Rifugio Larcher e Giro dei Laghi: il trekking che ci ha fatto perdere le Terme di Pejo

Un sentiero che attraversa una delle valli più belle del Trentino, un rifugio, due laghi, un temporale improvviso e quelle piccole storie di viaggio che, molto tempo dopo, finiscono per essere ricordate più dei panorami stessi.

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Questo racconto non esisterebbe senza la generosità della nostra mecenate, Frau Bruna, che ci ha regalato un weekend a Peio Fonti occupandosi di albergo, cene e perfino di un pomeriggio alle Terme di Pejo già accuratamente prenotato. Se poi abbiamo deciso di perderci dietro al Cevedale… quella è stata una scelta esclusivamente nostra.

Caratteristica Dettaglio
📍 LocalitàVal de la Mare
🛤️ PercorsoAnello
📏 LunghezzaCirca 16,0 km
⛰️ DislivelloCirca 1603 m
⏱️ Durata media6h 49m
⚠️ DifficoltàEE
🏰 Punti d’interesseRifugio Larcher e i laghi alpini
🥾 Consigli utiliScarponi seri, acqua abbondante, rispetto per i luoghi
Profilo altimetrico

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Ci sono weekend che nascono sotto una buona stella.

Il nostro, per esempio, è iniziato con una telefonata di quella che ormai possiamo tranquillamente definire la mecenate ufficiale della spedizione Eddygarden: Frau Bruna.

L'invito era di quelli a cui è difficile dire di no. Qualche giorno a Peio Fonti, albergo già prenotato, cene comprese e un unico obbligo morale: approfittarne. Se esistesse un ministero dedicato al benessere degli escursionisti, Frau Bruna ne sarebbe senza dubbio il ministro.

Naturalmente noi abbiamo interpretato quel gesto di estrema generosità come qualsiasi amante della montagna avrebbe fatto.

«Perfetto, facciamoci un trekking bello impegnativo.»

Perché in fondo siamo fatti così. Se ci metti davanti una vallata spettacolare e una cima da raggiungere, il nostro cervello smette completamente di ragionare. Potremmo avere davanti un weekend dedicato al relax, alle terme, ai massaggi e al dolce far niente, e riusciremmo comunque a infilarci dentro almeno otto ore di cammino. È una malattia? Forse. Ma, tutto sommato, non abbiamo alcuna intenzione di guarire.

Il programma, sulla carta, era praticamente perfetto.

Partenza dal parcheggio Prabon, salita fino al Rifugio Larcher al Cevedale, giro dei laghi, rientro entro le quattro del pomeriggio e poi... relax assoluto alle Terme di Pejo. Massaggi prenotati, piscina, idromassaggi e tutto quello che due escursionisti con le gambe distrutte possono desiderare.

La montagna, come spesso accade, aveva deciso di scriverne uno completamente diverso.

Quando il bello comincia prima del sentiero

La sveglia suona presto, di quelle che quando apri gli occhi per qualche secondo ti domandi se abbia davvero senso essere già in piedi. Poi guardi fuori dalla finestra, vedi le montagne illuminate dalle prime luci del mattino e ti ricordi immediatamente il motivo.

Lo zaino è già pronto dalla sera precedente. Acqua nelle borracce, giacche piegate con cura, gusci nello zaino "perché non si sa mai" e tutta quell'organizzazione quasi maniacale che precede ogni nostra escursione. L'obiettivo è semplice: fare colazione, comprare pane e prosciutto e partire il prima possibile.

Sulla carta.

Perché i piani, in questo weekend, sembrano avere una certa tendenza a prendere strade tutte loro.

Scendiamo nella sala colazioni e veniamo immediatamente intercettati dal cuoco dell'albergo, un simpaticissimo signore originario di Lipari che, probabilmente, aveva accumulato una quantità di aneddoti e di gossip tale da non poter essere contenuta in una sola persona.

Noi volevamo bere un caffè e mangiare qualcosa al volo.

Lui, invece, aveva tutta l'intenzione di raccontarci mezzo paese.

Tra un episodio e l'altro, una storia, un pettegolezzo, un consiglio e una battuta, il tempo comincia a scorrere con una velocità decisamente superiore a quella prevista dal nostro programma.

Come se non bastasse, veniamo praticamente costretti ad assaggiare le sue crêpes.

E quando dico costretti intendo che opporre resistenza sarebbe stato interpretato come un'offesa personale.

Va detto, però, che aveva perfettamente ragione lui.

Erano ottime.

Quando finalmente riusciamo a liberarci con la promessa che la sera avremmo continuato la conversazione, manca ancora un ultimo tassello prima di raggiungere il parcheggio di Prabon.

