Quaranta fotografie finaliste, scelte tra oltre 10.000 candidature da 112 Paesi, raccontano il lato inatteso e irresistibilmente umano della natura.
Immaginate di trovarvi nella savana africana, con una macchina fotografica tra le mani e tre giraffe che vi osservano incuriosite. Davanti a voi c'è uno degli animali più eleganti e riconoscibili del pianeta, il risultato di milioni di anni di evoluzione, perfettamente adattato a raggiungere le foglie più alte degli alberi. Eppure, per una fortunata coincidenza prospettica, una delle tre giraffe sembra sfoggiare un'enorme capigliatura afro. Le altre due, ai suoi lati, mantengono un'espressione impassibile, come se fossero perfettamente consapevoli dell'imbarazzante scelta estetica della loro compagna.
La giraffa, naturalmente, non sa nulla della propria acconciatura. Non ha intenzione di farci ridere, non sta recitando una parte e non ha probabilmente alcun motivo di interessarsi a ciò che un essere umano potrebbe pensare del suo aspetto. È proprio questa inconsapevolezza a rendere la scena irresistibile. Un comico impiegherebbe del tempo a costruire una situazione del genere, sceglierebbe i personaggi, studierebbe il momento in cui rivelare la battuta. Alla natura, invece, è bastato mettere un albero al posto giusto.
La fotografia si intitola The Different One, è stata realizzata da Dirk Koster ed è una delle finaliste dei Nikon Comedy Wildlife Awards 2026: un concorso che ogni anno dimostra quanto sottile possa essere il confine tra un documentario naturalistico e una commedia degli equivoci.
Un concorso nato per guardare la natura da un'altra prospettiva
Quando Paul Joynson-Hicks e Tom Sullam fondarono i Comedy Wildlife Photography Awards nel 2015, la fotografia naturalistica possedeva già una tradizione consolidata di immagini straordinarie. Leoni che scrutano l'orizzonte, aquile immortalate durante la caccia, elefanti che attraversano paesaggi sconfinati: fotografie capaci di suscitare ammirazione, rispetto e meraviglia. Ma chi trascorre molto tempo osservando gli animali sa che esiste anche un'altra faccia della vita selvatica, fatta di movimenti goffi, coincidenze assurde e comportamenti che, osservati attraverso i nostri occhi, possono risultare irresistibilmente comici.
Il concorso nacque per raccontare proprio questa dimensione, senza per questo rinunciare alla qualità fotografica o all'attenzione per la conservazione della natura.
L'edizione 2026 ha ricevuto oltre 10.000 candidature da 112 Paesi. Sono stati selezionati 40 finalisti individuali, tre nella categoria Under 16, quattro portfolio e nove video. I vincitori saranno annunciati l'8 dicembre, ma le fotografie finaliste sono già sufficienti a dimostrare che il mondo animale possiede un repertorio di situazioni comiche che farebbe invidia a molti sceneggiatori.
O meglio, siamo noi a trovarle comiche. Perché, a pensarci bene, c'è una domanda che raramente ci poniamo mentre ridiamo davanti a queste immagini: che cosa c'è davvero di divertente in un animale che si comporta esattamente come dovrebbe?
Il comico non è il caimano. Siamo noi.
Nella fotografia Elvis, dell'italiano Paolo Torre, un caimano emerge dall'acqua con un curioso ciuffo di vegetazione appoggiato sulla testa. L'effetto è immediato: quel rettile dall'aria apparentemente severa sembra aver adottato l'inconfondibile acconciatura di Elvis Presley. Da predatore preistorico a leggenda del rock bastano pochi fili d'erba, e la nostra immaginazione completa il resto aggiungendo mentalmente una giacca di pelle, un microfono e qualche nota di Jailhouse Rock.

