San Nicola, che continua a essere celebrato il 6 dicembre; il Christkind, ancora presente soprattutto nell’area meridionale e in alcune regioni cattoliche; e il Weihnachtsmann, ormai largamente diffuso grazie anche all’influenza della cultura internazionale.

Questa ricchezza di figure rende il Natale tedesco uno dei più interessanti d’Europa, perché permette di osservare, quasi nello stesso momento, tre fasi diverse dell’evoluzione che abbiamo raccontato fin dall’inizio del libro. Il santo medievale, la reinterpretazione nata con la Riforma e il moderno Babbo Natale convivono infatti nello stesso Paese, ricordandoci come la storia delle tradizioni non proceda mai per sostituzioni improvvise, ma attraverso un lento accumularsi di usanze che finiscono per condividere lo stesso spazio.

Esiste però un altro personaggio che, soprattutto nelle regioni alpine della Germania e dell’Austria, continua ancora oggi ad attirare l’attenzione molto più di qualunque altro. Ha corna, artigli, un volto spaventoso e accompagna San Nicola durante le sue visite ai bambini.

Il suo nome, lo abbiamo già incontrato precedentemente, è Krampus, e dimostra meglio di qualunque altra figura quanto il Natale europeo abbia conservato, accanto alla luce e alla festa, anche un volto antico e decisamente più inquietante.

Austria: quando il Natale mostra il suo volto più oscuro

Per molti visitatori stranieri il Natale austriaco rappresenta una sorpresa. Chi raggiunge le città e i piccoli paesi delle Alpi durante i primi giorni di dicembre si aspetta di trovare mercatini illuminati, musiche natalizie e il rassicurante clima delle feste. Può capitare invece di imbattersi in una folla di figure ricoperte di pelli, con enormi corna, maschere di legno dall’espressione feroce e pesanti campanacci che risuonano nelle strade. A un primo sguardo sembrerebbe una festa pagana o una celebrazione di Carnevale, ma si tratta di una delle tradizioni natalizie più antiche e caratteristiche dell’intero arco alpino.

Il protagonista di queste sfilate è Krampus, una figura che accompagna San Nicola durante le sue visite ai bambini. Mentre il santo distribuisce dolci e piccoli doni a chi si è comportato bene, Krampus rappresenta il lato severo della festa. La sua presenza ricorda che, accanto al premio, esiste anche l’idea della responsabilità e che il Natale, almeno nella tradizione popolare, non è stato soltanto un momento dedicato alla gioia, ma anche all’educazione e alla disciplina.

Le origini di questo personaggio sono tuttora oggetto di discussione, ma la maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che affondino le proprie radici in tradizioni molto più antiche del Cristianesimo. Nelle regioni alpine erano diffusi riti invernali durante i quali uomini mascherati impersonavano spiriti selvatici, demoni o creature legate alla natura, probabilmente con la funzione simbolica di allontanare il male e accompagnare il passaggio verso la nuova stagione. Quando il Cristianesimo si affermò in queste terre, molte di quelle usanze non vennero eliminate, ma finirono per essere assorbite all’interno delle nuove celebrazioni, dando origine a un’insolita coppia formata da San Nicola e dal suo inquietante accompagnatore.

L’aspetto di Krampus riflette chiaramente questa origine antica. Il corpo è coperto da pelli di capra o di pecora, il volto è nascosto dietro maschere scolpite nel legno, spesso realizzate da artigiani locali, mentre grandi corna ricurve, denti aguzzi e una lunga lingua pendente contribuiscono a renderlo una figura volutamente spaventosa. Alle cinture sono appesi enormi campanacci, il cui fragore accompagna il passaggio del corteo, mentre in mano porta spesso fasci di rami di betulla, simbolo che nelle tradizioni popolari richiamava il castigo riservato ai bambini più indisciplinati.

Queste figure non appartengono soltanto ai musei del folklore. Ancora oggi, tra la fine di novembre e i primi giorni di dicembre, numerose città dell’Austria organizzano le Krampuslauf, le tradizionali sfilate dei Krampus. Centinaia di partecipanti indossano costumi spesso tramandati di generazione in generazione e percorrono le vie del centro tra torce accese, campanacci e un’atmosfera che, per un osservatore straniero, appare sorprendentemente lontana dall’immagine rassicurante del Natale diffusa dal cinema e dalla pubblicità.

Questa tradizione ci ricorda un aspetto che, nel corso del Novecento, abbiamo quasi dimenticato. Per gran parte della storia europea il Natale non rappresentava soltanto la festa della luce e della speranza. Era anche il momento dell’anno nel quale il buio raggiungeva il suo massimo dominio, il freddo rendeva difficile la vita quotidiana e le antiche paure trovavano espressione attraverso racconti popolari popolati da spiriti, demoni e creature misteriose. Figure come Krampus conservano ancora oggi il ricordo di quel mondo e testimoniano come il Cristianesimo abbia spesso preferito integrare le tradizioni precedenti piuttosto che cancellarle completamente.

Osservando una Krampuslauf si comprende così che il Natale europeo possiede una ricchezza molto maggiore di quella che siamo abituati a immaginare. Accanto al santo generoso, al portatore dei doni e al vecchio dalla barba bianca continuano a sopravvivere personaggi che sembrano arrivare da un passato remoto, ricordandoci che ogni festa è il risultato di secoli di incontri, trasformazioni e contaminazioni culturali.

Se l’Austria conserva il volto più antico e inquietante del Natale, il nostro viaggio verso nord ci porterà invece nel luogo che, per milioni di persone, rappresenta la casa ufficiale di Babbo Natale. È una piccola città della Lapponia finlandese che, nel corso del Novecento, è riuscita a trasformare una leggenda in una destinazione conosciuta in tutto il mondo.

Finlandia: la casa di Babbo Natale esiste davvero?

Se c’è un Paese che, nell’immaginario collettivo, è riuscito più di ogni altro a identificarsi con Babbo Natale, quello è la Finlandia. Per milioni di bambini, e non solo, il vecchio dalla barba bianca vive tra le foreste innevate della Lapponia, poco oltre il Circolo Polare Artico, in un paesaggio che sembra uscito direttamente dalle illustrazioni dei libri natalizi. L’associazione è ormai così forte da apparire naturale, quasi inevitabile, ma anche in questo caso la storia racconta qualcosa di molto diverso.

Quando, nel XIX secolo, Thomas Nast immaginò la dimora di Santa Claus nelle regioni polari, non indicò un luogo preciso. Il Polo Nord rappresentava soprattutto un simbolo: un territorio remoto, misterioso, ancora in gran parte inesplorato, sufficientemente lontano dal mondo degli uomini da poter ospitare una figura leggendaria. Per molti decenni nessuno sentì il bisogno di stabilire un indirizzo più preciso. Babbo Natale abitava semplicemente “al Nord”, in un luogo che apparteneva più alla fantasia che alla geografia.

