Dal Monte Zugna a Passo Buole, sui sentieri della Grande Guerra

Un trekking di quasi 13 chilometri dal Rifugio Monte Zugna a Passo Buole, tra trincee, baraccamenti, gallerie d’artiglieria e postazioni della Prima guerra mondiale.

Caratteristica Dettaglio
📍 LocalitàRifugio Monte Zugna, Rovereto (TN)
🛤️ PercorsoAndata e ritorno
📏 LunghezzaCirca 13 km
⛰️ DislivelloCirca 700 m
⏱️ Durata media5h 30m
⚠️ DifficoltàE
🏰 Punti d’interesseRifugio Monte Zugna, Sass dei Usei, trincea perimetrale del caposaldo, Palazzina ufficiali, caserme e baraccamenti militari, gallerie di collegamento, Cimitero di Coni Zugna, postazioni in caverna per cannoni da 149 A, postazioni per mortai da 210 mm, Caposaldo della Cima, Passo della Portela, gallerie d’artiglieria, Baita Passo Buole, monumento di Passo Buole
🥾 Consigli utiliIndossare scarponi con buona aderenza e portare acqua, bastoncini e una torcia frontale. Il percorso presenta numerosi saliscendi e il ritorno richiede di recuperare quota. Alcune gallerie sono buie, sconnesse e non attrezzate: entrare soltanto dove consentito, con prudenza e dopo averne verificato le condizioni. Controllare le previsioni meteo, perché alcuni tratti si svolgono sulla cresta o su versanti esposti al maltempo.
📚 Curiosità storicheIl percorso attraversa uno dei principali sistemi fortificati italiani dello Zugna, organizzato dopo la conquista delle precedenti strutture austro-ungariche. Intorno a Coni Zugna si conservano la trincea perimetrale del caposaldo, edifici destinati al comando e all’alloggio delle truppe, un’infermeria, gallerie protette di collegamento e il piccolo cimitero militare. Lungo la cresta si incontrano inoltre postazioni in caverna per cannoni da 149 A, piazzole per mortai da 210 mm e una postazione antiaerea. Il Passo della Portela permette di attraversare la cresta e raggiungere il versante lungo il quale proseguono altre gallerie d’artiglieria. Passo Buole fu uno dei luoghi decisivi dei combattimenti del maggio 1916 e divenne noto come le “Termopili d’Italia” per la resistenza opposta dalle truppe italiane durante l’offensiva austro-ungarica.
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Questa escursione è cominciata molto prima di indossare gli scarponi, mentre preparavo l’articolo sulle battaglie combattute sullo Zugna nel maggio del 1916. Dopo aver passato tanto tempo sui documenti, cercando di ricostruire i movimenti delle truppe e di comprendere il ruolo avuto da Coni Zugna e Passo Buole, era inevitabile che prima o poi nascesse il desiderio di vedere quei luoghi di persona. Un conto è incontrarne i nomi sulle carte militari e nei resoconti dell’epoca, un altro è percorrere realmente le distanze che li separano, osservare il terreno e rendersi conto di quanto fosse difficile muoversi, rifornire le posizioni e mantenere i collegamenti su queste montagne.

Siamo partiti da Verona molto presto, facendo una prima sosta ad Ala per la necessaria colazione con caffè e brioche. Ci siamo fermati una seconda volta a Lizzana, questa volta per procurarci il pranzo al sacco: pane, prosciutto e cioccolata, quanto bastava per affrontare la giornata. Da lì abbiamo proseguito passando per Albaredo e imboccato la strada che sale verso Malga Tof e il Rifugio Monte Zugna.

Già durante la salita in automobile ci siamo resi conto che sarebbe stato impossibile vedere tutto in una sola giornata. Lungo la strada compaiono continuamente indicazioni per trincee, postazioni e altri luoghi legati alla Prima guerra mondiale; ogni cartello suggerirebbe una sosta e ogni deviazione potrebbe diventare una visita a sé. Siamo passati anche vicino al celebre Trincerone italiano, uno dei punti che mi interessavano maggiormente dopo il lavoro fatto sull’articolo, ma questa volta abbiamo resistito alla tentazione di fermarci. L’obiettivo della giornata era raggiungere Passo Buole partendo dal Rifugio Monte Zugna e tornare indietro lungo lo stesso itinerario. Il Trincerone avrebbe dovuto aspettare un’altra occasione.