Ci fermiamo nel piccolo supermercato del paese per acquistare il necessario per il pranzo: un pezzo di pane, del prosciutto cotto, una tavoletta di cioccolato e qualcosa da bere.

Chiamarlo supermercato, però, è un esercizio di generosità.

Sembrava piuttosto uno di quei negozietti che Edgar Allan Poe avrebbe potuto utilizzare come ambientazione per uno dei suoi racconti. Piccolo, semibuio, con scaffali che sembravano non essere stati spostati da almeno trent'anni, un silenzio quasi irreale e quell'atmosfera indefinibile che ti faceva pensare che, da qualche parte sul retro, dovesse esserci una porta che conduceva direttamente a un'altra epoca.

Mancava soltanto un vecchio corvo appollaiato sopra il banco che ogni tanto gracchiasse "Nevermore".

Ne usciamo con il nostro bottino sotto braccio e con la sensazione di aver appena fatto rifornimento in uno dei luoghi più improbabili della Val di Sole.

Adesso sì.

Questa volta davvero.

La giornata può finalmente cominciare.

La strada che conduce a Malga Mare è chiusa e questo significa che il trekking, in realtà, inizia molto prima di quanto dica qualsiasi cartina.

Lasciamo la macchina al parcheggio Prabon e ci incamminiamo lungo il lungo tratto di avvicinamento che attraversa la Val de la Mare. È uno di quei pezzi che molti considererebbero poco più di un trasferimento, quasi un inevitabile fastidio prima di arrivare finalmente "alla parte interessante". Confesso che, appena partiti, anche noi abbiamo pensato qualcosa del genere.

Poi, però, succede una cosa che la montagna fa spesso e che ogni volta riesce a sorprendermi.

Ti cambia il ritmo.

Non soltanto quello delle gambe, ma quello dei pensieri.

All'inizio stai ancora parlando del viaggio, di cosa mangerai al rifugio, di quello che ti aspetta una volta tornato a casa. Dopo una ventina di minuti, senza nemmeno rendertene conto, stai semplicemente ascoltando il rumore dell'acqua.

Ed è impossibile fare altrimenti.

In Val de la Mare l'acqua è ovunque. Scorre accanto al sentiero, precipita dalle pareti della valle con cascate spettacolari, attraversa il bosco, salta da una roccia all'altra e finisce per diventare la colonna sonora dell'intera giornata. A un certo punto smetti perfino di sentirla, perché entra così tanto a far parte del paesaggio da sembrarti naturale quanto il rumore del vento.

La giornata, nel frattempo, sembra dipinta apposta per chi ama stare in montagna. Il cielo è limpido come raramente capita di trovarlo, l'aria è fresca e trasparente e la visibilità è tale che ogni cresta sembra invitarti a domandarti cosa ci sia dall'altra parte. È una sensazione difficile da spiegare a chi non frequenta questi luoghi: la montagna riesce a trasformare la curiosità in una forma di energia. Più cammini e più hai voglia di vedere cosa si nasconde dietro la curva successiva.

Ed è esattamente quello che succede salendo verso il Rifugio Larcher.

La montagna sa aspettare

Dal momento in cui si imbocca il sentiero vero e proprio le cose cambiano rapidamente. La pendenza aumenta con decisione e capisci subito che quella non sarà una passeggiata. Non è una salita cattiva, di quelle che cercano di metterti in difficoltà fin dai primi metri. È molto più subdola. Sale con costanza, senza concederti veri momenti di tregua, costringendoti a trovare un passo regolare e ad accettare che, almeno per un po', il panorama dovrà accontentarsi di qualche occhiata rubata tra un respiro e l'altro.

La cosa straordinaria è che questa montagna sembra sapere perfettamente quando ricompensarti.

Ogni volta che inizi a pensare "adesso basta, voglio un tratto in piano", il bosco si apre lasciando spazio a una cascata, oppure compare uno scorcio sulla valle che ti obbliga a fermarti qualche secondo. Non per riprendere fiato, o almeno, non soltanto per quello, ma perché sarebbe quasi un peccato passare oltre senza concedersi il tempo di guardare.

Poi succede qualcosa.

Superiamo una piccola cresta e, senza alcun preavviso, il paesaggio cambia completamente.

È come se qualcuno avesse tirato da parte un enorme sipario.

Davanti ai nostri occhi compare un anfiteatro naturale così perfetto da sembrare irreale. Il verde è di quelli che normalmente esistono soltanto quando si esagera con la saturazione di una fotografia, e invece è autentico, vivo, quasi accecante. Il prato è così uniforme da sembrare una moquette appena stesa, enormi massi sono sparsi qua e là con un'armonia che nessun paesaggista riuscirebbe a progettare, piccoli ruscelli scorrono nell'erba come sottili fili d'argento e alcune cascate precipitano dalle pareti che ci circondano.