Fu soltanto nel corso del Novecento che la Finlandia trasformò quell’idea in un luogo reale. La scelta cadde su Rovaniemi, il principale centro della Lapponia finlandese, situato a pochi chilometri dal Circolo Polare Artico. Intorno a questa città nacque progressivamente un intero universo dedicato a Babbo Natale, fino alla creazione del celebre Santa Claus Village, oggi visitato ogni anno da centinaia di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo.

Visitare Rovaniemi significa vivere un’esperienza particolare, nella quale realtà e immaginazione si fondono continuamente. Si può attraversare simbolicamente il Circolo Polare Artico, entrare nell’ufficio postale di Babbo Natale, osservare le migliaia di lettere che arrivano ogni anno dai cinque continenti e perfino incontrare il protagonista di questa lunga storia. Nessuno pretende che tutto questo dimostri l’esistenza di Babbo Natale, ma il successo di questo luogo dimostra quanto gli esseri umani abbiano bisogno, ogni tanto, di attribuire un luogo concreto alle proprie leggende.

La Finlandia, però, non ha semplicemente adottato il Babbo Natale americano. Lo ha fatto dialogare con una tradizione molto più antica, che apparteneva già alla propria cultura.

Il personaggio natalizio finlandese si chiama infatti Joulupukki, un nome che può sorprendere chi lo sente per la prima volta, perché significa letteralmente “capra di Natale”. L’origine di questa denominazione risale alle antiche celebrazioni di Yule, durante le quali uomini mascherati da capra visitavano le case portando auguri e partecipando alle feste invernali. Quella figura aveva ben poco in comune con il vecchio dalla barba bianca che conosciamo oggi, ma rappresentava uno dei tanti simboli di prosperità e abbondanza legati al ritorno della luce dopo il lungo inverno nordico.

Con il trascorrere dei secoli anche questa tradizione cambiò profondamente. La capra di Yule perse gradualmente il proprio aspetto originario e finì per fondersi con il moderno Babbo Natale, mantenendo il nome finlandese ma assumendo l’aspetto ormai familiare del portatore dei doni. Oggi il Joulupukki indossa abiti pesanti adatti al clima artico, vive in Lapponia e distribuisce regali ai bambini proprio come il Santa Claus conosciuto nel resto del mondo. È uno degli esempi più riusciti di come una tradizione locale possa adattarsi ai tempi senza perdere completamente il legame con le proprie origini.

Forse è proprio questo ad aver reso così credibile la Finlandia agli occhi del mondo. Non ha cercato di appropriarsi di una leggenda nata altrove, ma è riuscita a inserirla armoniosamente all’interno del proprio paesaggio, della propria cultura e delle proprie tradizioni. Le immense foreste innevate, le aurore boreali, le lunghe notti artiche e il silenzio della Lapponia sembrano offrire il contesto perfetto per una storia che, da quasi due secoli, continua a essere raccontata a milioni di bambini.

Il nostro viaggio attraverso l’Europa del Natale, però, non è ancora finito. Se la Finlandia ci ha mostrato il luogo che molti considerano la casa di Babbo Natale, esiste un’altra isola del Nord dove i portatori di doni non sono uno soltanto. In Islanda, infatti, ad attendere i bambini non c’è un vecchio con la barba bianca, ma una famiglia composta da tredici personaggi tanto stravaganti quanto irresistibili, capaci di trasformare l’attesa del Natale in una delle tradizioni più originali del continente.

Islanda: tredici Babbi Natale sono meglio di uno?

Se esiste un Paese capace di sorprendere chiunque creda ormai di conoscere tutto su Babbo Natale, quello è senza dubbio l’Islanda. Dopo aver seguito la lunga trasformazione di San Nicola fino al moderno Santa Claus, si potrebbe pensare che il protagonista delle feste sia ormai sempre lo stesso, magari con qualche piccola variante locale. Basta però arrivare su quest’isola del Nord Atlantico per rendersi conto che la realtà può essere molto più originale. Qui, infatti, il portatore dei doni non è un vecchio dalla barba bianca, ma un gruppo di ben tredici personaggi, ciascuno con una propria personalità, una storia e un ruolo ben preciso all’interno delle tradizioni natalizie.

Gli islandesi li chiamano Jólasveinar, un termine che viene solitamente tradotto come “Ragazzi di Yule”. La definizione, però, è piuttosto ingannevole. Non si tratta né di bambini né di piccoli aiutanti di Babbo Natale, ma di figure appartenenti al più antico patrimonio folkloristico dell’isola, nate in un mondo popolato da troll, giganti e creature che abitano montagne, ghiacciai e vallate isolate.

Le prime testimonianze che li riguardano raccontano personaggi molto diversi da quelli conosciuti oggi. I Jólasveinar erano esseri dispettosi, imprevedibili e talvolta perfino minacciosi. Scendevano dalle montagne durante il periodo invernale per rubare il cibo, disturbare gli abitanti delle fattorie e approfittare di ogni occasione per combinare guai. Non avevano alcuna intenzione di distribuire regali e, certamente, non rappresentavano figure rassicuranti per i bambini.

Come è accaduto a molte altre tradizioni europee, anche questa cambiò lentamente nel corso dei secoli. L’influenza del Cristianesimo, la letteratura per l’infanzia e il progressivo affermarsi di un Natale sempre più orientato ai bambini trasformarono quei personaggi inquietanti in figure molto più simpatiche e giocose. Conservavano ancora il loro carattere burlone, ma le loro bravate diventavano ormai occasione di divertimento piuttosto che motivo di paura.

Ancora oggi la tradizione segue un calendario molto preciso. A partire da tredici giorni prima di Natale, ogni notte arriva uno dei Jólasveinar. I bambini lasciano una scarpa sul davanzale della finestra e al mattino trovano un piccolo regalo se durante l’anno si sono comportati bene oppure, secondo la versione più tradizionale della leggenda, una semplice patata se meritano un piccolo richiamo.

L’aspetto più divertente di questa tradizione è probabilmente rappresentato dai nomi, che descrivono con straordinaria precisione le abitudini di ciascun personaggio. C’è Þvörusleikir, che ha la pessima abitudine di leccare i cucchiai; Askasleikir, che si nasconde sotto i letti per rubare le ciotole del cibo; Hurðaskellir, che ama svegliare tutti sbattendo rumorosamente le porte nel cuore della notte; Skyrgámur, irresistibilmente attratto dallo skyr, il tradizionale latticino islandese; e Kertasníkir, che un tempo seguiva i bambini per sottrarre le loro candele, un oggetto allora prezioso perché forniva luce durante le lunghe notti invernali.