La cosa interessante è che il caimano non sta facendo niente di particolarmente strano. Non si è acconciato, non sta imitando qualcuno e non possiede alcuna consapevolezza del riferimento culturale che rende divertente la fotografia. Quella capigliatura esiste soprattutto nella nostra interpretazione, così come il collegamento con un cantante americano morto molti decenni prima che qualcuno scattasse l'immagine.
Siamo noi ad aver inventato la battuta, utilizzando un archivio di esperienze, immagini e riferimenti culturali che portiamo costantemente con noi. Un osservatore che non conoscesse Elvis Presley potrebbe trovare il caimano perfettamente normale, mentre qualcun altro potrebbe associarlo a una persona completamente diversa.
La fotografia non cambia. Cambia chi la guarda.
Questa capacità di attribuire caratteristiche umane a ciò che umano non è, possiede un nome preciso: antropomorfismo. Non riguarda soltanto gli animali, ma anche gli oggetti, i fenomeni naturali e perfino le macchine. Quando diciamo che il computer «non vuole collaborare», che il cielo «sembra arrabbiato» o che un cane «si sente in colpa», stiamo utilizzando categorie umane per interpretare realtà che potrebbero avere spiegazioni molto diverse.
Nel 2007, gli psicologi Nicholas Epley, Adam Waytz e John Cacioppo pubblicarono su Psychological Review uno studio teorico dedicato proprio a questo fenomeno. Secondo il loro modello, tendiamo ad antropomorfizzare perché utilizziamo ciò che conosciamo meglio, cioè l'esperienza umana, per comprendere altri soggetti; il perché nasce da un desiderio di dare un senso ai loro comportamenti e anche perché siamo creature sociali, naturalmente inclini a cercare relazioni e intenzioni anche al di fuori della nostra specie.
Il cervello che vede cose dove non ci sono
In altre parole, osservando un caimano non disponiamo necessariamente delle conoscenze per interpretarne ogni comportamento, ma sappiamo benissimo riconoscere una pettinatura ridicola. E così, senza nemmeno rendercene conto, trasformiamo l'animale in un personaggio.
Il caimano fa il caimano. Noi ci mettiamo Elvis.
L'antropomorfismo non è però l'unico meccanismo coinvolto, esiste un altro fenomeno, parzialmente distinto, che contribuisce a spiegare perché certe immagini sembrino parlarci così direttamente: la pareidolia, cioè la tendenza a riconoscere forme familiari, soprattutto volti, all'interno di configurazioni casuali.
È ciò che accade quando vediamo un viso sulla superficie della Luna, un'espressione sorpresa in una presa elettrica o un volto sorridente nella parte anteriore di un'automobile. La disposizione di pochi elementi è sufficiente perché il cervello riconosca qualcosa che non esiste davvero come volto.
La spiegazione è più interessante di quanto possa sembrare, perché questa interpretazione non è necessariamente il risultato di una riflessione consapevole. Nel 2020, uno studio pubblicato su Nature Communications da Susan Wardle e colleghi ha analizzato, attraverso tecniche di neuroimaging, il modo in cui il cervello reagisce ai volti illusori presenti negli oggetti. I ricercatori hanno osservato che, nelle prime fasi dell'elaborazione visiva, questi falsi volti possono attivare meccanismi simili a quelli utilizzati per riconoscere i volti reali. La rappresentazione però cambia rapidamente: nell'arco di circa 250 millisecondi, il cervello arriva a trattare quei volti apparenti come normali oggetti.
È un dettaglio affascinante. Il nostro sistema visivo sembra disposto a commettere qualche errore pur di non lasciarsi sfuggire un possibile volto. In questo senso, è più importante riconoscere rapidamente qualcosa che potrebbe essere significativo che evitare ogni falso allarme.
Non tutte le fotografie dei Comedy Wildlife Awards sono esempi di pareidolia in senso stretto: spesso il volto dell'animale è reale, mentre è l'intenzione umana che vi leggiamo a essere immaginata. Ma i due fenomeni condividono qualcosa di importante: la nostra percezione non si limita a registrare passivamente ciò che abbiamo davanti, ma lo interpreta, utilizzando continuamente ciò che abbiamo imparato a riconoscere.
