Non tutte le escursioni hanno bisogno di grandi dislivelli per lasciare il segno. A volte basta un piccolo lago, il rumore di una cascata, un sentiero nel bosco e il coraggio di tornare indietro al momento giusto.
| Caratteristica | Dettaglio |
|---|---|
| 📍 Località | Peio |
| 🛤️ Percorso | Anello |
| 📏 Lunghezza | Circa 5,6 km |
| ⛰️ Dislivello | Circa 250 m |
| ⏱️ Durata media | 1h 30m |
| ⚠️ Difficoltà | E |
| 🏰 Punti d’interesse | Cascata di Còvel e il laghetto |
| 🥾 Consigli utili | Scarponi, acqua ed una macchina fotografica |
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Dopo la lunga cavalcata del giorno precedente fino al Rifugio Larcher al Cevedale, l'obiettivo di oggi era decisamente più modesto: una passeggiata rilassante verso il Lago di Còvel e, soprattutto, riuscire finalmente a conquistare quelle Terme di Pejo che il giorno prima la montagna ci aveva negato.
Ci sono mattine in cui ancora prima di aprire gli occhi sai già come stanno le tue gambe.
Il nostro Sabato è iniziato esattamente così.
Basta appoggiare i piedi sul pavimento per ricordare immediatamente ogni singolo metro percorso il giorno prima. Il Cevedale, il temporale, il lungo rientro verso Prabon... tutto torna improvvisamente alla memoria attraverso quei piccoli indolenzimenti che, per quanto fastidiosi, hanno qualcosa di profondamente rassicurante. Sono il promemoria che la giornata precedente non è stata un sogno.
Scendiamo a fare colazione con molta più calma rispetto al giorno prima. Nessuna fretta, nessun programma da rincorrere, nessun cuoco di Lipari pronto a sequestrarci per aggiornarci sugli ultimi pettegolezzi della Val di Sole costringendoci, con fare irresistibilmente convincente, a mangiare un'altra crêpe.
Questa volta possiamo prendercela con filosofia. Dopotutto il programma è semplice, una passeggiata, o almeno così continua ostinatamente a definirla Sara.
Camminare con le gambe del giorno prima
Lasciamo la macchina a Peio e ci incamminiamo verso il sentiero che sale al Lago di Còvel. La salita parte praticamente subito, senza tanti convenevoli, ma questa volta il problema non è tanto la pendenza quanto i nostri garretti, che sembrano aver deciso di ricordarci, a ogni passo, la lunga giornata vissuta soltanto ventiquattro ore prima.
È una sensazione curiosa, il fiato c'è e la voglia di camminare pure.
Sono semplicemente le gambe ad aver bisogno di qualche chilometro per convincersi che sì, oggi si ricomincia davvero.
Per fortuna il sentiero aiuta.
Attraversiamo un piccolo borgo costruito praticamente a cavallo del Rio Vioz, uno di quei posti che sembrano essere cresciuti insieme al torrente invece che essere stati costruiti dall'uomo. L'acqua scorre impetuosa tra le case, i ponticelli di legno uniscono una sponda all'altra e tutto intorno si respira quella tranquillità tipica dei piccoli nuclei montani dove il tempo sembra essersi dimenticato di correre.
Da qui imbocchiamo il sentierino che conduce alla Cascata Còvel.
Il rumore dell'acqua ci accompagna ancora prima che la vegetazione si apra lasciandocela vedere. Non è una cascata monumentale, di quelle che finiscono sulle copertine delle guide turistiche. È qualcosa di molto più armonioso. L'acqua precipita con eleganza tra le rocce, creando quell'equilibrio perfetto che soltanto la natura riesce a costruire senza mai dare l'impressione di averci provato.
Ci fermiamo qualche minuto. Fotografia di rito. Qualche respiro profondo e poi di nuovo in cammino.
Un lago piccolo, ma pieno di vita
Poco alla volta raggiungiamo il Lago di Còvel.
La prima impressione è quella di trovarsi davanti a un luogo incredibilmente delicato. Non è un lago che colpisce per le dimensioni o per effetti scenografici particolarmente spettacolari. La sua bellezza è molto più discreta.
È un piccolo ecosistema perfettamente in equilibrio.
L'acqua è così limpida che basta avvicinarsi alla riva per accorgersi di quanto sia vivo. Decine di pesci di dimensioni diverse nuotano tranquilli poco sotto la superficie. Alcuni sono poco più che avannotti, altri decisamente più grandi. Per qualche minuto rimaniamo semplicemente a osservarli, seguendo i loro movimenti silenziosi.
Mi colpisce quanto un ambiente così piccolo riesca a ospitare tanta vita.
E mi colpisce anche quanto sia fragile.
Basta davvero poco per alterare un equilibrio costruito nel corso degli anni. È una di quelle cose che spesso ci dimentichiamo quando attraversiamo questi luoghi. Li osserviamo, li fotografiamo e poi ripartiamo, ma ogni tanto vale la pena fermarsi un momento in più e ricordarsi che siamo semplicemente ospiti.