Come se tutto questo non bastasse, i tredici Jólasveinar appartengono a una famiglia decisamente fuori dal comune. La loro madre è Grýla, una gigantesca orchessa che, secondo le leggende popolari, durante il periodo natalizio lascia la propria caverna per andare alla ricerca dei bambini cattivi. Accanto a lei compare anche il celebre Gatto di Yule, un enorme felino che, secondo la tradizione, divora chi non riceve un vestito nuovo prima di Natale. Dietro questo racconto si nasconde probabilmente il ricordo di un’antica usanza contadina: chi terminava in tempo il lavoro della lana prima dell’inverno veniva ricompensato con un nuovo capo d’abbigliamento, mentre chi rimaneva indietro rischiava di diventare il protagonista di queste storie ammonitrici.

Osservata con attenzione, la tradizione islandese racconta ancora una volta qualcosa che abbiamo incontrato più volte nel corso di questo viaggio. Ogni popolo ha trovato un modo diverso per dare un volto all’attesa dell’inverno e del Natale, trasformando antiche figure del folklore in protagonisti di racconti capaci di parlare alle nuove generazioni. In Islanda questo processo non ha portato alla nascita di un unico Babbo Natale, ma ha conservato un’intera compagnia di personaggi che continua ancora oggi a rendere unico il Natale dell’isola.

È forse proprio questa la lezione più affascinante. Anche quando una tradizione sembra ormai diventata universale, esistono luoghi nei quali il passato continua a vivere con sorprendente originalità, ricordandoci che il Natale non è mai stato una storia uguale per tutti, ma un mosaico di racconti diversi, ciascuno capace di aggiungere un tassello alla lunga avventura di Babbo Natale.

Spagna: quando arrivano i Re Magi

Per chi è cresciuto in Italia o in gran parte dell’Europa, l’idea che Babbo Natale sia il principale portatore dei doni può sembrare quasi universale. Basta però attraversare i Pirenei per scoprire una tradizione che continua ancora oggi a occupare il centro delle feste natalizie. In Spagna, infatti, il momento più atteso dai bambini non coincide con la notte del 24 dicembre, ma con quella tra il 5 e il 6 gennaio, quando arrivano i Re Magi.

Questa usanza affonda direttamente le proprie radici nel racconto evangelico. Secondo il Vangelo di Matteo, alcuni sapienti provenienti dall’Oriente raggiunsero Betlemme guidati da una stella per rendere omaggio al Bambino Gesù, portando con sé tre doni destinati a diventare famosissimi: oro, incenso e mirra. Col passare dei secoli la tradizione cristiana trasformò quei sapienti nei tre re che tutti conosciamo oggi (Melchiorre, Gaspare e Baldassarre) attribuendo loro nomi, caratteristiche e perfino un aspetto diverso per rappresentare simbolicamente i popoli della Terra.

In Spagna questi personaggi non sono semplicemente figure del presepe. Sono i veri protagonisti dell’attesa natalizia. Nei giorni che precedono l’Epifania i bambini scrivono le loro lettere indirizzandole ai Re Magi, preparano qualcosa da mangiare e da bere per i tre viaggiatori e lasciano anche acqua e cibo per i cammelli che li accompagneranno durante il lungo viaggio notturno. La mattina del 6 gennaio trovano finalmente i regali tanto attesi, proprio come accade altrove con Babbo Natale.

Il momento culminante delle celebrazioni arriva però la sera precedente, quando quasi ogni città organizza la Cabalgata de Reyes, una grande sfilata nella quale i tre sovrani attraversano le strade a bordo di carri riccamente decorati salutando migliaia di famiglie. È una festa spettacolare, fatta di musica, luci e migliaia di caramelle lanciate alla folla, che trasforma l’arrivo dei Magi in un evento collettivo capace di coinvolgere intere comunità.

Questo significa che in Spagna Babbo Natale non esiste?

Non proprio.

Anche qui il personaggio è ormai conosciuto con il nome di Papá Noel e, soprattutto negli ultimi decenni, ha conquistato uno spazio sempre più importante grazie all’influenza della cultura internazionale e dei mezzi di comunicazione. Molte famiglie scelgono di scambiarsi i regali già il 25 dicembre, mentre altre preferiscono mantenere la tradizione dell’Epifania o, più semplicemente, festeggiano entrambe le ricorrenze. Il risultato è una convivenza che ricorda, per certi aspetti, quella italiana tra Babbo Natale e la Befana.

Questa particolarità racconta ancora una volta quanto sia difficile parlare di un unico Natale europeo. Anche quando un personaggio diventa famoso in tutto il mondo, raramente riesce a cancellare le tradizioni che lo hanno preceduto. Più spesso trova il proprio spazio accanto a esse, modificandole lentamente senza sostituirle del tutto. In Spagna il moderno Babbo Natale ha conquistato milioni di bambini, ma continua a condividere il palcoscenico con tre viaggiatori che, secondo il racconto evangelico, intrapresero il loro cammino seguendo una stella più di duemila anni fa.

Ed è forse proprio questo il filo conduttore dell’intera storia che abbiamo raccontato finora. Ogni popolo ha accolto il Natale adattandolo alla propria cultura, conservando ciò che riteneva più prezioso e integrando, poco alla volta, ciò che arrivava dall’esterno. Il risultato non è una tradizione identica ovunque, ma una straordinaria ricchezza di racconti che continuano ancora oggi a convivere, dimostrando che la magia del Natale non dipende da un solo personaggio, ma dalla capacità delle persone di riconoscersi, anno dopo anno, in una storia che continua a rinnovarsi.

Capitolo 15 — E fuori dall’Europa?

Dopo aver attraversato il continente nel quale è nata gran parte delle tradizioni natalizie, viene spontaneo chiedersi che cosa sia accaduto quando Babbo Natale ha oltrepassato i confini dell’Europa. La risposta, ancora una volta, dimostra quanto la sua storia sia stata capace di adattarsi ai luoghi più diversi senza perdere la propria identità.

In molti casi il personaggio è arrivato insieme agli emigranti europei, che portarono con sé usanze, racconti e ricorrenze del proprio Paese d’origine. In altri è stato il cinema americano, seguito dalla televisione e dalla cultura popolare del Novecento, a diffondere l’immagine del vecchio dalla barba bianca praticamente in ogni angolo del pianeta. Ovunque sia arrivato, però, Babbo Natale ha dovuto confrontarsi con tradizioni già esistenti, dando vita a un dialogo che continua ancora oggi.