L'unica apertura dell'anfiteatro si affaccia sulla valle sottostante con una vista che definire mozzafiato sarebbe quasi riduttivo.

Per qualche minuto restiamo semplicemente lì.

Non c'è molto da dire.

Capita raramente di trovarsi davanti a un paesaggio che riesca davvero a sorprenderti, e quando succede la cosa migliore è lasciargli il tempo di fare il suo lavoro.

A me è venuto spontaneo pensare a Tolkien. Se un giorno qualcuno mi dicesse che questo luogo è stato d'ispirazione per la Contea, probabilmente gli crederei senza fare troppe domande. Mancavano soltanto un paio di Hobbit intenti a discutere davanti alla porta di casa e Gandalf seduto su un masso a fumare la pipa.

Anche la fauna decide di partecipare a modo suo. Le marmotte continuano a fischiare invisibili da qualche parte tra le rocce, come se ci stessero prendendo bonariamente in giro, mentre in lontananza il grido di qualche grande rapace rimbalza da una parete all'altra della valle. Non abbiamo il binocolo per capire se siano davvero aquile, ma in fondo non importa. Alcune cose è bello anche soltanto immaginarle.

Riprendiamo il cammino con la sensazione di aver già visto qualcosa che, da solo, avrebbe meritato l'intera giornata.

Naturalmente ci sbagliavamo.

Il bello doveva ancora arrivare.

Quando finalmente compare il rifugio

La cosa curiosa della montagna è che riesce sempre a farti credere di aver capito come funzionano le cose, salvo poi dimostrarti esattamente il contrario.

Dopo aver attraversato quell'anfiteatro naturale che ancora oggi faccio fatica a descrivere senza il timore di sembrare esagerato, il sentiero torna lentamente a cambiare carattere. Il verde brillante dei prati lascia spazio alle rocce, le cascate rimangono sempre più in basso alle nostre spalle e il paesaggio assume quell'aspetto severo che hanno le montagne quando si avvicinano ai ghiacciai. È una trasformazione lenta, quasi impercettibile, e forse proprio per questo così affascinante. Ti accorgi che qualcosa è cambiato solo quando ti volti indietro e ti rendi conto che il bosco è ormai lontano, quasi appartenesse a un'altra giornata.

Nel frattempo anche le gambe hanno iniziato a presentare il conto.

Non è la fatica improvvisa di una salita impossibile, ma quella più subdola che si insinua lentamente nei muscoli e ti convince, ogni tanto, a fermarti con la scusa di bere un sorso d'acqua. È curioso come il cervello, in quei momenti, diventi un abilissimo negoziatore. Non pensa mai alla meta finale. Sarebbe troppo scoraggiante. Preferisce dividere la salita in piccoli traguardi. Arrivo fino a quel masso. Poi fino al tornante. Poi ancora qualche metro. E, senza quasi accorgertene, quei cento piccoli obiettivi diventano il rifugio.

Quando finalmente il Larcher compare davanti ai nostri occhi provo quella sensazione che, credo, conoscano tutti quelli che frequentano la montagna. È una specie di sollievo anticipato. Il cervello dichiara conclusa la salita con un ora di anticipo rispetto alle gambe e comincia già a fantasticare sulla sosta, sullo zaino appoggiato a terra e, nel mio caso, sulla fetta di torta che mi sono guadagnato metro dopo metro.

E quasi giunti alla meta Sara decide di regalarmi una delle scene più divertenti dell'intera giornata.

Ormai chi legge Eddygarden sa bene che ogni spedizione ha il suo personaggio caratteristico. C'è sempre qualcuno che trova il sentiero sbagliato, qualcuno che dimentica qualcosa a casa o qualcuno che riesce a trasformare una situazione normalissima in un piccolo episodio da ricordare.

Nel nostro caso questo ruolo appartiene a Sara.

Non importa quante volte studi una traccia GPX o quanto sia evidente il percorso corretto: appena supera una certa quota entra in funzione quella che io ho ribattezzato, con immenso affetto, la modalità Capretta delle Dolomiti. È una specie di richiamo naturale verso qualsiasi sentiero continui a salire.

Davanti al rifugio ce ne sono due.

Il primo è un piccolo sentierino che piega verso sinistra e in dieci metri conduce direttamente all'ingresso.

Il secondo passa dietro il rifugio e continua a salire ancora un po', regalando svariate decine di metri di dislivello assolutamente inutili.