Prendiamo Sexy Mantis, la fotografia di Diego Perez. Una mantide parzialmente nascosta dietro una foglia assume una postura che ricorda quella di una modella intenta a posare davanti a un fotografo. Il suo atteggiamento appare timido, forse civettuolo, quasi volutamente provocante.

Non sappiamo se la mantide stesse reagendo a qualcosa, cercando riparo o semplicemente spostandosi tra le foglie. Eppure, davanti a quella combinazione di forme, il nostro cervello recupera un repertorio di pose umane che conosce perfettamente e lo applica senza esitazione a un insetto.
È un piccolo equivoco, ma incredibilmente efficace.
Se ci pensiamo, succede qualcosa di simile anche quando osserviamo fotografie di persone senza conoscerne il contesto. Un'espressione catturata nel momento sbagliato può far sembrare furioso qualcuno che stava semplicemente starnutendo, o annoiato qualcuno che si stava concentrando. Una fotografia mostra un istante, ma noi tendiamo istintivamente a ricostruire una storia prima e dopo quello scatto.
Con gli animali, questa abitudine diventa ancora più evidente, perché la distanza tra il loro mondo e il nostro lascia uno spazio immenso all'immaginazione.
La fotografia è una bugia che non ha bisogno di mentire
C'è un aspetto particolarmente curioso nelle fotografie più riuscite del concorso: molte non hanno bisogno di mostrare un comportamento realmente insolito. È sufficiente che il fotografo trovi il punto di osservazione giusto.
Nel caso della giraffa con l'afro, per esempio, l'acconciatura nasce dalla sovrapposizione tra il corpo dell'animale e la vegetazione sullo sfondo. Nessuno dei due elementi, preso singolarmente, possiede qualcosa di comico, è la loro combinazione, vista da una posizione precisa, a creare l'illusione.
Questo tipo di immagine sfrutta un principio antico quanto la fotografia stessa: la macchina fotografica trasforma uno spazio tridimensionale in una superficie bidimensionale. Elementi che nella realtà sono separati possono apparire uniti, oggetti lontani possono sembrare vicini e prospettive particolari possono modificare completamente il significato di una scena.
È lo stesso meccanismo delle fotografie turistiche in cui qualcuno sembra sostenere la Torre di Pisa con una mano. Sappiamo perfettamente che nessuno sta impedendo al monumento di cadere, ma accettiamo volentieri il gioco.
La differenza è che gli animali non collaborano.
Pensiamo anche a The Handstand, di Homagni Sahana, dove un leopardo sembra esibirsi in una verticale. Un grande felino, simbolo di agilità e potenza, viene improvvisamente trasformato in un improbabile ginnasta, impegnato in una disciplina sportiva che esiste soltanto nella nostra interpretazione della fotografia.

Qui sta una delle qualità più difficili della fotografia naturalistica: saper riconoscere un'immagine prima ancora che esista. Non basta essere presenti quando succede qualcosa; bisogna comprenderne immediatamente il potenziale visivo, individuare l'inquadratura e scattare prima che tutto torni alla normalità.
La fortuna aiuta, naturalmente, ma non sostituisce l'occhio del fotografo. Migliaia di persone potrebbero assistere allo stesso episodio senza ricavarne una fotografia memorabile, semplicemente perché non avrebbero riconosciuto quella combinazione di elementi come qualcosa di interessante.
E c'è una piccola contraddizione in tutto questo: per raccontare la spontaneità assoluta della natura, serve spesso una straordinaria preparazione umana.
Un cappello per Doris e il problema delle nostre aspettative
Tra le immagini dell'edizione 2026 compare anche Doris with her hat, di Andy Rouse, che ritrae un bufalo d'acqua con quello che sembra un curioso cappello vegetale. L'imponenza dell'animale e la sua aria apparentemente solenne contrastano con quell'accessorio involontario, trasformandolo in una distinta signora pronta per una festa di campagna.