Uno degli esempi più interessanti è rappresentato dal Giappone. Qui il Natale non è una festa religiosa nel senso tradizionale del termine, poiché la popolazione cristiana rappresenta una piccola minoranza. Eppure le decorazioni, le luci, gli alberi addobbati e lo stesso Babbo Natale sono diventati elementi familiari del paesaggio urbano durante il mese di dicembre. Più che una ricorrenza religiosa, il Natale giapponese è una festa popolare e commerciale, vissuta soprattutto come occasione per trascorrere del tempo insieme, scambiarsi piccoli regali e godersi l’atmosfera delle città illuminate.

Negli Stati Uniti, invece, il personaggio continua naturalmente a occupare una posizione centrale, ma la sua forza deriva proprio dall’essere riuscito ad accogliere tradizioni provenienti da tutto il mondo. Le comunità di origine italiana, tedesca, irlandese, scandinava, messicana e latinoamericana hanno contribuito ad arricchire il calendario natalizio americano, trasformandolo in una straordinaria sintesi di culture differenti. È forse il luogo nel quale la storia che abbiamo raccontato in questo saggio continua ancora oggi a evolversi con maggiore rapidità.

Anche nell’America Latina Babbo Natale ha assunto caratteristiche proprie. In molti Paesi è conosciuto come Papá Noel, ma continua a convivere con tradizioni religiose profondamente radicate e, in alcune regioni, con il ruolo ancora centrale dei Re Magi. Il risultato è un calendario nel quale personaggi diversi partecipano alla stessa festa senza entrare realmente in competizione, riproponendo quel fenomeno di stratificazione culturale che abbiamo incontrato più volte nel corso del nostro viaggio.

Persino in Paesi dove il Cristianesimo non rappresenta la religione dominante, l’immagine di Babbo Natale è ormai diventata un simbolo universale del periodo natalizio. Lo si incontra nei centri commerciali di Singapore, tra i grattacieli di Hong Kong, nelle metropoli della Corea del Sud, nelle grandi città del Brasile, dell’Australia o del Sudafrica. Cambiano le stagioni, cambiano il clima e perfino il paesaggio, ma il vecchio dalla barba bianca continua a essere riconosciuto ovunque, anche quando arriva sotto un sole estivo invece che tra la neve.

È difficile trovare un altro personaggio nato dalla tradizione popolare che abbia compiuto un viaggio tanto lungo. Partito dalle coste dell’antica Licia come un vescovo venerato per la sua generosità, trasformato nei secoli dal folklore europeo e reinventato dall’immaginazione americana, Babbo Natale è diventato uno dei simboli culturali più riconoscibili del pianeta. Pochissime figure possono vantare una diffusione altrettanto ampia e, forse, nessuna ha saputo adattarsi con la stessa naturalezza a culture così diverse tra loro.

Ed è proprio osservando questo straordinario viaggio che diventa evidente una verità emersa più volte nel corso di queste pagine. Babbo Natale non appartiene davvero a un solo Paese, a una sola religione o a una sola epoca storica. Appartiene piuttosto a una lunga catena di racconti che, per quasi due millenni, hanno continuato a passare di mano in mano, cambiando ogni volta un piccolo dettaglio senza perdere il loro significato più profondo.

Conclusioni

Un uomo, una leggenda, un viaggio lungo duemila anni

Quando abbiamo iniziato questo viaggio ci siamo posti una domanda che sembrava avere una risposta semplice: chi ha inventato Babbo Natale? Pagina dopo pagina abbiamo scoperto che quella domanda, in realtà, era formulata nel modo sbagliato. Babbo Natale non è nato in un giorno preciso e non appartiene a una sola persona, a un solo popolo o a una sola religione. È il risultato di quasi duemila anni di storia, durante i quali uomini e donne appartenenti a epoche e culture diverse hanno continuato ad aggiungere un tassello a un racconto che non ha mai smesso di trasformarsi.

Abbiamo attraversato il mondo romano, seguito le antiche feste del solstizio, incontrato San Nicola sulle coste della Licia, osservato la sua figura attraversare il Medioevo, salire sulle navi dirette verso l’America e diventare, poco alla volta, il Santa Claus che oggi tutti conosciamo. Abbiamo scoperto che quasi ogni dettaglio del personaggio possiede una storia propria e che nulla, dalla slitta alle renne, dagli elfi al Polo Nord, è comparso improvvisamente. Tutto è nato attraverso un processo lento, fatto di incontri, di viaggi e di contaminazioni culturali.

Eppure, in mezzo a tutti questi cambiamenti, esiste qualcosa che non è mai mutato:

**Ciò che è rimasto costante è l’idea che qualcuno, nella notte più fredda dell’anno, scelga di portare un dono senza aspettarsi nulla in cambio.**

Forse è proprio questa l’eredità più autentica lasciata da San Nicola e, allo stesso tempo, il filo invisibile che unisce tutte le trasformazioni raccontate in questo saggio. Cambiano gli abiti, cambiano i nomi, cambiano le tradizioni e perfino i continenti, ma quell’idea continua ad attraversare i secoli con una forza sorprendente.

Ma c’è una domanda che, prima o poi, quasi ogni bambino rivolge a un adulto, e, a volte, nei momenti di sconforto rivolgiamo anche a noi stessi: «Babbo Natale esiste davvero?» 

Se immaginiamo un vecchio che vive al Polo Nord, circondato da elfi, capace di attraversare il cielo in una slitta trainata da renne volanti per consegnare milioni di regali in una sola notte, sappiamo bene di trovarci nel territorio della leggenda. Se invece guardiamo alla storia che abbiamo appena ricostruito, scopriamo qualcosa di molto più affascinante. Esiste davvero un uomo di nome Nicola, realmente vissuto nel IV secolo; esistono davvero i racconti che ne diffusero il culto in tutta Europa; esistono davvero gli scrittori, gli artisti e le generazioni che, secolo dopo secolo, hanno continuato ad arricchire quella figura fino a trasformarla nel Babbo Natale moderno.

Soprattutto, esistono davvero milioni di persone che, ogni dicembre, mantengono viva questa storia. Ogni genitore che prepara un regalo in silenzio, ogni nonno che racconta una leggenda, ogni bambino che scrive una lettera o lascia un biscotto vicino all’albero contribuisce inconsapevolmente a proseguire un racconto iniziato quasi duemila anni fa.

Forse, allora, il segreto di Babbo Natale non risiede nel mistero della sua casa, nella velocità della sua slitta o nell’impossibilità di consegnare milioni di regali in una sola notte. Il suo vero segreto è molto più semplice e, proprio per questo, molto più difficile da consumare con il passare del tempo. Da quasi duemila anni continua infatti a ricordarci che la generosità, la speranza e il desiderio di fare felice qualcun altro sono idee capaci di attraversare le epoche molto meglio di qualunque leggenda.