Io vedo il primo.

Sara vede il secondo.

La osservo allontanarsi con una convinzione quasi commovente, mentre io imbocco tranquillamente la strada più corta. Per qualche secondo resto a guardarla senza dire niente. Un po' perché la scena mi diverte, un po' perché sono sinceramente curioso di capire fin dove abbia intenzione di arrivare.

Poi non resisto più.

«Sara... dove stai andando?»

Si ferma.

Si gira.

Guarda me.

Guarda il sentiero.

Guarda il rifugio.

Poi segue con lo sguardo il mio dito, che le indica quel piccolo passaggio sulla sinistra che ci avrebbe evitato qualsiasi fatica supplementare.

Per qualche secondo rimane immobile.

Sorride.

E torna indietro.

Il premio annuale di Capretta delle Dolomiti, quest'anno, può tranquillamente essere consegnato nelle sue mani.

Entriamo finalmente nel Rifugio Larcher e veniamo accolti da quell'atmosfera che soltanto i rifugi di montagna sanno avere. È quasi completamente vuoto. Oltre a noi ci sono soltanto altre quattro persone e questo contribuisce a creare un silenzio piacevole, fatto di parole sussurrate, zaini appoggiati alle pareti e tazze che tintinnano piano.

Sara approfitta della sosta per acquistare una calamita, ormai appuntamento fisso di ogni nostro viaggio. Io, invece, sono completamente concentrato sul bancone dei dolci.

La scelta cade su una fetta di Sacher e una di torta pere e cioccolato.

Le dividiamo.

Le assaggiamo.

Le confrontiamo con la stessa serietà con cui due esperti potrebbero discutere di grandi vini.

Alla fine arriviamo a una conclusione tanto semplice quanto inevitabile: sono entrambe straordinarie.

Del resto esiste una teoria che continuo ostinatamente a sostenere, pur senza aver trovato uno straccio di prova scientifica a sostenerla. Le calorie assunte sopra i duemila metri non possono avere lo stesso valore di quelle mangiate in città. Sarebbe profondamente ingiusto. E siccome la montagna, almeno fino a quel momento, ci era sembrata piuttosto equa, decido di credere che anche questa volta abbia scelto di darci una mano.

Rimaniamo seduti ancora qualche minuto, osservando dalle finestre il sentiero che tra poco dovremo riprendere. Davanti a noi ci aspettano il Lago delle Marmotte, il Lago Lungo e il tratto forse più spettacolare dell'intera escursione. L'orologio dice che siamo ancora perfettamente nei tempi e questo ci rassicura. Le terme ci aspettano. Frau Bruna probabilmente starà già immaginando il nostro pomeriggio di assoluto relax.

Ripensandoci adesso, mentre scrivo queste righe, mi viene quasi da sorridere.

La montagna era stata meravigliosamente generosa per tutta la mattina.

Semplicemente non aveva ancora deciso di mostrarci il suo carattere.

Il giro dei laghi e quella pericolosa sensazione che tutto stia andando troppo bene

Se c'è una cosa che la montagna ti insegna abbastanza in fretta è a non fidarti mai troppo quando tutto sembra filare liscio.

Noi, naturalmente, quella lezione non l'avevamo ancora imparata.

Lasciamo il Rifugio Larcher con lo zaino un po' più pesante di qualche fetta di torta e il morale decisamente più leggero. La pausa ci ha rimesso al mondo e, guardando l'orologio, ci convinciamo che il programma stia procedendo esattamente come previsto. Le terme non sembrano più un miraggio ma una concreta ricompensa che ci aspetta qualche ora più tardi.

«Siamo perfettamente nei tempi.»

È una frase che, riguardandola oggi, suona quasi comica.

Il sentiero riprende subito a salire. Non molto, ma abbastanza da ricordarci che la montagna non regala praticamente nulla. Bisogna superare ancora una piccola cresta e solo allora il paesaggio si apre nuovamente davanti a noi. È quasi come se il Larcher avesse custodito gelosamente quello che ci aspetta dall'altra parte, concedendoci il privilegio di scoprirlo soltanto all'ultimo momento.

Ed eccolo.

Il Lago delle Marmotte.

Confesso che, prima di arrivare, avevo immaginato qualcosa di completamente diverso. Forse il nome mi aveva tratto in inganno, forse speravo davvero di trovare una colonia di marmotte intente a prendere il sole sulle rocce, ma la realtà, come spesso accade, era ancora più affascinante. Il lago riposa immobile ai piedi delle montagne, circondato da pietraie e dalle ultime lingue di neve che resistono ostinatamente anche nel pieno dell'estate. L'acqua riflette il cielo con una tranquillità quasi irreale e tutto intorno regna un silenzio che viene interrotto soltanto da quei fischi ormai familiari.