Arrivati al rifugio, siamo entrati con l’intenzione di bere un ultimo caffè prima della partenza. C’erano soltanto due persone sedute a un tavolo: la ragazza rimaneva in silenzio, mentre il ragazzo parlava così ininterrottamente da sembrare impegnato in una conversazione con sé stesso. Abbiamo aspettato un po’, ma non è comparso nessuno a cui ordinare. Alla fine abbiamo rinunciato al caffè, indossato gli zaini e allacciato gli scarponi. Era ora di mettersi in cammino.

Dal Sass dei Usei al caposaldo di Coni Zugna

Non bisogna allontanarsi molto dal rifugio per incontrare il primo manufatto interessante. Poco distante si trova infatti il Sass dei Usei, una grande roccia scavata al suo interno e trasformata in una postazione difensiva. Le piccole aperture rivolte verso l’esterno servivano per la fucileria e le mitragliatrici, mentre gli ambienti ricavati nella roccia offrivano riparo agli uomini che presidiavano la zona. L’ingresso è protetto da una porta metallica chiusa e un cartello invita a chiedere le chiavi al rifugio. Considerato che poco prima non eravamo riusciti nemmeno a ordinare un caffè, abbiamo deciso di rimandare la visita interna alla prossima volta.

Questa prima rinuncia ha chiarito subito il carattere della giornata: non sarebbe stata una visita completa, ma un’esplorazione necessaria per cominciare a orientarci in una zona nella quale le testimonianze storiche sono talmente numerose da richiedere molto più tempo. Proseguendo lungo il sentiero siamo entrati nel sistema difensivo di Coni Zugna, inizialmente seguendo quella che i pannelli indicano come la trincea perimetrale del caposaldo. Costruita nell’estate del 1916, la trincea iniziava sul versante settentrionale e proseguiva verso quello orientale della montagna. Oggi il suo andamento è ancora leggibile nel terreno: un solco accompagnato da muri di pietra, in parte ricoperto dalla vegetazione, che permette di seguire fisicamente il perimetro della posizione.

Non si tratta quindi di resti sparsi incontrati per caso, ma di un complesso organizzato. Continuando a camminare ci siamo trovati davanti a una vera cittadella militare, con edifici in muratura, passaggi, scalinate e ambienti distribuiti su diversi livelli. Alcuni pannelli ricostruiscono l’organizzazione austro-ungarica precedente alla conquista italiana e aiutano a riconoscere la funzione delle strutture che, senza spiegazioni, potrebbero sembrare soltanto muri in rovina.

Tra queste si distingue la cosiddetta Palazzina ufficiali “A”, destinata alla direzione del forte e all’alloggio degli ufficiali. Le fotografie mostrano ancora il perimetro dell’edificio, le divisioni interne, le aperture delle porte e delle finestre e alcuni elementi in cemento sopravvissuti al crollo delle murature. Camminando tra le stanze senza tetto si intuisce che qui non esistevano soltanto trincee e postazioni di combattimento: la posizione doveva funzionare come un piccolo insediamento, con spazi destinati al comando, al riposo, ai servizi e alla vita quotidiana.

Poco più avanti si incontra la Caserma truppa “C”, costruita dagli austro-ungarici e successivamente utilizzata dagli italiani come dormitorio per i soldati. Secondo il pannello poteva ospitare circa seicento uomini. Salendo lungo le scalinate in pietra si raggiungono poi i resti del Baraccamento “B”, un edificio in muratura sviluppato su due piani e capace di accogliere circa trecento soldati. Davanti si trovava inoltre una piccola struttura utilizzata come infermeria, nella quale potevano essere ricoverati fino a otto feriti. Sono numeri che danno immediatamente una misura diversa al luogo: non una postazione isolata occupata da pochi uomini, ma un sistema militare nel quale vivevano e si muovevano centinaia di soldati.

