Cader Idris: Cronaca di un’Epopea Verticale (con Pecore Scalatrici e RAF in Agguato)
Oggi è il giorno della verità. Lo so, non avete chiuso occhio tutta la notte dopo il post di ieri, divorati dalla curiosità: “Ma dove andranno domani? Quale altra follia hanno in programma Edoardo, Sara e Maddalena?”. Ebbene, è giunto il momento di svelare l’arcano: oggi si scala il Cader Idris.
E voi, con lo sguardo da “meh”, penserete: “E quindi?”.
E io vi rispondo: “Aspettate un attimo, respiriamo insieme. Stiamo parlando di 1000 metri di dislivello in appena 2,5 km di lunghezza”. Tradotto per i non addetti ai lavori: è come decidere di salire le vetrate di un grattacielo senza usare l’ascensore, usando solo la forza del pensiero laterale e delle ginocchia urlanti.
Cader Idris, tra miti e leggende (che oggi sembravano incredibilmente reali)
Prima di immergerci nella cronaca, due parole sul Cader Idris, letteralmente “La Sedia di Idris”. Ma chi è questo Idris? Secondo le leggende, era un gigante (no, non il cuoco del nostro hotel, ci arrivo dopo), che amava sedersi su questa montagna per osservare le stelle. Altri dicono fosse un re, altri ancora un poeta. C’è anche chi sostiene che chi passa la notte sulla cima del Cader Idris si sveglia come un bardo ispirato o come un folle. Non saprei dire a quale delle due categorie stiamo tendendo, ma dopo la fatica di oggi, la linea è molto sottile.
La Partenza: Tramezzini, Brownies e Illusioni Perdute
La giornata comincia bene. Sveglia, colazione abbondante e – udite udite – il packet lunch finalmente corretto. Tramezzini che non sembrano pezzi di cartone, brownies che gridano “mangiami”, mele, acqua. Vuoi vedere che finalmente la fortuna gira?
Saliamo in macchina e via, quindici minuti di strada tranquilla. Maddalena, però, è pensierosa. Quel numero – 880 metri di dislivello – le ronza in testa, e non sospetta ancora che il GPS rivelerà la verità: saranno oltre 1100 metri.
La Scalata: Sulle Vetrate del Cader Idris
All’inizio è tutto facile, ma dopo 300 metri arriva l’inevitabile: la parete verticale di gradoni, progettata chiaramente da un pastore sadico e dalle pecore ninja del Galles. Gradoni alti come Maddalena, che ormai ha capito la trappola ma non può più scappare. Sara cerca di motivarla con la psicologia inversa, io uso il trucco delle “pause per foto” ogni dieci passi. Funziona? Solo fino al prossimo gradone.
Ma lentamente, come formiche testarde, arriviamo sulla prima cresta. Ed è lì che il Galles ti stende con la sua bellezza: sotto di noi, il lago di Llyn Cau, incastonato come uno smeraldo tra le pareti a strapiombo. Una vista che ripaga la fatica, o almeno così ci illudiamo.
La Vera Salita Comincia Ora (spoiler: non finisce mai)
Se pensavate fosse finita qui, siete ingenui come noi. Ci aspetta ancora il semicerchio della morte, un sentiero che abbraccia le due valli come un drago in attesa. Il vento inizia a farsi sentire e ci dicono che in vetta sarà peggio. Così, strategicamente, decidiamo di pranzare prima. Tramezzini divorati in 5 minuti e via di nuovo, verso il tetto del nostro ego.
E finalmente eccola, la vetta del Cader Idris. Ma non c’è tempo per trionfi in stile Rocky Balboa: il vento ci colpisce con raffiche da 100 km/h, tanto che mantenere l’equilibrio diventa un esercizio di yoga estremo. Camminare è impossibile, ci si arrende alla forza di Eolo e si aspetta pazienti che le folate ti concedano un respiro.
Discesa (che in realtà è un’altra salita travestita)
E ora? Discesa. O almeno così ci illudono le cartine. Scendiamo su una cresta tagliata nel nulla, saltando da una roccia all’altra come pecore highlander. Maddalena, nel frattempo, ha smesso di lamentarsi: ha raggiunto quella fase zen del “va bene, fate di me quello che volete”. Ma non è finita: dopo la discesa, la montagna ci regala un altro “dolce pensiero”: una risalita su un’ulteriore cresta. A questo punto, il GPS ha ufficialmente smesso di crederci.
La discesa finale è un calvario per piedi e ginocchia. Ogni roccia è un ostacolo, ogni appoggio un rischio di crampi. Intorno a noi, le pecore del Cader Idris applaudono con zoccoli di velluto: “Bravi, umani, vediamo chi ride adesso!”
Attacco Aereo o Saluto d’Onore?
Quando ormai credevamo di aver vinto la nostra personale guerra contro il Cader Idris, quando la discesa sembrava essere solo questione di inerzia, ecco che il Galles ci regala l’ennesimo colpo di scena in pieno stile blockbuster: un rombo cupo e crescente scuote la montagna.
Ci fermiamo, istintivamente. Il suono si amplifica, rimbalza sulle creste come un’onda invisibile che arriva prima del suo artefice. E poi li vediamo.
