Polsa, Monte Vignola e Corno della Paura: trekking nella Grande Guerra

Una strada militare, gallerie scavate nella roccia, postazioni d’artiglieria e, quando pensavamo ormai di essere sulla via del ritorno, un intero campo trincerato nascosto nel bosco.

Caratteristica Dettaglio
📍 LocalitàPolsa - Brentonico
🛤️ PercorsoAnello
📏 LunghezzaCirca 14 km
⛰️ DislivelloCirca 620 m
⏱️ Durata media5h 20m
⚠️ DifficoltàEE
🏰 Punti d’interesseStrade militari, ruderi di caserme, postazioni antiaeree, gallerie, baraccamenti e opere del Corno della Paura
🥾 Consigli utiliScarponi, acqua
Profilo altimetrico

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🧭 Prima di partire
La traccia documenta il giro da noi effettuato il 14 agosto 2026, ma non certifica che ogni tratto sia attualmente aperto o percorribile. Lungo la vecchia strada militare italiana abbiamo incontrato un cedimento importante in corrispondenza di un tratto chiuso: prima di ripetere l’escursione è indispensabile informarsi presso la SAT, verificare l’esistenza di eventuali deviazioni ufficiali e rispettare le chiusure presenti sul terreno.

L’idea: andare a cercare la storia

Ci sono escursioni che nascono per raggiungere una cima, altre per vedere un panorama e altre ancora perché, guardando una carta, si scopre che tra due montagne apparentemente tranquille si nasconde un piccolo universo di strade militari, trincee, gallerie e postazioni risalenti alla Prima Guerra Mondiale. La nostra passeggiata tra Polsa, il Monte Vignola e il Corno della Paura appartiene senza dubbio a quest’ultima categoria, anche se al momento della partenza non immaginavamo quanto sarebbe stata ricca.

Il satellitare comincia a registrare alle 10:32 nei pressi di Polsa, a circa 1.248 metri di quota, mentre davanti a noi si apre una giornata limpida e decisamente estiva. L’intenzione è seguire il percorso storico, raggiungere il Vignola, proseguire verso il Corno della Paura e tornare attraverso il bosco, dedicando un po’ di tempo ai manufatti militari disseminati lungo il cammino. Quel “un po’ di tempo”, come spesso accade quando ci sono pannelli da leggere, gallerie in cui curiosare e pietre da fotografare, finirà per occupare buona parte della giornata.

Da Polsa alla sella del Vignola: le opere austro-ungariche

Lasciata Polsa, imbocchiamo la larga strada militare che sale con pendenza regolare tra prati e bosco, offrendo un avvio abbastanza gentile da convincere le gambe che la giornata sarà semplice. Le gambe, prudentemente, non commentano, perché hanno ormai imparato che le definizioni “passeggiata” e “salita tranquilla” possono subire modifiche senza preavviso.

Il primo manufatto davvero evidente è il grande sistema destinato alla raccolta dell’acqua piovana, realizzato dagli austro-ungarici. Non si trattava di un dettaglio secondario, perché su queste dorsali l’approvvigionamento idrico era un problema logistico fondamentale: canalette, pozzi di scolo e impluvi convogliavano l’acqua dei pendii verso strutture di raccolta, rendendo possibile la permanenza di uomini e animali in una zona dove una sorgente comoda non si trovava certo girando l’angolo.

Poco oltre compaiono le fondazioni dell’ex caserma austriaca e altri resti in muratura. Il Monte Vignola avrebbe dovuto ospitare un forte inserito nella cintura fortificata destinata a controllare la Vallagarina, ma il progetto non venne completato e, quando nel 1915 l’esercito austro-ungarico arretrò precauzionalmente la propria linea, le truppe italiane poterono occupare rapidamente questo settore del Baldo. Dopo la guerra, buona parte del materiale degli edifici abbandonati venne recuperata dagli abitanti per ricostruire le proprie case, ragione per cui oggi rimangono soprattutto fondazioni e tracce che acquistano significato soltanto fermandosi a osservarle con attenzione.