Accanto ai baraccamenti si aprono le prime gallerie. Una di esse, come spiega il pannello posto all’ingresso, iniziava in corrispondenza dei dormitori, seguiva per un tratto la mulattiera diretta a Passo Buole e aveva altri sbocchi nelle trincee del caposaldo. Entrandovi per qualche metro si distinguono ancora le pareti scavate nella roccia, i tratti rinforzati in muratura e le diramazioni interne. Non erano semplici ricoveri, ma collegamenti protetti che permettevano agli uomini di spostarsi tra gli edifici e le posizioni difensive rimanendo al riparo dal fuoco avversario.

Tra i resti del complesso si trova anche il Cimitero di Coni Zugna. Un pannello ricorda che vi erano sepolti dieci caduti: nove italiani, sei dei quali identificati e tre rimasti ignoti, e un soldato austro-ungarico. In un documento del settembre 1917 il luogo veniva indicato con il nome di Santa Maria Maddalena. Oggi rimangono il perimetro del cimitero e le tracce della sua sistemazione, inserite tra i muri e la vegetazione del caposaldo. È un punto che cambia inevitabilmente il tono della visita, perché riporta tutto ciò che si è appena osservato — baraccamenti, infermerie, gallerie e postazioni — alle vite degli uomini che vi furono mandati.

Le postazioni d’artiglieria e la cima

Proseguendo si raggiunge una serie di grandi aperture scavate nella montagna e protette da robusti ingressi. Non sono semplici ricoveri: i pannelli identificano diverse postazioni in caverna destinate ai cannoni da 149 A. Le bocche delle gallerie sono ampie e gli ambienti interni permettevano di sistemare i pezzi d’artiglieria al riparo della roccia, lasciando libera verso l’esterno soltanto la direzione di tiro.

Le postazioni erano disposte in modo da battere settori differenti ma in parte sovrapposti della Vallagarina. Questa sovrapposizione dei campi di tiro rende più comprensibile la logica del sistema: non una successione casuale di caverne, ma un insieme di opere progettate per controllare la valle e sostenersi reciprocamente. Dall’esterno si vedono grandi aperture rinforzate, alcune ancora profonde e buie; all’interno compaiono ambienti scavati, muri di contenimento e spazi nei quali bisogna immaginare non soltanto il cannone, ma anche uomini, munizioni e tutto ciò che serviva per mantenere operativo il pezzo.

Incontriamo inoltre le tracce delle postazioni per i mortai da 210 millimetri. Un pannello ricorda che da questa zona venivano diretti i tiri di una batteria collocata in Vallagarina, impiegata nel maggio del 1916 contro le posizioni austro-ungariche di Matassone. Più avanti si riconosce il piazzale destinato a una batteria di mortai dello stesso calibro, con sei pozzi utilizzati per le munizioni. Non lontano si trovava anche una postazione antiaerea sulla quale, nel 1917, venne collocato un cannone da 57 millimetri.

Queste informazioni trasformano il panorama. Guardando la Vallagarina dall’alto non si osserva più soltanto una bella apertura tra le montagne: si cominciano a riconoscere le direzioni di tiro, i settori controllati dalle postazioni e le distanze che gli artiglieri dovevano calcolare. La montagna conserva ancora nelle proprie forme la logica militare con cui venne organizzata.

Raggiungiamo infine il Caposaldo della Cima, dove una trincea univa il versante opposto con altre postazioni di mitragliatrici e permetteva di dominare l’area dei Vasoni. Nei pressi della sommità, indicata a quota 1.864 metri, il terreno diventa più aperto e roccioso. Una croce e i resti delle opere difensive emergono tra i mughi, mentre lo sguardo può finalmente spaziare sulla Vallagarina e sulle montagne circostanti. È uno dei punti nei quali la geografia dà forma concreta a ciò che si è letto nei documenti: osservando le valli e le creste diventa più facile comprendere perché ogni dosso e ogni passaggio avessero un’importanza militare.