Le marmotte continuano a prenderci in giro.

Le sentiamo.

Da vicino.

Da lontano.

A destra.

A sinistra.

Ma non se ne vede una.

È come partecipare a una conversazione in cui tutti parlano tranne l'unica persona che vorresti davvero incontrare.

Riprendiamo il cammino costeggiando il lago e, ancora una volta, succede quella cosa che durante questa escursione diventerà quasi una costante. Ogni volta che penso di aver visto il panorama più bello della giornata, basta superare un dosso, una curva o una cresta perché la montagna mi costringa a cambiare idea.

Non è facile spiegare questa sensazione.

Le fotografie mostreranno i laghi, il ghiacciaio, le montagne e i colori. Ma c'è qualcosa che nessuna macchina fotografica riesce davvero a restituire, ed è il continuo susseguirsi delle prospettive. In montagna non esiste un panorama definitivo. Ne basta uno nuovo, qualche metro più avanti, per cambiare completamente il modo in cui guardi tutto il resto.

È una continua sorpresa.

Ed è forse questo il motivo per cui non ci stanchiamo mai di camminare.

Quando raggiungiamo il Lago Lungo decidiamo che è arrivato il momento di fermarci per pranzo.

Non c'è nessun tavolo.

Nessuna panchina.

Nessun punto panoramico costruito apposta.

C'è soltanto un masso abbastanza comodo da trasformarsi, per una ventina di minuti, nel miglior ristorante della Val di Sole.

Tiriamo fuori gli immancabili panini con il prosciutto cotto, li accompagniamo con un generoso pezzo di cioccolato e iniziamo a mangiare con quella fame che soltanto una lunga camminata sa regalare.

Ho sempre pensato che il gusto di un panino in montagna non dipenda quasi mai dagli ingredienti.

Potresti prepararlo con il miglior prosciutto del mondo o con quello del supermercato sotto casa e probabilmente cambierebbe pochissimo. È il luogo a fare la differenza. È la fatica accumulata durante la salita. È il silenzio. È il vento. È il sapere che, mentre stai mangiando, davanti ai tuoi occhi si apre uno scenario che poche persone hanno la fortuna di vedere.

È uno di quei pranzi che, se li riproponessi identici nel giardino di casa, perderebbero gran parte della loro magia.

Lì, invece, avevano il sapore della felicità.

Ci rimettiamo in cammino senza alcuna fretta. Il sentiero comincia lentamente a costeggiare la dorsale che ci riporterà verso Malga Mare e, ancora una volta, ci regala vedute incredibili sia verso il ghiacciaio sia verso la valle. Ogni cambio di direzione sembra aprire una finestra diversa sul paesaggio, tanto che a un certo punto smettiamo perfino di commentare quello che vediamo. Ci limitiamo a guardarci ogni tanto e sorridere.

Quando due persone condividono la stessa passione succede anche questo.

Non serve parlare continuamente.

Basta sapere che l'altro sta provando esattamente la tua stessa meraviglia.

Forse è proprio questo il momento in cui la montagna decide che è arrivato il momento di rimescolare le carte.

All'inizio sono soltanto alcune nuvole.

Piccole.

Quasi eleganti.

Compaiono oltre le creste senza destare particolari preoccupazioni. Del resto siamo in alta quota, e chi frequenta questi luoghi sa bene che il cielo cambia umore con una facilità quasi disarmante.

Continuiamo a camminare.

Qualche minuto dopo le nuvole sono molte di più.

L'aria cambia.

La luce perde quella brillantezza che ci aveva accompagnati per tutta la mattina.

Poi, improvvisamente, un tuono rompe il silenzio della valle.

Non è particolarmente forte.

È semplicemente... definitivo.

Ci guardiamo.

Nessuno dei due dice una parola.

Non ce n'è bisogno.

Entrambi sappiamo perfettamente cosa significa.

Le terme, in quel preciso momento, hanno appena iniziato ad allontanarsi.

Venti minuti dentro una lavatrice

Credo che ogni escursionista abbia un proprio modo di capire quando è arrivato davvero il momento di indossare il guscio.

C'è chi aspetta la prima goccia.

Chi non si fida mai e lo mette appena vede una nuvola.

Chi, dopo qualche esperienza poco piacevole, preferisce giocare d'anticipo.

Sara appartiene a quest'ultima categoria.

Probabilmente perché, negli anni, ha imparato che la montagna concede sempre qualche segnale prima di cambiare completamente umore. Bisogna solo avere la pazienza di ascoltarli.