Raggiungiamo quindi la sella e il monumento del Gruppo Alpini Cima Vignola. Da qui la strada prosegue in direzione del Corno della Paura, mentre una deviazione sale verso la sommità del Vignola; poiché ignorare un sentiero che punta verso una cima ci è sempre sembrato poco educato, scegliamo naturalmente la seconda possibilità.

Monte Vignola: prima un progetto austriaco, poi le artiglierie italiane

La salita finale abbandona gradualmente il bosco e raggiunge i prati aperti della cima, dove il panorama permette di comprendere immediatamente perché questa montagna fosse tanto interessante per entrambi gli eserciti. Dalla dorsale si controlla la Vallagarina per un tratto lunghissimo e, nelle giornate limpide, lo sguardo raggiunge il Pasubio, le Piccole Dolomiti, i Lessini, il Garda e numerosi gruppi del Trentino occidentale; oggi tutto questo serve soprattutto a riempire la scheda della memoria della macchina fotografica, mentre un secolo fa significava osservare strade, movimenti e collegamenti attraverso la valle dell’Adige.

Sulla sommità incontriamo le piazzole circolari in cemento costruite dagli italiani per le artiglierie. Il Vignola, dunque, conserva due fasi sovrapposte della stessa storia: quella del sistema fortificato austro-ungarico progettato prima della guerra e rimasto incompiuto, e quella dell’occupazione italiana successiva al 1915, quando le alture del Baldo settentrionale furono organizzate come una linea difensiva articolata in profondità.

Il contrasto tra la funzione originaria delle opere e il paesaggio attuale è difficile da ignorare. Le piattaforme sono ferme nell’erba, la valle è silenziosa e al posto dei cannoni ci sono escursionisti che discutono sull’inquadratura migliore, una sostituzione tecnologica che, nel complesso, consideriamo un deciso passo avanti per l’umanità.

La strada d’arroccamento italiana sospesa sulla Vallagarina

Rientrati dalla cima, proseguiamo lungo la strada d’arroccamento costruita dal Genio militare italiano, probabilmente il tratto paesaggisticamente più spettacolare dell’intero itinerario. La strada taglia il fianco della montagna con muri di sostegno, passaggi ricavati nella roccia e scorci improvvisi sulla Vallagarina, dimostrando quanto fosse complessa la rete necessaria per spostare uomini, munizioni, viveri e materiali tra postazioni che sulla carta sembrano vicine, ma che sul terreno sono separate da pareti, canaloni e pendii tutt’altro che accomodanti.

Lungo questo settore incontriamo anche i cosiddetti fornelli da mina, piccole cavità predisposte nella struttura della strada affinché potesse essere distrutta rapidamente in caso di ritirata. Secondo la targa del percorso, facendo esplodere contemporaneamente tre o quattro fornelli si poteva asportare una porzione considerevole della carreggiata e bloccare il traffico per diversi giorni; i pozzi potevano raggiungere circa quattro metri di profondità e una galleria alla base permetteva di collocare una carica compresa, a seconda del terreno, tra duecento e quattrocento chilogrammi di esplosivo. In pratica, dopo avere faticato enormemente per costruire la strada, era stato previsto con grande precisione anche il modo più efficace per farla sparire, perché la logistica militare possiede un senso dell’umorismo piuttosto particolare.

Il punto in cui la strada è crollata

Intorno al chilometro 5,65 della nostra traccia, a circa 1.540 metri di quota, la strada sparisce davvero, anche se questa volta non per l’esplosione programmata di una mina: il muro di sostegno ha ceduto e del piano originario rimane un’interruzione formata da pietre instabili, ferri scoperti e vuoto. Le immagini mostrano con sufficiente chiarezza che non si tratta di un normale tratto dissestato, ma di un punto nel quale la struttura stessa della vecchia strada è venuta meno.

Noi siamo riusciti a superare il cedimento con molta cautela, utilizzando anche la struttura metallica presente, ma il passaggio era chiuso e raccontare ciò che abbiamo fatto non significa trasformarlo in un suggerimento. L’equilibrio di un momento non rende stabile una frana, mentre i ferri esposti aggiungono conseguenze sgradevoli anche a uno scivolone che, altrove, si concluderebbe soltanto con qualche parola poco elegante.