Ed è probabilmente questa la ragione per cui Babbo Natale continua ancora oggi a entrare nelle nostre case ogni dicembre. Non perché la storia possa dimostrare che esista davvero, ma perché ogni generazione sceglie di raccontare quella leggenda alla successiva, aggiungendo un nuovo capitolo a un racconto che, dopo quasi due millenni, continua ancora a parlare al cuore delle persone.

Nota dell’autore

Raccontare la storia di Babbo Natale significa muoversi continuamente lungo un confine sottile, dove i fatti documentati convivono con leggende, tradizioni popolari e racconti tramandati per secoli. Nel corso della ricerca ho cercato di distinguere, quando possibile, ciò che gli storici considerano accertato da ciò che appartiene al patrimonio del folklore, evitando sia di presentare come vere storie prive di fondamento, sia di privare queste antiche tradizioni del fascino che le ha rese capaci di attraversare il tempo.

Molti episodi raccontati in questo libro non possono essere ricondotti a un’unica origine certa. Le tradizioni popolari, infatti, raramente nascono in un momento preciso o dall’opera di una sola persona. Più spesso sono il risultato di un lungo processo di trasformazione, durante il quale generazioni diverse aggiungono, modificano o reinterpretano elementi ricevuti da chi le ha precedute. È proprio questa continua evoluzione a rendere così affascinante la storia di Babbo Natale.

Se, arrivati all’ultima pagina, guarderete questo personaggio con un po’ più di curiosità e con la consapevolezza che dietro la sua barba bianca si nasconde un viaggio lungo quasi duemila anni, allora questo piccolo saggio avrà raggiunto il suo obiettivo.



Il Capitolo 7 perduto

Se siete arrivati fin qui con l'abitudine, rara ma apprezzabile, di controllare la numerazione dei capitoli, vi sarete probabilmente accorti che questo libro passa direttamente dal Capitolo 6 al Capitolo 8. La vostra osservazione è corretta: il Capitolo 7 esiste, ma per molto tempo è stato escluso da tutte le edizioni per motivi che gli editori hanno sempre preferito liquidare come «questioni di opportunità».

Secondo una tradizione di cui non siamo riusciti a verificare completamente l'attendibilità, quel capitolo conterrebbe una versione dei fatti che le Pecore non hanno mai visto di buon occhio. Non ci riferiamo alle comuni pecore che si incontrano durante un'escursione, ma alle Pecore, quelle di cui è prudente non fare troppe domande e che, da un tempo sorprendentemente lungo, sembrano interessarsi con particolare discrezione a tutto ciò che riguarda la vera storia del Natale.

Naturalmente siete liberi di interrompere qui la lettura. Le pagine precedenti raccontano tutto ciò che la storiografia ufficiale è disposta ad ammettere e costituiscono, a nostro avviso, un resoconto più che soddisfacente. Quello che segue, invece, proviene da fonti decisamente meno convenzionali: appunti anonimi, testimonianze contraddittorie, documenti privi di qualsiasi riscontro e almeno un informatore che, durante ogni tentativo di intervista, ha continuato ostinatamente a belare invece di rispondere alle domande.

Non possiamo garantire l'autenticità di quanto state per leggere. Possiamo soltanto confermare che, ogni volta che qualcuno ha provato a pubblicare il Capitolo 7, è successa puntualmente una cosa piuttosto insolita: il manoscritto è scomparso.

Non so per volontà di chi o cosa, non so se per una proprietà intrinseca o estrinseca dello scritto, ma quando l'ho scritto avevo già intuito che il peso di queste poche pagine era sproporzionato rispetto alla loro lunghezza, come accade a certe stelle ormai collassate, la cui massa continua a esercitare un’attrazione immensa pur occupando uno spazio quasi invisibile. Se l’intero saggio fosse un cielo invernale, il Capitolo 7 ne sarebbe il punto in cui la luce smette di comportarsi come ci aspetteremmo.


Capitolo 7 — Della custodia, e di chi realmente abbia scritto la storia

Tutto ciò che è stato esposto nei capitoli precedenti è vero. Questo va detto subito, con la massima chiarezza possibile, perché il lettore non cada nell'errore, comprensibile, ma grossolano, di credere che quanto segue sia una confutazione. Non lo è. I Saturnalia sono esistiti. Lo Yule scandinavo è esistito. Nicola di Myra è esistito, ha presumibilmente gettato monete d'oro nella casa di un padre indebitato, è stato sepolto, riesumato, traslato, conteso. Washington Irving ha scritto ciò che ha scritto. Thomas Nast ha disegnato ciò che ha disegnato. La Coca-Cola Company ha commissionato, nel 1931, le illustrazioni di Haddon Sundblom. Ogni singolo fatto riportato in questo saggio resta, per quanto ne sappiamo, corretto.

Ciò che va aggiunto, ed è cosa diversa dal correggere, è che nessuno di questi fatti è mai stato, per così dire, lasciato al caso.

Esiste, e ha sempre operato ai margini estremi della documentazione storica reperibile, un'entità che nella tradizione orale a cui ho avuto accesso viene designata semplicemente come il Grande Gregge, e i cui membri operativi, quelli che compaiono, quando compaiono, negli interstizi delle vicende umane, vengono chiamati le Pecore. Il nome, lo ammetto, è di una modestia quasi insultante per un'organizzazione della sua età e della sua influenza, ma è precisamente in questa modestia che va cercata la sua natura più autentica. Le Pecore non hanno mai cercato un nome che incutesse soggezione. Non ne avevano bisogno. Un'entità che non intende essere notata non investe risorse retoriche nel proprio nome.

Non sono, va precisato con fermezza, una società segreta nel senso in cui la modernità cospirazionista ha abituato il pubblico a pensare alle società segrete. Non tramano per il dominio del mondo. Non accumulano ricchezza. Non hanno un simbolo, un motto, un covo. La loro unica, costante occupazione, per un arco di tempo che alcune fonti fanno risalire a prima della scrittura, è la custodia di un numero ristretto di idee che ritengono indispensabili alla sopravvivenza psicologica della civiltà umana. Il linguaggio è una di queste idee. La sepoltura dei morti è un'altra. Il Natale, inteso non come festività cristiana, ma come principio più antico e più largo di cui il Natale cristiano è soltanto l'ultima, e finora più riuscita, incarnazione, è una terza.

Il principio che le Pecore custodiscono, per essere precisi, non è "il Natale". È l'idea che in un determinato momento dell'anno, nel punto più buio del ciclo stagionale, sia necessario e giusto che gli esseri umani si concedano una tregua deliberata: dai debiti sociali, dalle gerarchie ordinarie, dalla scarsità percepita. Un'inversione temporanea e programmata del funzionamento normale delle cose. Gli antropologi la chiamano inversione rituale. Le Pecore, con minore eleganza terminologica ma maggiore anzianità di servizio, la chiamano semplicemente il Progetto.