Due caccia della RAF, schegge d’acciaio che fendono la valle sottostante a velocità impossibili, come due falchi meccanici in picchiata. Non sono sopra di noi, no, ma talmente vicini, talmente bassi, che sembra di poterli sfiorare se solo allungassimo il bastoncino da trekking.
Quella scena, che per tanti turisti è il clou di uno spettacolo studiato e pianificato da punti panoramici sicuri, per noi è un’apparizione quasi mistica. Ci troviamo sulla cresta, nel nulla più assoluto, e per un istante la montagna si trasforma in un set cinematografico.
La mente, stanca e confusa, parte in fuga libera: e se… e se fossero qui per noi? La domanda si insinua tra le pieghe della stanchezza. Ci staranno braccando per il “cartello del terrore” infranto ieri? La voce della coscienza rispolvera immagini di servizi segreti, droni di sorveglianza, e un funzionario gallese che pigia un grosso pulsante rosso con la scritta “Sgancia Missili”.
Mi giro verso Sara e Maddalena con la faccia di chi sta per proporre una rocambolesca fuga nei cespugli, ma la scena dura un soffio. I due caccia sfrecciano via nella valle, lasciandoci lì, sulla cresta, in balia del silenzio e di un eco metallico che continua a vibrare nelle ossa.
Non era un attacco. Non era una minaccia. Era un saluto d’onore. Un omaggio, forse, alla nostra insensata impresa verticale.
O, molto più probabilmente, un ironico inchino della RAF alle pecore alpiniste che ci osservavano dall’alto, battendo le zampette in un applauso sornione.
L’Arrivo, la Doccia e la Rivincita del Cuoco Gigante
Rientrare alla macchina è un atto eroico. Siamo distrutti, ma Maddalena può vantarsi: primo 1000 metri di dislivello ufficiale! Benvenuta nel club Madó, il prossimo obiettivo sono i 2000! (ma magari tra qualche anno, eh…).
La doccia dell’albergo ci accoglie come un’oasi nel deserto, anzi, come un miraggio che finalmente si concretizza dopo ore di visioni allucinatorie fatte di gradoni infiniti, vento assassino e pecore che applaudono al rallentatore. Entrare sotto quell’acqua calda è stato come essere battezzati nuovamente, ma questa volta non per entrare nella comunità dei fedeli, bensì in quella ristretta dei sopravvissuti al Cader Idris.
E mentre il vapore invade il bagno e scioglie i pensieri, la domanda che aleggia è una sola: “Ce la facciamo ad andare a cena a Dolgellau?”.
Ora, in un impeto di ottimismo organizzativo, avevamo prenotato un ristorante diverso da quello della “cena da incubo” di due sere fa (sì, proprio quello dove la cameriera ci fissava come se stessimo tentando di ordinare una bistecca di drago in una pizzeria vegana). Questa volta avevamo studiato, analizzato recensioni, valutato il livello di rischio psico-emotivo… insomma, eravamo pronti per la rivincita.
Peccato che le nostre gambe non fossero dello stesso parere.
Sara, seduta sul letto in accappatoio, fissava il vuoto con lo sguardo di chi ha appena rivisto tutta la sua esistenza sotto forma di serie Netflix. Maddalena aveva sviluppato una nuova forma di linguaggio a base di sospiri e grugniti che tradotto significava: “Se esco di qui stasera, domani mi dovrete portare in braccio”.
E poi c’era lei. La gestrice dell’hotel.
Compare all’improvviso nella hall mentre scendiamo per “decidere”. Occhioni grandi, lucidi, rotondi come due fari nella nebbia, che ci scrutano con una dolcezza disarmante. Sembra una pecora Castore travestita da umana, con quel sorriso timido che ti sussurra: “Restate qui, non andate a cercare la felicità altrove, il cuoco gigante ha già scaldato i fornelli per voi…”.
E come fai a dirle di no? La coscienza di Edoardo, Sara e Maddalena si scioglie in un istante, travolta da quel silenzioso ma potentissimo “mugugno psicologico”.
Così, con la diplomazia dei gentiluomini britannici (e il tempismo degli italiani affamati), prendiamo il telefono e disdiciamo il ristorante di Dolgellau. Ovviamente con garbo, mica siamo bestie (quelle le lasciamo sulle creste del Cader Idris).
Ed eccoci di nuovo qui, al nostro rifugio, nel ristorante dell’hotel che da due giorni è diventato il nostro buon ritiro gastronomico. Il cuoco – un gigante gentile, alto quanto Idris stesso, con mani che potrebbero impastare una pizza direttamente sul Monte Snowdon – ci accoglie con un sorriso largo e bonario.
“Bentornati, eroi della montagna!” sembra dire senza parlare. E io scommetto che oggi, sapendo della nostra impresa, ci preparerà dei piatti ancora più epici. Anzi, sono sicuro che nel retro della cucina, nascosto in un angolo, ci sia un calderone magico ereditato direttamente dalle leggende gallesi. Idris il gigante avrebbe approvato, si sarebbe seduto alla nostra tavola e avrebbe ordinato il doppio delle porzioni, facendo tintinnare i bicchieri con noi in un brindisi silenzioso ma solenne: alla fatica, alla bellezza e alla pigrizia salvifica.
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