Chi ripete il giro deve quindi rispettare la chiusura e utilizzare soltanto un’eventuale deviazione ufficiale verificata sul posto, oppure tornare indietro. La montagna sarà ancora lì in un’altra occasione e, soprattutto, il Soccorso Alpino preferisce continuare a ignorare la nostra esistenza.

Bocca d’Ardole e il Corno della Paura: artiglierie, gallerie e osservatori

Superato quel punto durante la nostra escursione, il percorso continua perdendo quota tra rocce, prati e resti di murature, fino a raggiungere il settore di Bocca d’Ardole e quindi il Corno della Paura. Il nome promette scenari piuttosto drammatici e la parete che precipita verso la Vallagarina fa il possibile per mantenerli, ma la parte più interessante non è soltanto l’esposizione: qui le opere permettono di leggere con sorprendente precisione il funzionamento di un caposaldo italiano.

Una galleria viene indicata come probabile deposito per le munizioni dei due pezzi contraerei, con una capacità di qualche centinaio di colpi; il suo sbocco orientale poteva inoltre ospitare una mitragliatrice incaricata di controllare Bocca d’Ardole, trasformando quindi un ambiente logistico anche in un punto difensivo. Poco sopra si trovava la postazione contraerea vera e propria: nell’estate del 1917 vi furono collocati due cannoni da 87 B su affusto Marchionni, sostituiti nell’estate del 1918 da due più efficienti pezzi da 75 A, montati sul medesimo tipo di affusto.

Accanto alle postazioni di tiro si trovava l’osservatorio destinato a individuare gli aeroplani e a fornire i dati necessari alle artiglierie. Non era semplicemente un soldato con un binocolo e molto ottimismo, perché la dotazione comprendeva cannocchiale, telemetro per misurare le distanze e teodolite per determinare gli angoli di direzione. Postazione, deposito e osservatorio costituivano dunque un unico sistema: qualcuno individuava e misurava il bersaglio, qualcun altro trasmetteva i dati, mentre i pezzi intervenivano dalla piazzola, con le munizioni conservate al riparo nella galleria vicina.

La posizione offriva anche un controllo eccezionale sulla valle dell’Adige e sull’altopiano di Brentonico. Dal bordo del Corno il paesaggio appare vastissimo, ma osservando le opere si comprende che, per i militari, ogni apertura del panorama corrispondeva a un settore da sorvegliare e ogni valletta a una possibile via di infiltrazione.

La scritta dei trombettieri del Battaglione Monte Antelao

Poco dopo, quando il percorso comincia a scendere e il bosco torna a chiudersi intorno al sentiero, troviamo uno dei dettagli più curiosi dell’intera giornata. Sopra l’ingresso basso di una galleria compare una scritta chiara, stesa direttamente sulla roccia, nella quale si legge: “PETER – TROMBETTIERI – 7° ALPINI – BATT.NE M.TE ANTELAO – 4.7.1918”. Il primo nome sembra essere “Peter”, anche se preferiamo lasciare un piccolo margine di dubbio sulla lettura; il resto dell’iscrizione identifica invece senza ambiguità i trombettieri del 7° Reggimento Alpini, Battaglione Monte Antelao, e riporta la data del 4 luglio 1918.

Il Battaglione Monte Antelao era stato costituito alla fine del 1915 nell’ambito del 7° Alpini e comprendeva la 96ª, la 150ª e la 151ª compagnia, formate in gran parte da uomini provenienti dalle province di Belluno e Treviso. Aveva combattuto sulle Tofane, in Val Travenanzes e successivamente sulla Bainsizza, prima di essere trasferito con il 13° Gruppo Alpini nel settore dell’Altissimo e della Vallagarina. La documentazione storica registra spostamenti e riorganizzazioni del reparto nel 1918, ma non consente, da questa sola scritta, di stabilire chi fosse “Peter” o quale uso preciso avesse la piccola galleria in quel giorno di luglio; proprio per questo l’iscrizione è tanto affascinante, perché non è una spiegazione preparata per i visitatori, ma una voce lasciata sul posto da chi quella montagna la viveva in uniforme.