Il vento cambia direzione.

L'aria si fa improvvisamente più fresca.

Il silenzio diventa diverso.

E poi arriva quel tuono.

Non il classico brontolio lontano che puoi tranquillamente ignorare.

Uno di quelli che rimbalzano da una parete all'altra della valle e sembrano dirti, con estrema educazione ma senza possibilità di replica, che è arrivato il momento di smettere di fare fotografie e cominciare a pensare a rientrare.

Ci fermiamo.

Lo zaino finisce a terra.

Nel giro di un paio di minuti i coprizaino sono al loro posto, i gusci in Gore-Tex escono dal fondo dello zaino e tornano a fare esattamente il lavoro per cui li abbiamo comprati.

È curioso come certe operazioni, fatte decine di volte durante gli anni, diventino completamente automatiche. Nessuno dei due dice una parola. Ognuno sa perfettamente cosa deve fare e nel tempo necessario a un altro tuono siamo già pronti a ripartire.

Appena rimettiamo gli scarponi sul sentiero il cielo decide che l'attesa è finita.

La pioggia arriva tutta insieme.

Non comincia.

Arriva.

Come se qualcuno, lassù, avesse improvvisamente rovesciato un enorme secchio d'acqua sopra la valle.

Nel giro di pochi secondi il sentiero cambia completamente aspetto. Le pietre diventano lucide, i piccoli rivoli che fino a qualche minuto prima attraversavano placidamente il prato si trasformano in torrentelli e ogni appoggio richiede un'attenzione che fino a quel momento non era stata necessaria.

Poi arriva anche la grandine.

Piccola.

Quasi gentile.

Ma sufficiente a ricordarci che, sopra i duemila metri, la montagna continua tranquillamente a fare quello che vuole, indipendentemente dalla stagione e da quello che dice il calendario.

La discesa verso Malga Mare, che fino a qualche minuto prima immaginavamo come una lunga passeggiata rilassante, si trasforma improvvisamente in un esercizio di pazienza.

Ogni passo va scelto.

Ogni sasso va rispettato.

La fretta, in queste situazioni, è probabilmente la peggior consigliera possibile.

Così continuiamo a scendere lentamente, cercando di mantenere un ritmo costante, mentre l'acqua continua a battere sul cappuccio con una regolarità quasi ipnotica.

A un certo punto mi viene da ridere.

Non perché ci sia qualcosa di particolarmente divertente.

Semplicemente perché realizzo che, nonostante i gusci, nonostante gli scarponi impermeabili e tutta l'attrezzatura tecnica di cui andiamo tanto fieri, ci stiamo comunque prendendo una lavata memorabile.

Per una ventina di minuti abbiamo la netta sensazione di essere finiti dentro una gigantesca lavatrice naturale.

E, a essere sinceri, credo che perfino le mutande possano confermarlo.

Poi, con la stessa rapidità con cui era arrivato, il temporale decide che può bastare.

Quando raggiungiamo quota 2284 e ci ricongiungiamo con il sentiero 102 in direzione di Malga Mare, la pioggia comincia lentamente a perdere intensità.

Pochi minuti più tardi è già soltanto un ricordo.

È una delle cose che continuo a trovare incredibili della montagna.

Può metterti in difficoltà per venti minuti e, subito dopo, tornare a mostrarsi come se non fosse successo assolutamente nulla.

Quando arriviamo a Malga Mare il cielo sembra quasi innocente.

Se qualcuno ci avesse visti soltanto in quel momento avrebbe probabilmente pensato che stessimo esagerando raccontando il temporale appena attraversato.

Noi, invece, ci limitiamo a guardarci e a sorridere.

Sappiamo perfettamente cosa ci siamo lasciati alle spalle.

E sappiamo anche che manca ancora un bel pezzo prima di rivedere la macchina.

Il sentiero dell'andata, che quella mattina ci era sembrato un tranquillo avvicinamento, adesso assume tutto un altro sapore.

La fatica accumulata durante la giornata inizia lentamente a farsi sentire.

Le spalle protestano.

I piedi cominciano a chiedere una tregua.

Le gambe... beh, le gambe iniziano ufficialmente a fare "gigino gigetto".

È difficile descrivere quella sensazione se non l'avete mai provata.

Non è un vero dolore.

È piuttosto un leggero tremolio che compare a ogni passo e che ti fa capire, con estrema sincerità, che i muscoli hanno deciso di scioperare proprio mentre tu avresti ancora bisogno di loro.

Ogni tanto ci guardiamo e scoppiamo a ridere.