Perché ci diverte tanto una scena del genere? Una parte della risposta potrebbe trovarsi nel meccanismo dell'incongruenza, una delle spiegazioni classiche dell'umorismo. Ridiamo quando qualcosa contraddice le nostre aspettative in modo sorprendente, senza rappresentare una minaccia immediata.
Da un bufalo d'acqua ci aspettiamo forza, massa, una certa severità. Non un cappellino da ricevimento, da un caimano ci aspettiamo denti e immobilità minacciosa, non un'acconciatura da cantante e da un leopardo ci aspettiamo un balzo fulmineo, non una lezione di ginnastica artistica.
L'effetto comico nasce dalla collisione tra due mondi che normalmente manteniamo separati: il comportamento animale e le nostre convenzioni sociali.
Ma c'è anche un livello ulteriore, meno evidente. Per riconoscere l'incongruenza dobbiamo possedere un'idea preesistente di ciò che l'animale dovrebbe essere. In altre parole, ridiamo perché siamo abituati a pensare che un bufalo abbia un certo aspetto, una giraffa un altro e una mantide un altro ancora.
Le fotografie ci sorprendono proprio perché rompono quelle categorie.
In questo senso, il concorso non racconta soltanto le stranezze degli animali, ma mette alla prova anche le nostre aspettative. Ci mostra quanto sia selettivo il modo in cui osserviamo la natura, quanto facilmente cerchiamo conferme di ciò che già sappiamo e quanto possa essere divertente scoprire qualcosa che non rientra nello schema.
Il confine sottile tra simpatia e comprensione
Attribuire caratteristiche umane agli animali può essere un modo efficace per avvicinarci a loro. Un elefante che sembra sorridere, un uccello che appare indignato o una volpe con un'espressione sorpresa suscitano immediatamente una risposta emotiva. Sono immagini che sentiamo vicine, comprensibili, quasi familiari.
Ma l'antropomorfismo possiede anche un limite: può indurci a interpretare erroneamente ciò che stiamo osservando.
Un animale che sembra allegro non è necessariamente felice, così come un'espressione che interpretiamo come tristezza non dimostra automaticamente sofferenza. Le posture e le espressioni del mondo animale non possono essere tradotte direttamente utilizzando il linguaggio emotivo umano, perché per comprenderle davvero servono informazioni sulla specie, sul contesto e sul comportamento che precede e segue l'istante fotografato.
Non significa che gli animali siano privi di emozioni o che non possano provare esperienze complesse, significa semplicemente che il loro modo di esprimerle non coincide necessariamente con il nostro.
È una distinzione importante, soprattutto oggi, quando milioni di fotografie e video di animali circolano sui social accompagnati da didascalie che attribuiscono loro pensieri, sentimenti e intenzioni molto precisi. Spesso sono interpretazioni innocue e divertenti; altre volte rischiano di nascondere segnali di disagio o comportamenti che meriterebbero un'attenzione diversa.
I Nikon Comedy Wildlife Awards funzionano particolarmente bene quando conserviamo la consapevolezza di questo gioco. Possiamo ridere davanti alla mantide seduttrice senza credere che stesse davvero posando, così come possiamo apprezzare il caimano rockstar senza immaginare che desiderasse diventare famoso.
In fondo, la parte più interessante non è convincerci che gli animali siano simili a noi, ma accettare che possano essere profondamente diversi e riuscire comunque a suscitare la nostra curiosità.
Una risata può cambiare il modo di guardare la natura?
C'è una ragione per cui i Nikon Comedy Wildlife Awards non si limitano a celebrare fotografie divertenti. Fin dalla loro nascita, gli organizzatori hanno associato il concorso alla sensibilizzazione sulla conservazione della fauna selvatica. Nel 2026 l'iniziativa collabora con la Born Free Foundation, organizzazione impegnata nella protezione degli animali selvatici e dei loro habitat.