Anche la parola “trombettieri” rende la scena improvvisamente concreta. Nel reparto, le trombe servivano a trasmettere segnali e ordini, scandendo momenti della vita militare che dovevano essere riconoscibili anche a distanza e nel rumore di un accampamento. Dopo pannelli dedicati a cannoni, mitragliatrici e mine, incontrare la firma dei trombettieri ricorda che questa complessa macchina difensiva non era abitata da funzioni astratte, ma da uomini con incarichi, abitudini e probabilmente anche il desiderio molto umano di lasciare il proprio nome sopra una porta.

La sorpresa del rientro: il campo trincerato di Malga Susine

A questo punto siamo convinti che la parte storicamente più ricca dell’escursione sia ormai alle nostre spalle. Abbiamo visto le opere austro-ungariche del Vignola, le piazzole italiane, la strada d’arroccamento, i fornelli da mina, le gallerie e il Corno della Paura, perciò il sentiero che scende nella valletta verso Malga Susine sembra destinato soprattutto a riportarci tranquillamente a Polsa. È proprio qui, quando l’attenzione comincia ad assumere la rassicurante forma mentale del “ormai siamo quasi arrivati”, che il bosco ci presenta il conto sotto forma di un intero campo trincerato.

I primi muri compaiono quasi senza annunciarsi, bassi e parzialmente assorbiti dalla vegetazione; poi arrivano gli ingressi in caverna, i camminamenti, le postazioni e le targhe, e comprendiamo che non stiamo osservando qualche resto isolato, ma un caposaldo italiano della seconda linea di difesa. La sua funzione era dare profondità allo schieramento e chiudere la valletta contro eventuali infiltrazioni provenienti da Bocca d’Ardole, proteggendo gli accessi verso Polsa e le retrovie.

Alla base sud-occidentale del caposaldo era collocato un posto di guardia incaricato di sorvegliare la conca. Più in alto, una trincea a sviluppo semicircolare avvolgeva il rilievo e collegava almeno tre postazioni per mitragliatrici, disposte in modo da incrociare il tiro sugli sbarramenti di reticolato e sui passaggi obbligati della valletta. La prima controllava anche il transito sulla strada e la teleferica che saliva da Sabbionara; la seconda, ricavata in caverna, poteva incrociare il fuoco con un’altra postazione del sistema, mentre la terza completava lo sbarramento sul fondo della conca.

Le targhe indicano come armamento tipico la Fiat modello 1914 calibro 6,5 mm, capace di circa quattrocento colpi al minuto e con una gittata indicativa di 2.200 metri. Era una mitragliatrice raffreddata ad acqua e alimentata con caricatori, un’arma pesante da trasportare su un terreno simile; una fotografia d’epoca mostrata lungo il percorso documenta infatti il trasporto a dorso di mulo di una Maxim Vickers, dettaglio sufficiente a ridimensionare qualunque nostra lamentela sul peso dello zaino.

Proseguendo tra i muri troviamo anche ricoveri e ambienti di servizio. Uno di questi conserva un soffitto voltato in calcestruzzo sul quale è rimasta l’impronta negativa delle lamiere ondulate usate come casseratura durante il getto; l’ingresso, rivolto a ovest, risultava protetto dal tiro dell’artiglieria austro-ungarica. La funzione esatta non è certa e potrebbe essere stata quella di posto di comando di compagnia oppure di deposito per viveri o munizioni, entrambe presenze numerose lungo una linea difensiva che doveva continuare a operare anche sotto bombardamento.