Il percorso fino a questo punto ci ha richiesto molto più tempo di quanto avessimo immaginato. Ogni pannello portava a una nuova struttura e ogni struttura suggeriva un’altra deviazione. È proprio qui che abbiamo capito quanto fosse riduttivo parlare genericamente di “fortificazioni dello Zugna”: quello che stavamo attraversando era un sistema esteso e complesso, nel quale edifici, trincee, gallerie, osservatori e artiglierie erano collegati tra loro.

Il Passo della Portela e il cambio di versante

Lasciato il caposaldo, il percorso assume progressivamente un carattere più escursionistico, pur continuando a essere accompagnato dalle tracce della guerra. Il sentiero attraversa i mughi e segue la cresta, alternando brevi salite e discese, con alcuni tratti stretti e rocciosi. Da un lato si apre la Vallagarina, dall’altro compaiono le montagne verso la Vallarsa e il Pasubio; davanti, il profilo del terreno permette di seguire la direzione di Passo Buole.

Uno dei passaggi più significativi è il Passo della Portela, il punto nel quale il sentiero attraversa l’intaglio della montagna e passa sull’altro versante della cresta. Il nome è ancora dipinto direttamente sulla roccia e segna chiaramente questo cambio di ambiente. Non è soltanto un riferimento geografico: superata la Portela cambia la prospettiva sul paesaggio, con il sentiero che si inoltra sul fianco opposto e la vista che si apre verso nuove valli e pareti.

Il passaggio aiuta anche a comprendere la difficoltà dei collegamenti. Sulle carte i capisaldi e le quote sembrano separati da brevi distanze, ma sul terreno è necessario aggirare pareti, superare intagli e adattarsi continuamente alla forma della montagna. Il sentiero segue cenge, entra nel bosco e torna ad affacciarsi su pendii ripidi. Qua e là rimangono muri di sostegno e segmenti di trincea, ormai in parte nascosti dalla vegetazione.

Dopo la Portela incontriamo altre grandi gallerie d’artiglieria. Alcune possiedono più aperture rivolte verso la valle e ambienti interni abbastanza ampi da permettere lo spostamento degli uomini attorno ai pezzi. Entrando, la luce esterna viene incorniciata dalle feritoie e dalle bocche di tiro, mentre le pareti mostrano il lavoro necessario per scavare e adattare la roccia. In diversi punti sono ancora visibili tratti di cemento, divisori interni e accumuli di materiale dovuti ai crolli. Camminare dentro questi spazi permette di percepirne le dimensioni molto meglio di quanto potrebbe fare una semplice fotografia: erano vere postazioni protette, costruite per ospitare cannoni e serventi, non piccole cavità usate occasionalmente come riparo.

Naturalmente ci muoviamo con prudenza. Alcuni ambienti sono ancora facilmente accessibili, ma il terreno è sconnesso, la luce scompare rapidamente e le strutture hanno ormai più di un secolo. In un’escursione dedicata alla storia la curiosità è inevitabile, ma non deve far dimenticare che queste gallerie non sono attrazioni attrezzate e che eventuali crolli o cedimenti non sono sempre riconoscibili dall’esterno.

Continuando verso Passo Buole incontriamo altri segni lasciati dalla guerra e dalla memoria successiva: una piccola sistemazione religiosa ricavata tra i muri, una nicchia con fiori, croci commemorative e lapidi dedicate ai caduti. In mezzo al bosco compaiono anche brevi tratti di trincea, manufatti metallici arrugginiti e cartelli che indicano le diverse direzioni. Questi elementi non sono concentrati in un solo luogo, ma accompagnano il percorso, riapparendo quando sembra che il sentiero sia tornato a essere soltanto una normale passeggiata di montagna.