I Saturnalia come prima infrastruttura

I Saturnalia romani, di cui si è detto nel primo capitolo, non furono un'invenzione delle Pecore, ed è importante non travisare questo punto: le Pecore non inventano le tradizioni umane, non ne hanno mai avuto la capacità né, sospetto, l'interesse. Gli uomini inventano da soli, con notevole e costante creatività, ogni singola forma rituale che poi abitano. Ciò che le Pecore fecero, secondo il dossier che ho potuto consultare, fu qualcosa di più modesto e insieme di più determinante: riconobbero nei Saturnalia, nel loro scambio di doni, nel loro rovesciamento temporaneo dei ruoli tra padroni e schiavi, nella loro collocazione esatta a ridosso del solstizio, l'infrastruttura ideale su cui edificare qualcosa di più duraturo di una festa civica romana, destinata come tutte le feste civiche a tramontare con l'impero che le sosteneva.

Non si trattò di un intervento, nel senso drammatico che la parola suggerisce. Si trattò, per usare un'espressione che ricorre più volte nei materiali che ho consultato e che è divenuta, in un certo senso, il motto non dichiarato dell'intera organizzazione, di un accompagnamento. Le Pecore non crearono il desiderio umano di rovesciare periodicamente l'ordine costituito. Si limitarono a garantire che quel desiderio, una volta manifestatosi, non venisse mai del tutto perduto nel passaggio da una civiltà alla successiva.

Lo Yule e il problema del Nord

Lo Yule pose un problema differente. Mentre a Roma esisteva già una cornice istituzionale, un calendario pubblico, un'amministrazione, una classe dirigente sensibile alle esigenze di coesione sociale, le culture germaniche e scandinave offrivano qualcosa di più frammentario: pratiche domestiche, sacrifici agli antenati, la convinzione diffusa che durante le notti più lunghe dell'anno il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliasse fino quasi a scomparire. Le Pecore, secondo la ricostruzione a cui ho avuto accesso, non intervennero per correggere questa frammentarietà. La riconobbero, piuttosto, come una forma alternativa e altrettanto valida dello stesso principio: non tregua sociale, in questo caso, ma tregua cosmologica. Un momento in cui i vivi e i morti potevano, per una manciata di notti, condividere lo stesso spazio senza che questo costituisse una minaccia.

È da questa radice, più che da quella mediterranea, che deriva, sempre secondo questa fonte, l'insistenza quasi ossessiva delle tradizioni natalizie successive sulla figura del viaggiatore notturno, della figura che attraversa i confini domestici mentre la famiglia dorme. Odino cavalcava Sleipnir attraverso il cielo invernale accompagnato dalla Caccia Selvaggia; molti secoli dopo, un vescovo dell'Anatolia meridionale avrebbe attraversato i tetti d'Europa su una slitta. La continuità, sostiene il documento, non è casuale. È amministrata.

Il reclutamento di Nicola di Myra

Qui il testo diventa, lo ammetto, particolarmente arduo da riferire con il dovuto distacco accademico, perché introduce un concetto, il reclutamento, che nella storiografia ufficiale non ha alcun corrispettivo documentabile, e che tuttavia, una volta accettato come ipotesi di lavoro, offre una coerenza sorprendente a diversi dettagli altrimenti poco spiegati della biografia del santo.

Nicola non inventò, secondo questa versione, la propria generosità. Fu, semmai, individuato. Le Pecore, spiega il documento con un linguaggio che definirei di sorprendente sobrietà burocratica, avevano da tempo bisogno di un volto umano credibile a cui affidare, nella regione mediterranea in trasformazione verso il cristianesimo, la continuazione del Progetto una volta che i culti pagani avessero definitivamente perso la loro presa istituzionale. Serviva un candidato con tre caratteristiche precise: una generosità già manifesta e verificabile presso la comunità locale; una posizione sociale sufficiente a garantire visibilità postuma, ma non così elevata da rendere sospetta ogni sua azione; e, terzo elemento che il documento sottolinea con una certa insistenza, un'assoluta mancanza di ambizione personale rispetto al culto che sarebbe nato attorno al suo nome.

Nicola, vescovo di Myra, soddisfaceva tutti e tre i criteri. Non fu creato dalle Pecore. Fu, semplicemente, scelto tra i candidati umani già esistenti, con lo stesso criterio, spiega il documento con un'analogia che ho trovato involontariamente commovente, con cui un giardiniere non pianta un albero dal nulla, ma sceglie, tra i germogli spontanei, quello che merita di essere innaffiato con più cura.

Bari: una decisione logistica

La traslazione delle reliquie di San Nicola da Myra a Bari, nel 1087, viene normalmente presentata dalla storiografia, e lo abbiamo fatto anche in questo libro, nel capitolo terzo, come il risultato di una spedizione marinara organizzata da un gruppo di mercanti baresi desiderosi di sottrarre le reliquie del santo all'avanzata selgiuchide e, contestualmente, di procurare alla propria città un prestigioso polo di pellegrinaggio in concorrenza con Venezia.

Tutto questo, ribadisce il documento, resta storicamente accurato. Ciò che aggiunge è un livello ulteriore di motivazione: Bari, all'incrocio tra le rotte adriatiche, normanne e levantine, offriva alle Pecore esattamente ciò di cui il culto aveva bisogno per la fase successiva della sua diffusione, un nodo infrastrutturale già collegato, attraverso i movimenti mercantili e i pellegrinaggi, a un numero sufficiente di regioni europee da garantire che il culto di San Nicola non restasse confinato all'Anatolia, terra che di lì a pochi decenni sarebbe uscita definitivamente dall'orbita cristiana. Bari non fu, in questa lettura, una destinazione scelta dai mercanti baresi. Fu, con un understatement che il documento non nasconde affatto di apprezzare, "la destinazione che i mercanti baresi credettero di aver scelto".

La Riforma come crisi esistenziale del Progetto

Se c'è un punto in cui il documento smette di risultare semplicemente stravagante e comincia, nonostante ogni resistenza razionale del lettore, a risultare stranamente persuasivo, è nel passaggio dedicato alla Riforma protestante, passaggio che corrisponde, nel corpo principale di questo libro, al quarto capitolo.

La soppressione del culto dei santi da parte delle chiese riformate, spiega il documento, non rappresentò per le Pecore un evento tra i tanti. Rappresentò la più grave minaccia esistenziale mai affrontata dal Progetto in millenni di attività. Per la prima volta nella sua storia, la figura umana attorno a cui il Progetto si era organizzato, Nicola, vescovo e santo, rischiava di essere non semplicemente reinterpretata, come era accaduto altre volte, ma cancellata per intero dal calendario liturgico di metà del continente europeo.