La trincea della seconda linea proseguiva originariamente fino a sbarrare la valletta, anche se una parte venne successivamente livellata durante la costruzione delle piste da sci. Quello che rimane, insieme alle scale in pietra, alle feritoie e ai muri perfettamente inseriti nel pendio, permette comunque di leggere la logica dell’insieme: il Corno della Paura controllava dall’alto con osservatori e artiglierie, mentre il campo di Malga Susine proteggeva da vicino gli accessi con uomini, ricoveri e mitragliatrici capaci di incrociare il fuoco.

La sorpresa nasce proprio da questa completezza. Pensavamo di attraversare una valletta tranquilla durante il rientro e ci siamo ritrovati dentro una piccola architettura militare diffusa, nascosta sotto i faggi e conservata abbastanza bene da trasformare gli ultimi chilometri in una nuova visita. È uno di quei momenti in cui il programma della giornata perde definitivamente importanza, perché ogni muro conduce a un’altra apertura, ogni apertura a una postazione e ogni postazione a un’altra targa da leggere; Polsa può aspettare ancora qualche minuto, anche se le gambe hanno già presentato formale richiesta di chiusura delle attività.

Il ritorno a Polsa

Soltanto dopo avere attraversato il campo trincerato riprendiamo davvero la via del ritorno. Il sentiero lascia gradualmente le opere difensive, passa accanto alle conche prative e si ricongiunge alla strada percorsa al mattino, fino a chiudere l’anello alle 16:16 quasi nello stesso punto dal quale eravamo partiti. Il satellitare registra 14 chilometri e circa 640 metri di dislivello positivo complessivo, un dato superiore alla semplice differenza di quota perché comprende le deviazioni, la salita al Vignola, la discesa intermedia e la successiva risalita verso il Corno della Paura.

Torniamo con molte più fotografie del previsto e con una lettura completamente diversa del paesaggio. Quello che da Polsa appare come un sistema di dorsali erbose e boschi era, durante la guerra, una struttura organizzata su più livelli: opere austro-ungariche incompiute e poi abbandonate, strade italiane, depositi, osservatori, batterie contraeree, linee di fanteria e collegamenti logistici che sfruttavano ogni piega del terreno.

Conclusione: una montagna da leggere, non soltanto da attraversare

L’anello tra Polsa, Monte Vignola, Corno della Paura e Malga Susine è una di quelle escursioni nelle quali paesaggio e storia procedono sullo stesso sentiero senza mai essere davvero separabili. Il panorama dalla cima spiega la scelta strategica della posizione, la strada scavata nella parete racconta lo sforzo necessario per rifornirla, le gallerie mostrano come uomini e munizioni venissero protetti e la valletta finale rivela che la difesa non era affidata a un’unica postazione spettacolare, ma a più linee coordinate tra loro.

Rimangono soprattutto due immagini. La prima è quella della vecchia strada militare interrotta dal crollo, promemoria piuttosto efficace del fatto che un manufatto storico non è automaticamente un sentiero sicuro. La seconda è la firma dei trombettieri sopra la piccola galleria, una scritta semplice che attraversa più di un secolo e restituisce improvvisamente una presenza umana a muri, piazzole e calcoli di tiro.

🎯 Consiglio finale: affrontate il giro con tempo sufficiente per leggere le targhe e osservare le opere, perché limitarsi a percorrere i chilometri significherebbe perdere metà dell’escursione. Portate una torcia, ma entrate soltanto dove l’accesso è consentito; davanti a frane, chiusure o strutture deteriorate rinunciate senza eroismi, perché la Grande Guerra è terminata da tempo e non c’è alcun bisogno di aprire un nuovo fronte personale con la gravità.


Nota sui dati, sulle fonti e sulla sicurezza

I dati tecnici derivano dalla traccia satellitare registrata il 14 agosto 2026 e possono variare secondo dispositivo e software. La descrizione dei manufatti è stata verificata attraverso le targhe del “Percorso della nostra storia”, la documentazione del Museo Storico Italiano della Guerra e di Trentino Grande Guerra, le informazioni pubblicate dalla Provincia autonoma di Trento e la documentazione storica dell’Associazione Nazionale Alpini e dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Prima di partire è necessario verificare transitabilità, ordinanze ed eventuali deviazioni con gli enti locali competenti.

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