Ogni tanto, molto più discretamente, mi scappa anche un pensiero che ormai è diventato quasi un mantra durante le escursioni più impegnative.

«Gesù... prendimi ora.»

Naturalmente non succede.

E, forse, è meglio così.

Perché, nonostante la stanchezza, nonostante il fango, nonostante i pantaloni ancora umidi e le gambe ormai allo stremo, continuiamo semplicemente a fare quello che gli escursionisti fanno da sempre.

Mettere un piede davanti all'altro.

Finché, quasi all'improvviso, tra gli alberi compare finalmente il parcheggio.

La macchina è lì.

E, in quel momento preciso, non mi viene in mente nessun oggetto al mondo più bello da vedere.

Alla fine non abbiamo perso soltanto le terme

Quando finalmente ci lasciamo alle spalle il parcheggio Prabon e ci infiliamo in macchina, il primo gesto che facciamo è probabilmente lo stesso che farebbe qualunque escursionista dopo otto ore e mezza di cammino: ci togliamo gli scarponi. Non so se esista una sensazione più liberatoria. Per qualche secondo rimaniamo semplicemente seduti in silenzio, senza accendere il motore, senza dire nulla. È uno di quei silenzi che non hanno bisogno di essere riempiti, perché parlano già abbastanza da soli.

La stanchezza che ci portiamo addosso non assomiglia a quella di una giornata di lavoro, né a quella che lascia un viaggio troppo lungo o una notte passata a dormire poco. È una stanchezza diversa, quasi onesta. Ti accompagna in ogni muscolo, ti ricorda ogni metro di dislivello percorso, ma invece di svuotarti ti lascia addosso una strana sensazione di soddisfazione. È il corpo che, pur protestando, sembra dirti: "Ne è valsa la pena."

Poi, quasi per curiosità, guardo l'orologio.

Le quattro del pomeriggio sono ormai un ricordo lontano e, insieme a loro, anche le Terme di Pejo e i massaggi prenotati con tanto entusiasmo da Frau Bruna. Per qualche secondo ci guardiamo e scoppiamo a ridere. Avevamo immaginato per settimane quella conclusione perfetta della giornata: noi immersi nell'acqua calda delle piscine termali a recuperare le fatiche del trekking. Alla fine, invece, il nostro trattamento benessere è consistito in una ventina di minuti di pioggia battente, una leggera grandinata e una centrifuga naturale che ci ha lavato da capo a piedi direttamente sul sentiero.

A pensarci bene, probabilmente è anche un servizio meno costoso.

Il viaggio verso Peio Fonti trascorre con quella tranquillità che soltanto due persone molto stanche riescono a condividere. Non c'è bisogno di riempire ogni minuto di parole. Ogni tanto uno dei due rompe il silenzio per ricordare una cascata, uno scorcio particolarmente bello, il fischio insistente delle marmotte che hanno deciso di farsi sentire senza mai concedersi ai nostri occhi oppure quella distesa d'erba che sembrava uscita direttamente da un'illustrazione della Terra di Mezzo. È una cosa che mi ha sempre affascinato delle escursioni condivise: anche quando percorri lo stesso identico sentiero, alla fine ognuno torna a casa con una montagna leggermente diversa nella testa. Ci sono panorami che colpiscono me e passano quasi inosservati a Sara, e altri che invece rimangono impressi a lei molto più che a me. Forse è proprio questo il bello del camminare insieme.

Quando arriviamo in albergo la priorità, però, diventa una soltanto.

La doccia.

E qui devo confessare una cosa: esistono docce che, nella vita, assumono quasi un significato spirituale. Dopo una giornata passata tra sudore, pioggia, grandine e fango, aprire l'acqua calda e rimanere qualche minuto immobili sotto il getto diventa un'esperienza difficilmente spiegabile a chi non frequenta la montagna. È come se insieme al fango scorressero via anche la fatica, i crampi, il freddo preso durante il temporale e tutte quelle piccole tensioni accumulate durante la giornata. Le gambe continuano comunque a protestare, sia chiaro, ma almeno sembrano aver abbassato il tono della voce.

Subito dopo arriva la seconda parte della terapia.

Una birra fresca.

Non saprei dire se fosse davvero eccezionale oppure se fosse semplicemente il momento perfetto per berla. Probabilmente erano vere entrambe le cose.

Una cena di gala decisamente... particolare

Quando scendiamo nella sala da pranzo per la cena ci sembra quasi di essere entrati in un'altra dimensione.

Soltanto un'ora prima stavamo cercando di non scivolare sui sassi bagnati del sentiero sotto un temporale estivo; adesso siamo vestiti in modo quasi civile e ci ritroviamo nel bel mezzo della tradizionale cena di gala, del venerdì sera, organizzata dall'albergo.