Fu in questo frangente, sostiene il documento con un'affermazione che considero il cuore teorico dell'intero capitolo, che le Pecore stabilirono per la prima volta in modo esplicito un principio operativo che avrebbe poi guidato ogni loro scelta successiva: doveva sopravvivere l'idea, non il personaggio. Se Nicola non poteva più essere venerato come santo, il Progetto non si sarebbe opposto alla sua scomparsa dal calendario liturgico. Si sarebbe invece assicurato che la funzione da lui incarnata, il portatore notturno di doni, il giudice benevolo della condotta infantile, la tregua invernale resa persona, trovasse un nuovo veicolo, sganciato per quanto necessario dall'apparato dottrinale che ne aveva reso possibile, e ora impossibile, la venerazione.

"Gli uomini amano sentirsi creatori. Abbiamo imparato a rispettare questa loro caratteristica", la frase compare qui, nel documento, per la prima delle tre volte in cui vi compare complessivamente, e viene introdotta subito dopo il resoconto della crisi riformata, quasi a spiegare perché le Pecore non tentarono mai, nemmeno in quel momento di massima urgenza, di imporre dall'alto una soluzione. Attesero. Lasciarono che fossero gli uomini, con i loro conflitti dottrinali, le loro migrazioni, le loro dispute locali, a trovare da soli la via d'uscita che serviva.

Sinterklaas: l'adattamento necessario

La soluzione arrivò dai Paesi Bassi, e il documento la definisce, con una scelta lessicale che trovo particolarmente calzante, non un'invenzione ma un adattamento necessario. Le comunità olandesi, come si è visto nel capitolo quinto, riuscirono a conservare la figura di Sinterklaas mantenendola formalmente separata dalla dottrina cattolica che l'aveva prodotta: una festa popolare, laicizzata quanto bastava a sopravvivere alla censura dottrinale, ma sufficientemente fedele nella sua struttura di fondo, il dono, la visita notturna, il giudizio benevolo, da preservare intatta la funzione originaria.

Le Pecore, spiega il documento, non parteciparono a questo processo se non nel modo in cui avevano sempre partecipato a ogni processo simile: osservando quali tra le molte soluzioni popolari spontanee conservassero meglio l'idea centrale, e assicurandosi, attraverso canali che il documento non specifica, e che io stesso, onestamente, non sono in grado di immaginare con sufficiente concretezza da poterli riferire, che quella particolare soluzione trovasse i canali di diffusione necessari a non restare un fenomeno regionale.

New Amsterdam, e il momento in cui il Progetto attraversò l'Atlantico

Il trasferimento di Sinterklaas nella colonia olandese di New Amsterdam, e la sua successiva sopravvivenza sotto dominio inglese dopo la conquista britannica del 1664, viene presentato dal documento come il passaggio più delicato dell'intera storia del Progetto: il momento in cui la figura doveva sopravvivere non soltanto a un cambio di lingua e di sovranità politica, ma alla trasformazione demografica più radicale mai affrontata da una tradizione europea, quella della sua trapiantazione in un continente nuovo, privo delle strutture parrocchiali e comunitarie che ne avevano fin lì garantito la continuità generazionale.

Washington Irving: l'interprete, non l'inventore

Il capitolo sesto di questo libro ha già mostrato come Washington Irving, nel suo A History of New York del 1809, pubblicato sotto lo pseudonimo di Diedrich Knickerbocker, abbia svolto un ruolo determinante nel fissare per la prima volta in forma letteraria l'immagine di un San Nicola trasformato, pipa, slitta volante, discesa dai comignoli. La storiografia ufficiale attribuisce a Irving un atto di invenzione letteraria consapevole, quasi una satira bonaria delle tradizioni olandesi della sua città natale.

Il documento ritrovato propone qui una correzione di sfumatura, non di sostanza: Irving, sostiene, non inventò nulla che non fosse già presente, in forma dispersa e non ancora coerente, nel folklore orale delle comunità olandesi-americane che aveva frequentato fin dall'infanzia. Ciò che fece, e il documento insiste che questo sia un merito enorme, non ridotto dalla sua natura interpretativa piuttosto che creativa, fu raccogliere quel materiale disperso e restituirgli, per la prima volta, una forma scritta stabile, capace di essere letta, ricopiata, diffusa. "Interpretò", dice il documento, in una delle sue formulazioni più scarne. Non è chiaro se le Pecore considerino l'atto interpretativo meno prezioso di quello creativo, o se, al contrario, lo considerino, memori della loro stessa natura di custodi piuttosto che di creatori, la forma più alta di intervento possibile.

Clement Clarke Moore: i dettagli che mancavano

Se Irving fornì la cornice, Clement Clarke Moore, con il poemetto A Visit from St. Nicholas pubblicato nel 1823 e discusso nel capitolo sesto, fornì l'arredamento: le otto renne nominate una per una, la slitta miniaturizzata, la discesa attraverso il camino descritta con un livello di dettaglio domestico che nessun testo precedente aveva osservato. Il documento attribuisce a Moore un ruolo che definisce, senza ironia apparente, di rifinitura. Non toccò la struttura del Progetto. Ne completò l'arredo, con la stessa cura con cui un artigiano aggiunge le ultime decorazioni a un oggetto già perfettamente funzionale nella sua struttura portante.

Thomas Nast: la standardizzazione del volto

A Thomas Nast, illustratore di Harper's Weekly attivo tra il 1860 e il 1880 e già discusso nel capitolo sesto, il documento attribuisce un compito ancora diverso: non l'invenzione della cornice narrativa, non l'aggiunta di dettagli, ma la standardizzazione visiva del personaggio in un'epoca, quella della stampa periodica illustrata a larga tiratura, in cui, per la prima volta nella storia del Progetto, diventava possibile che milioni di persone condividessero simultaneamente la medesima immagine mentale di una figura fino ad allora rappresentata in modi anche molto divergenti da regione a regione. Il documento usa qui una sola parola, priva di ulteriori commenti: modernizza. Nast non alterò l'idea. Le fornì la tecnologia di diffusione di cui l'epoca disponeva.

Coca-Cola: il riconoscimento della maturità globale

Resta, infine, il capitolo più recente e più controverso di questa storia, quello della campagna pubblicitaria natalizia della Coca-Cola Company, avviata nel 1931 con le illustrazioni di Haddon Sundblom e discussa in dettaglio nel capitolo sesto di questo libro. La vulgata contemporanea, spesso ripetuta con tono di scoperta scandalosa, sostiene che sia stata la Coca-Cola a "inventare" l'immagine moderna di Babbo Natale, il colore rosso, la corporatura affabile, il sorriso bonario.