A prima vista, l'accostamento potrebbe sembrare curioso. Siamo abituati a comunicare i problemi ambientali attraverso immagini drammatiche: foreste distrutte, animali feriti, ghiacciai che scompaiono e specie minacciate di estinzione. Sono immagini importanti, spesso necessarie, ma che possono anche provocare un senso di impotenza.
La comicità percorre una strada diversa, non ci chiede immediatamente di preoccuparci, di indignarci o di assumere una posizione, m ci invita prima di tutto a fermarci e guardare.
Un caimano con la pettinatura di Elvis potrebbe attirare l'attenzione di qualcuno che normalmente non aprirebbe un articolo sulla fauna del Pantanal brasiliano. Una giraffa con un'afro improbabile può suscitare una curiosità che, magari, si trasformerà in una domanda sulle giraffe vere, sul loro comportamento o sull'ambiente in cui vivono.
Naturalmente non esiste alcuna garanzia che una risata produca un maggiore impegno per la conservazione. E sarebbe ingenuo immaginare che una fotografia divertente possa risolvere problemi ambientali complessi. Ma può offrire qualcosa di essenziale: un primo contatto emotivo con un mondo che spesso percepiamo come lontano.
La meraviglia non deve necessariamente essere solenne per essere autentica; possiamo provare ammirazione davanti a un leone che attraversa la savana al tramonto e, con la stessa sincerità, sorridere davanti a una giraffa con una pettinatura ridicola. Sono due modi diversi di prestare attenzione alla natura, e non c'è motivo per cui debbano escludersi.
Forse il vero merito del concorso è proprio quello di ricordarci che proteggere qualcosa comincia anche dal desiderio di conoscerlo.
La natura non ha bisogno di un pubblico
Torniamo per un momento alla fotografia delle tre giraffe. Immaginiamo che Dirk Koster non fosse stato lì, che nessuno avesse scattato quella fotografia e che quella piccola coincidenza tra l'albero e l'animale fosse rimasta completamente inosservata.
Non sarebbe cambiato assolutamente nulla.
Le giraffe avrebbero continuato la loro giornata, l'albero sarebbe rimasto al proprio posto e nessun essere vivente avrebbe avuto motivo di considerare quell'istante particolarmente divertente. La scena comica, per quanto possiamo esserne affascinati, non esiste indipendentemente dal nostro modo di interpretarla.
Ed è forse questo l'aspetto più sorprendente dell'intero concorso. Crediamo di osservare fotografie di animali buffi, ma in realtà stiamo osservando anche un riflesso del nostro cervello, delle nostre abitudini, della nostra cultura e delle infinite storie che siamo capaci di inventare partendo da un singolo fotogramma.
Dopotutto, la natura è piena di comportamenti che ci appaiono assurdi soltanto perché li confrontiamo con le nostre regole. Gli animali non conoscono le nostre convenzioni sociali, non sanno cosa sia una pettinatura fuori moda e non si preoccupano di assumere un'espressione dignitosa davanti a un obiettivo. Non esiste alcun motivo per cui debbano farlo.
Siamo noi a costruire quella distanza tra ciò che ci aspettiamo e ciò che vediamo. E siamo sempre noi a colmarla con una risata.
I Nikon Comedy Wildlife Awards ci invitano dunque a compiere un piccolo esercizio di osservazione: guardare il mondo naturale con attenzione, curiosità e una certa disponibilità a lasciarci sorprendere. Non perché gli animali siano segretamente dei comici, ma perché esistono infinite cose interessanti che rischiamo di non notare quando ci limitiamo a cercare ciò che già conosciamo.
La prossima volta che vedrete una giraffa con un'acconciatura improbabile, ricordatevi che lei probabilmente si sta comportando in modo perfettamente normale.
Quelli strani, con ogni probabilità, siamo noi.
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