Verso Passo Buole

Il Rifugio Monte Zugna si trova più in alto di Passo Buole, ma il percorso è meno semplice di quanto suggeriscano le sole quote di partenza e di arrivo. Nella prima parte si sale fino alla zona della cima e in seguito si perde quota alternando salite, discese e continui cambi di versante. Questo significa che, sulla via del ritorno, una parte considerevole della strada deve essere riguadagnata in salita.

Procedendo verso sud la vegetazione cambia e il sentiero scende gradualmente nel bosco. Passiamo accanto alla Baita Passo Buole, posta a circa 1.460 metri, e continuiamo fino al passo vero e proprio. Camminando viene spontaneo confrontare queste distanze con quelle lette nei resoconti militari. Sulle carte Monte Zugna, Coni Zugna e Passo Buole appaiono come punti vicini; percorrendo il terreno si percepiscono invece la fatica dei dislivelli, la difficoltà dei collegamenti e la complessità di una montagna che nel 1916 doveva essere ancora più aspra e difficile da attraversare.

Dopo quasi quattro ore dalla partenza arriviamo finalmente a Passo Buole. Il monumento compare tra gli alberi e segna il punto più lontano della nostra escursione. Per noi è il luogo nel quale fermarci a mangiare; durante la Prima guerra mondiale fu invece uno dei passaggi decisivi per il controllo delle montagne tra la Vallagarina e il massiccio del Carega. Dopo aver studiato gli avvenimenti del maggio 1916, trovarsi fisicamente qui dà ai fatti una dimensione completamente diversa. Le distanze, le pendenze e la conformazione del terreno smettono di essere elementi astratti e diventano parte integrante della storia.

A questo punto possiamo finalmente tirare fuori il pranzo comprato a Lizzana: pane e prosciutto, seguiti da un pezzo di cioccolata. Non è un pasto elaborato, ma dopo diversi chilometri ha esattamente il sapore che dovrebbe avere un pranzo in montagna. Ci fermiamo per un po’ a riposare e a osservare il passo, cercando anche di rimandare il momento in cui sarà necessario rimettere gli zaini in spalla.

Il ritorno al Monte Zugna

Riprendiamo lo stesso sentiero in direzione del rifugio. Quella che all’andata era stata soprattutto una lunga perdita di quota richiede ora di recuperare diverse salite, e i chilometri già accumulati cominciano a farsi sentire. Il ritorno offre però una prospettiva diversa sul paesaggio e anche le strutture incontrate poche ore prima sembrano cambiare aspetto quando vengono osservate dalla direzione opposta.

Attraversiamo di nuovo il Passo della Portela, superiamo le gallerie d’artiglieria e risaliamo verso il caposaldo. Le soste fotografiche diventano meno frequenti e il passo si fa più regolare, anche se davanti agli ingressi scavati nella roccia è difficile non voltarsi ancora una volta. Tornati nella zona della cima, ritroviamo i baraccamenti, le trincee e infine i prati vicini al Rifugio Monte Zugna.

Chiudiamo la traccia poco prima delle quattro del pomeriggio, dopo circa sei ore di escursione, quasi tredici chilometri percorsi e poco più di settecento metri di dislivello positivo. Al rifugio, questa volta, riusciamo finalmente a farci servire qualcosa. Non recuperiamo il caffè mancato della mattina, ma ci concediamo la consueta birretta di fine escursione, che dopo il ritorno da Passo Buole sembra decisamente più appropriata.

Questa passeggiata era nata per vedere alcuni dei luoghi incontrati durante la preparazione dell’articolo sulle battaglie dello Zugna, ma ha ottenuto soprattutto l’effetto di allungare l’elenco di ciò che resta ancora da scoprire. Dovremo tornare per il Trincerone, per visitare l’interno del Sass dei Usei e per approfondire con più calma il sistema di postazioni intorno alla cima. Una giornata sola non basta per una montagna nella quale quasi ogni sentiero nasconde una trincea, una galleria o una storia.

Possiamo quindi considerare questa escursione come una prima esplorazione dello Zugna. La prossima volta sapremo meglio dove fermarci, quali chiavi chiedere al rifugio e, forse, anche come riuscire a bere quel caffè prima di partire.


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