Il documento respinge questa attribuzione con una fermezza che ho trovato, lo confesso, quasi commovente nella sua evidente stanchezza verso un equivoco ripetuto da quasi un secolo. La Coca-Cola, sostiene, non inventò nulla che il personaggio non possedesse già, nella sua sostanza, da almeno un secolo di evoluzione iconografica precedente. Ciò che la compagnia comprese, e qui il documento usa un verbo che trovo particolarmente ben scelto, fu che il personaggio era ormai pronto per diventare globale: sufficientemente stabilizzato nella sua forma, sufficientemente laico nella sua accessibilità, sufficientemente svincolato dalle specifiche tradizioni nazionali che lo avevano prodotto, da poter essere trasmesso, per la prima volta nella storia del Progetto, non più attraverso il lento passaparola delle migrazioni e delle traduzioni letterarie, ma attraverso il canale nuovo e incomparabilmente più veloce della pubblicità commerciale internazionale.

Le Pecore, conclude il documento su questo punto con una frase che meriterebbe forse di chiudere l'intero capitolo, non avevano previsto la pubblicità commerciale come proprio strumento. Non l'avevano nemmeno immaginata, nei millenni in cui il Progetto si era affidato a santi, poeti e illustratori. Ma quando lo strumento si presentò, non esitarono a riconoscerlo per quello che era: un nuovo, efficacissimo modo attraverso cui gli uomini, senza saperlo, avrebbero continuato a fare esattamente ciò che avevano sempre fatto.

Perché

Resta, a questo punto, la domanda che ogni lettore attento si sarà posto fin dalle prime pagine di questo capitolo, e che il documento stesso sembra aver rimandato fino all'ultimo, quasi a volerne misurare con cura il momento di introduzione: perché. Perché un'entità capace, a quanto pare, di attraversare indenne millenni di storia umana, di sopravvivere alla caduta di Roma, allo scisma d'Oriente, alla Riforma, a due guerre mondiali e all'avvento della pubblicità di massa, dovrebbe impiegare una simile continuità di attenzione, una simile, se è lecito usare un termine estraneo al lessico del documento, ostinazione, su una faccenda apparentemente circoscritta come la sopravvivenza di un vecchio che porta doni una notte all'anno.

Il documento risponde a questa domanda con una pagina che si distingue, nel corpo del capitolo, per un cambio di registro quasi impercettibile ma reale: le frasi si fanno più brevi, l'apparato erudito si dirada, e per la prima e unica volta il tono smette di essere quello del cronista per avvicinarsi a qualcosa che assomiglia, pur nella sua sobrietà, a una confessione.

Le Pecore, spiega il documento, non custodiscono il Natale perché il Natale sia, in sé, un evento di particolare importanza cosmologica. Lo custodiscono perché rappresenta la dimostrazione periodica, rinnovata ogni anno e offerta a ogni nuova generazione senza eccezione, di un fatto che l'organizzazione considera fondativo per la sopravvivenza psicologica della specie: che l'oscurità, per quanto totale possa apparire nel momento in cui la si attraversa, è per sua natura temporanea, e che gli esseri umani possiedono la capacità, dimostrata, rinnovata, mai definitivamente persa nemmeno nei secoli più bui, di rispondere al punto più freddo e più buio dell'anno non con la rassegnazione, ma con un atto deliberato e collettivo di generosità reciproca.

È una lezione, sottolinea il documento, che nessuna civiltà osservata dalle Pecore nel corso della loro storia è mai riuscita a impartire a se stessa una volta sola e per sempre. Va ripetuta. Va reincarnata, di generazione in generazione, in forme sempre nuove, perché ogni generazione la dimentica e ogni generazione ha bisogno di riscoprirla come se fosse la prima. Questo, sostiene il documento, è precisamente il motivo per cui il Progetto non ha mai insistito nel proteggere una singola forma della tradizione, non il culto di Nicola, non i Saturnalia, non Sinterklaas, a scapito delle altre. Le forme sono, per le Pecore, sacrificabili. Interscambiabili. Persino, se necessario, dimenticabili. Ciò che non può mai essere perduto, e ciò per cui ogni singolo intervento qui descritto è stato compiuto, è la funzione sottostante: garantire che, ogni anno, in ogni luogo raggiunto dalla tradizione, esista almeno una notte in cui gli uomini si permettano di credere, anche solo per qualche ora, che la generosità sia la regola e non l'eccezione del comportamento umano.

Il documento chiude questo ragionamento con un'osservazione che ho trovato, tra tutte, la più difficile da riferire con il necessario distacco critico. Le Pecore, scrive l'autore ignoto di queste pagine, non intervengono per cambiare la natura umana, che considerano, nel bene e nel male, sostanzialmente stabile lungo l'intero arco della storia registrata. Intervengono perché sanno, per averlo osservato un numero di volte che il documento non quantifica ma lascia intendere considerevole, che la natura umana contiene entrambe le possibilità in eguale misura, la generosità e la sua assenza, e che la differenza tra le civiltà che prosperano e quelle che si consumano dall'interno non sta nell'eliminare la seconda possibilità, compito che nessuna entità, per quanto antica, potrebbe mai dirsi in grado di svolgere, ma nel garantire che la prima non smetta mai, nemmeno nei periodi più difficili, di avere una data fissa sul calendario, una notte propria, un momento in cui possa manifestarsi senza dover essere giustificata.

"Non proteggiamo un vecchio con la slitta," recita l'ultima frase piena di questa sezione, prima che il documento torni al proprio registro consueto. "Proteggiamo il fatto che, ogni anno, per una notte, gli uomini si ricordino di essere capaci di questo."

Coda

Il documento si interrompe qui, senza una conclusione formale, come se l'ultima pagina fosse andata perduta insieme a tutto il resto del capitolo prima che io lo ritrovassi, o come se, ipotesi che trovo personalmente più inquietante, ma che non posso onestamente escludere, non fosse mai stato scritto affinché arrivasse a una conclusione.

L'ultima riga leggibile, isolata al centro del foglio, priva di qualunque apparato di commento, riporta per la terza e ultima volta la frase che attraversa l'intero capitolo, e con cui mi pare corretto lasciare, senza ulteriori interventi da parte mia, il lettore:

"Gli uomini amano sentirsi creatori. Abbiamo imparato a rispettare questa loro caratteristica."


Nota finale dell'autore. Ho scelto di non verificare oltre l'origine di questo materiale, né di sottoporlo a un esame filologico più approfondito di quanto già fatto. In parte per rispetto verso chi, chiunque sia stato, mi ha permesso di leggerlo. In parte, lo ammetto, perché alcune verifiche è meglio non condurle fino in fondo, se si desidera continuare a dormire bene durante il periodo natalizio.