Lasciato il lago alle nostre spalle costeggiamo Malga Còvel e ci inoltriamo nel bosco.
L'atmosfera cambia ancora una volta.
La luce filtra tra gli alberi, il sentiero diventa morbido sotto gli scarponi e il caldo della tarda mattinata lascia finalmente spazio a una piacevole frescura.
È qui che troviamo il piccolo cartello che indica il Sentiero degli Alpini e la Cascata dei Cadini.
Ci guardiamo e, naturalmente, decidiamo di andare.
La montagna insegna anche a tornare indietro
Il sentiero si infila nel bosco con quella tipica aria da "piccola deviazione".
Peccato che, dopo pochi minuti, inizi a perdere quota con una certa decisione.
Cento metri di dislivello in discesa possono sembrare poca cosa.
Finché non ti ricordi che, per tornare indietro, quei cento metri diventeranno inevitabilmente una salita.
Ci fermiamo e non perché siamo esausti, non perché non saremmo in grado di arrivare alla cascata, semplicemente perché, per la prima volta dopo tanto tempo, decidiamo di ascoltare quello che le gambe stanno cercando di dirci da tutta la mattina.
La Cascata dei Cadini sarà ancora lì, anche il prossimo anno, anche quello dopo; le nostre ginocchia, invece, preferiamo continuare a tenercele buone.
Così ci guardiamo, sorridiamo e, senza il minimo rimpianto, torniamo sui nostri passi.
Ripensandoci, credo che qualche anno fa avremmo continuato lo stesso; per orgoglio, per poter dire di aver completato il percorso, oggi no; e, stranamente, quella rinuncia non ha il sapore di una sconfitta, ha quello dell'esperienza.
Un tavolo condiviso vale più di tanti discorsi
Poco distante troviamo una piccola area picnic immersa nel bosco.
È il posto perfetto per fermarsi a mangiare i nostri immancabili panini con il prosciutto cotto e il fedele Ritter Sport che ormai accompagna quasi tutte le nostre escursioni.
Non siamo soli.
Un numeroso gruppo di ragazzi cinesi, probabilmente in viaggio didattico, ha praticamente conquistato l'intera area. I tavoli sono tutti occupati, i barbecue accesi e il pranzo è ormai in piena preparazione.
Poco dopo arrivano anche due signori tedeschi, ormai non più giovanissimi, che iniziano a guardarsi intorno alla ricerca di un posto libero.
Non lo trovano, si scambiano uno sguardo rassegnato.
Io e Sara ci guardiamo quasi nello stesso momento.
Abbiamo un tavolo abbastanza grande e decisamente troppo spazio per due persone, li chiamiamo e con un sorriso si avvicinano, ci ringraziano in un ottimo italiano e si siedono accanto a noi.
Dal loro zaino cominciano a uscire formaggi, verdure, salami, peperoni e ogni sorta di bontà.
Noi, con un certo orgoglio minimalista, appoggiamo sul tavolo due panini e una tavoletta di Ritter Sport.
La differenza tra i due pranzi è quasi comica, ma il bello non è quello.
Il bello è vedere come basti un tavolo condiviso per trasformare quattro perfetti sconosciuti in piacevoli compagni di pranzo per una mezz'ora.
Poi ci salutiamo come succede spesso in montagna, con un sorriso sincero e la sensazione di essersi fatti compagnia senza nemmeno accorgersene.
Finalmente le Terme di Pejo
Questa volta il programma viene rispettato.
Torniamo alla macchina perfettamente in orario e, poco dopo, eccoci finalmente alle Terme di Pejo.
Dopo il giorno precedente sembrano quasi un premio: la sauna, il bagno turco ed i lettini con materasso ad acqua e la cromoterapia (a me stà cosa della cromoterapia mi sembra una grandissima... ).
Qualche ragazzo un po' troppo vivace rompe ogni tanto quell'atmosfera di silenzio che ci aspettavamo, ma basta chiudere gli occhi per qualche minuto e lasciare che il calore faccia il suo lavoro.
Il vero capolavoro, però, arriva con il massaggio.
Le gambe, che fino a quel momento avevano continuato a ricordarci il Cevedale praticamente a ogni movimento, sembrano improvvisamente perdonare tutto quello che gli abbiamo fatto passare nelle ultime quarantotto ore.
Quando usciamo dalle terme ci sentiamo davvero diversi, sicuramente non nuovi, quello sarebbe chiedere troppo, ma decisamente rimessi al mondo.
Rientriamo in albergo con un appetito che farebbe invidia a un branco di lupi. La birra, ormai diventata una piacevole tradizione di fine escursione, arriva puntuale come sempre, seguita da una cena che sparisce dai piatti con una velocità decisamente superiore a quella con cui era arrivata.
La serata si conclude esattamente come quelle più belle dovrebbero sempre finire.
Seduti in giardino con Frau Bruna.
Qualche chiacchiera.
Qualche ricordo.
Qualche risata.
Domani si torna a Verona.
Ma, per questa sera, va bene così.