È una di quelle situazioni che faticano a trovare una definizione precisa. Elegante? Non proprio. Kitsch? Un po'. Ma di quel kitsch genuino, quasi rassicurante, che non prova a essere qualcosa di diverso da ciò che è e che, proprio per questo, finisce quasi per piacerti.

La musica dal vivo accompagna tutta la serata, qualcuno si alza per ballare, altri seguono il ritmo battendo le mani e l'atmosfera è quella delle vacanze di una volta, dove nessuno sembra avere particolare fretta e tutti si lasciano trascinare con leggerezza dal momento.

Noi osserviamo la scena con un certo distacco, più che altro perché, dopo otto ore e mezza di cammino, l'idea di metterci a ballare ci sembra più o meno realistica quanto quella di tornare immediatamente al Rifugio Larcher per rifare il giro dei laghi una seconda volta.

Per fortuna nessuno insiste.

In compenso ci aspetta la cema.

Anzi, La Cena, perché chiamarla semplicemente cena sarebbe quasi riduttivo.

Credo sinceramente di aver visto matrimoni con una scelta inferiore. Antipasti, primi, secondi, dolci e qualsiasi altra cosa possa venire in mente a uno chef convinto che gli ospiti abbiano affrontato una traversata himalayana prima di sedersi a tavola.

Noi, in effetti, non arrivavamo dall'Himalaya, ma dopo la giornata appena trascorsa ci siamo sentiti quasi moralmente obbligati a dare il nostro contributo. Non so se siamo riusciti a fare giustizia a tutta quella quantità di cibo, ma posso dire con assoluta sincerità che ci abbiamo provato con grande convinzione.

La parte più bella della serata, però, arriva quando la cena perde lentamente importanza e rimangono soltanto le persone.

Seduti al tavolo in giardino con Frau Bruna iniziamo a parlare del più e del meno e, come succede spesso nelle serate che non hanno alcuna fretta di finire, un ricordo tira l'altro. Saltano fuori episodi di famiglia, persone conosciute tanti anni fa, aneddoti che nessuno aveva più raccontato da tempo e piccole storie che probabilmente non interesserebbero a nessun libro di storia, ma che finiscono per raccontare molto più di tante date imparate sui banchi di scuola.

Mi sono sempre piaciuti questi racconti.

Sono il patrimonio invisibile di ogni famiglia, quello che passa di generazione in generazione senza mai essere scritto da nessuna parte. Ed è curioso pensare che, forse, tra qualche anno ricorderò con la stessa nitidezza sia il verde impossibile dell'anfiteatro sotto il Cevedale sia quella chiacchierata dopo cena con Frau Bruna.

Perché, alla fine, i viaggi sono fatti anche di questo.

Non soltanto dei posti che visitiamo, ma delle persone con cui scegliamo di viverli.

Il vero finale

Quando finalmente ci infiliamo sotto le coperte siamo stanchi come raramente ci capita di essere. Le gambe continuano a ricordarci ogni metro percorso durante la giornata e le spalle sentono ancora il peso dello zaino, ma è una di quelle stanchezze che non cambieresti con niente al mondo.

Domani ci aspetta un'altra escursione, decisamente più tranquilla, e forse riusciremo finalmente a recuperare quel pomeriggio alle terme che oggi la montagna ci ha gentilmente sequestrato.

Prima di addormentarmi ripenso a tutto quello che è successo.

Ripenso all'anfiteatro verde che sembrava uscito da un romanzo di Tolkien, al fischio delle marmotte rimaste ostinatamente invisibili, alla Sacher del Rifugio Larcher, alla Capretta delle Dolomiti che anche quest'anno ha difeso con onore il proprio titolo, alla pioggia, alla grandine, alle gambe che facevano "gigino gigetto" e a quel "Gesù, prendimi ora" che a un certo punto è uscito spontaneamente, più come una battuta che come una richiesta d'aiuto.

E poi ripenso alle terme.

Quelle che, in fondo, non abbiamo mai visto.

Mi viene da sorridere perché, se dovessi tornare indietro e scegliere tra il programma perfetto che avevamo immaginato e la giornata che abbiamo realmente vissuto, sceglierei senza esitazione la seconda.

Perché la montagna è fatta così.

Tu passi le serate a studiare la mappa, controlli gli orari, calcoli i tempi, immagini già come andrà a finire la giornata e lei, con una semplicità quasi disarmante, decide di cambiare completamente il finale.

La cosa sorprendente è che, quasi sempre, riesce a scriverne uno migliore del nostro.

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